L'Amore tragico nei personaggi di Torquato Tasso: Erminia e Clorinda

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Nel poema del Tasso i personaggi più riusciti sono quelli dominati non da sentimenti religiosi ma dall'amore, come Erminia o Armida. Le storie d'amore descritte dal Tasso sono tutte infelici o tragiche: così l'amore di Erminia per Tancredi è un amore non corrisposto ed infelice, quello di Tancredi per Clorinda si conclude tragicamente quando Clorinda verrà uccisa proprio da Tancredi, da colui che tanto la ama. Il poema ha quasi le stesse caratteristiche della vita del Tasso: come la sua vita fu inquieta, priva di serenità, dolorosa, così i suoi personaggi sono tormentati.  Erminia, Tancredi sono personaggi che esprimono le inquietudini, i sogni, i pensieri del Tasso. Il Tasso proietta la tristezza del suo animo anche nelle descrizioni paesistiche e ci compiace di descriverla nei suoi aspetti malinconici: il crepuscolo, la notte. In ciò il Tasso anticipa un gusto ed una sensibilità che verranno ripresi dagli scrittori del Romanticismo.


ERMINIA TRA I PASTORI

Tancredi, il valoroso guerriero cristiano, sfidato a duello dal violento Argante, ha combattuto con lui un intero giorno, e venuta la sera e posta fine alla prova, si ritira ferito nelle sue tende. Erminia, figlia del vinto re di Antiochia, che una volta è stata prigioniera di Tancredi, ed ora, liberata, sta a Gerusalemme tra gli infedeli, arde d'amore per lui, che però non corrisponde all'amore della fanciulla. Indossate le armi della guerriera Clorinda, Erminia esce dall'accampamento degli infedeli sperando di poter arrivare a quello cristiano. Ma è sorpresa da una pattuglia cristiana e inseguita. Trova rifugio presso una famiglia di pastori. Il più vecchio racconta ad Erminia di essere stato, da giovane, nella corte di Menfi, desideroso di gloria e di onori e di avere provato la vita falsa ed iniqua delle corte; è tornato alla vita pastorale, di cui tesse l'elogio. Erminia trova nelle parole del pastore un conforto per la sua sofferenza amorosa e decide di rimanere lì per un po'. Si dedica alle attività pastorali, ma il suo cuore è sempre dominato dall'amore per Tancredi. Questo è il brano più famoso della "Gerusalemme Liberata" e Goethe scrisse in un suo diario che a Venezia lo sentiva declamare dai gondolieri. Il Tasso non ha descritto soltanto la passione amorosa di Erminia, innamorata ma non corrisposta, ma ha cantato anche la dolcezza della vita pastorale (Nota di Lunaria: tema poi ripreso dalla poesia italiana settecentesca dell'Arcadia) L'uno e l'altro sentimento, l'amore non corrisposto e l'aspirazione ad una vita primitiva e libera, furono profondamente sentiti dal poeta e quindi questo brano ha un valore biografico. 

I

In tanto Erminia in fra l'ombrose piante

d'antica selva dal cavallo è scorta: (1)

né più governa il fren la man tremante, (2)

e mezza quasi par tra viva e morta.

Per tante strade si raggira e tante

il corridor ch'in sua balìa la porta,

ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua:

ed è soverchio omai ch'altri la segua. (3)

   

1) è portata

2) la sua mano tremante non riesce a reggere la briglia

3) Il cavallo fa così tante strade tortuose che alla fine Erminia si sottrae agli occhi degli altri ed è inutile che cerchino di inseguirla.


II

Qual dopo lunga e faticosa caccia

tornansi mesti ed anelanti i cani,

che la fèra perduta abbian di traccia,

nascosa in selva da gli aperti piani; (4)

tal pieni d'ira e di vergogna in faccia

riedono stanchi i cavalieri cristiani

ella pur fugge, e timida e smarrita

non si volge a mirar s'anco è seguita.


4) La fiera che si è nascosta nella selva scappando dalla pianura.


