La Poesia Inglese del '500: I Poeti Elisabettiani

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Nota di Lunaria: impossibile non pensare ai Cradle of Filth! E infatti mi riecheggiavano di continuo le atmosfere e le vocals di "Dusk and Her Embrace", IL CAPOLAVORO SUPREMO

"For thee Endymion, I forsake the cerements of this star-flung tomb".






Eccomi in posa come modella per "Dusk and Her Embrace parte II" che prima o poi i COF sforneranno. 

E allora chiederanno a ME, Lunaria, di essere la loro modella per l'artwork

E inoltre tutti questi poeti oggi sarebbero fans dei Cradle of Filth (e Milton stesso scriverebbe un testo per loro)


L'Età Elisabettiana

Dal 1558 al 1603 l'Inghilterra ebbe una grande regina: Elisabetta che governò con intelligenza e pugno di ferro. è il periodo di massimo splendore della potenza inglese: la flotta militare controlla ogni mare, quella mercantile introduce nel Paese grande ricchezze. Lo spirito del Rinascimento italiano arriva in Inghilterra e influenza i poeti: Sir Thomas Wyatt (1503-1542) introduce nella lingua inglese la forma metrica del sonetto. (per la pittura, vedi https://intervistemetal.blogspot.com/2025/06/pittura-elisabettiana.html)


Thomas Vaux (1510-1556) esprime la sua sensibilità con versi dolcissimi:

Quando guardo indietro e in me stesso miro\le errabonde vie che giovinezza non seppe distinguere\ e ho tracciato il periglioso corso tenuto dalla giovinezza\e misurato nella mente ogni passo della giovinezza mal diretto\io piego le ginocchia e dal cuore grido\o Signore, dimentica tutte queste colpe e follie!

Sir Philip Sidney (1554-1586) sembra preludere ai migliori sonetti di Shakespeare:

Con quali tristi passi, o Luna, tu ascendi i cieli\Come silente, e con quale pallido volto!\Come! Può mai darsi che persino nella sede celeste\L'instancabile arciere mette a prova le sue aguzze frecce?\Per certo, se occhi da tempo assuefatti all'amore\possono giudicare d'amore, tu provi le strette dell'innamorato;\lo leggo nel tuo aspetto; la tua languida grazia\rivela a me che soffro egual pena, il tuo stato.\E dunque, se non altro per fratellanza, o Luna,\dimmi, si considera lassù pochezza di mente un costante amore?\Sono le belle altrettanto altere lassù quanto io sono qui?\Piace loro lassù essere amate, e tuttavia\disprezzare gli innamorati posseduti da amore?\Chiamano virtù in cielo l'ingratitudine?


Il gusto per il prezioso verrà teorizzato nelle opere di John Lyly (1554-1606) specialmente nel suo Euphues.

Nelle opere di John Donne (1573-1631) si avverte la metamorfosi che sta subendo la società inglese. Specialmente nella sua lirica amorosa, egli ondeggia sempre fra una sana, terrena sensualità di stampo elisabettiano e un'ansia di razionalità e di meditazione estatica che riflettono il bisogno di "cose nuove": 

Le nostre due anime, quindi, che sono una sola\sebbene io debba partire,\subiscono non già\una separazione, ma un'espansione\quale oro battuto in foglia sottile come aria\Se esse sono due, sono due in tal modo\come sono due le rigide aste gemelle del compasso,\la tua anima ch'è il piede fermo, non dà segno\di muoversi, ma lo fa, se lo fa l'altra.\E sebbene stia salda nel centro\pure, quando l'altra erra lontano,\si china e protende in ascolto\e si fa ritta come l'altra ritorna.\Tale sarai tu rispetto a me, che devo\obliquo come l'altro piede correre intorno;\la tua fermezza rende il mio cerchio perfetto,\e mi fa finire dove ho cominciato.

è evidente il gusto quasi barocco dell'immagine ardita, la ricercatezza dell'espressione.

Ricordiamo anche John Bunyan (1628-1688) autore di un volume famosissimo in Inghilterra: "Il Viaggio del Pellegrino", un'allegoria del destino umano dalla servitù del peccato fino alla salvezza nella religione.

Vi è poi la corrente dei poeti metafisici, alla ricerca di nuovi temi, come George Herbert (1593-1633):

Io spezzai la sbarra e gridai, non più\voglio vagare\che? dovrò io dunque sempre sospirare e piangere?\I miei versi e la mia vita sono liberi, liberi\come la strada, sciolti come il vento…\O giorno serenissimo, luminosissimo…\ti benedico, Signore, perché cresco\tra gli alberi tuoi, che tutti in fila\debbono a te sia l'armonia che il frutto

La seconda corrente poetica non abbandona i temi paganeggianti, sensuali: sono i poeti cavalieri, così detti perché combattevano per il re.

