Commenti e Analisi all'"Endymion" di John Keats
Info tratte da
John Keats (1795-1821), giovane maestro del Romanticismo inglese, mai compreso dai contemporanei e amato invece da grandi intellettuali del secondo Ottocento come Oscar Wilde, oggi viene considerato un classico della letteratura inglese, nonostante l'esiguo numero di opere che poté comporre nella sua brevissima vita, prima che la tubercolosi lo stroncasse mentre si trovava a Roma ospite di P.B.Shelley. Di lui restano, oltre al poema "Endimione" e "Iperione", alcune celebri odi, considerate pietre miliari della lirica romantica. Keats rappresenta una fulgida meteora irrimediabilmente segnata dal mito romantico del genio incompreso e prematuramente scomparso. Pervasa da un'intima musicalità e stilisticamente perfetta, la poesia di Keats canta i temi cari a gran parte del movimento romantico, basti pensare alla coincidenza tra bellezza e verità (sia il Romanticismo tedesco sia quello inglese crederanno fermamente nell'idea che la bellezza non possa ridursi a un mero accessorio, in quanto fondamento e principio della verità stessa). Il tema fondamentale della sua ricerca resterà sempre la poesia stessa (il fascino dolce-amaro del sogno, l'ambigua figura della donna fatale, l'ossessione della fine imminente). Nei quattro anni in cui fu poeta meditò, mettendole in versi, sulle continue lacerazioni dall'esistenza: dalla fede totale nell'immaginazione, alla consapevolezza delle sue mancanze, dal vagheggiamento della bellezza come fine ultimo della sua ricerca, al desiderio di una più solida conoscenza, dalla speranza in un'eterna verità, alla lucida accettazione della caducità e soggettività del tutto. La vera poesia, dunque, che nasce dalla disinteressata e amorale contemplazione delle cose, nelle parole dello stesso Keats dovrebbe essere "grande ma discreta; qualcosa che ti penetra dentro senza farti trasalire, senza colpirti per se stessa ma per il suo messaggio. Come sono belli quei fiori celati!"
Keats comincia a lavorare ad "Endymion, punta di spillo", primo ambizioso passo di "quell'interminabile cammino in salita" verso il tempio della fama, nella tranquilla solitudine dell'Isola di Wight. Sebbene fosse già stata pubblicata la sua prima raccolta di liriche, Keats si sentiva ancora esitante circa il suo essere un vero poeta. Scriveva al fratello George nel 1817: "Per quanto riguarda il tuo definirmi un poeta, non posso rispondere se non dicendo che l'Alta Idea che ho della gloria poetica mi fa pensare che essa si manifesti torreggiando troppo in alto su di me. In ogni modo, non ho diritto di parlare finché non avrò concluso il mio Endymion, che sarà un saggio, una prova del mio Potere di Immaginazione e soprattutto della mia inventiva, così non comune, in quanto devo realizzare 4000 versi a partire da un mero spunto e riempirli di poesia [...]" e ancora "Tante volte mi sono chiesto perché mai io fra tanti Uomini debba essere un Poeta".
Il mito di Endimione, conosciuto probabilmente già al tempo delle sue letture scolastiche, e filtrato attraverso Ovidio, Shakespeare, Milton, Drayton, aveva esercitato un forte fascino sulla fantasia del giovane poeta. Pervaso dalla musicalità stessa del suo nome, Keats si era risolto a dedicare a Endymion un più lungo poema. (Nota di Lunaria: Endymion è citato anche nel sublime cd dei Cradle of Filth "Dusk and Her Embrace", nella canzone "Beauty slept in sodom": "For thee Endymion I forsake the cerements of this star-flung tomb"; l'intero testo è pervaso da riferimenti mitologici ed erotici-macabri)
Eppure, nonostante le sue consapevolezze, l'inaspettata violenza delle stroncature sorprese sia il poeta sia gli editori sia gli amici. Fra queste la più feroce tacciava l'Endymion di "imperturbabile, perfetta idiozia". Alle velenose recensioni si affiancarono scritti apologetici a firma di amici e conoscenti, ma, pur grato verso di loro, Keats comprese che questo potesse risultare nocivo quanto il sarcasmo dei suoi detrattori. Sebbene ricco di episodi di intensa liricità e di indubbio fascino, il poema, talvolta prolisso ed esitante nell'impianto narrativo è così prodigo di svenimenti e sospiri da apparire lezioso. Eppure l'opera affre alcune pagine di superba poesia e versi di innegabile bellezza. Un mirabile lirismo balugina pagina dopo pagina nelle magiche descrizioni del mondo naturale o ancora nelle parole rapite che raccontano la bellezza incommensurabile di Cinzia, la grazia ultraterrena di Venere o l'incubo erotico di Glauco. I 4000 versi del poema sono un arabesco sottile ed aereo di accostamenti imprevisti, immagini scintillanti e pennellate di vivido sentimento. Come affermava Shelley, Endymion è opera ricca di tesori, sebbene profusi con inesperta dovizia.
Il primo verso "a thing of beauty is a joy for ever" sintetizza immediatamente il senso dell'affannosa ricerca di Endymion: il raggiungimento dell'eterna bellezza. Simbolo supremo ne è la Luna, incarnata da Diana, cui si sommano "le altre cose belle" che contribuiscono a fugare "il manto funebre dei nostri spiriti tetri" e che sono le meraviglie della natura: il sole, gli alberi, i fiori ma anche "le belle storie che udimmo o leggemmo/sorgente infinita di fluido immortale/versata su di noi col ciglio del cielo". Dopo questa introduzione generale, in cui il poeta non manca di delineare un chiaro programma di lavoro (v. 34-62) comincia il vero e proprio poema a partire dalle celebrazioni in onore del dio Pan, sulle pendici del monte Latmo. L'inno cantato dal vecchio sacerdote (v. 232-306) accenna ad un desiderio di trascendenza, quel desiderio che per Endymion diventerà realtà alla fine del poema, dopo una lunga ricerca, cominciata in seguito ad un primo indimenticabile amplesso con la Dea sconosciuta.
I magnifici versi dedicati al primo incontro con Cinzia prendono forma nel racconto stesso fatto dall'eroe all'amata sorella Peona. "In un magico letto di sacro dittamo e rossi papaveri", mentre spira una dolce brezza che disegna dinnanzi ai suoi occhi le più mirabolanti visioni, Endymion cade addormentato, e mentre gli sembra di elevarsi al cielo, vede alzarsi una magnifica luna seguita da una donna di sovrannaturale bellezza, dai capelli biondi e fluenti, le labbra rosse e l'incarnato di perla. Ella si avvicina "arrossendo come una vergine", mentre Endymion ha l'impressione di precipitare nella magia di quell'abbraccio che pure "si dilegua nel nulla" quando il suo sogno d'amore si trasforma in "stupido sonno". Risvegliatosi, solo fra gli umidi papaveri, comincia un lungo viaggio alla ricerca della perduta amante, mentre ai suoi occhi la natura perde di bellezza, ammantandosi di paura, sgomento e sconforto.
"Tutte le più piacevoli sfumature del cielo e della terra scomparvero: le più profonde ombre erano le più profonde prigioni; brughiere e assolate radure erano colme di luce molesta; i nostri immacolati ruscelli sembravano fuligginosi, e cosparsi dalle branchie riverse di pesci morenti; la rosa vermiglia si era dischiusa in orrendo scarlatto, e le sue spine spuntate come aloe acuminanti. Se un innocente uccello dinnanzi ai miei intontiti passi saltava e saltava in brevi giri, scorgevo in lui un demone camuffato, con l'incarico di cucire l'anima mia alla profonda oscurità; di travolgere i miei traballamenti in qualche immane voragine. Pertanto, tenevo dietro con ansia e maledivo la delusione. Tempo, annosa balia, mi cullò fino alla calma. Ora, per grazia del nobile cielo! Queste cose, con tutti i loro conforti, sono concesse alle mie naufraghe ore, e con te, dolce sorella, aiutando ad arginare il rifluente mare della sposata vita"
Peona, cerca di alleviare le sofferenze del fratello, ricordandogli la vitalità e la sete di gloria dei suoi giorni passati, ma Endymion risponde presagendo una futura immateriale felicità. Già da quanto abbiamo detto, appare chiaro che Cinzia rappresenti sia il simbolo dell'amore, sia quello dell'assoluta bellezza e quindi, per estensione, della perfezione poetica. Endymion, di conseguenza, non è solo l'anima innamorata che tende ad un amore più vero e sublime, ma anche il poeta alla ricerca della sua Musa e quindi l'uomo alla ricerca della felicità. Endymion è un eletto, un prescelto degli Dei [...] eppure il suo sogno di immortalità si realizzerà solo dopo un lungo viaggio iniziatico attraverso i mondi senza luna delle terre infere e degli abissi marini, narrati rispettivamente nel II e III libro dell'opera.
