L'Indicatore delle Alpi

Info tratte da


San Baluardo Quintino Sella, all'altezza di via Antonelli, c'è un balconcino, delimitato da un cancello di ferro. Tre gradini portano ad una piattaforma, dov'è collocata una croce. La scritta che compariva in origine è ormai cancellata e quasi nessuno sa cosa sia quella specie di monumento. Fino al 1952, al posto della croce, messa a ricordo delle Missioni cittadine, c'era l'Indicatore delle Alpi: una tavola semicircolare in ghisa, che ruotava su un perno.

Sulla tavola erano segnate le principali vette dell'arco alpino, visibili da Novara.

Fu inaugurato il 14 ottobre 1877, con il panorama sgombro da ostacoli (anche perché gli alberi e gli edifici non potevano superare una certa altezza)

Pare che oggi l'Indicatore giaccia dimenticato in qualche magazzino comunale




''Ossian'' nella versione di Giuseppe Barbieri


 

Giuseppe Barbieri (1774-1852)

"Ossian" (ad Amaritte)


E tu non hai pur anco alla gran fonte

del Cantor di Malvina e di Fingallo

appressate le labbra? E tu de' boschi

ami l'ombre più folte, ami gli opachi

delle grotte vocali ermi recessi,

ami le scaturigini rompenti

da muscose pendici, e della Luna

il mite raggio, e l'usignol che piagne,

e l'aura che sospira, e il ciel che tace?

Dunque che fai, che leggi al tuo bel colle

dolcissima Amaritte? Ed all'ingegno

vago di meraviglie e di tristezze

qual esca porgi d'amoroso incanto,

di nettare castalio? (1) E se nel viso

nel ceruleo girar de' molli sguardi,

e nel mesto sonar delle parole

tutta mi sembri di Toscar (2) la figlia,

perché non fai tua cura e tuo diletto

il Cantor di Malvina e di Fingallo?

Invida (3) voce Italia corse: ai foschi

di quell'irte contrade abitatori

alle nevi, ai deserti, alle tempeste

l'arpa di Cona risonar concenti

graditi forse e armoniosi: a noi,

che vivo sol riscalda, e cielo, e suolo

di amenità riveste e di bellezza,

a noi dura quell'arpa e discordata

mandar note incomposte e suoni alpestri.

Ma che? Forse non ha suono più dolce

che l'urlo de' torrenti e il tuon de' nembi

l'Arpa di Cona? O rea menzogna! Oscuro

ben è quell'aer caledonio (4) e fredda 

quella montana region silvestre;

ma non è buja no di que' Cantori

la mente, ed aspra di que' cor la tempra

e non han forse lor bellezza e pompa

nevi, rupi, deserti, ombre, procelle,

natura grande, maestosa, augusta

in quell'orror selvaggio? Ah se più fresche

le molli erbette, più vezzosi i fiori,

più ridente l'april, più mite il verno

e più culte le genti a noi concesse

rara di Ciel benignitade, a noi

giovi pur derivarne affetti e suoni

di conforme piacer. Ned io quel Cielo,

d'oscurissime nubi avviluppato,

io non invidio, a cui mi splende in faccia

l'Italo Sol; ma né tampoco abborro

fra quelle tempestose oscuritadi

errar sull'ale del pensier romito;

e non so qual mi prende anzi vaghezza.

Natura è immensa, il Bello vario. E ride

grazioso di forme in que' d'Armida

lieti giardini (5), ed orrido s'infoca

nelle selve d'Ismeno. Altrui vien dolce

il mormorio de' placidi ruscelli

per erbosi canali, e freschi e molli;

a me rombo e fragor d'acqua montane

per dirupati massi alto fragnenti (6)

A chi piace dell'onda il sottil velo,

tremolo e crespo, quando ride il mare;

A chi l'ira de' flutti e la mugghiante

per liti e scogli aquilonar procella,

te il mattin giova; altri la sera; e cui

settembre, o maggio; ed anco il tardo giro

delle notti vernali altri diletta.

Ma non sempre vorrei deserti, o nevi, 

torrenti od aquiloni; e tu non sempre

ameresti, cred'io, l'alba, e l'aprile,

ché il vario alletta, e l'uniforme attrista.

Pure in quel Cielo nubiloso e tetro,

su quelle rupi squallide, tra il sordo

mugghiar di que' torrenti, incontro e ammiro

(chi il crederebbe?) immagini leggiadre,

teneri sensi, e cortesia d'amanti,

e fè di spose immacolata, e casti

di donzelle sospiri, e generosa

pietà di nati, e carità di suolo (8)

E così viva in ogni petto e calda

brama di cimentarsi ad alte imprese,

e tal ne' carmi una dolcezza, e tale

una mesta armonia, che t'empie il core...

Che dunque? Al greco e all'italo Permesso (9)

darem le spalle? E sulle nordich'alpi

solo avranno le muse albergo e tempio?

Stolto nocchier Scilla fuggendo, rompe

all'opposta Cariddi. (10) Il Bello, il Grande

ha patria l'universo. E tu nel cogli (11)

o stranio, o nostro, ove che sia. La pecchia (12)

coglie di tutti i fiori attico mele.

Ché se i Numi benigli o i casi avversi

quella vena ti schiusero che larga

move di dentro a inumidir le ciglia,

e t'assal quella languida tristezza,

ch'abita in cor gentile e vi ridesta

pensier soavi ed amorosi affetti,

Questo, bella Amaritte, è il tuo Poeta (13)


Note:

(1) di poesia. Il nettare è la bevanda degli Dei; la fonte Castalia scorre ai piedi del Parnaso abitato dalle muse.