III

Fuggì tutta la notte, e tutto il giorno

errò senza consiglio e senza guida,

non udendo o vedendo altro d'intorno,

che le lagrime sue, che le sue strida.

Ma ne l'ora che 'l sol dal carro adorno

scioglie i corsieri, e in grembo al mar s'annida, (5)

giunse del bel Giordano a le chiare acque,

e scese in riva al fiume, e qui si giacque.


5) Al tramonto, quando, mitologicamente parlando, il Sole stacca i cavalli dal carro col quale attraversa il cielo e si tuffa nel mare.


IV

Cibo non prende già; ché de' suoi mali

solo si pasce, e sol di pianto ha séte:

ma 'l sonno, che de' miseri mortali

è co'l suo dolce oblio posa e quiete,

sopì co' sensi i suoi dolori, e l'ali

dispiegò sovra lei placide e chete;

né però cessa Amor con varie forme

la sua pace turbar mentre ella dorme. (6)


6) Il sonno, procurando la dimenticanza (oblio) degli affanni, è riposo e quiete per i mortali. Ma non è così per Erminia turbata da Amore anche quando dorme. In queste due ultime ottave l'angoscia di Erminia trova una descrizione indimenticabile: paragonando questa fuga con quella di Angelica ci si accorge che quella è una scorribanda attraverso i boschi, variata da imprevisti incontri che diventano piacevoli sviluppi dell'azione, questa invece è dominata da un cupo dolore efficacemente reso persino dal tono dei versi.


V

Non si destò sin che garrir gli augelli

non sentì lieti e salutar gli albori, (7)

e mormorar il fiume e gli arboscelli,

e con l'onda scherzar l'aura e co i fiori.

Apre i languidi lumi, (8) e guarda quelli

alberghi solitarii de'pastori;

e parla voce udir tra l'acqua e i rami,

ch'a i sospiri ed al pianto la richiami. (9)

  

7) Le luci del giorno

8) Gli occhi 

9) Nella serenità della natura, Erminia non trova conforto, ma incitamento al suo dolore


VI

Ma son, mentr'ella piange, i suoi lamenti

rotti da un chiaro suon ch'a lei ne viene, 

che sembra, ed è, di pastorali accenti

misto e di boscareccie inculte avene. (10)

Risorge, e là s'indrizza a passi lenti,

e vede un uom canuto a l'ombre amene

tesser fiscelle (11) a la sua greggia a canto,

ed ascoltar di tre fanciulli il canto.


10) Suono di canti pastorali e di rozze (inculte) zampogne (avene)

11) Ceste di vimini 


VII

Vedendo quivi comparir repente

l'insolite arme, sbigottir costoro;

ma gli saluta Erminia, e dolcemente 

gli affida, (12) e gli occhi scopre e i bei crin d'oro:

seguite, dice, avventurosa gente (13)

al Ciel diletta, il bel vostro lavoro;

ché non portano già guerra quest'armi

a l'opre vostre, a i vostri dolci carmi.


12) Li rassicura

13) O gente fortunata e cara al cielo


VIII

Soggiunse poscia: o padre, or che d'intorno

d'alto incendio di guerra arde il paese,

come qui state in placido soggiorno

senza temer le militari offese?





APPROFONDIMENTO

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Il gesto di Rinaldo è quello che ha le conseguenze più gravi tra le avversità che colpiranno le armate cristiane: una legge proibisce il duello tra i crociati e condanna a morte i colpevoli. Per cui, Rinaldo deve fuggire e l'esercito dei crociati resta privo del suo paladino più valoroso.
Quando Armida lascia il campo con i dieci cavalieri, altri la seguono di nascosto: così l'esercito dei cristiani viene decimato nel numero e iniziano a serpeggiare sfiducia e paura.
Intanto, i pagani attendono rinforzi ma non danno battaglia, anche se Argante e Tancredi si battono:

Vinta de l'ira è la ragione e l'arte,
e le forze il furor ministra e cresce.
Sempre che scende il ferro, o fòra o parte
o piastra o maglia; e colpo in van non esce.
Sparsa è d'arme la terra, e l'arme sparte
di sangue, e 'l sangue co' l sudor si mesce.
Lampo nel fiammeggiar, nel romor 
tuono, fulmini nel ferir le spade sono.