"Dove risiede la felicità? In ciò che invita le nostre pronte menti ad una divina comunione, comunione con l'essenza; fino a splendere, del tutto alchemizzati, e liberi dallo spazio. Guarda la lucente religione del cielo!"
Molto verosimilmente, il poema potrebbe essere letto come una celebrazione dell'amore nella sua totalità: sublime sentimento che nobilita l'anima trovando nella sfera sensuale la sua più completa realizzazione.
La riflessione sull'amore maturata nell'opera si completa e si amplifica nei due miti che Keats incastona sul corpo centrale del racconto: l'episodio di Adone e la favola di Glauco. Il primo dei due, un intreccio di Eros e Thanatos, narra del wintersleep del giovane e frivolo cacciatore amato da Venere che, in virtù dell'amore puro e sincero di quest'ultimo, riceve da Giove il beneficio di una morte parziale medicata in prolungato sopore colmo di visioni e adorno di quieta magnificenza. Nelle delizie molli e luminescenti di una pergola paradisiaca, nido accogliente al riparo dal mondo, Adone dorme il suo sonno stagionale in attesa del bacio salvifico della Dea innamorata. L'episodio non è solo la celebrazione dell'amore più autentico, grazia e balsamo per l'animo umano, ma anche esempio di sororale e genuina compassione nelle parole gentili e benigne rivolte dalla Dea ad Endymion sofferente. Nel segno della compassione, intesa come partecipazione profonda al dolore dell'altro si dipana anche l'episodio più lungo e articolato di Glauco e Circe che connota il III libro del poema. Giovane e insoddisfatto pescatore, Glauco implora il Re dell'oceano di concedergli il potere di vivere libero in tutto il suo regno per visitare le meraviglie senza fine del letto oceanico. Nella sua nuova vita di essere marino conosce la bellissima Scilla alla quale si lega di un amore tanto grande quanto disperato. Alla fine di ottenere i favori della ninfa, il giovane invoca le arti malefiche della maga Circe, iniqua regina de sensi che con lacrime e sorrisi e parole di miele lo stringe in una rete la cui prigionia gli appare più beata della distesa fiorita di Elisio. Rapito in un lungo sogno d'amore, confinato nell'ennesima pergola del poema, Glauco si abbandona ad un piacere lascivo e mendace che gli costerà il fiore stesso della sua giovinezza. Nelle parole vibranti e dolenti di Glauco, l'eroe si confronta con il lato vizioso e malsano dell'amore allorché privo della sua essenza celeste si manifesta come vuota lusinga e appagamento dei sensi. L'aspetto tragico e scellerato dell'eros affiora chiaramente in un'altra disgressione dell'Endymion, collocata a chiusura del II libro e dunque circa a metà del lungo poema. Si tratta della fuga penosa di Alfeo e Aretusa nella quale si perpetua il desiderio di un amore probito e infelice. Come Dafne che si schernisce da Apollo e come Siringa che fugge da Pan, Aretusa onora la sua devozione nei confronti di Diana sottraendosi all'ardore incontenibile di Alfeo che pure continua a seguirla. Di fronte a questo amore inaccessibile e insoddisfatto, Endymion sarà pervaso, ancora una volta, da un sentimento di pietosa compassione che lo induce a pregare per la felicità dei due spossati amanti.
Come scrive Colvin, l'anima innamorata del poeta non può raggiungere il suo supremo ideale di bellezza se non attraverso il confronto con altre anime innamorate e sofferenti e infatti sul suo cammino, Endymion incrocia anche una giovane, nostalgica straniera, allontanatasi dalla sua terra natale al seguito di Bacco. Secondo alcuni interpreti, la bella Indiana, dalle trecce nere e dalla pelle ambrata, figura antitetica rispetto alla candida Dea dai capelli biondi, rappresenta un simbolo della realtà terrena: dolorosa, finita, eppure affascinante. Anche l'amore più grande ha i suoi vacillamenti: Endymion pur non dimentico della sua amata divinità, ma stanco di inseguire quella fuggevole speranza oltre l'ombra del sogno, si sente attratto dalla giovane Indiana e crede di amarla. Quando si fa strada la consapevolezza che il loro amore non può realizzarsi ed egli si risolve di vivere una vita da eremita, la bella straniera si manifesta in realtà come Diana stessa. Il viaggio di Endymion termina nel momento in cui la dolcissima Indiana, allontanando i nebbiosi spettri del passato, promette all'eroe la grazia di una diversa felicità: l'accettazione del mondo sensibile appare come il primo necessario passo per realizzare quel sogno di immortalità, tanto remoto quanto ambito. Allo stesso tempo, la giovane straniera rappresenta anche l'ultima lusinga, l'estrema tentazione della carne prima dell'agnizione finale. Così al principio del IV libro il narratore si rivolge ad Endymion, mentre la giovane Indiana lamenta la sua dolorosa solitudine:
"Tu, signore di Caria, meglio sarebbe che fossi scagliato/in un ciclone. Dileguati nel vento,/ardente montanaro! Potresti mai resistere/ al sospiro di una donna angosciata e sola? /Non guardare le sue malie! Che sia l'algida Febe?/ Febe è molto più bella - non guardare oltre:/ma se contemplare vuoi una riserva di tutte le bellezze,/guardala palpitare sull'erba del bosco!"
La straniera, se non bella come Diana, è comunque "una riserva di tutte le bellezze" e di fatto Endymion le chiederà di cancellare quella metà della sua anima ancora legata alla Dea sconosciuta per fare di lei il suo unico amore:
"Mi sono avvinghiato/al nulla, amai nulla, nulla visto/o sentito se non un immenso sogno"
Alle parole dell'eroe fa eco la maledizione del fato che risuona lugubre nella vasta foresta.
Certo ormai della sua scelta, Endymion rivolge alla compagna una tenera dichiarazione d'amore:
"Mia dolcissima Indiana, qui,/mi inginocchio, poiché hai redento/la mia vita da troppo lieve respiro: andati e scomparsi/sono i nebbiosi spettri! Antri solitari, addio!/E aria di visioni, e spaventoso riflusso/del mare visionario! No, mai più eteree voci mi attrarranno a quella spiaggia/di confusi portenti, trafelato e atterrito./Addio, delizioso sogno! Anche se è così sconfinato il mio amore per te. Giungerà l'ora/che ci rincontreremo nel limpido elisio./Sulla terra non mi è dato di amarti; e allora/ti donerò colombe, e le più dolci provviste/di tutto l'anno fecondo: tu splenderai così/su di me, e sulla mia bella fanciulla/benedicendo le nostre semplici vite. Mia indiana felicità!/Bocciolo di ninfea! Bacio terreno!/Sospiro di alito certo - presa gentile/calda come nido di colomba fra gli alberi estivi/e calda di rugiada gocciante dal vivo sangue!"
"Quelle labbra saranno la mia Delfo, detteranno/legge ai miei passi/colore alle mie guance/tremito o tenacia a questa stessa voce/e la scelta fra i tre più dolci pensieri:/e quella luce amorevole, quegli oggetti adamantini/quegli occhi, quelle passioni, quelle supreme sorgenti perlate/saranno la mia pena o brilleranno al mio piacere./Dimmi non è la felicità alla perfetta portata delle nostre mani? Oh potessi non dubitarne!"
Un concreto e modesto appagamento sembra già aver cancellato gli entusiasmi di quel primo sogno d'amore. A sorpresa, la fanciulla rifiuta le profferte del principe-pastore e al riparo dallo sguardo dell'amante sorride soddisfatta. A questo punto appare chiaro che la bella Indiana, come già accennato, non sia altro che una maschera della divinità che, come spesso nell'epica classica, si avvicina ai mortali sotto le spoglie di una donna terrena. Scossa dal rifiuto della giovane, Endymion ritrova la fede nel suo vecchio sogno:
"Benché non ignaro,/che quegli inganni che piaceri paiono fra gli uomini/sono piaceri veri come il vero:/ ve ne sono comunque di più alti che io non potrei scorgere/se empiamente scegliessi un reame terreno."
Riflettendo fra sé su cose per le quali non vi sono parole, l'eroe invoca finalmente l'estremo desiderio di aver pieno comando sul suo triste fato ed è solo allora che avvien la metamorfosi della Dea:
"E mentre parlava, nel volto affiorava/ una luce, come riflessa da una fiamma d'argento:/i lunghi capelli neri si gonfiavano ampi, in piena/dorata ostentazione; nei suoi occhi un più fulgido giorno/albeggiò azzurro e carico d'amore. Sì, guardava/Febe, sua passione! Raggiante alzò/il suo lucido arco, e continuando disse: "Triste, triste/fu la nostra attesa; dapprima folle paura/mi frenava; e poi gli statuti del fato;/poi fu sancito che da questo stato mortale/tu fossi, amore, per inattesa metamorfosi,/fatto dio. Peona, erreremo in/queste foreste, e saranno sicure per te/come fossero la tua culla; qui verrai a trovarci/innumerevoli volte"
Finalmente il viaggio di Endymion è concluso: reso dio, ha ormai a portata di mano la somma bellezza e l'amore perfetto. Se l'accettazione della realtà sensibile appare il primo passo per la realizzazione del suo sogno, non bisogna dimenticare che la quest dell'eroe termina solo quando egli cessa di essere in balia degli eventi, affermando la sua estrema volontà. Solo allora Endymion è degno di contemplare Diana nella sua divina bellezza, superando gli statuti contrari del fato e diventando un essere celeste. In conclusione, il poema è la storia di un sogno che si tramuta in realtà: l'immaginazione che congiunge il mondo reale al mondo vagheggiato permette all'anima eletta di trascendere i limiti dell'umana esistenza infrangendo quella fragile barriera che ci separa dalle nostre eteree dimore.
