La Luna nella palude (fiaba, 1891)
"La Luna nella palude" fu citata in "Folk-Lore" 2, 1891, opera di Mrs. Balfour. Il tema della sparizione della Luna o del Sole è antichissimo, ed è ricollegabile al fenomeno delle eclissi, che per gli antichi era un evento catastrofico e terrifico; tuttavia, questa storia è stata narrata da una bambina a Mrs. Balfour.
Vi fu un tempo in cui gli uomini attesero invano che la Luna tornasse a risplendere.
Ci sono terre dove regnano sovrane le paludi. Erbe sottili dai lunghi filamenti e giunchi e tronchi spezzati dai rami nudi sorgono dall'acquitrino, che scintilla, ora verde ora argenteo tra le canne, rivelando a tratti il bruno rossastro e cupo del terreno. Chi conosca bene le paludi può attraversarla alla luce del giorno. Quando l'oscurità scende, le grandi pozze d'acqua nera e profonda, gli improvvisi vortici, le zone sabbiose dove il piede inesorabilmente affonda sono ardue a distinguersi anche per chi è nato in quella terra. Per gli stranieri, gli inesperti, gli abitanti delle città, le paludi si rivelano spesso fatali. Alla luce del giorno la palude può essere amica; vi crescono piante di cui l'uso è benefico, vi si cacciano prede dalla carne squisita e pregiata, anatre e folaghe, vi si possono pescare le fuggevoli anguille dalla grossa carne saporita. Quando le tenebre scendono, le grandi pozze di acqua nera, i vortici, le insidiose sabbie non costituiscono il solo pericolo. Le creature malefiche che temono la luce si ridestano, strisciano tra le canne, balzano dall'acqua melmosa, animano i nudi rami dei tronchi; streghe, serpenti, misteriosi e sconosciuti orrori, lividi fantasmi verdi come l'acquitrino abitano la palude nelle notti di tenebra, e minacciano chi vi si trovi sperduto. Ma nelle notti di luna piena, le creature malefiche che temono la luce si acquattano nelle tane, nei nascondigli, e non osano uscirne fino a quando la ferma luce della luna accarezza la palude. Allora la palude è incantata: i melmosi acquitrini scintillano di un quieto e limpido argento, le canne scure si muovono appena alla brezza notturna e si riflettono nell'acqua come si chinassero a baciarla. La luce è ferma, sospesa, immobile, il silenzio dolce; la palude rivela i suoi incanti, si accende di riflessi glauchi, di bagliori azzurri, e nessuno teme di percorrerla, di smarrire la strada, di inabissarsi nelle acque profonde dove si riflettono le costellazioni, di cadere vittime delle creature malefiche. Ma, con tutta la sua gloriosa potenza, la luna non può risplendere alta se non nei giorni che le sono stati concessi. Ora, avendo udito delle malefiche creature che tessevano incantesimi e inganni contro chi fosse tanto avventato o ignaro da attraversare la palude nelle notti oscure, la luna volle scendere lei stessa e sapere se davvero esistessero le creature tenebrose o non fossero vive soltanto nella spaurita immaginazione dei viandanti. Quando le notti di plenilunio giunsero al termine, la luna si avvolse in un nero mantello, nascose sotto un cappuccio nero il vivido scintillio dei suoi capelli, e scese dolcemente sulla palude, muovendosi tra le canne e i giunchi e i melmosi acquitrini più leggera della brezza notturna alla cui carezza le canne frusciavano in un lungo ininterrotto mormorio. Non vi era luce, poiché non vi era luna nel cielo, se non quella dei candidi piedini che uscivano dal mantello nero e gli improvvisi bagliori che il cappuccio non poteva nascondere. Una grande pozza nera e profonda si apriva al centro della palude, che la luna vide soltanto quando già stava per inghiottirla. Si ritrasse in fretta e si afferrò ai rami di un tronco spezzato, ma nell'istante in cui le bianche mani luminose afferrarono i rami, questi si piegarono, si attorcigliarono, si avvilupparono stringendole inesorabilmente i polsi: le creature malefiche che odiavano la luna per la sua luce iniziavano la loro vendetta. La luna era prigioniera della palude.
In quello stesso istante risuonò un grido, un lungo grido disperato che si avvicinava colmando di sé la vasta distesa della palude, e tuttavia si faceva sempre più spento. Un uomo era perduto tra gli acquitrini e sentiva strisciare viscide attorno a sé le creature malefiche; incespicando, cadendo, affondando nella melma, impigliandosi nei lunghi filamenti delle erbe, affannato, spaurito, esausto, si dirigeva, scorgendovi la sua unica speranza di salvezza, verso quella inattesa luce di cui ignorava la fonte: le candide, luminose mani della luna prigioniera. Ma quella tenue luce ferma e bianca l'avrebbe inesorabilmente attirato verso la profonda pozza dove la luna stessa aveva corso il rischio di inabissarsi. Comprendendolo, lei si dibatté, si divincolò, lottò disperatamente contro i rami che la imprigionavano, si ferì e lacerò le mani nell'ansia di liberare i polsi da quella stretta crudele. Inutilmente. Tuttavia, in quella lotta disperata il cappuccio le scivolò dal viso, e l'onda lucente dei suoi capelli ricadde sul mantello nero accendendo di luce la palude. Incredulo, pazzo di gioia, l'uomo non si chiese il perché di quella luce improvvisa: correndo per quanto gli era possibile, allontanando le canne e i giunchi che gli impedivano il passo, ridendo per la felicità e l'emozione, raggiunse il sentiero e corse fuori dalla palude. Presa dalla felicità di aver potuto salvare l'uomo perduto nella palude, la luna dimenticò quanto a lei stessa fosse necessaria la salvezza: e quando volle chiamarlo affinché la sciogliesse da quella stretta crudele, l'uomo era ormai troppo lontano per poterla udire. Né forse, spaventato dai pericoli notturni della palude, avrebbe accettato di tornare sui suoi passi. Accadde dunque che la luna riprendesse a dibattersi, a divincolarsi, a lottare per liberarsi da quella stretta inesorabile. Inutilmente. Nei suoi frenetici e ansiosi movimenti, altro non poté che far ricadere sul viso il cappuccio nero. Le tenebre piombarono sulla palude; la brezza notturna tacque; suoni improvvisi, crepitii, fruscii, sibili aspri e insistenti, risate crudeli, uno strisciare tra le canne, tonfi sordi, nelle acque nere, un vento caldo e ansante come un respiro, animarono sinistramente la palude. Le creature malefiche uscivano dalle loro tane, dai melmosi nascondigli, accerchiavano la luna prigioniera. I verdi spettri della palude dall'ansito profondo e affannoso, le streghe della melma dalla lunghe dita verdi come filamenti d'erba, i serpenti dalle