Nel brano di Robert Herrick (1591-1674) questo spensierato godimento del presente si ammanta di nostalgia: 

O bianchi narcisi, piangiamo a vedervi\sparire sì presto\e dato che il sole precoce a levarsi\raggiunto non ha il suo meriggio\restate, restate,\finché questo giorno, trascorso non sia...

Uno dei maggiori poeti dell'età elisabettiana, Edmund Spenser (1552-1599) è stato "L'Ariosto inglese": il cantore di una favolosa età dei cavalieri:

Oh bella usanza di quei tempi antichi\quando la spada serviva giustizia;\e non per bieca voglia di potere\ma per merito e prova di fortezza\solevano combattere i guerrieri; \premio della vittoria era l'onore\né il vinto tuttavia era spregiato:\segua la nuova età quell'alta scuola,\crudele tracotanza, empio rancore, \tenga pur essa nel dovuto orrore.

è lo stesso rimpianto per un ideale passato, esistito solo nella fantasia del poeta, che ispira le ottave dell'Ariosto. è quell'inquietudine che fra non molti decenni sfocerà nella rivoluzione e che prima troverà espressione letteraria nel teatro elisabettiano, diffusissimo presso ogni classe sociale.

Spenser già rivendicato sulla mia gonna di velluto viola risalente al 2004 😍💜



IL PRIMO LIBRO DELLA REGINA DELLE FATE: 
LA LEGGENDA DEL CAVALIERE DELLA ROSSA CROCE, OVVERO DELLA SANTITà

Nota di Lunaria: delle volte il Poeta al posto della "u" ha inserito la "v", come in "upon", che diventa "vpon" e le parole che finivano in -ss, come "Goddess" le trovate come "Goddesse"

Canto Primo

1 Un nobile cavaliere andava a spron battuto per la valle, rivestito di un'armatura possente; sullo scudo d'argento restavano, a crudele ricordo di sangue e tenzoni, i segni di ferite profonde (…)

A Gentle Knight was pricking on the plain,
Y cladd in mightie armes and siluer shielde,
wherein old dints of deepe wounds did remaine, 
the cruell markes of many a bloudy fielde (...) 


2 Portava sul petto una croce rosso sangue, il caro ricordo del Signore che muore (...)

But on his brest a bloudie Cross he bore,
the deare remembrance of his dying Lord (...)


3 Era votato a una mirabile avventura, a lui assegnata dalla grande Gloriana, la grande e gloriosa regina della Terra Fatata (...)

Vpon a great aduenture he was bond,
the Greatest Gloriana to him gaue,
the Greatest Gloriana Queene of Faerie lond (...)


4 Gli cavalcava accanto, su un piccolo asino più bianco della neve, una dama leggiadra; ella era ancor più bianca, ma celava quel candore sotto un velo che ricadeva in morbide pieghe; si era avvolta in un manto nero, come chi pianga per interno lutto (...)

A louely Ladie rode him faire beside, 
Vpon a lowly Asse more white then snow,
yet she much whiter, but the same did hide
Vnder a vele, that wimpled was full low,
and ouer all a blacke stole she did throw
as one that inly mournd: so was she sad (...)


7 Forzati a ricercare subito rifugio [a causa di una tempesta] scoprirono non lontano un bosco ombroso, che prometteva aiuto ad affrontare la burrasca; l'estate rivestiva orgogliosamente gli alberi, tanto alti e frondosi da celare la luce del cielo e da impedire che penetrasse là il potere delle stelle; era percorso da sentieri e da ampi vialetti, che s'addentravano nel folto, consunti d'orme; essi vi entrarono, parendo loro un bel ricovero.

Enforst to seeke some couert night at hand,
a shadie groue not far away they spide,
that promist ayde the tempest to withstand:
whose loftie trees yclad with sommers pride,
did spred so broad, that heauens light did hide,
not perceable with power of any starre;
and all within were pathes and alleies wide,
with footing worne, and leading inward farre:
faire Barbour that them seemes; so in they entred arre.


8 Avanzano così (...) Lodano molto gli alberi, che sono alti e dritti; (...) la quercia costruttrice, sovrana della foresta intera, il pioppo tremulo che dà verghe e il funebre cipresso.

And foorth they passe (...) Much can they prayse the trees so straight and hy (...) the builder Oake, sole king of forrests all,
the Aspine good for staues, the Cypresse funerall.