(2) Questi e altri nomi che seguono sono dei personaggi dei poemi di Ossian. Toscar è il padre di Malvina. (vedi qua https://intervistemetal.blogspot.com/2017/08/i-satyricon-e-i-canti-di-ossian.html)

(3) Ostile. 

(4) Aria della Caledonia, antico nome della Scozia

(5) I giardini descritti nella "Gerusalemme Liberata" qui ricordati come immagine della ridente amenità italiana.

Ma nella "Gerusalemme" c'è anche l'orrido bosco del mago Ismeno.

(6) che si frangono dall'alto.

(7) "Liti", dal latino "Litus" per "Lidi"; la "procella aquilonare" è la tempesta da tramontana.

(8) Amore del suolo nativo

(9) La Poesia Italiana: il Permesso, fiume dell'Elicona, diventa metafora della Poesia, essendo l'Elicona abitata dalle Muse.

(10) I famosi pericoli dello stretto di Messina

(11) E tu coglilo da lì il Bello e il Grande dell'Universo

(12) Tutto il miele diventa attico, quali che siano i fiori succhiati dalle api (la pecchia), cioè tutto può essere bella poesia, come la greca, dovunque si intenda il bello nei suoi vari aspetti.

(13) Sia chi si voglia o di che parte, quegli è il tuo poeta che tocca la vena della commozione.


Nota di Lunaria: ovviamente queste atmosfere si sposano alla perfezione con del buon Symphonic Black Metal!!!

Il primo nome da fare sono i primi Cradle of Filth




Ma visto che stiamo parlando di un poeta italiana, citiamo anche due band italiane! Dark Unfathomed e Art Inferno!



Per avere una bella playlist a tema Sympho Black che ho compilato, scaricate il pdf dedicato a Musorgskij 😁 https://www.academia.edu/108776863/Musorgskij_e_il_Symphonic_Black_Metal_LOL_

Vedi anche: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2023/12/le-poesie-macabre-di-giovan-luigi.html



Le poesie macabre di Giovan Luigi Redaelli (1785-1815) e Francesco Benedetti (1785-1821)



GIOVAN LUIGI REDAELLI

"Il Passaggio della Beresina"

Appariva la stella vespertina

cinta di nembi, allor che giunsero dove

volge l'onda fatal la Beresina.

Colà la morte in mille guise piove,

e colà di mortali il fulmin cade

più tremendo del fulmine di Giove.

L'ultima tema i fuggitivi invade:

la calca che sul ponte angusto piomba

chiude a se stessa del fuggir le strade.

L'aere d'un grido universal rimbomba:

ne' gorghi affonda la misera gente,

e prima di perir trova la tomba.

Allora fra le tenebre si sente

un alitare, un gemer soffocato,

e nell'acque un dibattersi frequente

così, finché di nubi atre formato

stese il velo la notte: e quando a stento

sorse il sol di caligine ammantato

di pietà nuova scena e di spavento!

I gelati cadaveri fur visti

galleggiare sul flutto ancor cruento

E sulle sponde cogli estinti misti

pochi viventi ancor, ma senza speme,

e del tardo morir dolenti e tristi,

Tutto il resto è deserto ed a chi geme

solo il fiume risponde che del ponte

urta gli avanzi e ne ribolle e freme.

In questa guisa fra le ingiurie e l'onte

cadono i forti: e tu, lor duce, intanto

salvo ritorni con tranquilla fronte (...)


"Sogno di Morte"

Sognai che della notte

nel taciturno orror

con lagrime dirotte

sfogava il mio dolor;

sognai che al ciel chiedea,

empio, accusando il ciel,

colei che a me par dea

avvolta in uman vel.

Con prolungato accento

- l'avrai - mi si gridò;

ed il notturno vento

quel grido accompagnò.

Vidi degli astri allora

al dubbio scintillar,

di lei che m'innamora

le vesti biancheggiar:

e in palpiti d'affetto

cangiando i miei sospir,

corsi a quel caro oggetto

sull'ali del desir.

Ma, oh Dio!, per l'aer tetro

non l'adorato ben,

ma spaventevol spetro

strinsi, deluso, al sen.

Mirai l'orribil faccia,

e ritrar volli il piè:

ma colle scarne braccia

vietollo il crudo a me.

Al mio labbro agitato

da fremito mortal,

lo spettro unì il gelato

suo labbro sepolcral;

poi con le squallid'ossa

meco s'avviticchiò,

e in negra, immensa fossa

gemendo si scagliò.

Caddi raccapricciando;

ma il sonno allor svanì

e mi destai cercando,

dubbioso, i rai del dì.

Lasso! Squarciato è il velo

del sonno e del terror;

ma di quel bacio il gelo

sento sui labbri ancor.


FRANCESCO BENEDETTI  (1785-1821)

"Sui costumi del secolo presente"

[...] Ma tu sedendo intanto

nuda sul lido, or questa gente or quella

con lusinghiero canto

adeschi ad approdar, Circe Novella.

Son paghe or le tue voglie! 

Stai de' tuoi druidi fra i ricurvi artigli!

Ricchi di tolte spoglie,

dal tuo materno sen strappano i figli.

[...] Né ascoltano ancora i sacri

cenni intonar la vespertina squilla?

Né i lidi sol trinacri,

ma ogni borgo ne suoni ed ogni villa.

Ohimè che niun si desta!

Percosse de terror le menti immote,

tace la turba mesta,

e di bianco pallor copre le gote...