Parafrasi in italiano corrente:

L'ira prevale sulla prudenza e sul rispetto
delle regole schermistiche,
e la rabbia sola dosa le forze e le accresce.
Ogni volta che la spada cala giù, fora o taglia
una piastra o una maglia (della corazza)
non c'è colpo che cada a vuoto.
Il terreno è cosparso di frammenti di armi
e le armi di sangue, e il sangue si mescola al sudore.
Le spade sembrano lampi per il loro fiammeggiare,
tuoni per il fragore che fanno, fulmini per le ferite che infliggono.

Il duello di Tancredi e Argante che viene interrotto al calare della sera, è stato seguito soprattutto da una donna, che ha assistito al combattimento dall'alto delle mura assediate: è Erminia, una giovane principessa pagana, per qualche tempo prigioniera dei cristiani, finché Tancredi le ha ridato la libertà.

Erminia si è innamorata follemente di Tancredi, così bello e gentile, che l'ha trattata come un'ospite e non come una prigioniera, e non ha mai smesso di ardere d'amore per lui.
Erminia è esperta e conosce le erbe medicinali e così quando le chiederanno di curare le ferite di Argante non si rifiuterà, ma allo stesso tempo ella ama Tancredi e il suo animo è turbato dal duello: "... fan dubbia contesa entro al suo cuore\due potenti nemici: Onore e Amore"
Erminia decide di fuggire da Gerusalemme e sottrae l'armatura di Clorinda per non essere fermata alle porte.
Le guardie la lasciano passare e appena fuori dalla città, Erminia corre al campo cristiano.
è stata preceduta dal suo paggio, che avverte Tancredi che "una donna pagana si è offerta di curarlo" e la fanciulla attende il suo ritorno con ansia:

Ma ella in tanto impaziente a cui 
troppo ogni indugio par noioso e greve 
numera fra se stessa i passi altrui,
e pensa: or giunge, or entra, or tornar deve.
E già le sembra, e se ne duol, colui
men del solito assai spedito e levi.
Spingesi al fine inanti e 'n parte ascende
onde comincia a discoprir le tende.
Era la notte e 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna;
e già spargea rai luminosi e gelo 
di vive perle la sorgente luna.
L'innamorata donna iva co'l cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una;
e secretarii del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.
Poi, rimirando il campo, ella dicea:
o belle a gli occhi miei tende latine!
aura spira da voi che mi ricrea,
e mi conforta pur che m'avvicine:
così a mia vita combattuta e rea
qualche onesto riposo il ciel destine,
come in voi solo il cerco, e solo parmi
che trovar pace io possa in mezzo a l'armi.

Parafrasi in italiano corrente:

Ma intanto, ella, impaziente, e alla quale
ogni indugio sembra troppo esasperante e insopportabile canta mentalmente i passi del paggio, e pensa: ecco, ora arriva, ora entra, ora deve tornare.
E già le sembra, e ne è addolorata, che quello 
sia molto meno veloce del solito.
Alla fine, si spinge avanti (da sola) e sale
fino a un punto dal quale può vedere l'inizio dell'accampamento.
Era notte: ed essa spiegava
il suo velo di chiare stelle senza nessuna nube;
già la luna sorgente spandeva i suoi raggi di luce
e un freddo chiarore come di vivide perle.
La donna innamorata andava sfogando
col cielo tutte le sue ardenti passioni;
e rendeva testimoni del suo amore, 
nato da tanto tempo,
i muti campi e il silenzio confortante della natura.
Poi, guardando verso il campo, ella diceva:
o tende latine, così care ai miei occhi!
Da voi spira un'atmosfera che mi riconforta
sempre più man mano che mi avvicino:
possa il cielo dare pace
alla mia vita travagliata e sbagliata;
io la cerco soltanto in voi, e mi pare
di poterla trovare soltanto in mezzo alle armi.