Scriveva il poeta: "Non sono certo di nulla se non della santità dell'effetto de cuore e della verità dell'immaginazione - ciò che l'immaginazione coglie come bellezza deve essere verità - che esistesse prima o no - perché ho la stessa idea delle Passioni come dell'Amore: che sublimate siano tutte creatrici di Pura Bellezza". Il Poema è l'apoteosi di questa convinzione. Lo stesso Keats sembra condividere la speranza di Endymion quando in una lettera a Bailey, parafrasando Shelley, conclude dicendo che sono le nostre stesse menti a rendere sacre e perfette le cose che contemplano.
***
Le definizioni moderne di "Endymion" sono spesso metonimiche e pertinenti al mondo naturale. è un tessuto di fiori retorici, un traliccio istoriato per grappoli di cose belle, terrestri, marine, aeree, è tutto alberi. I suoi quattromila versi lo fanno somigliare a un fenomeno di natura: è un poema-albero, dalla chioma mossa e chiaroscura e le radici che affondano nella poesia elisabettiana, è un poema-sole che ostenta vastità di concezione e pathos sublimi, spazialità oniriche e tempi immemorabili. Per il suo protagonista, sempre in cammino, è un poema-paesaggio, dove errare è desiderio di infinito e la memoria è dilatazione subime del mito; il mondo arcadico e quello infero, l'abisso marino e tutto l'aere; l'orientalismo settecentesco gli suggerisce di moltiplicare palazzi, templi, pergole, fantasiose varianti di quella stanza del pensiero verginale, forma archetipale del sé, raccolta nell'unicità della sua apparizione (*). Il poeta ha piena autorità sulla natura immaginata secondo il suo piacere: fa coincidere i fiori di tutte le stagioni, ne accende i colori, ne esalta i profumi, ordina concerti di uccelli e boschetti ombrosi in gran quantità. L'acqua, poi, si finge vegetazione e architettura. Dirà Bachelard che il sognatore votato all'acqua (e Keats lo è) è creatura di vertigine che senza tregua metamorfizza la sostanza dell'essere.
(*) L'immagine della vita umana come una grande casa dalle molte stanze è presa dalla lettera di Keats; dalla "stanza spensierata" si passa a quella del "pensiero verginale" per arrestarsi alle soglie di "anditi oscuri", tutti da esplorare.
Nota di Lunaria: qui qualche riferimento alla flora, preso dal Libro Primo, da 13 a 262.
Così sole, luna,
alberi antichi, e nuovi, germoglianti felicità d'ombre
per l'umile gregge; e narcisi
col verde mondo in cui abitano; e chiari ruscelli
che cercano un fresco tetto
contro la torrida stagione; il cespuglio nel bosco,
con la spruzzata di boccioli della bella rosa muscata:
e così anche la magnificenza del destino
che immaginiamo per i morti illustri [...]
né queste essenze sentiamo solo
per brev'ora; no, come anche gli alberi
che sussurrano attorno al tempio presto diventano
cari quanto il tempio stesso, così fa la luna,
la poesia passione, le glorie immense,
ossessioni per noi finché non siano lietificante luce
all'anima nostra, e a noi si legano sì forte,
che, sia splendore o tenebra tetra,
sempre con noi dimorano, o moriamo.
Quindi, è con piena felicità ch'io
vergo la storia di Endimione.
La musica stessa del nome penetra
nel mio essere, e ogni leggiadra scena
sorge vivida avanti a me come il verde
della nostra valle: dunque inizio
ora che il clamore della città non odo;
ora che i primi germogli appena spuntano,
e cingono con dedali di colore tenerissimo
i vecchi boschi; mentre il salice strascica
la sua ambra delicata [...]
Tanti e tanti versi spero di scrivere,
prima che le margherite, orlate di vermiglio e bianco,
si nascondano nell'erba folta; e prima che le api
ronzino attorno ai globi del trifoglio e ai piselli
odorosi,
sarò quasi a metà della mia storia.
O che la stagione invernale, spoglia e bianca,
non la veda incompiuta; ma il vigoroso autunno,
coll'universale tinta d'oro vecchio,
mi sia tutto attorno quando sarò alla fine.
[...]
Sui pendii di Latmo era sparsa
una rigogliosa foresta; poiché l'umida terra nutriva
generosamente le occulte radici d'erba
e divenivano rami penduli, e frutti preziosi.
E v'erano ombre dense, profondità recluse,
dove nessuno entrava; [...]
sentieri ve n'erano molti,
serpeggianti tra felci di palma e palustri giunchi,
e sponde d'edera; tutti gradevolmente diretti
a un ampio prato, da dove si scorgevano solo
fusti aggruppati in cerchio tra gonfie
zolle e radenti rami: chi potrebbe dire
la freschezza dello spazio di cielo in alto,
orlato dalle cime scure degli alberi? traversandolo una
colomba
spesso batteva le ali, e spesso
anche una nuvoletta navigava per l'azzurro.
Proprio nel mezzo di questa amenità
stava un altare di marmo, con una treccia
di fiori appena in boccio; e la rugiada
s'era concessa fantasie da fata spargendo
margherite la sera prima sulla terra sacra,
e così la luce albeggiante con sfarzo accoglieva.
[...]
Così dicendo, [...] un corò cantò:
"O tu, il cui grandioso palazzo ha il tetto pendulo
da scheggiati tronchi, e ombreggia
sussurri eterni, tenebre, nascita, vita, morte
di fiori non visti in solenne quiete;
che ami vedere le amadriadi ricomporsi
i riccioli arruffati là dove i noccioli congiunti
ombreggiano;
e per lunghe, solenni ore, siedi e ascolti
la tetra melodia di giunchi prigionieri -
in desolati luoghi, dove per la palustre umidità cresce
la cicuta cilindrica fino a straordinario rigoglio;
pensando a te, quanto triste e restio
fosti a perdere la bella Siringa - ora tu -
per la lattea fronte del tuo amore! -
per i tremanti labirinti ch'ella corsa -
ascoltaci, grande Pan!"
"O tu, per la cui quiete anima-suadente, le tortore
appassionano la voce tubando tra i mirti,
quando vaghi al tramonto
per campi assolati, che orlano il fianco
dei tuoi muschiati reami: o tu, a cui
i fichi dalle larghe foglie fin d'ora promettono
frutta matura; le api giallo-cinte
favi dorati; i campi del villaggio
la bellissima fioritura di fagioli e grano e papaveri;
il gorgheggiante fanello i suoi cinque piccoli ancor non
nati
che canteranno per te; le fragole in terra serpeggianti
la frescura estiva; le sigillate farfalle
le ali screziate; sì, l'anno fresco in boccio
tutte le sue perfezioni - avvicinati presto,
con ogni vento che inclina il pino del monte,
o divino silvano!"
Qui il testo originale:
Such the sun, the moon,
Trees old, and young, sprouting a shady boon
For simple sheep; and such are daffodils
With the green world they live in; and clear rills
That for themselves a cooling covert make
'Gainst the hot season; the mid forest brake,
Rich with a sprinkling of fair musk-rose blooms:
And such too is the grandeur of the dooms
We have imagined for the mighty dead;
[...] Nor do we merely feel these essences
For one short hour; no, even as the trees
That whisper round a temple become soon
Dear as the temple's self, so does the moon,
The passion poesy, glories infinite,
Haunt us till they become a cheering light
Unto our souls, and bound to us so fast,
That, whether there be shine, or gloom o'ercast,
They alway must be with us, or we die.
Therefore, 'tis with full happiness that I
Will trace the story of Endymion.
The very music of the name has gone
Into my being, and each pleasant scene
Is growing fresh before me as the green
Of our own vallies: so I will begin
Now while I cannot hear the city's din;
Now while the early budders are just new,
And run in mazes of the youngest hue
About old forests; while the willow trails
Its delicate amber; [...]
Many and many a verse I hope to write,
Before the daisies, vermeil-rimmed and white,
Hide in deep herbage; and ere yet the bees
Hum about globes of clover and sweet peas,
I must be near the middle of my story.
O may no wintry season, bare and hoary,
See it half finished; but let Autumn bold,
With universal tinge of sober gold,
Be all about me when I make an end.
[...]