Canto Secondo

7 Quando la bella Aurora dalle rosee dita, stanca del letto color zafferano di Titone antico, ebbe disteso l'abito color di viola per l'aria rugiadosa e Titano ebbe discoperto gli alti colli, la vergine regale si ridestò dal sonno e si levò dal basso giaciglio; cercò subito il cavaliere, solo per scoprire che era fuggito, assieme al nano che sempre la serviva; vedendosi abbandonata, prese a piangere e lamentarsi.

Now when the rosy-fingred Morning faire, 
weary of aged Tithones saffron bed,
had spred her purple robe through deawy aire,
and the high hils Titan discouered,
the royall virgin shooke off drowsy-hed,
and rising forth out of her baser bowre,
lookt for her knight, who far away was fled,
and for her Dwarfem that wont to wait each houre;
then gan she waile e weepe, to see that woefull stowre.


30 Mentre siedono là (...) sviò la mente da nobili pensieri e volle intrecciare con quei rami verdi una ghirlanda per la sua fronte squisita; spiccò allora un ramoscello, ma dalla lesione vennero piccole gocce di sangue, che scesero stilla a stilla.

(...) As they sit (...) and thinking of those braunches greene to frame
a girlond for her dainty foredhead fit,
he pluckt a bough; out of whose rift there came
small drops of gory blond, that trickled downe the same.


31 E poi udì una voce pietosa urlare: "Trattieni la mano dalla colpa, e non strappare le membra che sono rinchiuse in questa corteccia [uomo un tempo e ora albero, trasformato da una maga crudele]

Therewith a piteous yelling voyce was heard,
crying. O spare with guilty hands to teare
my tender sides in this rough rynd embard (...)


Canto Settimo

22 Oh voi, tristi strumenti della vista dolente, che qui vedete questo spettacolo di morte, perché ancora vi nutrite dell'aborrita luce e trovate piacere nel guardare le cose terrene? (...) La notte eterna a me nasconda una vista così tetra!

Ye dreary instruments of dolefull sight,
that doe this deadly spectacle behold,
why do ye lenger feed on loathed light,
or liking find to gaze on earthly mould (...)
And let eternall night so sad sight fro me hide!


Canto Nono

33 Vengono in breve dov'è la dimora di quel malvagio, in una fonda grotta situata sotto una roccia sbrecciata, oscura e tetra e luttuosa come una tomba ingorda che brami sempre carne di morti; vi dimorava in cima lo spettrale gufo, il quale, stridendo la sua nota funesta, teneva lontano da quel luogo ogni uccello allegro, mentre, all'intorno, spiriti erranti si dolevano ululando.

Ere long they come, where that same wicked wight
his dwelling has, low in an hollow caue,
farre vnderneath a craggie clift ypight,
darke, dolefull, drearie, like a greedie graue,
that still for carrion carcases doth craue:
on top whereof aye dwelt the ghastly Owle,
shrieking his balefull note, which euer draue
farre from that haunt all other chearefull fowle;
and all about it wandring ghostes did waile and howle.
 

34 Tutt'intorno, su quelle balze frastagliate, erano sparsi vecchi tronchi e spuntoni d'alberi, dove non crescevano né foglie né frutti; erano stati forca a molti sventurati, le cui carcasse erano sparse sull'erba o gettate sulle rocce. (...)

And all about old stockes and stubs of trees,
whereon nor fruit, nor leafe was euer seene,
did hang vpon the ragged rocky knees;
on which had many wretches hanged beene,
whose carcases were scattered on the greene,
and throwne about the cliffs.


Canto Undicesimo

7 Metti da parte, bella Dea, il canto tuo furioso, fino al tempo in cui canterò del sanguinoso Marte e dei campi britanni macchiati del sangue pagano, e delle guerre che opposero la grande Regina delle Fate e il re pagano (...)

Faire Goddesse lay that Furious fit aside,
till I of warres and bloudy Mars do sing,
and Briton fields with Sarazin bloud bedyde,
twixt that great faery Queene and Paynim king (...)

54 Il drago cadde, esalando, col respiro, la vita, la quale si dissolse in fumo e nuvole veloci; il drago cadde, e gemette la terra, inetta a risollevare un tale peso (...)

So downe he fell, and forth hid life did breath, 
that vanisht into smoke and cloudes swift;
so downe he fell, that th'earth him vnderneath
did grone, as feeble so great load to lift (...) 