squame argentee, gli orrori striscianti la circondavano gridando, ridendo, ringhiando; le si attorcigliavano alle gambe, le alitavano sul viso fissandola con gli spaventosi occhi morti, la graffiavano e la colpivano, e gridando e disputando tra loro minacciavano di strangolarla, di soffocarla, di avvelenarla, in un coro crudele e discorde, che scuoteva i giunchi e le canne e faceva fremere le nere acque della palude. Impotente e prigioniera, la luna si augurava che davvero potessero ucciderla. Ma ognuna di quelle ottuse, crudeli creature voleva vendicarsi a suo modo della benefica luce notturna che le ricacciava nei loro nascondigli e impediva i loro malefici, e disputavano tra loro e gridavano e si accapigliavano e minacciavano e insultavano. E infine videro lo spento, grigio chiarore dell'alba salire dal cielo. Ai primi bagliori dell'aurora sarebbero state ricacciate nelle loro tane, nei melmosi nascondigli, al fondo delle acque morte, tra le mobili sabbie insidiose. Ogni discordia tacque. Afferrarono la luna con le mani artigliate, viscide, spettrali, con le lunghe spire dei serpenti, con le verdi dita delle streghe che le si attorcigliavano attorno come corde, la afferrarono e la affondarono sotto l'acqua della palude trascinandole sopra un sinistro macigno grigio. La luna giacque in fondo alla palude, sotto le acque nere e la melma, sotto il grigio macigno che ne celava lo splendore. Con il trascorrere dei giorni, si avvicinava la notte del nuovo plenilunio e tutti si preparavano a festeggiare la rinnovata gloria della luna, a intrecciare danze, a accendere fuochi in suo onore. Ma il cielo rimase nero e profondo, i fuochi vennero tristemente spenti, la musica tacque. Le creature malefiche della notte trionfavano e imperversavano nella palude. Le loro grida, i loro sibili, i tonfi, i fruscii scatenevano ogni notte nella palude un infernale sabba. Nessuno osava avvicinarsi; il terrore invadeva i cuori più saldi. I giorni e le notti si avvicendavano, la luce delle stelle e delle costellazioni si faceva vivida nel cielo; ma la calda presenza della luna non tornava a risplendere. Gli abitanti si recarono allora da una vecchia maga, una donna sapiente esperta in molte magie e incantesimi. La donna consultò lo specchio magico, sfogliò a lungo il libro delle realtà nascoste, e scosse il capo."Vedo un luogo buio, nere acque profonde e fremiti improvvisi d'acqua; non vedo altro." Molti pensarono allora che la luna, tramontando nel mare, vi si fosse inabissata. Ma non rinunciarono per questo alla speranza, sebbene il peso nei loro cuori si facesse sempre più cupo. Né rinunciarono a parlare tra loro di quella misteriosa sparizione, e delle parole della maga. Un giorno erano tutti riuniti a parlare tra loro di un nuovo luogo per la caccia e la pesca, poiché nessuno osava più avvicinarsi alla palude, fosse pure nel più trionfale splendore del sole. Un uomo, un merciaio straniero che giungeva di quando in quando al villaggio a vendere la sua povera mercanzia, appese così quel che era accaduto, chiese gli venissero ripetute le parole della maga, e inaspettatamente disse: "La palude! Non il mare, come avete creduto, la palude. Là deve essere sepolta la luna." E narrò di averla attraversata una notte, di esservisi smarrito e di essere stato salvato da una luce improvvisa, una luce inattesa, ferma e dorata come una luce lunare. Gli abitanti tornarono dalla maga. "La luna è nella palude. Che cosa dobbiamo fare per ritrovarla? La vecchia guardò nuovamente nello specchio magico, consultò il libro, quindi annuì. "La palude, sì, la luna deve in verità essere nella palude. Non distinguo dove; ma voi recatevi alla palude prima che le tenebre siano fitte, e badate di portare con voi, ognuno di voi, un ramo del magico nocciolo per proteggervi. Questo è quel che ho veduto nello specchio: una bara, uno scheletro, una candela prossima a spegnersi. Cercate la bara, la candela e lo scheletro e troverete la luna."
Gli uomini si avventurarono nella palude. Stringendo ognuno davanti a sé il ramo di nocciolo, si incamminarono sui sentieri conosciuti, guardandosi attorno con ansia e timore, stretti e vicini gli uni agli altri, si incamminarono alla ricerca della bara, dello scheletro, della candela. Guardarono con timore il cielo, che non si oscurasse troppo velocemente, che non piombassero le tenebre a scatenare le creature malefiche della notte. Percorsero a lungo, cautamente la palude, stringendo il ramo di nocciolo con tanta forza da ferirsi le mani. Giunsero infine, stretti l'uno all'altro, tremanti e spauriti, alla grande pozza di acqua nera. Era l'ora in cui la sera scivola nella notte, quando le tenebre, seppure profonde, sono prive ancora di densità, così che una sorta di leggerezza le penetra, e consente di scorgere, improvvise, come scaturite dal nulla, inconsistenti e tuttavia nitide, realtà inattese. A quel singolare chiarore notturno gli uomini videro una grande, sinistra pietra grigia simile a una bara, un tronco d'albero spezzato che vi distendeva sopra i rami nudi, come uno scheletro fra le sue braccia senza vita e sui rami un povero bagliore che oscillava e guizzava improvviso con disperata volontà, come una candela prossima a spegnersi. Gli uomini caddero a terra, le ginocchia affondate nella melma, presi da un panico ignoto che presto si mutò in speranza. Si rialzarono, chiamarono a raccolta tutte le loro forze, usarono i rami di nocciolo come leva, e sollevarono la grande, sinistra pietra grigia. E dalle nere acque del fossato, dalle cupe profondità dell'acquitrino videro sorgere un viso luminoso, sorridente e felice. Non fu che un istante: la luce nera era così intensa che dovettero chiudere gli occhi e arretrarono. Quando osarono riaprirli, videro la palude incantata risplendere della ferma, chiara luce lunare che la inondava. Alzarono lo sguardo. Nel cielo il disco splendente e pieno della luna mandava la sua luce ferma e chiara sulla palude, rivelava l'esile bellezza delle canne e dei giunchi, diritti, scuri, nitidi, mossi appena dalla lieve brezza notturna. Glauchi riflessi e azzurri bagliori salivano dai verdi acquitrini e pareva non vi fosse un solo nascondiglio, un solo misterioso anfratto di cui la luna non rivelasse tutta la conosciuta, limpida bellezza.
Non guarderemo forse con occhi diversi la luna, ora che sappiamo quali rischi abbia affrontato per salvare gli uomini dalle creature malefiche della notte?