L'episodio di Erminia fuggitiva è uno dei più belli di tutto il poema.
La natura malinconica del Tasso e la sua predilizione per personaggi dolci e infelici appaiono evidenti in questi versi: egli circonda la sua eroina più amata di un alone di pallida luce lunare e spiega il suo canto con una soavità e una tenerezza che saprà ritrovare soltanto in poche altre occasioni: l'attesa fremente, l'abbandono silenzioso all'incanto della notte, l'invocazione appassionata alle luci lontane dell'accampamento, dove giace gravemente ferito Tancredi: il dramma di Erminia è tutto in questi tre momenti, che il poeta evoca senza mai uscire da una misura perfetta, senza neppure sfiorare la retorica o l'artificio.
Il personaggio e la situazione stessa sono talmente aderenti all'indole più profonda del poeta che il verso esce dalla sua penna senza nessun bisogno di essere "trovato", con una sua fluida e sincera armonia.
Lasciando il suo rifugio, Erminia si è portata allo scoperto.
Sotto la luce lunare, l'armatura che indossa la fa scambiare per Clorinda da alcuni guerrieri cristiani che si precipitano verso di lei e la fanciulla, incapace di combattere, sprona il cavallo per fuggire.
Vaga a lungo nella notte fonda, alla fine si addormenta, sfinita, al risveglio si trova in una valle abitata da alcuni pastori, che l'accolgono nelle loro capanne; e per molto tempo Erminia divide con essi la loro vita semplice, ma neppure questo riesce a farle dimenticare l'uomo amato.
Quando il paggio di Erminia ha detto a Tancredi che una donna pagana veniva per curarlo, egli ha subito pensato a Clorinda, e la sua speranza diventa certezza quando gli uomini gli riferiscono di aver visto la guerriera... in realtà, era Erminia travestita con l'armatura di Clorinda!
Tancredi, allora, va alla ricerca di Clorinda, ma si perde in una fitta selva, in un luogo sconosciuto. 
Improvvisamente gli appare un uomo a cavallo: gli chiede di aiutarlo a ritrovare la strada per il campo, ma l'uomo è un demonio in forma umana e lo conduce a un castello dove gli viene teso un agguato: Tancredi viene rinchiuso in una profonda segreta.
Il castello è quello di Armida la maga, e lei ha condotto lì anche gli altri cavalieri; anche il principe normanno è alla sua mercé e la sua cattura segna l'inizio di diverse sciagure per i crociati: le potenze infernali scatenano una tempesta che sconvolge il campo; a seminare il terrore giunge la notizia che è stato trovato, senza testa e senza mani, il cadavere di Rinaldo e l'esercito pagano, guidato da Argante e da Clorinda, attacca i crociati con una violenza spaventosa; con loro combatte anche Solimano, il re dei Turchi: spodestato dai cristiani, egli ha fatto della lotta contro di loro la sua ragione di vita.
Quando la battaglia, con l'aiuto delle potenze celesti, volge al termine, i pagani sono risospinti verso le mura ma Solimano non cessa di riaffermare la sua volontà di battersi fino alla fine.

Nota di Lunaria: riporto il Canto VII dove Erminia, fuggendo, arriva da alcuni pastori, presso i quali dimora.

Intanto Erminia infra l'ombrose piante
d'antica selva dal cavallo è scorta; (1)
Né più governa il fren la man tremante,
e mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante strade si raggira e tante
il corridor che in sua balìa la porta,
ch'alfin da gli occhi altrui pur si dilegua; (2)
ed è soverchio omai ch'altri la segua.

1) è condotta.
2) Il soggetto è Erminia.

Erminia fu citata anche dal poeta secentesco Gabriello Chiambrera nel suo poemetto "L'Erminia" (basato sui personaggi del Torquato Tasso)

"Ed ecco Erminia, che in negletti veli, sangue real, quasi lugubre ancella, li move incontra, e colle ciglia oscure di lagrimosa nube, a lui s'inchina [a Tancredi] e dolente il saluta...

Qui è descritto il suicidio di Erminia:

"Va per aspre pendici e va per monti, nociv'erbe cogliendo, ond'ella preme licor temuto di mortal veleno (1)
... e le purpuree labbra del tosco asperse (2) e quell'orrido succo mandò nel petto a saziarne il core."