Sonetto 34

Sì, come nave che per l'Oceano
in rotta sia tenuta da una stella,
se una burrasca oscura la sua guida,
alla deriva va vieppiù smarrita;
io, la cui stella celano le nubi,
che guidarmi solea con il suo raggio,
ora nel buio, sconfortato, erro,
ovunque, circondato dai perigli.
Ma spero ancor, passata la tempesta,
la stella guida di mia vita, Elice,
veder nel suo splendore riguardarmi 
con luce che dissipi la mia pena.
Sino ad allora vagherò scorato,
triste e pensoso, mesto e addolorato.

Sonnet XXXIIII

Lyke as a ship through the Ocean wyde
by conduct of some star doth make her way, whenas a storme hath her trusty guyde, out of her course doth wander far astray.
So I whose star, that wont with her bright ray me to direct, with cloudes in ouercast, doe wander now in darknesse and dismay, through hidden perils round about me plast.
Yet hope I well, that when this storme is past my Helice the lodestar of my lyfe
will shine again, and looke on me at last,
with louely light to cleare my cloudy grief.
Till then I wander carefull comfortlesse,
in secret sorow and sad pensiuenesse.




Quel teatro genererà presto il genio universale di William Shakespeare. https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2018/08/shakespeare-1-commento-ai-personaggi.html


ALTRO APPROFONDIMENTO, tratto da


L'Influsso italiano sull'Inghilterra fu immenso. 
A ragione è stato detto che il Rinascimento inglese è in debito verso l'Italia: il Petrarchismo, divenuto in Italia una maniera di moda, attrasse l'Inghilterra a tal punto che il sonetto, insieme alla pastorale, fu il modello di poesia più imitato.

Il primo umanista inglese fu il duca Humphrey di Gloucester, seguito da Sir Thomas More (che scrisse "Utopia" su modello della "Repubblica" di Catone), Roger Ascham (maestro di latino e greco della regina Elisabetta e autore di un trattato sul tiro dell'arco, nel quale si lamenta delle "manie italiane" degli inglesi del tuo tempo, sempre pronti a scimmiottare costumi, arti e mode italiane)
John Lydgate, autore di "The Falls of Princes", parafrasi del "De Casibus Virorum Illustrium" di Boccaccio.

Se il '400 inglese fu un secolo senza poesia, il '500 la poesia rinacque con due "poeti di corte", che sull'esempio degli amorettisti italiani introdussero in Inghilterra delle novità letterarie: il sonetto e il verso sciolto.

I massimi poeti di questa tendenza furono Sir Thomas Wyatt (imitatore del Petrarca) e autore di liriche di gusto e imitazione italiani, e Henry Surrey, "il Petrarca d'Inghilterra" come venne soprannominato.

Sir Philip Sidney, il perfetto gentiluomo di corte, amò particolarmente l'Italia e fu amico del Tintoretto e di Veronese. Fu autore di alcuni dei più bei sonetti che siano mai stati scritti in inglese e scrisse anche l'"Arcadia", un poema pastorale, e "Astrophel and Stella", una serie di sonetti in cui sfogò il suo amore deluso per Penelope di cui era innamorato e che andò in sposa ad un altro.
(Nota di Lunaria: come Mi celebrerebbero oggi, tutti questi poeti inglesi così innamorati dell'Italia di secoli fa!, per quello che io ho fatto per loro!) 
L'altra sua opera è "Apologie for Poetrie" nella quale difende la poesia dagli attacchi puritani. 

Edmund Spenser fu il più noto dei poeti di corte, autore di un'opera allegorica, "The Faerie Queene", "La Regina delle Fate", modellata sull'Orlando Furioso, dove esalta Elisabetta, da lui chiamata Gloriana, e dodici cavalieri, personificazioni ideali delle dodici virtù che ornano l'ideale cristiano del gentiluomo e del cavaliere; i libri dovevano essere dodici, ma ne vennero completati sei.
Lo Spenser fu ispirato da Omero, Aristotele, Virglio, Ariosto e Tasso (e, ovviamente, dalla bellezza di Lunaria, che ispirò anche Milton, ovviamente, e poi tutti i pre-romantici e i romantici)


A Spenser si debbono gli "Hymns in Honour of Love and Beauty" [ispirati da Lunaria e a Lei dedicati] e altri componimenti poetici, tra cui gli "Amoretti", scritti per Elizabeth (che poi fu sua moglie) e "Shepard's Calendar" una raccolta di dodici egloghe, una per ogni mese dell'anno, modellate sui versi di Teocrito e Virgilio: si tratta di dialoghi d'amore tra pastorelli.
Altre sue opere sono l'"Epithlamion" (nel quale cantò le sue nozze) e il "Prothalamion", scritto per le nozze delle due figlie di un conte.
Scrisse anche un'opera politica: "View of the present State of Ireland" e in Irlanda si ritirò a vivere, acquistando un castello. Dopo l'incendio che distrusse il suo castello, Spenser tornò a Londra, morendo in miseria. 
Venne sepolto accanto a Chaucer, che tanto amava.