Vi fu un tempo in cui gli uomini attesero invano che la Luna tornasse a risplendere.
Ci sono terre dove regnano sovrane le paludi. Erbe sottili dai lunghi filamenti e giunchi e tronchi spezzati dai rami nudi sorgono dall'acquitrino, che scintilla, ora verde ora argenteo tra le canne, rivelando a tratti il bruno rossastro e cupo del terreno. Chi conosca bene le paludi può attraversarla alla luce del giorno. Quando l'oscurità scende, le grandi pozze d'acqua nera e profonda, gli improvvisi vortici, le zone sabbiose dove il piede inesorabilmente affonda sono ardue a distinguersi anche per chi è nato in quella terra. Per gli stranieri, gli inesperti, gli abitanti delle città, le paludi si rivelano spesso fatali. Alla luce del giorno la palude può essere amica; vi crescono piante di cui l'uso è benefico, vi si cacciano prede dalla carne squisita e pregiata, anatre e folaghe, vi si possono pescare le fuggevoli anguille dalla grossa carne saporita. Quando le tenebre scendono, le grandi pozze di acqua nera, i vortici, le insidiose sabbie non costituiscono il solo pericolo. Le creature malefiche che temono la luce si ridestano, strisciano tra le canne, balzano dall'acqua melmosa, animano i nudi rami dei tronchi; streghe, serpenti, misteriosi e sconosciuti orrori, lividi fantasmi verdi come l'acquitrino abitano la palude nelle notti di tenebra, e minacciano chi vi si trovi sperduto. Ma nelle notti di luna piena, le creature malefiche che temono la luce si acquattano nelle tane, nei nascondigli, e non osano uscirne fino a quando la ferma luce della luna accarezza la palude. Allora la palude è incantata: i melmosi acquitrini scintillano di un quieto e limpido argento, le canne scure si muovono appena alla brezza notturna e si riflettono nell'acqua come si chinassero a baciarla. La luce è ferma, sospesa, immobile, il silenzio dolce; la palude rivela i suoi incanti, si accende di riflessi glauchi, di bagliori azzurri, e nessuno teme di percorrerla, di smarrire la strada, di inabissarsi nelle acque profonde dove si riflettono le costellazioni, di cadere vittime delle creature malefiche. Ma, con tutta la sua gloriosa potenza, la luna non può risplendere alta se non nei giorni che le sono stati concessi. Ora, avendo udito delle malefiche creature che tessevano incantesimi e inganni contro chi fosse tanto avventato o ignaro da attraversare la palude nelle notti oscure, la luna volle scendere lei stessa e sapere se davvero esistessero le creature tenebrose o non fossero vive soltanto nella spaurita immaginazione dei viandanti. Quando le notti di plenilunio giunsero al termine, la luna si avvolse in un nero mantello, nascose sotto un cappuccio nero il vivido scintillio dei suoi capelli, e scese dolcemente sulla palude, muovendosi tra le canne e i giunchi e i melmosi acquitrini più leggera della brezza notturna alla cui carezza le canne frusciavano in un lungo ininterrotto mormorio. Non vi era luce, poiché non vi era luna nel cielo, se non quella dei candidi piedini che uscivano dal mantello nero e gli improvvisi bagliori che il cappuccio non poteva nascondere. Una grande pozza nera e profonda si apriva al centro della palude, che la luna vide soltanto quando già stava per inghiottirla. Si ritrasse in fretta e si afferrò ai rami di un tronco spezzato, ma nell'istante in cui le bianche mani luminose afferrarono i rami, questi si piegarono, si attorcigliarono, si avvilupparono stringendole inesorabilmente i polsi: le creature malefiche che odiavano la luna per la sua luce iniziavano la loro vendetta. La luna era prigioniera della palude.
In quello stesso istante risuonò un grido, un lungo grido disperato che si avvicinava colmando di sé la vasta distesa della palude, e tuttavia si faceva sempre più spento. Un uomo era perduto tra gli acquitrini e sentiva strisciare viscide attorno a sé le creature malefiche; incespicando, cadendo, affondando nella melma, impigliandosi nei lunghi filamenti delle erbe, affannato, spaurito, esausto, si dirigeva, scorgendovi la sua unica speranza di salvezza, verso quella inattesa luce di cui ignorava la fonte: le candide, luminose mani della luna prigioniera. Ma quella tenue luce ferma e bianca l'avrebbe inesorabilmente attirato verso la profonda pozza dove la luna stessa aveva corso il rischio di inabissarsi. Comprendendolo, lei si dibatté, si divincolò, lottò disperatamente contro i rami che la imprigionavano, si ferì e lacerò le mani nell'ansia di liberare i polsi da quella stretta crudele. Inutilmente. Tuttavia, in quella lotta disperata il cappuccio le scivolò dal viso, e l'onda lucente dei suoi capelli ricadde sul mantello nero accendendo di luce la palude. Incredulo, pazzo di gioia, l'uomo non si chiese il perché di quella luce improvvisa: correndo per quanto gli era possibile, allontanando le canne e i giunchi che gli impedivano il passo, ridendo per la felicità e l'emozione, raggiunse il sentiero e corse fuori dalla palude. Presa dalla felicità di aver potuto salvare l'uomo perduto nella palude, la luna dimenticò quanto a lei stessa fosse necessaria la salvezza: e quando volle chiamarlo affinché la sciogliesse da quella stretta crudele, l'uomo era ormai troppo lontano per poterla udire. Né forse, spaventato dai pericoli notturni della palude, avrebbe accettato di tornare sui suoi passi. Accadde dunque che la luna riprendesse a dibattersi, a divincolarsi, a lottare per liberarsi da quella stretta inesorabile. Inutilmente. Nei suoi frenetici e ansiosi movimenti, altro non poté che far ricadere sul viso il cappuccio nero. Le tenebre piombarono sulla palude; la brezza notturna tacque; suoni improvvisi, crepitii, fruscii, sibili aspri e insistenti, risate crudeli, uno strisciare tra le canne, tonfi sordi, nelle acque nere, un vento caldo e ansante come un respiro, animarono sinistramente la palude. Le creature malefiche uscivano dalle loro tane, dai melmosi nascondigli, accerchiavano la luna prigioniera. I verdi spettri della palude dall'ansito profondo e affannoso, le streghe della melma dalla lunghe dita verdi come filamenti d'erba, i serpenti dalle squame argentee, gli orrori striscianti la circondavano gridando, ridendo, ringhiando; le si attorcigliavano alle gambe, le alitavano sul viso fissandola con gli spaventosi occhi morti, la graffiavano e la colpivano, e gridando e disputando tra loro minacciavano di strangolarla, di soffocarla, di avvelenarla, in un coro crudele e discorde, che scuoteva i giunchi e le canne e faceva fremere le nere acque della palude. Impotente e prigioniera, la luna si augurava che