Upon the sides of Latmos was outspread
A mighty forest; for the moist earth fed
So plenteously all weed-hidden roots
Into o'er-hanging boughs, and precious fruits.
And it had gloomy shades, sequestered deep,
Where no man went;
[...]
Paths there were many,
Winding through palmy fern, and rushes fenny,
And ivy banks; all leading pleasantly
To a wide lawn, whence one could only see
Stems thronging all around between the swell
Of turf and slanting branches: who could tell
The freshness of the space of heaven above,
Edged round with dark tree tops? through which a dove
Would often beat its wings, and often too
A little cloud would move across the blue.
Full in the middle of this pleasantness
There stood a marble altar, with a tress
Of flowers budded newly; and the dew
Had taken fairy phantasies to strew
Daisies upon the sacred sward last eve,
And so the dawned light in pomp receive.
[...]
Thus ending [...] thus a chorus sang:
"O Thou, whose mighty palace roof doth hang
From jagged trunks, and overshadoweth
Eternal whispers, glooms, the birth, life, death
Of unseen flowers in heavy peacefulness;
Who lov'st to see the hamadryads dress
Their ruffled locks where meeting hazels darken;
And through whole solemn hours dost sit, and hearken
The dreary melody of bedded reeds
In desolate places, where dank moisture breeds
The pipy hemlock to strange overgrowth;
Bethinking thee, how melancholy loth
Thou wast to lose fair Syrinx - do thou now -,
By thy love's milky brow! -
By all the trembling mazes that she ran -
Hear us, great Pan!"
"O Thou, for whose soul-soothing quiet, turtles
Passion their voices cooingly 'mong myrtles,
What time thou wanderest at eventide
Through sunny meadows, that outskirt the side
Of thine enmossèd realms: O thou, to whom
Broad-leavèd fig trees even now foredoom
Their ripened fruitage; yellow-girted bees
Their golden honeycombs; our village leas
Their fairest-blossomed beans and poppied corn;
The chuckling linnet its five young unborn,
To sing for thee; low creeping strawberries
Their summer coolness; pent up butterflies
Their freckled wings; yea, the fresh budding year
All its completions - be quickly near,
By every wind that nods the mountain pine,
O forester divine!
***
Altri versi dell'"Endymion" (con testo originale) e poesie varie
Sentieri ve n'erano molti, serpeggianti fra felci di palma e palustri giunchi e sponde d'edera.
Paths there were many, winding through palmy fern and rushes fenny and ivy banks.
O tu, il cui grandioso palazzo ha il tetto pendulo di scheggiati tronchi; e ombreggia sussurri eterni, tenebre, nascita, vita, morte di fiori non visti in solenne quiete. Che ami vedere le amadriadi là dove i noccioli congiunti ombreggiano e per lunghe soleni ore, siedi e ascolti, la tetra melodia di giunchi prigionieri in desolati luoghi dove per la palustre umidità cresce la cicuta cilindrica a straordinario rigoglio.
O Thou, whose mighty place roof doth hang from jagged trunks and over shadoweth eternal whispers, glooms, the birth, life, death of unseen flowers in heavy peace fulness. Who lov'st to see the hamadryads dress their ruffles locks where meeting hazels darken. And through whole solemn hours dost sit, and hearken the dreary melody of bedden reeds in desolate places, where dank moisture breeds the pipy hemlock to strange over growth.
Ah! Sospiri, lagrime, mani strette, ecco! I papaveri pendevano zuppi di rugiada sugli steli, il merlo cantava un lugubre canto e il giorno fosco aveva scacciato l'araldo Espero con grevi sguardi.
Ah! My sighs, my tears, my clenched hands for lo! The poppies hung dew-dabbled on their stalks, the ouzel sung a heavy ditty, and the sullen day had chidden herald Hesperous away with leaden looks.
Pergamene sgretolantisi scritte in lingua di paradiso. Da quelle anime che prima vissero sulla terra e ardue sculture di pesante pietra, svelanti l'umore della notte, l'umore della notte antica.
Mouldering scrolls writ in the tongue of heaven. By those souls who first were on the earth. And sculptures rude in ponderous stone, developing the mood of ancient nox.
V'è una caverna, oltre gli apparenti confini dello spazio, fatta perchè l'anima v'erri, e trovi l'esser suo, di profondissima tenebra. Buie regioni la circondano, dove le tombe di sepolti dolori lo spirito vede ma a stento. Un'ora indugia piangendo.
There lies a den. Beyond the seeming confines of the space made for the soul to wonder in and trace its own existence, of remotest glooms. Dark regions are around it, where the tombs of buried griefs the spirit sees, but scarce one hour doth linger weeping.
Te, Gentile Dama, egli liberò: per sempre tu vivrai e amerai, per tutte le tue lagrime fluenti.
Thee, Gentle Lady, did he disenthrall: ye shall for ever lve and love, for all thy tears are flowing.
"La Belle Dame sans merci"
Vidi le pallide labbra nel crepuscolo,
in orrido ammonimento spalancate,
e mi svegliai e mi trovai così
sul freddo fianco del colle.
I saw their starved lips in the gloam,
with horrid warning aped wide,
and I awoke and found me here,
on the cold hill's side.
Da "Iperione" (1818-1819)
Libro I
Profondo nell'ombra triste d'una valle
persa lontano dal salubre respiro del mattino,
lontano dall'infuocato mezzogiorno, e dalla prima stella,
grigio sedeva Saturno, quieto come pietra,
immoto come il silenzio attorno al suo rifugio;
foresta su foresta gli cingeva il capo
come nube su nube. Non v'era moto d'aria,
né tanta vita quanta in un giorno d'estate
non rubi alla piumata erba un seme leggero,
ma dove morta la foglia ricadeva, ferma restava.
Senza voce scorreva vicino a un rivo,
ancor più zitto per l'ombra che spargeva
la caduta divinità - fra le canne la naiade
più stretto al labbro premeva il freddo dito.
Lungo la sabbiosa sponda larghe impronte seguivano
non oltre il punto dove i piedi avevano vagato,
e là da allora riposavano. Sulla molle terra
la vecchia mano destra giaceva inerte, indifferente,
senza vita né scettro, e i decaduti occhi erano chiusi
mentre il capo sembrava chino in ascolto alla Terra,
l'antica madre, per un conforto ancora.
"Hyperion. A fragment"
Book I
Deep in the shady sadness of a vale
far sunken from the healthy breath of morn,
far from the fiery noon, and eve's one star,
sat grey-hair'd Saturn, quiet as a stone,
still as the silence round about hs head
like cloud on cloud. No stir of air was there,
not so much life as on a summer's day
robs not one light seed from the feather'd grass,
but where the dead leaf fell, there did it rest.
A stream went voiceless by, still deadened more
by reason of his fallen divinity
spreading a shade: the Naiad 'mid her reeds
pressed her cold finger closer to her lips.
Along the margin-sand large foot-marks went,
no further than to where his feet had stray'd,
and slept there since. Upon the sodden ground
his old right hand lay nerveless, listless, dead,
unsceptred; and his realmless eyes were closed;
while his bow'd head seem'd list'ning to the Earth,
his ancient mother, for some comfort yet.
Libro IV
Via! Via! che io volerò da te,
non sul cocchio di Bacco e i suoi compagni,
ma sulle ali invisibili di Poesia,
benchè la sorda mente sia s'impaccio e ritardo.
Già con te! Tenera è la notte,
e forse la Regina-Luna è sul suo trono,
attesa intorno da tutte le stellate ancelle;
ma qui luce alcuna non c'è,
tranne quella che dal cielo s'insinua con la brezza
fra le tenebre verdi e i sinuosi sentieri muschiati.
Book IV
Away! Away! for I will fly to thee,
not charioted by Bacchus and his pards,
but on the viewless wings of Poesy,
through the dull brain perplexes and retards.
Already with thee! Tender is the night,
and haply the Queen-Moon is on her throne,
cluster'd around by all her starry Fays;
but here there in no light,
save what from heaven is with the breezes blown
through verdurous glooms and winding mossy ways.
"Ode su un'urna greca"
Tu (1) della quiete ancora inviolata sposa,
alunna del silenzio e del tempo tardivo (2),
narratrice silvestre (3) che un racconto
fiorito puoi così più che la nostra
rima dolcemente dire,(4)
quale leggenda adorna d'aeree fronde (5) si posa
intorno alla tua forma?
Di deità, di mortali o pur d'entrambi,
in Tempe (6) o nelle valli
d'Arcadia? (7) Quali uomini
son questi (8) o quali dèi,
quali ritrose vergini,
qual folle inseguimento, qual paura,
quali zampogne e timpani,
quale selvaggia estasi? (9)
Note:
1) Il Poeta si rivolge all'urna greca.
2) L'urna antica è rimasta per lunghi secoli, nel lento scorrere del tempo, immersa nella quiete e nel silenzio dell'oblio.
3) Sul'urna "narratrice", ovvero scolpita, è incisa una scena pastorale, per questo il Poeta usa l'aggettivo "silvestre".