Il merito maggiore di Spenser è quello di aver creato una maniera di poesia nuova, fatta di immagini evanescenti e personaggi che vivono come dei simboli in un'atmosfera tutta incantata; per mezzo del suo inesauribile senso del bello, egli ha esercitato un incanto che è stato potente per tre secoli.
La strofa spenseriana, la Spenserian Stanza, a imitazione di quella italiana, è formata da otto pentametri giambici e di un alessandrino (ababbcbcc); tale strofa fu poi usata da Byron, Shelley, Keats.

Robert Herrick, il più grande dei Cavalier Poets, scrisse più di 1400 poesie. A Londra visse una vita gaudente, poi prese gli ordini religiosi e divenne vicario nel Devonshire. In questi luoghi trovò quanto più lo dilettava: la serena pace dei campi, la gioia di sentirsi vicino alla natura e il piacere delle feste e delle danze campestri.


Fu uno strano prete, con un appassionato amore per la natura più che per Dio, un amore quasi pagano.
Con la Restaurazione di Carlo II nel 1660 tornò al vicariato che aveva dovuto abbandonare sotto la repubblica e visse serenamente fino alla morte.
Per quanto provasse a scrivere dei versi religiosi in una raccolta di poesie ("Noble Numbers") questo poeta non è mai riuscito a scrivere qualcosa di sacro che fosse realmente convincente. Visse come pochi altri poeti il senso e l'amore della natura. Ne sono prova i poemi della raccolta intitolata "Hesperides" nei quali canta "i ruscelli, i fiori, gli uccelli e i boschi". La sua personalità va ricercata in questi poemetti: madrigali, fantasie amorose, versi dedicati ai fiori, epitaffi. Come scrissero i critici "i suoi epitaffi non pesano sulle tombe, su cui sono appena posati con la delicata grazia di un fiore."
Neppure la morte gli ispirò tristezza.

Nel brano di Robert Herrick (1591-1674) questo spensierato godimento del presente si ammanta di nostalgia: 

O bianchi narcisi, piangiamo a vedervi\sparire sì presto\e dato che il sole precoce a levarsi\raggiunto non ha il suo meriggio\restate, restate,\finché questo giorno, trascorso non sia...

E poi ovviamente il Suffolk darà vita agli Eccelsi Cradle of Filth, i padri del Symphonic Black Metal inglese a tinte gotiche e cimiteriali con il Sublime "Dusk and Her Embrace" che è l'ESSENZA STESSA DELLA POESIA DI ALBIONE.





Comunque una citazione la meritano anche gli Hecate Enthroned 



e pure i Bal-Sagoth anche se delle volte certe loro canzoni sono un po' pacchiane...




un "Riddle" ("Enigma") del periodo Anglo-Sassone (449-1154)


Novalis a confronto con Hölderlin

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Le poesie più belle di Novalis le trovate qui: https://novalisinniallanotte.blogspot.com/

Era il 1794 quando Friedrich Leopold von Hardenberg, un barone di 22 anni laureato in legge, conobbe una fanciulla di 12 anni, Sophie von Kühn, e se ne innamorò. Questo amore, nutrito di poesia, esaltò l'animo del giovane, che concentrò le speranze nel sogno di un matrimonio perfetto. Ma un destino atroce era in agguato: tre anni dopo, Sophie morì e Friedrich rimase solo col suo cuore infranto. Cercò conforto nella poesia e nacquero così delle poesie stupende, pubblicate su una rivista letteraria "Inni alla Notte". Von Hardenberg divenne quindi il più famoso rappresentante del Romanticismo tedesco, diventando celebre come Novalis, dal nome di un possedimento della sua famiglia.

Novalis non si sapeva rassegnare alla perdita definitiva della fanciulla amata. Profondamente religioso, era convinto che un giorno si sarebbero ritrovarsi per non dividersi mai più. Nell'attesa del ricongiungimento, però, la separazione poteva essere reso meno dolorosa nel tentativo di forzare le leggi della Natura e di trasferirsi con l'immaginazione nel mondo invisibile dove l'amore regna eterno.

Ma quale facoltà dello spirito umano può compiere questo miracolo?