davvero potessero ucciderla. Ma ognuna di quelle ottuse, crudeli creature voleva vendicarsi a suo modo della benefica luce notturna che le ricacciava nei loro nascondigli e impediva i loro malefici, e disputavano tra loro e gridavano e si accapigliavano e minacciavano e insultavano. E infine videro lo spento, grigio chiarore dell'alba salire dal cielo. Ai primi bagliori dell'aurora sarebbero state ricacciate nelle loro tane, nei melmosi nascondigli, al fondo delle acque morte, tra le mobili sabbie insidiose. Ogni discordia tacque. Afferrarono la luna con le mani artigliate, viscide, spettrali, con le lunghe spire dei serpenti, con le verdi dita delle streghe che le si attorcigliavano attorno come corde, la afferrarono e la affondarono sotto l'acqua della palude trascinandole sopra un sinistro macigno grigio. La luna giacque in fondo alla palude, sotto le acque nere e la melma, sotto il grigio macigno che ne celava lo splendore. Con il trascorrere dei giorni, si avvicinava la notte del nuovo plenilunio e tutti si preparavano a festeggiare la rinnovata gloria della luna, a intrecciare danze, a accendere fuochi in suo onore. Ma il cielo rimase nero e profondo, i fuochi vennero tristemente spenti, la musica tacque. Le creature malefiche della notte trionfavano e imperversavano nella palude. Le loro grida, i loro sibili, i tonfi, i fruscii scatenevano ogni notte nella palude un infernale sabba. Nessuno osava avvicinarsi; il terrore invadeva i cuori più saldi. I giorni e le notti si avvicendavano, la luce delle stelle e delle costellazioni si faceva vivida nel cielo; ma la calda presenza della luna non tornava a risplendere. Gli abitanti si recarono allora da una vecchia maga, una donna sapiente esperta in molte magie e incantesimi. La donna consultò lo specchio magico, sfogliò a lungo il libro delle realtà nascoste, e scosse il capo."Vedo un luogo buio, nere acque profonde e fremiti improvvisi d'acqua; non vedo altro." Molti pensarono allora che la luna, tramontando nel mare, vi si fosse inabissata. Ma non rinunciarono per questo alla speranza, sebbene il peso nei loro cuori si facesse sempre più cupo. Né rinunciarono a parlare tra loro di quella misteriosa sparizione, e delle parole della maga. Un giorno erano tutti riuniti a parlare tra loro di un nuovo luogo per la caccia e la pesca, poiché nessuno osava più avvicinarsi alla palude, fosse pure nel più trionfale splendore del sole. Un uomo, un merciaio straniero che giungeva di quando in quando al villaggio a vendere la sua povera mercanzia, appese così quel che era accaduto, chiese gli venissero ripetute le parole della maga, e inaspettatamente disse: "La palude! Non il mare, come avete creduto, la palude. Là deve essere sepolta la luna." E narrò di averla attraversata una notte, di esservisi smarrito e di essere stato salvato da una luce improvvisa, una luce inattesa, ferma e dorata come una luce lunare. Gli abitanti tornarono dalla maga. "La luna è nella palude. Che cosa dobbiamo fare per ritrovarla? La vecchia guardò nuovamente nello specchio magico, consultò il libro, quindi annuì. "La palude, sì, la luna deve in verità essere nella palude. Non distinguo dove; ma voi recatevi alla palude prima che le tenebre siano fitte, e badate di portare con voi, ognuno di voi, un ramo del magico nocciolo per proteggervi. Questo è quel che ho veduto nello specchio: una bara, uno scheletro, una candela prossima a spegnersi. Cercate la bara, la candela e lo scheletro e troverete la luna."
Gli uomini si avventurarono nella palude. Stringendo ognuno davanti a sé il ramo di nocciolo, si incamminarono sui sentieri conosciuti, guardandosi attorno con ansia e timore, stretti e vicini gli uni agli altri, si incamminarono alla ricerca della bara, dello scheletro, della candela. Guardarono con timore il cielo, che non si oscurasse troppo velocemente, che non piombassero le tenebre a scatenare le creature malefiche della notte. Percorsero a lungo, cautamente la palude, stringendo il ramo di nocciolo con tanta forza da ferirsi le mani. Giunsero infine, stretti l'uno all'altro, tremanti e spauriti, alla grande pozza di acqua nera. Era l'ora in cui la sera scivola nella notte, quando le tenebre, seppure profonde, sono prive ancora di densità, così che una sorta di leggerezza le penetra, e consente di scorgere, improvvise, come scaturite dal nulla, inconsistenti e tuttavia nitide, realtà inattese. A quel singolare chiarore notturno gli uomini videro una grande, sinistra pietra grigia simile a una bara, un tronco d'albero spezzato che vi distendeva sopra i rami nudi, come uno scheletro fra le sue braccia senza vita e sui rami un povero bagliore che oscillava e guizzava improvviso con disperata volontà, come una candela prossima a spegnersi. Gli uomini caddero a terra, le ginocchia affondate nella melma, presi da un panico ignoto che presto si mutò in speranza. Si rialzarono, chiamarono a raccolta tutte le loro forze, usarono i rami di nocciolo come leva, e sollevarono la grande, sinistra pietra grigia. E dalle nere acque del fossato, dalle cupe profondità dell'acquitrino videro sorgere un viso luminoso, sorridente e felice. Non fu che un istante: la luce nera era così intensa che dovettero chiudere gli occhi e arretrarono. Quando osarono riaprirli, videro la palude incantata risplendere della ferma, chiara luce lunare che la inondava. Alzarono lo sguardo. Nel cielo il disco splendente e pieno della luna mandava la sua luce ferma e chiara sulla palude, rivelava l'esile bellezza delle canne e dei giunchi, diritti, scuri, nitidi, mossi appena dalla lieve brezza notturna. Glauchi riflessi e azzurri bagliori salivano dai verdi acquitrini e pareva non vi fosse un solo nascondiglio, un solo misterioso anfratto di cui la luna non rivelasse tutta la conosciuta, limpida bellezza.
Non guarderemo forse con occhi diversi la luna, ora che sappiamo quali rischi abbia affrontato per salvare gli uomini dalle creature malefiche della notte?
Introduzione ai ''Fiori del Male'' di Baudelaire
Tratto da
Quando Hippolyte Babou suggerì a Baudelaire come titolo per le sue poesie "I fiori del male", il poeta vi riconobbe l'immagine viva delle sue liriche: era il titolo che aveva cercato per anni. Quando nel 1857 mette in vendita "I fiori del male" un velenoso articolo di Bourdin in "Le Figaro" ne provoca il sequestro. Baudelaire e l'editore sono condannati, dallo stesso magistrato accusatore di "Madame Bovary" di Flaubert, per "oltraggio alla morale pubblica": sei poesie devono essere soppresse e bisognerà pagare una grossa ammenda.
