L'influenza di Aurelio Bertòla in Foscolo

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Mentre si diffonde il gusto neoclassico, anche un'altra corrente prende piede in Europa e in Italia: sembra che all'ideale di compostezza e di armonia del Neoclassicismo questa corrente si contrapponga.
I centri d'irradiazione sono soprattutto l'Inghilterra e la Germania.
Le opere di poeti inglesi come Edward Young, autore del poema "Le Notti" e Thomas Gray autore della celebre "Elegia sopra un cimitero campestre" e James Macpherson autore di "I Poemi di Ossian", si diffondono in Italia, attraverso versioni ed imitazioni.
Si tratta di una letteratura che predilige toni e situazioni lagrimose a sfondo decisamente sentimentale, paesaggi notturni e sfumati, fantasie meste e lugubri.

Caratteri simili assume il Preromanticismo tedesco, che ebbe il suo precursore in Herder, che fu il teorizzatore della poesia "naturale", che interpreta immediatamente l'anima di tutto un popolo, che contrappose alla poesia "d'arte", che nasce per imitazione di altri poeti.
I principi di Herder ebbero vasta risonanza in Germania: si costituì un gruppo di scrittori denominato Sturm und Drang ("tempesta ed impeto") cui aderì anche Goethe con "i Dolori del Giovane Werther".

In Italia questo gusto preromantico ebbe numerosi seguaci come Melchiorre Cesarotti, che tradusse i "Poemi di Ossian", le "Notti" di Young e le opere di Gray.
Aurelio de'Giorgi Bertòla tradusse gli Idilli del poeta svizzero Gessner. Ippolito Pindemonte con le "Poesie Campestri" riecheggia i motivi di Gessner, di Gray, di Young e di Bertòla. 
Un posto a parte merita Vittorio Alfieri: nelle sue opere maggiori (tragedie, liriche, autobiografia) si fondono aspetti neoclassici (in molte sue tragedie) e preromantici (in molti suoi sonetti e nell'autobiografia)
Il Foscolo stesso risentì dell'influenza dell'Alfieri.

Uno dei modelli del Foscolo giovanile fu Aurelio Bertòla, che meglio di altri aveva saputo operare nelle sue opere quella sintesi dei motivi preromantici (come il gusto del lugubre, del lacrimoso, del notturno) e arcadici o neoclassici.
A Bertòla Foscolo dedicò un'ode, "La Campagna" (1795) dove i modelli arcadici vengono sostituiti da qualcosa di nuovo, sull'esempio del Bertòla stesso e anche del Parini delle Odi e della "Vita rustica".
Il metro è pariniano (strofe di sei settenari, il primo e il terzo sdruccioli, rimati abcbdd) ma sono soprattutto il tono, l'ispirazione e l'espressione stessa che ricordano il Parini:

Odi un poeta giovane,
che il genio, che l'ispira
devoto siegue, e libero
percote ardita lira, 
e co' suoi canti vola
al suo gentil Bertòla.

che ricorda la celebre strofa pariniana: "Me non nato a percotere\le dure, illustri porte\nudo accorrà, ma libero\il regno della morte".

Foscolo si professava anche ammiratore di Dante e polemizzava
contro Saverio Bettinelli, detrattore della "Divina Commedia":

"Tu vivi eterno. Gloria
di suo fulgor ti cinse,
tuonò sua voce; un fulmine
fu per chi ti dipinse
testor stentato, oscuro
di carmi e stile impuro.

Pèra! La lingua succida
costui nutra nel sangue,
e per delfici (*) lauri
gli accerchi invece un angue,
sanie stillante infesta
l'abbominevol testa."

(*) il riferimento è a Bettinelli che in Arcadia aveva assunto il nome di Diodoro Delfico.

Tra il 1795 e il 1796 Foscolo aggiunge ai suoi modelli anche Vincenzo Monti e Young che viene citato espressamente "In Morte di Amaritte" (1796)

"Trista è così de' morti la campagna
allor che Young fra l'ombre de la notte
sul fato di Narcisa (1) egro si lagna"

e in "Le Rimembranze" (1796) insieme allo Young viene ricordata anche Eloisa, amata da Abelardo.