4) Per il Poeta, l'urna, con le immagini incise, racconta più dolcemente che non le rime della Poesia.
5) La scena pastorale è decorata da foglie.
6)Tempe è una località della Tessaglia.
7) Regioni della Grecia; metaforicamente però simboleggiano un luogo ideale di armonia e serenità.
8) Con "Questi" il Poeta si riferisce ai personaggi rappresentati sull'urna: uomini, dèi, fanciulle, scene pastorali.
9) "Selvaggia estasi" è un riferimento ai riti dionisiaci, in cui i danzatori cadevano in una sfrenata ebbrezza.
Ora, il testo in inglese!
Thou still unravished bride of quietness
Thou foster-child of silence and slow time
Silvan historian, who canst thus express
A flowery tale more sweetly than our rhyme!
What leaf-fringed legend haunts about thy shape
of deities or mortals, or of both,
in Temple or the dales or Arcady?
What men or gods are these? What maidens loth?
What mad pursuit? What struggle to escape?
What pipes and timbrels? What wild ecstasy?
Un commento critico:
"Il motivo centrale delle prime quattro strofe è la bellezza ideale, che si manifesta in forme tangibili nel fregio marmoreo dell'urna.
La bellezza è fissata dall'arte in forme eterne, immodificabili, sottratte all'azione del tempo: il canto della zampogna non cesserà mai, l'amore durerà per sempre, la bellezza della fanciulla non appassirà mai, la primavera sarà eterna. La bellezza si unisce dunque ad un senso di vitalità giovanile piena e gioiosa. A queste forme eterne si contrappone la vita reale dell'uomo segnata dal dolore, dalla febbre del desiderio irrealizzabile, dalla delusione (conclusione della III strofa). Dinnanzi a queste forme di attica perfezione il pensiero dell'uomo è come spinto al di là dei suoi stessi limiti, si protende a vagheggiare con struggimento quell'eternità che per l'uomo è irrealizzabile. Nell'ultima strofa si approfondisce il motivo già accennato al termine della III: alla bellezza eterna e incorruttibile dell'arte, che si compendia nell'urna greca, si contrappone la realtà umana, sottoposta all'azione del tempo, soggetta alla decadenza e alla vecchiezza.
Ma nel succedersi delle generazioni umane, sempre dominate dall'affanno, l'urna continuerà a diffondere il suo messaggio: "La Bellezza è Verità, la Verità è Bellezza". Nella contemplazione del valore della bellezza si compendia il senso che gli uomini possono dare alla loro vita." A differenza della Poesia di Shelley, visionaria e torbida, quella di Keats si compiace di immagini armoniche e classiche. Ma il Classicismo di Keats, come quello di Foscolo, secondo me, sono colmi di Spirito Romantico: tutto è struggimento, tutto è malinconia, nostalgia di un mondo passato (quello Classico, idealizzato) che si percepisce come un paradiso perduto.
Introduzione al Romanticismo Inglese in Pittura
Tratto da
I primi a influenzare il Romanticismo Francese furono i poeti, i pittori, i romanzieri inglesi. Il mito del "genio" si incarnava in Shakespeare che, con la sua prodigiosa fantasia "libera creatrice di liberi fantasmi", aveva acceso l'immaginazione di molti artisti romantici.
E i personaggi dei popolari romanzi storici di Walter Scott rivivevano nelle tele dei pittori francesi, insieme ai protagonisti dei poemi di Byron (http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/george-byron-i-versi-piu-belli-e-i.html) e Shelley (http://poesieshelley.blogspot.it/)
I romantici inglesi trasmisero inoltre il gusto per un ideale di vita vissuto intensamente e senza limiti: come Byron che morì volontario a Missolungi per accorrere in difesa della libertà del popolo greco.
Il desiderio di esperienze eccezionali, l'interesse per le scienze occute, la magia, l'alchimia, la suggestione di terre assolate ed esotiche alimentano, insieme alla poesia sepolcrale e ai "Canti di Ossian" (http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/06/i-canti-di-ossian-di-james-macpherson.html) tutto lo spirito romantico europeo.
Favorevoli allo scambio di esperienze artistiche e culturali con gli altri paesi, donarono le suggestioni della loro arte con generosità maggiore di quanto non ricevessero in cambio.
Anche il termine "Romantico" ha provenienze d'oltre Manica: infatti l'aggettivo "Romantic" era già in uso in Inghilterra nel XVII secolo col significato di romanzesco, nel senso di tutto ciò che poteva colpire l'immaginazione popolare, mentre nel secolo successivo venne associato a medievale-gotico, in contrapposizione a classico-antico e in Inghilterra si sviluppano le dispute intorno ai concetti estetici di Pittoresco e Sublime, che guideranno due opposti atteggiamenti degli artisti romantici nei confronti della natura: nel primo caso il pittore coinvolge lo spettatore, attraverso il suo stato d'animo, in una visione spontanea e immediata di una natura animata e viva, sia pure in movimentato disordine. Nel secondo l'artista è dominato da emozioni più forti, di spavento, di terrore, di angoscia, di fronte a spettacoli naturali che gli danno la misura della propria piccolezza di fronte all'espressione della potenza o della collera divina: calamità, tempeste, mari agitati, enormi blocchi di ghiaccio, bufere, temporali, oltre a paesaggi terrificanti nella loro grandiosità, sono gli aspetti della natura nel Sublime.
(Per approfondire, vedi qui: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/06/introduzione-alla-pittura-di-friedrich.html)
A questi concetti si ispirarono i maggiori pittori romantici inglesi, Joseph Mallord William Turner e John Constable, che eserciteranno una forte influenza sulla pittura francese, da Delacroix fino agli impressionisti.
A Constable, a Turner e anche a Richard Bonington, morto a solo 26 anni, si deve la grande rivalutazione della pittura di paesaggio. Usando la tecnica dell'acquerello, insolita e rapida, ottennero degli effetti di luce che resero palpitante il cielo nelle sue variazioni di atmosfera e ne accentuarono l'importanza in rapporto al resto della composizione.
L'amore per la vita silenziosa e intima della campagna ha sempre rappresentato una costante dell'animo inglese: tracce di questo atteggiamento si trovano nei dipinti di Thomas Gainsborough e Robert Cozens.
La pittura di paesaggio diventa prioritaria nel Romanticismo Inglese e i suoi pittori rendono protagonista la natura, a volte con un sentimentalismo permeato di malinconia, a volte con ardite e nuove soluzioni luministiche.
Constable, convinto che "la pittura di paesaggio, molto più della pittura di storia, potesse consentire al vero artista di esprimere il suo mondo di sogni e sentimenti", si dedicò a questo genere con lunghi studi all'aria aperta che lo portarono a raggiungere un senso di intimità con la natura, frutto di lunghi giorni di attenta e concentrata osservazione per cogliere il nascere e il divenire del più piccolo fenomeno come la formazione di una foglia, il movimento di una nuvola, il palpitare dell'atmosfera, lo spostarsi delle ombre sui prati. La campagna inglese non era mai stata penetrata con occhi tanto amorosi: il substrato romantico di Constable è proprio in questa dedizione totale alla sua terra a cui rimase legato sdegnando i viaggi all'estero che pure tutti gli artisti dell'epoca compivano alla ricerca di nuove emozioni. Constable no: è pago delle emozioni che riceve dalla natura e la natura lo ripaga generosamente.
Al contrario di Constable, Turner non dipinse mai all'aria aperta. Seguace delle teorie sul colore di Goethe, secondo cui gli accostamenti di giallo, verde e arancione sono causa di una eccitante sensazione di gioia e quelli di blu e nero d'ansia e di inquietudine, Turner sente i colori quasi come elementi spirituali. Li usa quindi con assoluta libertà interpretativa, svincolandoli dalla forma che, col passare del tempo, perde sempre più importanza. Turner crea così, sensibile soprattutto alle suggestioni atmosferiche, dense di vapori e di nebbia, raffigurazioni fantastiche e libere che lo avvicinano a una visione "astratta" dell'arte. Il primo viaggio in Italia lo inebria della luce mediterranea, ma in special modo è suggestionato da Venezia, la città magicamente sospesa e riflessa sull'acqua. Turner esasperò la libertà del suo Romanticismo e non si curò più di nessuna regola. Per questo entusiasmò i giovani artisti francesi quando espose al Salon del 1824, ma per questo venne anche osteggiato dala critica inglese che disprezzava le sue tele "confuse e non finite"!
Le tele più celebri di Turner raffigurano il mare e il cielo come foschie indistinte dai colori accesi, generalmente primari come blu cobalto, rosso scarlatto e giallo cromo e cadmio, applicati sul bianco per ottenere varie sfumature. L'artista era un topografo desideroso di cogliere la realtà del mondo circostante e anticipava i suoi acquerelli definitivi con innumerevoli schizzi preparatori; era anche un incisore.