Per Novalis la risposta è una sola: la poesia.

Mediante la poesia, l'uomo supera le contraddizioni della vita terrena, scavalca le barriere di quella "città pietrificata" che è la Natura e approda infine al porto sereno dell'eternità.

La vera vita, suggerisce Novalis, non è la nostra breve esistenza terrena. Questa è poco più di un'ombra di quell'autentica realtà che ci attende dopo la morte.  Poeta intimamente cristiano, Novalis canta la notte, cioè la morte, come l'immagine piena di misteriosi significati della vera vita.

Con Novalis, il Romanticismo Tedesco raggiunge le sue vette più alte.

Schleiermacher ebbe parole di lode per il romanzo di Novalis, e si rammaricò del fatto che Novalis scomparse prematuramente, ma poi concluse che quello era il suo destino: egli infatti lo vedeva "consacrato alla morte" (ein dem Tode Geweihter)

*


Hölderlin viene ritenuto uno dei più grandi poeti. Anima profondamente religiosa al pari di Novalis, Hölderlin si distingue per un'ampia e tormentata visione del mondo. Innamorato dell'antichità classica, egli non condivide il gusto tipicamente romantico per la notte, la morte, gli stati d'animo crepuscolari.

Hölderlin ritiene che il divino si manifesti in modo concreto attraverso l'esuberanza della primavera, la gesta degli eroi, il canto dei poeti, la bellezza delle donne.

Ma non tutti sono in grado di capirlo, anzi, pochi ne afferrano un lampo. Chi cerca di forzare troppo l'abisso che divide l'umano dal divino rischia di perdersi nella morte oppure di smarrirsi nei labirinti della follia.

Hölderlin vagheggiava una nazione di poeti, musicisti e filosofi.

Questa concezione della vita che traspare da tutta la sua lirica è espressa in modo unitario nel romanzo "Iperione", che è il "testamento spirituale" del poeta che vede se stesso come messaggero di quelle forze mitiche (Sole, Cielo, Oceano, Fiumi..) che simboleggiano la potenza degli Dei.

Hölderlin fu incompreso ed ebbe a dire "Io mai non compresi le parole degli uomini. Crebbi nelle braccia degli Dei"


"Alle Parche"

"Solo un'estate, Onnipotenti, datemi

ed un autunno a maturarmi il canto;

così che, sazio di quel dolce giuoco,

più volentieri mi si fermi il cuore!

Pago sarò, se pur non mi accompagni

il suono di mie corde... un solo istante,

vissuto in terra avrò come gli Dei...

ed altro io più non chiedo al mio Destino" 


"Stoccarda"

E la forza della luce non inaridisce più i fiori...

gonfi sono i torrenti....

Ma vedo la tomba del padre e già ti pare che pianga?

Ma il passato è come il futuro,

sacro ai cantori e nei giorni d'autunno

riconciliamo le Ombre"


"Tu, tu, perdurasti

perché sopra gli oscuri abissi

molto per te era già sorto e tramontato...

Eppure ti credi solo, nella notte silente,

la rupe ascolta il lamento...

Voi, evocare di notte, e quando apparirete irosi,

perché il vomere sconsacra le tombe,

con la voce del cuore,

voglio, con canto devoto,

conciliarvi,

Voi, Sacre Ombre!"


Ritrovamenti di Tombe tra la Ponzella e S. Magno a Legnano

da leggersi con sottofondo di

 + Doom or Be Doomed +

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Nelle sue "Memorie postume su Legnano" (1883) Giuseppe Pirovano riferisce alcuni ritrovamenti: "Nelle vicinanze della borgata non ci fu dato di ritrovare antichità romane ma bensì tanto da una parte che dall'altra delle due coste che la nascondono alla distanza di mezzo chilometro, se ne trovarono a sufficienza, né è fuori di dubbio che i campi della Ponzella possano ancora fornircene."

Nel rione Ponzella, anticamente Poncena, si ritrovarono vasi cinerari, sepolcreti e lucernette nonché monete di Aureliano, Probo, Massimino. 

Delle reliquie romane trovate nei campi, troviamo anfore, vasi cinerari, speroni, fibule, ritrovati nei poderi di don Giuseppe Brambilla, e in altri a Castellanza. 

Attraversando Castellanza sul più alto della sua costa per la Cascina Buon Gesù, detta popolarmente delle Corde perché quivi facevansi le corde, si scoprirono due belle anfore cinerarie.

Verso Olgiate [poco dopo il cimitero di Castellanza e la cascina Buon Gesù] si fecero altri ritrovamenti.