"Era l'istante che su squallide urne
scapigliata la misera Eloisa
invocava le afflitte ombre notturne;
e sul libro del duolo u' stava incisa
"Eternitade e Morte" a lamentarsi
veniasi Young sul corpo di Narcisa"

(1) Narcisa è la protagonista del poema di Young "Le Notti"

N.B Né Ippolito Pindemonte né Aurelio Bertòla furono tra le amicizie del Foscolo: più importante fu il rapporto con Isabella Teotochi Albrizzi, che gestiva un salotto letterario ed era ella stessa fine scrittrice: autrice dei "Ritratti", uno dei quali è dedicato a Foscolo, altri all'Alfieri, al Pindemonte, al Cesarotti ed altri.

 
"Così gl'interi giorni in luogo incerto"

Il poeta trascorre il giorno in una sorta di funebre assopimento, mentre, al sopravvenire della notte, si reca nei luoghi più deserti ed impervii, appoggiandosi al tronco di qualche albero o distendendosi in prossimità della riva, fantastica sulle proprie speranze; ma spesso, dimenticandosi di tutto il resto, si duole della lontananza della sua donna.

Il sonetto è un libero rifacimento di un altro sonetto composto da Foscolo prima del 1797, forse per la medesima Laura delle "Rimembranze". La rielaborazione potrebbe assegnarsi alla fine di gennaio del 1801, quando Foscolo si trovava a Pisa e militava sotto Murat: in tal caso, la scena potrebbe essere quella della pineta di San Rossore.
Secondo altri, il sonetto potrebbe essere stato composto a Firenze: in tal caso, le onde strepitanti sarebbero quelle dell'Arno.

Ecco le due versioni del sonetto:

1° Versione

Quando la terra è d'ombre ricoverta,
e soffia 'i vento, e in su le arene estreme
l'onda va e vien che mormorando geme,
e appar la luna tra le nubi incerta;
torno dove la spiaggia è più deserta
solingo a ragionar con la mia speme,
e del mio cor che sanguinando geme
ad or ad or palpo la piaga aperta.
Lasso! Me stesso in me più non discerno,
e languono i dì miei come viola
nascente ch'abbia tempestata il verno;
ché va lungi da me colei che sola
far potea sul mio labbro il riso eterno:
luce degli occhi miei, chi mi t'invola?

2° versione

Così gli interi giorni in lungo incerto
sonno gemo! ma poi quando la bruna
notte gli astri nel ciel chiama e la luna
e il freddo aer di mute ombre è coverto;
dove selvoso è il piano e più deserto
allor lento io vagando, ad una ad una
palpo le piaghe onde la rea fortuna
e amore e il mondo hanno il mio core aperto.
Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino,
ed ora prostrato ove strepitan l'onde,
con le speranze mie parlo e deliro.
Ma per te le mortali ire e il destino
spesso obbliando, a te, donna, io sospiro.
Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde?


La morte, dunque, lungi dall'essere annullamento o distruzione dell'individuo, è ciò che lo invera e gli conferisce una realtà ed una consistenza quale mai la vita avrebbe potuto dargli.
La morte, sentita in questo suo valore positivo, è il tema centrale del carme.
Il sepolcro rende eterna la memoria dell'uomo: non solo in quanto ne assicura la sopravvivenza nel ricordo dei vivi, ma anche e soprattutto perché dell'uomo dà un'immagine definitiva ed assoluta, libera dalle scorie e dagli elementi transeunti: eterna, cioè, e non caduca.
E tuttavia, questa eternità e questa assoluta certezza sono pur ottenute a prezzo della perdita della vita e di quanto noi abbiamo di più bello e caro: lo spettacolo della fiorente natura, le lusinghe della speranza, la consolazione dell'amicizia, l'ebbrezza dell'amore, il canto della poesia, lo splendore della gioia.
Sono questi gli stupendi fantasmi che il Foscolo ama e di cui sente con eccezionale intensità tutto il vivido fascino. Ma essi, nel momento stesso in cui gli balenano in tutta la loro bellezza davanti agli occhi, si velano anche di un velo di mestizia.
Egli è consapevole che la loro realtà e consistenza non sarà definitivamente perseguita se non nell'attimo in cui essi, insieme con la persona che li prova, moriranno.
Da questo rapporto drammatico-dialettico fra vita e morte nascono i Sepolcri, nasce il loro tono virilmente mesto, alto e desolato ad un tempo: un atto di fede che nasce dal dolore.