I soggetti dei suoi dipinti variano dal Sublime (1), come tempeste e naufragi, al pittoresco, dalla celebrazione delle vittorie inglesi alla denuncia degli orrori della guerra; dagli ideali moderni a quelli dell'antichità.
Fu ispirato (come molti altri della sua generazione) dal paesaggista del XVII secolo Claude Lorrain
(https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/03/breve-commento-ad-orfeo-ed-euridice-di.html)
(1) Le opere di artisti come Géricault, Martin, Friedrich ecc. riflettono l'idea di Sublime, ovvero della grandiosità unita a terrore, in grado di accendere le passioni e i piaceri umani molto più della semplice bellezza. Il concetto, presente sull'arte fin dall'antichità, fu ripreso in età romantica da Edmund Burke. In Letteratura, un'Autrice che descrisse scenari sublimi nei suoi libri fu Ann Radcliffe. (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2019/03/ann-radcliffe-i-misteri-di-udolpho-gli.html)
Altro link utile: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/introduzione-al-preromanticismo-e-al.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/introduzione-al-romanticismo-e-alle-sue.html
Altro approfondimento, tratto da
"Che beffa questa\della storia, tanto passata che futura!\Sento ora che tutti gli uomini si ingannano", scriveva il poeta inglese William Wordsworth sulla disillusione provocata dalla Rivoluzione Francese.
Gli eventi del 1789 sfociarono nelle violenze ed esecuzioni di massa del Regno del Terrore: come poteva un idealista mantenere la speranza?
Anche restando in patria, Wordsworth e i suoi contemporanei dovettero assistere al tradimento delle idee illuministe.
La Rivoluzione Industriale che caratterizzò la fine del secolo in Inghilterra fu determinata dalle nuove conoscenze scientifiche e tuttavia ebbe conseguenze sociali terribili per città come Manchester, che fu invasa da mulini, fonderie e altri opifici alimentati a carbone che sfruttavano migliaia di operai provenienti dalle campagne.
Le condizioni di vita e di lavoro erano così misere da spingere Mark Twain a dichiarare: "Il passaggio da Manchester alla morte sarebbe inavvertibile" e Alexis de Tocqueville scriveva "L'uomo civilizzato viene trasformato quasi nel selvaggio che era un tempo".
Karl Marx concludeva che lo sfruttamento del proletariato avrebbe scatenato inevitabilmente una nuova rivoluzione.
Gli artisti visionari si rifugiavano nella natura in cerca di salvezza, soprattutto i poeti come Wordsworth e Coleridge: le "Ballate liriche" (1798), una raccolta di poesie firmata da entrambi, cambiarono il corso della letteratura diventando la fonte primaria di ispirazione per un'importante corrente del Romanticismo Inglese.
Così come Wordsworth cercava il sentimento e la pace nei paesaggi della nativa regione del Lake District, nell'Inghilterra del Nord, il pittore John Constable trovò la fonte della bellezza e della verità nei dintorni della sua casa nel Suffolk.
Constable e Joseph Mallord William Turner furono i pittori più affermati di quella che si può considerare l'età dell'oro del paesaggismo britannico.
Pur maturando stili diversi, la maggior parte degli esponenti del Romanticismo rifiutava la purezza neoclassica della linea e del colore, privilegiando composizioni più ricche e complesse.
Un altro aspetto che poneva il Romanticismo in deciso contrasto con il Neoclassicismo era l'attenzione riservata al sentimento individuale dell'artista, più attento alla propria ispirazione che non ai canoni tradizionali.
Per alcuni, come Turner, diventava del tutto secondario che lo spettatore cogliesse o meno il messaggio del dipinto: l'artista doveva fedeltà unicamente alla propria visione.
La nuova concezione dell'arte di cui fu portatore il Romanticismo perdura ancora oggi.
Nessun artista inglese espresse l'approccio individualistico della nuova arte romantica meglio di William Blake, poeta, pittore e incisore mistico originario di Lambeth.
L'artista riferiva di visioni, professava l'amore libero, preferiva l'arte gotica a quella greca e venerava l'immaginazione come "mondo dell'eternità", una sorta di grembo divino al quale tutti sarebbero tornati dopo la morte del corpo fisico.
Richard Wilson (1714-1782) è il padre fondatore della paesaggismo britannico. Stando alle parole di Constable, Wilson contemplava e rappresentava la natura esclusivamente per il proprio piacere, sebbene i suoi quadri rivelino la spiccata influenza di Claude Lorrain, in particolare nella riproduzione della luce di fine giornata, che illumina i paesaggi natii del pittore gallese.
I dipinti nostalgici di Wilson costituiscono il punto di partenza per la paesaggistica topografica che si diffuse nell'Inghilterra dell'epoca.
Anche Constable rinunciò all'accuratezza realistica per l'espressività emotiva: "La baia di Weymouth", il dipinto più antico tra quelli in mostra, risale alla luna di miele dell'artista sulla costa del Dorset e ne comunica appieno l'entusiasmo giovanile, con il cielo e il mare ricreati sommariamente da spesse pennellate di colore; la stessa spiaggia, che lascia affiorare a tratti la tela nuda e cruda, rivela un approccio alquanto radicale.
La vivacità di questa tecnica divenne tipica degli schizzi a olio dell'artista tra i quali "La cattedrale di Salisbury e Leadenhall visti dal fiume Avon" (1820).
Il pittore dipingeva le opere all'aperto per poi prenderle a modello, una volta rientrato nel suo studio, per dipinti più ponderati come "Il mulino di Stratford". Anche quest'ultimo, anticipando il "Carro di fieno" presenta il fiume Stour in perfetta armonia con gli operosi abitanti locali, come se la natura fosse davvero completa soltanto quando è in sintonia con gli esseri umani; le pennellate e le scelte cromatiche dell'artista rivelano una notevole varietà, che riguarda in particolare il fiume e l'area boschiva. Lo stile di Constable diventa ancora più commovente nelle ultime opere come "La cattedrale di Salisbury vista dai campi" (1831).
Nel corso della sua carriera, il pittore ebbe maggior successo in Francia che in Inghilterra.
APPROFONDIMENTO: LE PITTRICI PRE-RAFFAELITE
I primi a influenzare il Romanticismo Francese furono i poeti, i pittori, i romanzieri inglesi. Il mito del "genio" si incarnava in Shakespeare che, con la sua prodigiosa fantasia "libera creatrice di liberi fantasmi", aveva acceso l'immaginazione di molti artisti romantici.
E i personaggi dei popolari romanzi storici di Walter Scott rivivevano nelle tele dei pittori francesi, insieme ai protagonisti dei poemi di Byron (http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/george-byron-i-versi-piu-belli-e-i.html) e Shelley (http://poesieshelley.blogspot.it/)
I romantici inglesi trasmisero inoltre il gusto per un ideale di vita vissuto intensamente e senza limiti: come Byron che morì volontario a Missolungi per accorrere in difesa della libertà del popolo greco.
Il desiderio di esperienze eccezionali, l'interesse per le scienze occute, la magia, l'alchimia, la suggestione di terre assolate ed esotiche alimentano, insieme alla poesia sepolcrale e ai "Canti di Ossian" (http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/06/i-canti-di-ossian-di-james-macpherson.html) tutto lo spirito romantico europeo.
Favorevoli allo scambio di esperienze artistiche e culturali con gli altri paesi, donarono le suggestioni della loro arte con generosità maggiore di quanto non ricevessero in cambio.
Anche il termine "Romantico" ha provenienze d'oltre Manica: infatti l'aggettivo "Romantic" era già in uso in Inghilterra nel XVII secolo col significato di romanzesco, nel senso di tutto ciò che poteva colpire l'immaginazione popolare, mentre nel secolo successivo venne associato a medievale-gotico, in contrapposizione a classico-antico e in Inghilterra si sviluppano le dispute intorno ai concetti estetici di Pittoresco e Sublime, che guideranno due opposti atteggiamenti degli artisti romantici nei confronti della natura: nel primo caso il pittore coinvolge lo spettatore, attraverso il suo stato d'animo, in una visione spontanea e immediata di una natura animata e viva, sia pure in movimentato disordine. Nel secondo l'artista è dominato da emozioni più forti, di spavento, di terrore, di angoscia, di fronte a spettacoli naturali che gli danno la misura della propria piccolezza di fronte all'espressione della potenza o della collera divina: calamità, tempeste, mari agitati, enormi blocchi di ghiaccio, bufere, temporali, oltre a paesaggi terrificanti nella loro grandiosità, sono gli aspetti della natura nel Sublime.
(Per approfondire, vedi qui: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/06/introduzione-alla-pittura-di-friedrich.html)
A questi concetti si ispirarono i maggiori pittori romantici inglesi, Joseph Mallord William Turner e John Constable, che eserciteranno una forte influenza sulla pittura francese, da Delacroix fino agli impressionisti.