Baudelaire tolse le sei liriche incriminate. L'opera è dedicata a Théophile Gautier, "poeta impeccabile", come omaggio e segno di ammirazione: Baudelaire aveva guardato a lui come maestro; ma è anche al lettore, a chi come lui sa che la creatura umana ha in sé contemporaneamente due aspirazioni profonde, l'una verso Dio, l'altra verso Satana, un uomo che ha conosciuto il dramma di sentire in sé contemporaneamente le vertigini dell'abisso e lo splendore dei "cieli immensi".
Volendo indicare i molti e diversi motivi che compongono la tematica dell'opera, diremo che nel primo capitolo "Spleen e Ideale", Baudelaire ha raccolto le liriche, nate sui motivi della miseria e grandezza dell'uomo, del destino del poeta, del significato dell'arte indicata come unica speranza di salvezza, dell'amore, esperienza esaltante e dolorosa, che è soltanto fugace e ingannevole miraggio di liberazione e, soprattutto, del male di vivere.
In "Quadri parigini" è la città ad essere protagonista, "il mostruoso ammasso di uomini e pietre", in cui il poeta si aggira, mischiandosi alla folla di mendicanti, prostitute, saltimbanchi, cercando disperatamente di liberarsi dal suo male di vivere: ma Parigi è l'immagine stessa di quel male e il poeta non può che riconoscervi la sua stessa infelicità.
Nel "Il vino" l'uomo cerca di liberarsi dallo "spleen" rifugiandosi nei paradisi artificiali, di cui però si ritorna troppo presto e profondamente distrutti.
In "I fiori del male" motivo dominante è il vizio, in tutti i suoi molteplici aspetti, esperienza da cui l'uomo non saprà più uscire perché gli scoprirà brutalmente gli abissi della sua natura.
In "La ribellione" la perversione, che porta il segno di Satana, viene significata in versi cupi di esasperazione, di orrori, di bestemmie; in "La morte" motivi dominantii sono il desiderio della morte, invocata come liberatrice delle angosce, unica speranza della vita.
"I fiori del male" sono il primo grande libro di poesia moderna: Baudelaire assume nella sua opera i motivi del Romanticismo, li rastrema e li raffina avendo ben presente l'esperienza simbolista, e crea un modello di una nuova sensibilità, inquieta, sofferente, lacerata tra la realtà e la fantasia, tra il pessimismo e l'ideale, che sarà la sensibilità del Decadentismo.
è una poesia sensualmente carica, che sa esprimere le voluttà più sfrenate e le più delicate sfumature del sentimento, gli stati d'animo più ambigui, i paesaggi sontuosi dell'esotismo e drammatici della città: una poesia quindi immaginifica, psicologica, sontuosa. Ma al tempo stesso punta sulla profondità del proprio io, la situazione esistenziale, il rapporto del peccatore con Dio, il pessimismo e la carità. E proprio di questa compresenza dei due elementi, il sensuale e lo spirituale, la poesia di Baudelaire trae la sua suggestione.
Sullo stesso argomento, vedi anche:
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2018/06/introduzione-al-decadentismo.html
Qualche poesia, tra quelle che preferisco:
"Rimorso postumo"
Quando tu dormirai, mia bella tenebrosa,
nell'ombra di un famedio (1) costrutto in marmo nero
e quando non avrai per alcova e maniero
che un ipogeo (2) stillante e un'arca paurosa;
quando il marmo, opprimendo la curva generosa
dei tuoi fianchi d'avorio e del tuo petto altero,
impedirà di battere al cuore prigioniero
e al pie' di proseguire la corsa avventurosa,
la tomba, confidente del mio sogno infinito
(poiché solo la tomba comprende il sognatore),
ti dirà nelle notti donde il sonno è bandito:
"Che vale aver sdegnato, etèra, senza amore,
ciò che ogni morto insonne rimpiange nell'avello?"
Come un rimorso, un verme ti roderà il cervello.
1) edificio funebre
2) tomba sotterranea
3) cortigiana
"Un fantasma"
I
Le Tenebre
Nell'ipogeo della tristezza nera
dove soffro, dannato dal destino;
dove non entra un raggio mattutino;
dove solo, con l'ombra, ospite austera,
mi sento come un povero pittore
che un dio condanni a pinger nella notte;
dove, cucinator che tutto inghiotte
faccio bollire e divoro il mio cuore,
a volte brilla, poi s'accresce e sale
un fantasma splendente di bellezza.
Dal suo sognante incesso orientale,
allor che attinge la sua compiutezza,
riconosco la mia visitatrice:
è Lei! la chiara e fosca ammaliatrice!
"Cielo fosco"
Par che il tuo sguardo sia velato da un vapore,
e gli occhi misteriosi, lesti a mutar colore,
teneri a volta o assorti nell'estasi o crudeli,
specchiano l'indolenza e il pallore dei cieli.
[...]
O donna perigliosa, o climi seducenti!
Saprò amar la tua neve e le vostre pungenti
brinate, e dall'inverno col suo crudo rovaio
trarre gioie più acute del ghiaccio e dell'acciaio?
"Canto d'Autunno"
Presto ripiomberemo nei giorni freddi e oscuri;
addio nostre splendenti, ma troppo brevi estati!
Con tonfi sordi e cupi, sotto le atroci scuri,
sento di già cadere i ceppi sui selciati.
Sta per tornarmi in cuore tutto il feroce inverno;
odio, furore, collera, sfacchinare forzato;
e, come il sole chiuso nel suo polare inferno,
il mio cuor sarà un rosso coagulo ghiacciato.
[...]
"Lo spettro"
Come un angelo maledetto
io ritornerò nel tuo letto,
e, presso di te, senza voce,
scivolerò, nel buio atroce;
e tu sentirai, bella bruna,
un bacio, che ha il gel della luna,
e la carezza d'un serpente
che si torce lubricamente.
Al primo bagliore malcerto
troverai il mio posto deserto
e rabbrividente d'algore.
Come altri con la tenerezza,
io, sopra la tua giovinezza,
intendo regnar col terrore.
"La campana incrinata"
è amaro e dolce insieme, sentir nell'invernale
notte, vicino al fuoco che palpita e che fuma,
un ricordo lontano che lentamente sale
al suon delle campane dondanti nella bruma.
Felice la campana della gola possente
che vivace e robusta, nonostante la molta
vecchiezza, lancia il mistico richiamo, fedelmente
come un vecchio soldato che vigili di scolta.