In uno scavo di ghiaia fatta nel 1863 in vicinanza della filatura [forse in via Cuttica a Legnano. Nota di Lunaria] fu rinvenuto uno scheletro di cavallo e uno umano con monete d'argento svizzere.

Anche nella strada che porta da Legnano a S. Giorgio si ritrovò un mortuario avello con scheletro ed armato; [su questa strada sorgeva la cappellina "Dio ti vede", purtroppo demolita. Nota di Lunaria] 

Vedi storia al link: https://www.legnanonews.com/cronaca/2013/02/07/dio_ti_vede_che_fine_ha_fatto_/26355/

nel 1851, nel prato Pellegrini si rinvenne una cisterna (verso settentrione del Castello di Legnano) contenente qualche palla grossa di cannone e dei calci di fucile.

In un tumulo del prato di S. Magno fu trovato lo scheletro di un guerriero longobardo.

In via Roma a Legnano nel costruire un ampliamento di una casa nel 1926 si trovarono frammenti di tegoloni e cocci di vasi di tombe d'epoca romano-cristiana.

Nel 1926 nel fare gli scavi per alcune trasformazioni al vecchio fabbricato Cornaggia che all'angolo sud della Piazza Umberto I è caratteristico di un portone a sesto acuto con soprastante balcone di antica forma e con stemmi e medaglioni sulla facciata, si ritrovarono a 10 metri dall'ingresso e a 2 metri di profondità tre tombe costituite da tegoloni con risvolto ed ossa di inumati.

è uno dei tanti ritrovamenti cui diede luogo la piazza della chiesa di S. Magno. All'angolo della piazza e la via Cavallotti si trovarono delle tombe con ossa: tutto il centro della piazza era poi un cimitero cristiano. Infatti in origine la piazza S. Magno era il retrostante cimitero dell'antica chiesa di S. Salvatore (di cui resta il campanile) che poi divenne una piazza.









Altro approfondimento: IL SEPOLCRETO DI LEGNANO NEI PRESSI DI S.ERASMO

Info tratte da


Non si sa molto sull'origine dell'ospizio dedicato a Sant'Erasmo, il vescovo martirizzato da Massimiano e Diocleziano.
Senza dubbio antichissimo, come si legge negli atti delle visite pastorali nel periodo borromaico "Antiquitus fundatum".
Nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero, si ricorda che il Santo "battezzando, risanava gli infermi".






Se ci basiamo sul verso "Qui construxit Hospitale de Legnano", contenuto nell'epitaffio posto sopra la tomba di Bonvesin de la Riva, che si poteva vedere fino al 1600 nel chiostro di S. Francesco a Milano, non dovrebbero sorgere dubbi sulla costruzione dell'ospizio, anche se c'è chi sostiene che l'epitaffio sia posteriore di circa un secolo alla morte del poeta; altrove, su un foglio conservato in una cartella dell'Archivio Ospedale Maggiore di Milano, si legge "Fondato da un certo Domenico Vismara, sepolto in S.Francesco di Milano"
Che sia stato costruito da Bonvesin o da Vismara, l'ospizio rimane una delle più interessanti fondazioni benefiche del contado milanese.
Il celebre Sutermeister, che tanto studiò la storia di Legnano, annotò "La presenza di un sepolcreto sin dal III secolo a.C, dà la certezza che il punto era abitato sin da allora, probabilmente come stazione di transiti."


Altro approfondimento tratto da


Nel 1985 venne scoperta, in via Pietro Micca, un Sepolcreto composto da 37 tombe a cremazione, databile tra il I e II secolo d.C.
Anche in epoca romana, fino al II secolo d.C, il rito praticato per la sepoltura dei morti era l'incinerazione; le ossa combuste e le ceneri venivano deposte in contenitori, diverse a seconda delle possibilità economiche: in anfore segate o cassette cubiche formate da tegoloni in argilla, deposte nella terra o in buche contornate da ciottoli, in sarcofagi e casse litiche di varie forme e dimensioni, spesso con brevi iscrizioni in memoria del defunto.
Veniva poi inserito il corredo funebre.
Nel Sepolcreto di via Micca le deposizioni erano quasi tutte a cremazione: il cadavere era bruciato in un'area specifica che serviva allo scopo, l'ustrinum e poi le ossa polverizzate erano raccolte in un cinerario poi deposto nel sepulchrum.
Al defunto veniva messa in bocca una moneta che gli assicurasse il pagamento per il viaggio nell'aldilà.
Nella Necropoli di via Micca, con tombe a pozzetto di forma circolare, è stato trovato il cosiddetto "Obolo di Caronte".