(1) raccoglie erbe velenose e le spreme per ricavarne un veleno
(2) e beve il veleno











Ariosto: "Miser, fuor d'ogni ben "


Come tutti i sonetti dell'Ariosto, anche questo ha una struttura petrarchesca; l'orrido paesaggio alpestre cui fa riscontro l'animo del poeta tormentato dalla solitudine e dal pensiero della donna lontana, è reso con insolito vigore e con un'immediatezza sincera. 

Anche la stessa terzina finale, nonostante l'iperbole, rende con efficacia l'affanno del poeta.


Miser, fuor d'ogni ben, carco di doglia (1),

per questi aspri, selvaggi, orridi sassi (2), 

or con sicuri, or con dubbiosi passi,

mi vo struggendo d'empia, ardente voglia; (3)


ch'altro cielo, altre mura ed altra soglia

chiude 'l mio cor (4), e la mia Donna stassi lontan, 

forse con gli occhi umidi e bassi,

e a me di rivederla Amore invoglia.


Onde meco vaneggio e, pien di fele,

di gelosia, di noia e di martiri,

empio l'aria di duol la notte e 'l giorno;


tal che l'accese, amare mie querele

e le nebbie atre e folte dei sospiri

escon dei scogli e de le pietre intorno.



Note:

1) Carico di dolore.

2) Monti

3) Dallo sfrenato e ardente desiderio di rivedervi

4) Perché il mio cuore è chiuso sotto un cielo diverso, in una città (mura) ed in casa (soglia) diverse.


Il Romanzo Nero (5) Mary Shelley

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Il più celebre mostro della letteratura e del cinema è senza dubbio Frankenstein di Mary Godwin Shelley, moglie del poeta Shelley.


"Passai l'estate del 1816 nei dintorni di Ginevra", scrive l'Autrice nella prefazione del romanzo, "il tempo era freddo e piovoso; la sera ci raccoglievamo attorno ad un gran fuoco di legna e ci divertivamo a leggere storie tedesche di fantasmi, che ci erano capitate tra le mani. Queste letture destarono in noi un burlesco desiderio di emulazione. Decidemmo di scrivere ognuno un racconto che si fondasse su qualche evento soprannaturale. Ma il tempo si fece improvvisamente sereno e i miei amici mi lasciarono per un'escursione sulle Alpi. Il mio racconto è il solo che sia stato portato a termine."

Gli amici di cui parla Mary sono il celebre poeta inglese Byron, che abitava vicino agli Shelley, nella famosa villa Diodati, dove secoli prima aveva soggiornato anche John Milton, e il suo giovane amico, il dottor Polidori. 
 

Forse era con loro anche "Lewis il monaco", come ormai veniva chiamato l'autore del "Monaco" e questo spiegherebbe come il passatempo della "piccola società" si fosse indirizzato verso i cupi orizzonti del Nero.

Il racconto di Byron, "A fragment" resta incompleto, e sarà Polidori a portarlo a termine, pubblicandolo nel 1819 con il titolo "Il vampiro".

Il "Frankenstein o il Prometeo moderno" viene pubblicato nel 1818 e ottiene immediatamente un grande successo.
 
Frankenstein è un giovane studioso che utilizzando parti di corpo umano trafugate in cimiteri riesce a costruire un "omunculus" che poi passerà alla storia con il nome del suo creatore.
Il "mostro" è privo di anima e senza esperienza del mondo perciò fondamentalmente buono. In pochi giorni percorre le più importanti tappe della storia dell'uomo, dalla scoperta del fuoco alla cultura, quando trova in un bosco alcuni libri: "Paradiso Perduto", "Le vite" di Plutarco e "I dolori del giovane Werther". 
La Creatura di Frankenstein, da queste letture, trae una problematica personale di carattere quasi esistenziale: "nessuno avrebbe pianto per la mia fine. La mia persona era orrenda, la mia statura gigantesca: che cosa significava tutto ciò? Chi ero? Da dove venivo? Qual'era la mia meta?"
Nonostante la sua bontà, nessuno vuole dargli quell'amore e quella simpatia di cui sente disperatamente bisogno. Ben presto, il "mostro" fa conoscenza con la realtà della vita sociale, con le ingiustizie e la cattiveria degli uomini. Diventa malvagio e usa la sua temibile forza per fare del male; si vendica della sua infelicità uccidendo la moglie, il fratello e l'amico del suo creatore. Poi fugge nell'Artico. Perseguitato e raggiunto dallo scienziato, che lo cerca per vendicarsi, il mostro si ribella ancora e uccide il suo creatore, per poi scomparire per sempre.
   