A Constable, a Turner e anche a Richard Bonington, morto a solo 26 anni, si deve la grande rivalutazione della pittura di paesaggio. Usando la tecnica dell'acquerello, insolita e rapida, ottennero degli effetti di luce che resero palpitante il cielo nelle sue variazioni di atmosfera e ne accentuarono l'importanza in rapporto al resto della composizione.
L'amore per la vita silenziosa e intima della campagna ha sempre rappresentato una costante dell'animo inglese: tracce di questo atteggiamento si trovano nei dipinti di Thomas Gainsborough e Robert Cozens.
La pittura di paesaggio diventa prioritaria nel Romanticismo Inglese e i suoi pittori rendono protagonista la natura, a volte con un sentimentalismo permeato di malinconia, a volte con ardite e nuove soluzioni luministiche.
Constable, convinto che "la pittura di paesaggio, molto più della pittura di storia, potesse consentire al vero artista di esprimere il suo mondo di sogni e sentimenti", si dedicò a questo genere con lunghi studi all'aria aperta che lo portarono a raggiungere un senso di intimità con la natura, frutto di lunghi giorni di attenta e concentrata osservazione per cogliere il nascere e il divenire del più piccolo fenomeno come la formazione di una foglia, il movimento di una nuvola, il palpitare dell'atmosfera, lo spostarsi delle ombre sui prati. La campagna inglese non era mai stata penetrata con occhi tanto amorosi: il substrato romantico di Constable è proprio in questa dedizione totale alla sua terra a cui rimase legato sdegnando i viaggi all'estero che pure tutti gli artisti dell'epoca compivano alla ricerca di nuove emozioni. Constable no: è pago delle emozioni che riceve dalla natura e la natura lo ripaga generosamente.
Al contrario di Constable, Turner non dipinse mai all'aria aperta. Seguace delle teorie sul colore di Goethe, secondo cui gli accostamenti di giallo, verde e arancione sono causa di una eccitante sensazione di gioia e quelli di blu e nero d'ansia e di inquietudine, Turner sente i colori quasi come elementi spirituali. Li usa quindi con assoluta libertà interpretativa, svincolandoli dalla forma che, col passare del tempo, perde sempre più importanza. Turner crea così, sensibile soprattutto alle suggestioni atmosferiche, dense di vapori e di nebbia, raffigurazioni fantastiche e libere che lo avvicinano a una visione "astratta" dell'arte. Il primo viaggio in Italia lo inebria della luce mediterranea, ma in special modo è suggestionato da Venezia, la città magicamente sospesa e riflessa sull'acqua. Turner esasperò la libertà del suo Romanticismo e non si curò più di nessuna regola. Per questo entusiasmò i giovani artisti francesi quando espose al Salon del 1824, ma per questo venne anche osteggiato dala critica inglese che disprezzava le sue tele "confuse e non finite"!
Le tele più celebri di Turner raffigurano il mare e il cielo come foschie indistinte dai colori accesi, generalmente primari come blu cobalto, rosso scarlatto e giallo cromo e cadmio, applicati sul bianco per ottenere varie sfumature. L'artista era un topografo desideroso di cogliere la realtà del mondo circostante e anticipava i suoi acquerelli definitivi con innumerevoli schizzi preparatori; era anche un incisore.
I soggetti dei suoi dipinti variano dal Sublime (1), come tempeste e naufragi, al pittoresco, dalla celebrazione delle vittorie inglesi alla denuncia degli orrori della guerra; dagli ideali moderni a quelli dell'antichità.
Fu ispirato (come molti altri della sua generazione) dal paesaggista del XVII secolo Claude Lorrain
(https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/03/breve-commento-ad-orfeo-ed-euridice-di.html)
(1) Le opere di artisti come Géricault, Martin, Friedrich ecc. riflettono l'idea di Sublime, ovvero della grandiosità unita a terrore, in grado di accendere le passioni e i piaceri umani molto più della semplice bellezza. Il concetto, presente sull'arte fin dall'antichità, fu ripreso in età romantica da Edmund Burke. In Letteratura, un'Autrice che descrisse scenari sublimi nei suoi libri fu Ann Radcliffe. (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2019/03/ann-radcliffe-i-misteri-di-udolpho-gli.html)
Altro link utile: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/introduzione-al-preromanticismo-e-al.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/introduzione-al-romanticismo-e-alle-sue.html
Altro approfondimento, tratto da
"Che beffa questa\della storia, tanto passata che futura!\Sento ora che tutti gli uomini si ingannano", scriveva il poeta inglese William Wordsworth sulla disillusione provocata dalla Rivoluzione Francese.
Gli eventi del 1789 sfociarono nelle violenze ed esecuzioni di massa del Regno del Terrore: come poteva un idealista mantenere la speranza?
Anche restando in patria, Wordsworth e i suoi contemporanei dovettero assistere al tradimento delle idee illuministe.
La Rivoluzione Industriale che caratterizzò la fine del secolo in Inghilterra fu determinata dalle nuove conoscenze scientifiche e tuttavia ebbe conseguenze sociali terribili per città come Manchester, che fu invasa da mulini, fonderie e altri opifici alimentati a carbone che sfruttavano migliaia di operai provenienti dalle campagne.
Le condizioni di vita e di lavoro erano così misere da spingere Mark Twain a dichiarare: "Il passaggio da Manchester alla morte sarebbe inavvertibile" e Alexis de Tocqueville scriveva "L'uomo civilizzato viene trasformato quasi nel selvaggio che era un tempo".
Karl Marx concludeva che lo sfruttamento del proletariato avrebbe scatenato inevitabilmente una nuova rivoluzione.
Gli artisti visionari si rifugiavano nella natura in cerca di salvezza, soprattutto i poeti come Wordsworth e Coleridge: le "Ballate liriche" (1798), una raccolta di poesie firmata da entrambi, cambiarono il corso della letteratura diventando la fonte primaria di ispirazione per un'importante corrente del Romanticismo Inglese.
Così come Wordsworth cercava il sentimento e la pace nei paesaggi della nativa regione del Lake District, nell'Inghilterra del Nord, il pittore John Constable trovò la fonte della bellezza e della verità nei dintorni della sua casa nel Suffolk.
Constable e Joseph Mallord William Turner furono i pittori più affermati di quella che si può considerare l'età dell'oro del paesaggismo britannico.
Pur maturando stili diversi, la maggior parte degli esponenti del Romanticismo rifiutava la purezza neoclassica della linea e del colore, privilegiando composizioni più ricche e complesse.
Un altro aspetto che poneva il Romanticismo in deciso contrasto con il Neoclassicismo era l'attenzione riservata al sentimento individuale dell'artista, più attento alla propria ispirazione che non ai canoni tradizionali.
Per alcuni, come Turner, diventava del tutto secondario che lo spettatore cogliesse o meno il messaggio del dipinto: l'artista doveva fedeltà unicamente alla propria visione.
La nuova concezione dell'arte di cui fu portatore il Romanticismo perdura ancora oggi.
Nessun artista inglese espresse l'approccio individualistico della nuova arte romantica meglio di William Blake, poeta, pittore e incisore mistico originario di Lambeth.
L'artista riferiva di visioni, professava l'amore libero, preferiva l'arte gotica a quella greca e venerava l'immaginazione come "mondo dell'eternità", una sorta di grembo divino al quale tutti sarebbero tornati dopo la morte del corpo fisico.
Richard Wilson (1714-1782) è il padre fondatore della paesaggismo britannico. Stando alle parole di Constable, Wilson contemplava e rappresentava la natura esclusivamente per il proprio piacere, sebbene i suoi quadri rivelino la spiccata influenza di Claude Lorrain, in particolare nella riproduzione della luce di fine giornata, che illumina i paesaggi natii del pittore gallese.
I dipinti nostalgici di Wilson costituiscono il punto di partenza per la paesaggistica topografica che si diffuse nell'Inghilterra dell'epoca.
Anche Constable rinunciò all'accuratezza realistica per l'espressività emotiva: "La baia di Weymouth", il dipinto più antico tra quelli in mostra, risale alla luna di miele dell'artista sulla costa del Dorset e ne comunica appieno l'entusiasmo giovanile, con il cielo e il mare ricreati sommariamente da spesse pennellate di colore; la stessa spiaggia, che lascia affiorare a tratti la tela nuda e cruda, rivela un approccio alquanto radicale.
La vivacità di questa tecnica divenne tipica degli schizzi a olio dell'artista tra i quali "La cattedrale di Salisbury e Leadenhall visti dal fiume Avon" (1820).
Il pittore dipingeva le opere all'aperto per poi prenderle a modello, una volta rientrato nel suo studio, per dipinti più ponderati come "Il mulino di Stratford". Anche quest'ultimo, anticipando il "Carro di fieno" presenta il fiume Stour in perfetta armonia con gli operosi abitanti locali, come se la natura fosse davvero completa soltanto quando è in sintonia con gli esseri umani; le pennellate e le scelte cromatiche dell'artista rivelano una notevole varietà, che riguarda in particolare il fiume e l'area boschiva. Lo stile di Constable diventa ancora più commovente nelle ultime opere come "La cattedrale di Salisbury vista dai campi" (1831).
