Aura-Eloim


I

La lettura fu l'occupazione prediletta della mia vita. Non di libri italiani, che sono per la maggior parte noiosi, ma degli stranieri; degli inglesi specialmente e dei tedeschi; e negli inglesi comprenderete gli americani di genere letterario.

Da giovane avevo un'abitudine. Leggevo spesso ad alta voce, quei brani che mi parevano belli, perché esaltavano la mia fantasia e commuovevano il mio cuore. Leggendo ad alta voce mi pareva di gustarli meglio e più facilmente poi ricordarli.

Una sera, il cielo era una cappa di piombo taciturna; l'aria tetra, immobile, soffocata dalla nebbia; i rumori, che salivano dalla terra, dileguavano crudi e senza eco, come ricacciati indietro da quell'aria soffocata, e un sussurrio indistinto e pauroso circolava tutto intorno per l'ambiente.

Io era triste, molto triste.

Pensava ad una donna che era l'oggetto di tutti i miei pensieri, l'idolo dei miei desiderii.

Eppure l'avea vista soltanto, non le avea mai parlato, neppure una volta. Alle volte gli occhi s'incontrano, cozzano gli sguardi, dal cozzo salta fuori una scintilla, e quella scintilla provoca una lagrima che vela e fa tremolare il vostro sguardo.

E un palpito, allora, sposta ed affretta il ritmo del cuore, sposta ed affretta il passo della vita.

Alla mia tristezza, quella sera, non restava altro conforto che la lettura.

Nessun'altra cosa potea svagare il mio pensiero, e riposarlo per poco dalle sue amarezze.

Era solo. E leggeva.

Leggeva ad alta voce per meglio distrarmi, per più gustare la lettura.

E si era fatto un gran silenzio attorno a me, e la mia voce cominciava a suonar paurosa in quel silenzio: quando d'un colpo io m'arresto, sento un brivido nel sangue e per le ossa, le mani mi si fanno di ghiaccio, le guance e la fronte di fuoco, levo gli occhi dal libro e guardo intorno per la camera… Nulla!...

Io ho sentita una voce, mi pareva di averla sentita distintamente, una voce che ripeteva con me le ultime parole da me lette nel libro. E somigliava tanto alla mia voce! No: era più fioca, più triste, più musicale della mia. Avea non so che accento di preghiera, un accento di stanchezza e di preghiera... Sarà stata un'illusione, un'allucinazione nervosa. Cerchiamo di calmarci e non ci pensiamo. La fantasia esaltata è l'istrione, il prestigiatore dell'anima: non può far vive e palpitanti ai sensi immagini vane e cose insussistenti. Non ci pensiamo più.

Mi alzo, fo un giro per la camera, guardo per la camera attigua. In casa con me non aveva che un servo, che quella sera m'aveva chiesto il permesso di andare alle marionette, e non era ancora ritornato.

Mi assicuro che son solo, vado un po' alla finestra, apro le imposte, guardo fuori un momento: il cielo è sempre una cappa di piombo taciturna, l'aria tetra, susurrio indistinto e pauroso che circola tutt'intorno per l'ambiente; ed allora non so altro che fare: chiudo le imposte e ritorno alla lettura.

Ma questa volta, cautela forse o paura inconsapevole, questa volta leggo, scorrendo semplicemente con gli occhi le pagine. Ho l'orecchio teso, senza volerlo, come per dar la caccia al minimo tremito dell'aria.

E leggo un bel pezzo, scorrendo con gli occhi le pagine.

Il libro è un'opera poetica, ma non ha nulla di romanzesco o di pauroso: quella lettura anzi mi calma, smorza e sopisce a poco a poco la mia emozione: io mi distraggo in essa pienamente. E sono tranquillo. Ho dimenticato per poco le mie tristezze e le mie paure, e leggo: leggo, come se nulla più mi premesse al mondo.

Nell'oblio che mi vien dalla lettura - quell'oblio era tutto il conforto che io cercava - mi capita sotto gli occhi un brano splendido di affetto e di pensiero.

Io sorrido, e me ne compiaccio.

Rileggo, come al solito per gustarlo meglio, rileggo quel brano ad alta voce… Ho uno schianto che per poco non mi arresta il respiro e il battito del cuore. Lo spavento questa volta è forse anche più terribile, ma dura poco. Io mi riscuoto subito, sento dispetto della mia paura, chiudo il libro e resto chiuso in me stesso, a meditare.

Io ho sentito anche più distinta quella voce sentita poco fa.

Non potrei assicurare che abbia ripetute le ultime parole da me lette nel libro; ma questa volta era anche più fioca, più triste, più musicale di prima.

Ed aveva un accento di preghiera, una accento di stanchezza e di preghiera che vibra ancora con tutte le fibre del mio animo… Ed ora vorrei sentirla un'altra volta quella voce: un'altra volta, ma senza provocarla. Già, nel silenzio, sarebbe anche più terribile… ma chi m'assicura che io non sia gabbato dalla mia fantasia, giocato dai miei pensieri e dai miei nervi?

Guardo l'orologio: un quarto alle dodici. è tardi per uscire, per uscire e cercar di qualche amico.

Di leggere più non me la sento. Anzi, non so perché, metto da parte il libro in un posto dove non lo veda. Di sonno non parlo.

Nessuna voglia di dormire.

Proprio stasera quel tanghero di Antonio doveva andare alle marionette!

Dopo poi andrà all'osteria o peggio…

Mi ha fatto sempre grande antipatia vederlo entrare in camera, quando sono occupato a lavorare; eppure stasera lo vedrei tanto volentieri, lo farei anche sedere, gli farei persino un discorsetto.

In questo punto mi pare di sentire un rumore, come di passi lontani. Mi alzo istintivamente dalla sedia, mi avvio verso la porta delle scale, parmi e non parmi udire il rumore di passi che s'avvicinano, ed io vacillo, poi resto, resto immobile un momento; poi mi scuoto e levo la mano in atto di aprir la porta della sala, levo la mano e me la sento afferrare… me la sento afferrare e stringere dolcemente da una mano piccola e fredda, morbida e delicata come la mano d'una fanciulla. Do un grido, ma non vedo nulla.

Non sento più la mano che ha serrata la mia, ma sento ancora su la palma la sua impronta fredda e delicata… Dio! L'avessi stretta quella mano; m'avesse pure trascinato con sé fuori dal mondo, fuori del mondo del mio fastidio e delle mie paure…

[continua...]