Nota di Lunaria: il mito di Frankenstein ha trovato legioni di fans che ne hanno proseguito le gesta o hanno rivisto e rielaborato il racconto:


A me è piaciuto anche la creatura di Frankenstein nel film "Van Helsing", che in più di una scena mostra tutta la sua sofferenza e solitudine:



I due Frankenstein a confronto




Fu in una malinconica notte di novembre che vidi il compimento dei miei sforzi. Con un'ansia che quasi somigliava all'agonia, raccolsi intorno a me gli strumenti della vita per infondere una scintilla di esistenza nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi.  Era già l'una del mattino; la pioggia batteva tristemente contro i vetri e la candela era quasi consumata, quando, nel tremolio della luce ormai debole, vidi aprirsi i vacui occhi gialli della creatura: respirava con difficoltà e un fremito convulso gli agitava le membra.
Come posso spiegare le mie sensazioni di fronte a questa catastrofe, o descrivere l'infelice che con infinita pena e cura mi ero sforzato di creare? Le membra erano proporzionate e avevo scelto i lineamenti più belli. Belli! Buon Dio! La pelle gialla a malapena copriva l'intrico di muscoli  e arterie. I capelli erano fluenti e di un nero lucido; i denti bianchi come perle; ma questi bei particolari creavano soltanto un contrasto ancor più terribile con quegli occhi acquosi, quasi dello stesso colore delle orbite bianche e spente che li contenevano e con quella pelle avvizzita, e quelle labbra nere e tirate. (...) Incapace di sopportare la vista dell'essere che avevo creato, mi precipitai fuori della stanza e per molto tempo andai avanti e indietro per la camera a grandi passi, senza poter indurre la mente al sonno.

Quando i sentimenti sono stati eccitati da una veloce successione di eventi, niente è più doloroso per l'animo umano della calma mortale dell'inazione e della certezza che segue, e priva l'animo sia della speranza che della paura. Justine era morta, lei riposava, e io ero vivo. Il sangue scorreva libero nelle mie vene, ma un peso di disperazione e di rimorso mi opprimeva il cuore e niente avrebbe potuto rimuoverlo. Il sonno abbandonò i miei occhi; vagavo come uno spirito maligno perché avevo compiuto malvagità di indescrivibile orrore, e ancora molto, molto di più (ne ero certo), doveva accadere. Tuttavia, il mio cuore traboccava di gentilezza e di amore per la virtù. Avevo iniziato la vita pieno di buone intenzioni e ansioso di metterle in pratica e di rendermi utile al genere umano. Ora tutto era distrutto; invece di quella serenità di coscienza che mi avrebbe permesso di guardare al passato con soddisfazione, e da lì raccogliere la promessa di nuove speranze, fui preso dal rimorso e dal senso di colpa che mi spinsero in un inferno di torture così intense che nessuna lingua può descrivere. Questo stato d'animo consumava la mia salute, che, forse, non si era mai ripresa dal primo colpo che avevo subito. Schivavo la vista degli uomini; ogni suono di gioia o contentezza era per me una tortura; la solitudine era la mia unica consolazione - una solitudine profonda, buia e simile alla morte. (...) Come Adamo, io non sembravo avere alcun legame con gli altri esseri viventi, ma per il resto le nostre situazioni erano di gran lunga diverse. Lui era nato dalle mani di Dio come una creatura perfetta, felice e ricca, circondata dalle attenzioni particolari del suo Creatore, gli era permesso conversare e acquisire sapere da esseri di natura superiore. Io, invece, ero disperato, indifeso e solo. Più volte feci di Satana il vero emblema della mia condizione, perché spesso, come lui, alla vista della beatitudine dei miei protettori, io assaggiavo l'amaro fiele dell'invidia.