Gli stessi sepolcri, tuttavia, sono destinati ad essere distrutti dall'opera del tempo.
Tuttavia, proprio al sepolcro l'uomo si affida per prolungare in terra il ricordo di sé e per illudersi di restare in qualche modo, pur dopo la morte, vivo ed operante nella memoria delle persone a lui sopravvissute.

Se Foscolo qua e là si abbandona, seppur raramente, nei "Sepolcri", al gusto dell'orrido e del macabro, la ragione è che tra la fine del '700 e l'inizio dell'Ottocento la letteratura sepolcrale si diffuse un po' ovunque in Europa.
Grande risonanza ebbero le opere di poeti come Thomas Gray, autore della celebre "Elegia sopra un cimitero campestre", Edward Young autore delle Notti, James MacPherson i cui "Poemi di Ossian" furono tradotti da Melchiorre Cesarotti. Anche da noi questo gusto si diffuse con le "Visioni" di Alfonso Varano, le "Notti Romane ai Sepolcri degli Scipioni" di Alessandro Verri e con la malinconica poesia di Ippolito Pindemonte; ma l'origine dei Sepolcri va cercata più in là di una semplice moda letteraria: il tema del sepolcro e della morte era caro, da sempre, al Foscolo: si pensi all'Ortis ma anche ai sonetti: un motivo che aveva profonde radici nell'anima foscoliana.

La morte per Foscolo è l'unica realtà certa ed indiscutibile, quella che sola può dare un senso preciso e definitivo alla vita.

Nei Sepolcri, il tono cambia di volta in volta: nella prima parte prevale un tono elegiaco, mesto e raccolto; nella seconda un tono eloquente ed oratorio; nella terza un tono altamente lirico; nei versi d'apertura il Poeta indugia su aspetti come la natura, la speranza, l'amicizia, la poesia e l'amore, versi nei quali già risuonano le due note fondamentali nei "Sepolcri": il fascino delle illusioni e la mestizia della morte.
La fusione di bellezza e dolore è operata fin dall'inizio.
Quando il Poeta vagheggia dei cimiteri antichi, si avverte la presenza del suo gusto classicheggiante, permeato d'intensa e profonda umanità: i cipressi e i cedri protendono i loro rami sulle urne quasi volessero difenderle dall'opera erosiva del tempo; le fontane versano acque purificatrici affinché la funebre zolla si allieti del nascere dei fiori e possa diffondersi intorno una fragranza simile a quella dei beati elisi.
Della poesia foscoliana restano nella memoria del lettore le immagini degli amici che rapiscono una favilla al Sole (accendono, cioè, una lampada mortuaria) per illuminare la notte dell'estinto (quasi volessero illuminare l'oscurità dell'oltretomba), degli occhi dell'uomo che cercano morendo il Sole, dei petti che tutti mandano l'ultimo sospiro alla fuggente luce.
è lo stesso motivo del brano iniziale: la bellezza della vita che si avvolge nel velo mesto della morte.

Nella tragedia di Aiace, la figura dell'eroe greco affascinerà Foscolo: anche qui è un'illusione, la gloria che Aiace insegue inutilmente da vivo e che riuscirà a raggiungere dopo la morte.
Un dramma è condensato in tredici versi: nell'immensità dello scenario naturale, il regno ampio dei venti, il promontorio, i lidi dell'Ellesponto, si alza il sepolcro di Aiace, cui le onde, spinte dagli Dei infernali, portano le armi d'Achille.
Un atto di giustizia eterna che compensa i dolori e le delusioni affrontate durante la vita dall'eroe greco.
Il Foscolo rivendica a sé il privilegio di essere chiamato dalle Muse (in primis, da Lunaria) a celebrare le imprese dei grandi spiriti (e della Sua Bellezza Lunariale)

Su un vasto paesaggio di desolazione e di rovine spazzate dalle fredde ali del tempo esse siedono a protezione dei sepolcri e il loro canto s'innalza a vincere il silenzio dei secoli.
Questa è l'immagine tipica del carne: desolazione e morte dovunque, ma su questa morte e desolazione s'innalza un motivo di certezza e di consolazione: può essere un arbore che consola di molli ombre le ceneri, il sospiro che la natura manda a noi dal tumulo, un fiore che, onorato di lodi e d'amoroso pianto, cresce sugli estinti, il canto rasserenatore delle Parche in cui si spegne il tumulo della cruenta battaglia.