Ma quest'anima, invece, è crinata, e se tenta
di popolar di canti la notte sonnolenta,
spesso avvien che il suo triste accento affievolito
sembri il rantolo greve di un povero ferito
che, schiacciato da un mucchio di morti, nell'orrore
di uno stagno di sangue, tra immani sforzi, muore.
"Spleen"
Quando il ciel, basso e greve, pesa come un coperchio
sull'anima che geme dal lungo tedio oppressa,
e serra l'orizzonte nel suo brumoso cerchio,
e versa un lume triste più della notte stessa;
quando la terra sembra un'umida segreta
ove, come una nottola, la squallida Speranza
va battendo sui muri, timida ed inquieta,
il capo e l'ala, in una disordinata danza;
e la pioggia, stendendo i suoi fili infiniti,
par che tessa le sbarre d'una vasta prigione,
e un taciturno popolo di ragni inferociti
sembra irretir la nostra sonnacchiosa ragione,
campane d'improvviso balzano con furore
e verso il cielo lanciano il loro urlio dolente,
come spiriti erranti, senza patria né amore,
che si mettano a gemere, cupi, ostinatamente,
E lunghi carri funebri sfilano muti, lenta-
mente nel mio deserto cuore che più non spera,
mentre l'Angoscia atroce, dispotica e violenta,
sopra il mio capo chino pianta l'insegna nera.
"Il gusto del nulla"
Anima triste, pronta un dì al combattimento,
la Speranza animosa che spronava il tuo ardore
più non t'inforca! Sdraiati, ormai, senza pudore
vecchia rozza, che inciampi ad ogni impedimento.
[...]
Ed il tempo mi inghiotte di momento in momento
come la neve un corpo già vinto dal torpore;
dall'alto io ti contemplo, terra, nel tuo turgore,
né vi cerco un riparo a tanto smarrimento.
Valanga, vuoi travolgermi fino al dissolvimento?
"Ossessione"
Voi m'atterrite, o boschi, come le cattedrali;
urlate come gli organi; e dentro i nostri cuori
echeggianti di rantoli come antri sepolcrali,
i vostri De profundis suonano ammonitori.
Oceano, ti detesto! I tuoi cupi tumulti,
li trova in sé il mio spirito; e le risate amare
dall'uomo vinto, piene di singhiozzi e d'insulti,
le riascolto nel riso smisurato del mare.
Quanto mi piaceresti, notte, senza il fedele
corteo d'astri, che parla un linguaggio ben noto!
Però ch'io cerco solo il buio, il nudo, il vuoto!
Ma le tenebre, anch'esse, son come immense tele
che l'occhio insonne popola di gente familiare,
creature scomparse, che un dì m'erano care.
"Nebbie e piogge"
Languir d'autunno, inverno, lunghi mesi stillanti,
giorni d'assopimento! vi lodo nei miei canti,
poi che avvolgete il pigro mio cuore e il mio pensiero
in un vago sepolcro, entro bende leggiere.
In questa landa, corsa dai venti sibilanti,
ove la banderuola strazia con incessanti
stridi la notte, meglio che nelle primavere
l'anima mia dischiude l'ali sue triste e nere.
Nulla è più dolce al cuore, pieno d'ombre funeree,
sul quale da gran tempo discendono le brine,
o pallide stagioni, sonnolenti regine,
nulla più che le vostre fosche nebbie cineree;
fuorché, forse, una sera, l'un presso l'altra stretto,
addormentar le pene sopra un qualunque letto.
"La fontana di sangue"
Mi par che il sangue, a volte, mi sfugga, a fiotti occulti,
simile a una fontana dai ritmici singulti.
Ben io lo sento scorrere - murmure di torrente;
ma la ferita aperta la cerco inutilmente.
Nella città, che appare come un campo cintato,
dilaga, trasformando in isole il selciato;
scorre, e dei sitibondi abbevera l'arsura,
e tinge, tutto intorno, di rosso la natura.
[...]
"La morte dei poveri"
è la Morte, purtroppo!, che dà forza e consola,
lo scopo della vita in cui l'anima spera,
il filtro che ci esalta, la magica parola
che ci fa camminare pazienti fino a sera.
Attraverso la neve e il turbine, è la sola
luce che vibra e splende in questa notte nera;
è l'asilo promesso dalla mistica fola
dove si mangia e dorme e l'anima è leggera.
[...]
"Donne dannate"
[...] Nulla potrà saziare questo mostro gemente
né dissetar la Furia, che con la torcia in mano,
lo brucia fino al vivo sangue, ferocemente.
[...] Voglio annientarmi sopra il tuo seno profondo,
che mi dà la beata frescura delle tombe.
"Lo zampillo"
[...]
O angelo delle mie notti,
è dolce posar sul tuo petto
sentendo quei gemiti rotti
dell'acqua, laggiù nel laghetto!
Penombre, in cui l'acqua bisbiglia
al ciel la sua triste elegia,
la vostra mestizia somiglia
a quella dell'anima mia.
Lo zampillo sbocciato
in mille fiori,
cui la luna ha donato
i suoi pallori,
cadendo è un disperato
pianto di cuori.
Quando Hippolyte Babou suggerì a Baudelaire come titolo per le sue poesie "I fiori del male", il poeta vi riconobbe l'immagine viva delle sue liriche: era il titolo che aveva cercato per anni. Quando nel 1857 mette in vendita "I fiori del male" un velenoso articolo di Bourdin in "Le Figaro" ne provoca il sequestro. Baudelaire e l'editore sono condannati, dallo stesso magistrato accusatore di "Madame Bovary" di Flaubert, per "oltraggio alla morale pubblica": sei poesie devono essere soppresse e bisognerà pagare una grossa ammenda.
Baudelaire tolse le sei liriche incriminate. L'opera è dedicata a Théophile Gautier, "poeta impeccabile", come omaggio e segno di ammirazione: Baudelaire aveva guardato a lui come maestro; ma è anche al lettore, a chi come lui sa che la creatura umana ha in sé contemporaneamente due aspirazioni profonde, l'una verso Dio, l'altra verso Satana, un uomo che ha conosciuto il dramma di sentire in sé contemporaneamente le vertigini dell'abisso e lo splendore dei "cieli immensi".
Volendo indicare i molti e diversi motivi che compongono la tematica dell'opera, diremo che nel primo capitolo "Spleen e Ideale", Baudelaire ha raccolto le liriche, nate sui motivi della miseria e grandezza dell'uomo, del destino del poeta, del significato dell'arte indicata come unica speranza di salvezza, dell'amore, esperienza esaltante e dolorosa, che è soltanto fugace e ingannevole miraggio di liberazione e, soprattutto, del male di vivere.