Molto più estesi i ritrovamenti nella zona in prossimità della strada che collega Saronno a Busto Arsizio in località Casina Pace.
Vennero rinvenute 150 tombe tra il 1957 e il 2000; fu il Sutermeister a trovare questo sepolcreto in un campo arato.
Si è ipotizzato che fosse un'area cimiteriale, databile tra gli inizi dell'età imperiale e il II secolo d.C, organizzata in prossimità di un'antica strada detta del Perello, che collegava Legnano a Saronno, con tombe a cremazione e deposizione delle ossa combuste nella terra, in anfora segata e in un caso a cassetta di tegoloni.
Vennero rinvenuti lucerne, balsamari in vetro soffiato per unguenti e profumi, monili, specchi e utensili come coltelli, cesoie e monete.

Nella zona oltrestazione tra la via Firenze, via Venegoni (ex via Novara) vennero rinvenute nel 1925\1926 circa 220 tombe a cremazione con i resti deposti in anfore segate e in urne cinerarie collocate in pozzetti delimitati da ciottoli.
I corredi tombali variano per materiale e classe sociale del defunto: vennero rinvenuti uno specillo (strumento medico), attrezzi da falegname, un compasso di ferro, cesoie per la tosatura, raschiatoi per la concia delle pelli.

Con il III secolo anche a Legnano si passa all'inumazione dei cadaveri e non più alla cremazione: il defunto viene composto nella tomba, diversa a seconda delle possibilità economiche del morto: sarcofagi ricavati da un unico blocco di pietra, con coperto spiovente oppure in tombe, dette "alla cappuccina", costituite da tre tegoloni collocati orizzontalmente sulla nuda terra sulla quale era deposto il cadavere che veniva poi coperto da altri tegoloni disposti a spiovente.   

In via 29 Maggio a Castellanza fu ritrovata nel 1949 una tomba alla cappuccina, parte di un sepolcreto disperso durante i lavori per la deviazione della strada.
Anche in Località Casina Pace a Legnano venne ritrovata una tomba alla cappuccina.

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Le prime attestazioni sulla presenza di ossa di Bos primigenius (Preistoria); in località Paradiso, nell'area detta "La Montagnola" durante i lavori di scavo (1926-1928) per la strada provinciale tra Castellanza-Busto Arsizio-Saronno, sono stati ritrovati dei frammenti di una larga scodella.

Nessuna traccia di insediamento longobardo si è riscontrata a Legnano; abbiamo notizie di ritrovamenti (nel 1894) "in seguito a scavi in via Garibaldi": un umbone di scudo e alcune spade ma che all'epoca non vennero classificati; dalle immagini del Sutermeister, però, l'umbone di scudo presenta analogie con quelli rinvenuti ad Inveruno.
Inoltre, a confine con Castellanza, in una casa posta all'inizio di via Dandolo "rimuovendosi una beola che era a piccola profondità si schiuse agli occhi un avello costituito da un cunicolo in muratura e contenente lo scheletro di un guerriero con spada, speroni, lucernino ed altri oggetti di epoca barbarica"
E poco distante venne alla luce, nel 1926, una necropoli ad inumazione costituita da buche rettangolari utilizzate come fosse di sepoltura, da dove vennero recuperati una lunga spada in ferro ed un vaso a fiasca in argilla fine, decorato, databili al VII secolo d.C.

Uno dei primi studi sulla Necropoli di Legnano fu edito da Serafino Ricci che in uno scritto del 1901 elencava i ritrovamenti ottocenteschi nel territorio di Legnano: il più rilevante era un'olla in argilla con all'interno oggetti di bronzo e vasetti di terracotta, ritrovati in Corso Sempione; l'olla si frantumò e furono conservati solo i manufatti in bronzo.
Sutermeister studiando questi reperti ipotizzò che la sepoltura fosse databile ad un'epoca preromana e più precisamente alla seconda età del Ferro.
In un prato noto come "di San Magno dietro al Castello", alla destra del ramo dell'Olona, verso San Vittore Olona, venne ritrovata un'anfora sepolta nella creta del prato; le monete rinvenute, con la testa di Diana e l'incisione "Massa [Massalia, Marsiglia]" vennero identificate come galliche, coniate in Lombardia tra II e I secolo a.C.
Durante la costruzione della ferrovia Milano-Arona vennero ritrovate molte tombe con ferri, vasi, ampolline in vetro, braccialetti in ferro, che attestano la presenza celta in questa parte della Lombardia.