Quando calò la notte mi trovai alle porte del cimitero in cui riposavano William, Elisabeth e mio padre. Entrai e mi avvicinai alla lapide che indicava le loro tombe. Tutto taceva, tranne le foglie degli alberi, mosse dal vento; il buio della notte era quasi assoluto e la scena sarebbe parsa solenne e commovente anche ad un osservatore disinteressato. Gli spiriti dei morti sembravano aleggiare intorno e gettare un'ombra, percettibile ma invisibile, sulla testa del visitatore in lutto. 

***



"Sanguinante e scossa dai singhiozzi, l'essere correva ciecamente nel bosco, desideroso solo di allontanarsi dalle urla... Corse finché non gli sembrò che il cuore stesse per scoppiargli in petto, finché ogni respiro non prese a raschiargli dolorosamente i polmoni. Solo allora si fermò, e si appoggiò a un albero, ansimando forte. Poi cadde in ginocchio, le mani serrate sul petto, e chinata la testa pianse, smarrito nella sua infelicità. Che proprio loro la battessero e la chiamassero "mostro"! La sua famiglia! Sì, la sua famiglia! Dal polsino del pastrano estrasse il piccolo fiore di seta rossa; sembrava splendere nella sua enorme mano deforme. Il fiore, sì. (...) Solo. Era di nuovo solo. I soli che avesse amato se n'erano andati, scacciati dalla sua bruttezza. Proprio come tutti gli altri, lo odiavano e lo temevano a causa della sua bruttezza... (...) Dunque ecco che cos'era... non un essere umano, ma un esperimento. Una mostruosità creata con pezzi e frammenti di carne umana, destinata a essere disprezzata, odiata, sfuggita da tutti, destinata a non avere mai un amico, né il diritto di vivere... Una cosa priva di anima. E l'uomo di cui ricordava così bene il volto era il suo creatore, colui che gli aveva dato la vita e poi era fuggito orripilato, lasciandolo solo e inerme. Dalle profondità della sua anima scaturì un gemito che nulla aveva di terreno, un gemito profondo e raggelante. Poi la Creatura gettò indietro la testa e ululò il suo dolore. Ora sapeva che cosa doveva fare, e dove doveva andare."

"Quando l'incendio cominciò a propagarsi, uscì in cortile, dove indugiò a contemplare l'apocalittico scenario. Le fiamme si levarono fino al tetto di paglia e lo avvilupparono. La casetta che aveva visto tanti gesti d'amore e di tenerezza, e dove lui aveva imparato a parlare e a leggere, presto fu completamente consumata dal fuoco e di essa non rimase che un mucchio di ceneri fumanti. Ma il lavoro della Creatura era appena iniziato. Alzò il viso verso il buio cielo notturno e sollevando in alto le braccia diede un nome alla sua furia. "Frankenstein!"
Si tenne lontano dalle città e dalle fattorie. Evitò le abitazioni, la gente, e in particolar modo i cani che fiutavano il suo odore. Camminando soprattutto attraverso i boschi e lungo corsi d'acqua poco profondi dove il suo passaggio non lasciava tracce, si diresse a sudest. Nella sua mente ormai era impresso un solo viso, e una sola era la sua meta: Frankenstein, Ginevra.
(...) Raggiunse le Alpi. (...) Quelle infinite distese di neve, la silenziosa maestà delle montagne esercitavano su di lui un effetto calmante. Lassù, chiunque si sarebbe sentito solo; lassù non c'era bisogno di essere un abominevole ammasso di cicatrici per conoscere la sofferenza dell'abbandono. Accoglieva con gioia persino il freddo e i venti impetuosi, perché sapeva che avrebbero tenuto lontani gli altri. Il freddo era il suo elemento, non il loro."