In "Quadri parigini" è la città ad essere protagonista, "il mostruoso ammasso di uomini e pietre", in cui il poeta si aggira, mischiandosi alla folla di mendicanti, prostitute, saltimbanchi, cercando disperatamente di liberarsi dal suo male di vivere: ma Parigi è l'immagine stessa di quel male e il poeta non può che riconoscervi la sua stessa infelicità.
Nel "Il vino" l'uomo cerca di liberarsi dallo "spleen" rifugiandosi nei paradisi artificiali, di cui però si ritorna troppo presto e profondamente distrutti.
In "I fiori del male" motivo dominante è il vizio, in tutti i suoi molteplici aspetti, esperienza da cui l'uomo non saprà più uscire perché gli scoprirà brutalmente gli abissi della sua natura.
In "La ribellione" la perversione, che porta il segno di Satana, viene significata in versi cupi di esasperazione, di orrori, di bestemmie; in "La morte" motivi dominantii sono il desiderio della morte, invocata come liberatrice delle angosce, unica speranza della vita.
"I fiori del male" sono il primo grande libro di poesia moderna: Baudelaire assume nella sua opera i motivi del Romanticismo, li rastrema e li raffina avendo ben presente l'esperienza simbolista, e crea un modello di una nuova sensibilità, inquieta, sofferente, lacerata tra la realtà e la fantasia, tra il pessimismo e l'ideale, che sarà la sensibilità del Decadentismo.
è una poesia sensualmente carica, che sa esprimere le voluttà più sfrenate e le più delicate sfumature del sentimento, gli stati d'animo più ambigui, i paesaggi sontuosi dell'esotismo e drammatici della città: una poesia quindi immaginifica, psicologica, sontuosa. Ma al tempo stesso punta sulla profondità del proprio io, la situazione esistenziale, il rapporto del peccatore con Dio, il pessimismo e la carità. E proprio di questa compresenza dei due elementi, il sensuale e lo spirituale, la poesia di Baudelaire trae la sua suggestione.
Sullo stesso argomento, vedi anche:
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2018/06/introduzione-al-decadentismo.html
Qualche poesia, tra quelle che preferisco:
"Rimorso postumo"
Quando tu dormirai, mia bella tenebrosa,
nell'ombra di un famedio (1) costrutto in marmo nero
e quando non avrai per alcova e maniero
che un ipogeo (2) stillante e un'arca paurosa;
quando il marmo, opprimendo la curva generosa
dei tuoi fianchi d'avorio e del tuo petto altero,
impedirà di battere al cuore prigioniero
e al pie' di proseguire la corsa avventurosa,
la tomba, confidente del mio sogno infinito
(poiché solo la tomba comprende il sognatore),
ti dirà nelle notti donde il sonno è bandito:
"Che vale aver sdegnato, etèra, senza amore,
ciò che ogni morto insonne rimpiange nell'avello?"
Come un rimorso, un verme ti roderà il cervello.
1) edificio funebre
2) tomba sotterranea
3) cortigiana
"Un fantasma"
I
Le Tenebre
Nell'ipogeo della tristezza nera
dove soffro, dannato dal destino;
dove non entra un raggio mattutino;
dove solo, con l'ombra, ospite austera,
mi sento come un povero pittore
che un dio condanni a pinger nella notte;
dove, cucinator che tutto inghiotte
faccio bollire e divoro il mio cuore,
a volte brilla, poi s'accresce e sale
un fantasma splendente di bellezza.
Dal suo sognante incesso orientale,
allor che attinge la sua compiutezza,
riconosco la mia visitatrice:
è Lei! la chiara e fosca ammaliatrice!
"Cielo fosco"
Par che il tuo sguardo sia velato da un vapore,
e gli occhi misteriosi, lesti a mutar colore,
teneri a volta o assorti nell'estasi o crudeli,
specchiano l'indolenza e il pallore dei cieli.
[...]
O donna perigliosa, o climi seducenti!
Saprò amar la tua neve e le vostre pungenti
brinate, e dall'inverno col suo crudo rovaio
trarre gioie più acute del ghiaccio e dell'acciaio?
"Canto d'Autunno"
Presto ripiomberemo nei giorni freddi e oscuri;
addio nostre splendenti, ma troppo brevi estati!
Con tonfi sordi e cupi, sotto le atroci scuri,
sento di già cadere i ceppi sui selciati.
Sta per tornarmi in cuore tutto il feroce inverno;
odio, furore, collera, sfacchinare forzato;
e, come il sole chiuso nel suo polare inferno,
il mio cuor sarà un rosso coagulo ghiacciato.
[...]
"Lo spettro"
Come un angelo maledetto
io ritornerò nel tuo letto,
e, presso di te, senza voce,
scivolerò, nel buio atroce;
e tu sentirai, bella bruna,
un bacio, che ha il gel della luna,
e la carezza d'un serpente
che si torce lubricamente.
Al primo bagliore malcerto
troverai il mio posto deserto
e rabbrividente d'algore.
Come altri con la tenerezza,
io, sopra la tua giovinezza,
intendo regnar col terrore.
"La campana incrinata"
è amaro e dolce insieme, sentir nell'invernale
notte, vicino al fuoco che palpita e che fuma,
un ricordo lontano che lentamente sale
al suon delle campane dondanti nella bruma.
Felice la campana della gola possente
che vivace e robusta, nonostante la molta
vecchiezza, lancia il mistico richiamo, fedelmente
come un vecchio soldato che vigili di scolta.
Ma quest'anima, invece, è crinata, e se tenta
di popolar di canti la notte sonnolenta,
spesso avvien che il suo triste accento affievolito
sembri il rantolo greve di un povero ferito
che, schiacciato da un mucchio di morti, nell'orrore
di uno stagno di sangue, tra immani sforzi, muore.
"Spleen"
Quando il ciel, basso e greve, pesa come un coperchio
sull'anima che geme dal lungo tedio oppressa,
e serra l'orizzonte nel suo brumoso cerchio,
e versa un lume triste più della notte stessa;
quando la terra sembra un'umida segreta
ove, come una nottola, la squallida Speranza
va battendo sui muri, timida ed inquieta,
il capo e l'ala, in una disordinata danza;
e la pioggia, stendendo i suoi fili infiniti,
par che tessa le sbarre d'una vasta prigione,
e un taciturno popolo di ragni inferociti
sembra irretir la nostra sonnacchiosa ragione,
campane d'improvviso balzano con furore
e verso il cielo lanciano il loro urlio dolente,
come spiriti erranti, senza patria né amore,
che si mettano a gemere, cupi, ostinatamente,
E lunghi carri funebri sfilano muti, lenta-
mente nel mio deserto cuore che più non spera,
mentre l'Angoscia atroce, dispotica e violenta,
sopra il mio capo chino pianta l'insegna nera.
"Il gusto del nulla"
Anima triste, pronta un dì al combattimento,
la Speranza animosa che spronava il tuo ardore
più non t'inforca! Sdraiati, ormai, senza pudore
vecchia rozza, che inciampi ad ogni impedimento.
[...]
Ed il tempo mi inghiotte di momento in momento
come la neve un corpo già vinto dal torpore;
dall'alto io ti contemplo, terra, nel tuo turgore,
né vi cerco un riparo a tanto smarrimento.
Valanga, vuoi travolgermi fino al dissolvimento?
"Ossessione"
Voi m'atterrite, o boschi, come le cattedrali;
urlate come gli organi; e dentro i nostri cuori
echeggianti di rantoli come antri sepolcrali,
i vostri De profundis suonano ammonitori.
Oceano, ti detesto! I tuoi cupi tumulti,
li trova in sé il mio spirito; e le risate amare
dall'uomo vinto, piene di singhiozzi e d'insulti,
le riascolto nel riso smisurato del mare.
Quanto mi piaceresti, notte, senza il fedele
corteo d'astri, che parla un linguaggio ben noto!
Però ch'io cerco solo il buio, il nudo, il vuoto!
Ma le tenebre, anch'esse, son come immense tele
che l'occhio insonne popola di gente familiare,
creature scomparse, che un dì m'erano care.
"Nebbie e piogge"
Languir d'autunno, inverno, lunghi mesi stillanti,
giorni d'assopimento! vi lodo nei miei canti,
poi che avvolgete il pigro mio cuore e il mio pensiero
in un vago sepolcro, entro bende leggiere.
In questa landa, corsa dai venti sibilanti,
ove la banderuola strazia con incessanti
stridi la notte, meglio che nelle primavere
l'anima mia dischiude l'ali sue triste e nere.
Nulla è più dolce al cuore, pieno d'ombre funeree,
sul quale da gran tempo discendono le brine,
o pallide stagioni, sonnolenti regine,
nulla più che le vostre fosche nebbie cineree;
fuorché, forse, una sera, l'un presso l'altra stretto,
addormentar le pene sopra un qualunque letto.
"La fontana di sangue"
Mi par che il sangue, a volte, mi sfugga, a fiotti occulti,
simile a una fontana dai ritmici singulti.
Ben io lo sento scorrere - murmure di torrente;
ma la ferita aperta la cerco inutilmente.
Nella città, che appare come un campo cintato,
dilaga, trasformando in isole il selciato;
scorre, e dei sitibondi abbevera l'arsura,
e tinge, tutto intorno, di rosso la natura.
[...]
"La morte dei poveri"
è la Morte, purtroppo!, che dà forza e consola,
lo scopo della vita in cui l'anima spera,
il filtro che ci esalta, la magica parola
che ci fa camminare pazienti fino a sera.
Attraverso la neve e il turbine, è la sola
luce che vibra e splende in questa notte nera;
è l'asilo promesso dalla mistica fola
dove si mangia e dorme e l'anima è leggera.
[...]
"Donne dannate"
[...] Nulla potrà saziare questo mostro gemente
né dissetar la Furia, che con la torcia in mano,
lo brucia fino al vivo sangue, ferocemente.
[...] Voglio annientarmi sopra il tuo seno profondo,
che mi dà la beata frescura delle tombe.
"Lo zampillo"
[...]
O angelo delle mie notti,
è dolce posar sul tuo petto
sentendo quei gemiti rotti
dell'acqua, laggiù nel laghetto!
Penombre, in cui l'acqua bisbiglia
al ciel la sua triste elegia,
la vostra mestizia somiglia
a quella dell'anima mia.
Lo zampillo sbocciato
in mille fiori,
cui la luna ha donato
i suoi pallori,
cadendo è un disperato
pianto di cuori.
Poesia sul Vampiro
Info tratte da
Il tema del Vampiro nella produzione artistica del genere, soprattutto per quanto riguarda libri e film (nota di Lunaria: ma anche musica. Si pensi alla scena Symphonic Black Metal) si è molto allargato: infatti è fuori di dubbio che il perturbante fascino del Principe della Notte continui ad attrarre, offrendo sempre nuovi spunti.
I Non-Morti... i Nosferatu... i Figli della Notte... chiamateli come volete: quello che hanno in comune è il bisogno di succhiare la forza vitale ai vivi per poter prolungare la loro esistenza innaturale e per diffondersi. Per il Vampiro classico, il Sangue è Vita. Ma negli ultimi anni molti romanzi e antologie hanno voluto presentare il Vampiro sotto una luce in un certo senso diversa (Nota di Lunaria: l'antologia è del 1992, quindi prima del trend lanciato da "Twilight"), come un personaggio incompreso con il quale simpatizzare, vittima della sua stessa condanna, o come una creatura che si nutre del cervello umano o dei fluidi corporei anziché di sangue (in quest'ultimo caso, consolidando l'identificazione del Vampiro con un'oscura sensualità).
Aspetto qui ai confini del sogno,
avvolto nelle ombre. L'aria buia sa di notte,
così fredda e rigida, e aspetto il mio amore.
La luna ha sbiancato la sua lapide.
Lei verrà e allora ci aggireremo in questo sciocco mondo
tornati alle tenebre e al richiamo del sangue.
è un gioco solitario, la ricerca del sangue,
ma un corpo giovane ha il diritto di sognare
e io non vi rinuncerei per niente al mondo.
La luna ha sbiancato l'oscurità della notte.
Resto nell'ombra, a fissare la sua lapide:
risorgi, mio amore... Oh! Risorgi?
Ti ho sognato mentre dormivo e l'amore
mi è più caro della vita... del sangue stesso!
Vedi anche: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/01/intervista-col-vampiro-caccia-al.html
The Father of Serpents: i fotogrammi più belli
I The Father of Serpents sono una band serba di Gothic Metal "old style".
I growls maschili fanno molto "old school" e la band usa anche vocals espressive ed enfatiche che conferiscono al sound drammaticità poetica.
Notevoli, anche se niente di "originale", però ben suonato e riproposto, stando nei solchi dei Paradise Lost\Anathema ai tempi gloriosi del loro sound.
Riporto i fotogrammi più belli del loro video "Viral"
I growls maschili fanno molto "old school" e la band usa anche vocals espressive ed enfatiche che conferiscono al sound drammaticità poetica.
Notevoli, anche se niente di "originale", però ben suonato e riproposto, stando nei solchi dei Paradise Lost\Anathema ai tempi gloriosi del loro sound.
Riporto i fotogrammi più belli del loro video "Viral"
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