Nel corso della sua carriera, il pittore ebbe maggior successo in Francia che in Inghilterra.
APPROFONDIMENTO: LE PITTRICI PRE-RAFFAELITE
Vedi anche: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/10/dallilluminismo-al-preromanticismo.html
Melchiorre Cesarotti e le traduzioni dell'"Ossian" e dell'Elegia di Gray
Il suo apporto alla cultura settecentesca è tanto notevole in vita, quando si trattava di riaccostare alla lettura italiana il buon gusto, il programma e i moduli pubblicistici della cultura francese, quanto gli stessi che muovono da lui (Alfieri, Foscolo, Leopardi), si rivelano.
Il compito assolto da questo culturalista, che collocò in venerande istituzioni accademiche ed universitarie il frutto delle sua attenzioni filosofiche, letterarie e linguistiche, rimase misconosciuto. La critica novecentesca lo ristudiò sulla traccia di un approfondimento sistematico e di una giustificazione storica dei suoi concetti filosofici e metodologici.
Fra problematica filosofica del primo tempo e problematica linguistica del secondo, dividendone l'opera in una collocazione un po' generica, la sua grande avventura letteraria è la Nachtdichtung ossianica: dove accompagnando un tratto il lavoro filologico-letterario della scoperta preromantica della poesia dell'Europa barbara e quella che fu detta "geniale impostura" del Macpherson, riuscì a dimostrare che la letteratura italiana, tutt'altro che chiusa nei moduli neoclassici della riforma cinquecentesca, era suscettibile di ogni acquisto.
Melchiorre Cesarotti percorse la sfera fantastica e sentimentale el Preromanticismo e la diarchia indicata di fantasia e di sentimento con la duttilità di uno che leggeva e conversava instancabilmente, con l'autorevolezza di un buon ragionatore, dalla cattedra e dal libro.
"Notte d'ottobre nel Nord della Scozia", traduzione in italiano delle Poesie di Ossian di James Macpherson
Qui si può leggere un commento a Macpherson e qualche stracio delle Poesie di Ossian: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/06/i-canti-di-ossian-di-james-macpherson.html
PRIMO CANTORE
Trista è la notte, tenebria s'aduna,
tingesi il cielo di color di morte:
qui non si vede né stella né luna,
che mette il capo fuor delle sue porte.
Torbido è 'l lago, e minaccia fortuna;
odo il vento nel bosco a ruggir forte:
giù dalla balza va scorrendo il rio
con roco lamentevol mormorio.
Su quell'alber colà, sopra quel tufo,
che copre quella pietra sepolcrale,
il lungo-urlante ed inamabil gufo
l'aer funesta col canto ferale.
Ve' ve':
fosca forma la piaggia adombra:
quella è un'ombra:
striscia, sibila, vola via.
Per questa via
tosto passar dovrà persona morta:
quella meteora de' suoi passi è scorta.
Il can dalla capanna ulula e freme,
il cervo geme - sul musco del monte,
l'arborea fronte - il vento gli percote;
spesso ei si scuote - e si ricorca spesso.
Entro d'un fesso - il cavriol s'acquatta,
tra l'ale appiatta - il francolin la testa.
Teme tempesta - ogni uccello, ogni belva,
ciascun s'inselva - e sbucar non ardisce;
solo stridisce - entro un nube ascoso
gufo odioso;
e la volpe colà da quella pianta
brulla di fronde
con orrid'urli a' suoi strilli risponde.
Palpitante, ansante, tremante
il peregrin
va per sterpi, per bronchi, per spine,
per rovine,
ché ha smarrito il suo cammin.
Palude di qua,
dirupi di là,
teme i sassi, teme le grotte,
teme l'ombre della notte,
lungo il ruscello incespicando,
brancolando,
ei trascina l'incerto suo piè.
Fiaccasi or questa or quella pianta,
il sasso rotola, il ramo si schianta,
l'aride lappole strascica il vento;
ecco un'ombra, la veggo, la sento:
trema di tutto, né sa di che.
Notte pregna di nembi e di venti,
notte gravida d'urli e spaventi!
L'ombre mi volano a fronte e a tergo:
aprimi, amico, il tuo notturno albergo.
SECONDO CANTORE
Sbuffa 'l vento, la pioggia precipitasi,
atri spirti già strillano ed ululano.
svelti i boschi dall'alto si rotolano,
le fenestre pei colpi si stritolano.
Rugghia il fiume che torbido ingrossa:
vuol varcarlo e non ha possa
l'affannato viator.
Udiste quello strido lamentevole?
Egli è travolto, ei muor.
La ventosa orrenda procella
schianta i boschi, i sassi sfracella;
già l'acqua straripa,
si sfascia la ripa;
tutto in un fascio la capra belante,
la vacca mugghiante
la mansueta e la vorace fera
porta la rapidissima bufera.
Nella capanna il cacciator si desta,
solleva la testa,
stordito avviva il fuoco spento: intorno
fumanti
stillanti
stangli i suoi veltri; egli di scope i spessi
fessi riempie, e con terrore ascolta
due gonfi rivi minacciar vicina
alla capanna sua strage e rovina.
Là sul fianco di ripida rupe
sta tremante l'errante pastor.
Una pianta sul capo risuona,
e l'orecchio gli assorda e rintrona
il torrente col roco fragor.
Egli attende la luna,
la luna che risorga,
e alla capanna co' suoi rai lo scorga.
In tal notte atra e funesta
sopra il turbo e la tempesta,
sopra neri nugoloni,
vanno l'ombre a cavalcioni.
Pur è giocondo
il lor canto sul vento:
ché d'altro mondo
vien quel novo concento.
Ma già cessa la pioggia: odi che soffia
l'asciutto vento, l'onde
si diguazzano ancora, ancor le porte
sbattono: a mille a mille
cadon gelate stille
da quel tetto e da questo. Oh! oh! pur veggo
stellato il cielo: ah che di nuovo intorno
si raccoglie la pioggia; ah che di nuovo
l'occidente s'abbuia.
Tetra è la notte e buia,
l'aer di nembi è pregno:
ricevetemi, amici, a voi ne vegno.
TERZO CANTORE
Pur il vento imperversa, e pur ei strepita
tra l'erbe della rupe: abeti svolvonsi
dalle radici, e la capanna schiantasi.
Volan per l'aria le spezzate nuvole,
le rosse stelle ad or ad or traspaiono;
nunzia di morte l'orrida meteora
fende co' raggi l'addensate tenebre.
Ecco posa sul monte: io veggo l'ispida
vetta dal giogo dirupato, e l'arida
felce ravviso e l'atterrata quercia.
Ma chi è quel colà sotto quell'albero,
prosteso in riva al lago
colle vesti di morte?
L'onda si sbatte forte
sulla scogliosa ripa, è d'acqua carca
la piccioletta barca,
vanno e vengono i remi
trasportati dall'onda
ch'erra di scoglio in scoglio: oh! su quel sasso
non siede una donzella?
Che fia? L'onda rotante
rimira,
sospira
misero l'amor suo! misero amante!
Ei di venir promise,
ella adocchiò la barca,
mentre il lago era chiaro: "Oh me dolente!
oimè questo è 'l suo legno!
oimè questi i suoi remi!
questi sul vento i suoi sospiri estremi!"
Ma già s'appresta
nuova tempesta;
neve in ciocca
fiocca, fiocca;
biancheggiano dei monti e cime e fianchi;
sono i venti già stanchi,
ma punge l'aria ed è rigido il cielo:
accoglietemi, amici, io son di gelo.
QUARTO CANTORE
Vedi notte serena, lucente,
pura, azzurra, stellata, ridente;
i venti fuggiro,
le nubi svaniro,
si fan gli arboscelli
più verdi e più belli;
gorgogliano i rivi
più freschi e più vivi;
scintilla alla luna
la tersa laguna.
Vedi notte serena, lucente,
pura, azzurra, stellata, ridente.
Veggo le piante rovesciate, veggo
i covoni che il vento - aggira e scioglie,
ed il cultor che intento
si curva e li raccoglie.
Chi vien dalle porte
oscure di morte
con piè pellegrin?
Chi vien così leve
con vesta di neve,
con candide braccia,
vermiglia la faccia,
brunetta il bel crin?
Questa è la figlia del signor sì bella,
che pocanzi cadeo nel suo bel fiore:
deh t'accosta, t'accosta, o verginella,
lasciati vagheggiar, viso d'amore.
Ma già si move il vento, e la dilegua;
e vano è che cogli occhi altri la segua.
I venticelli spingono
per la valle ristretta
la vaga nuvoletta:
ella poggiando va:
finché ricopre il cielo
d'un candidetto velo,
che più leggiadro il fa.
Vedi notte, serena, lucente,
pura, azzurra, stellata, ridente.
Bella notte, più gaia del giorno:
addio, statevi, amici, io non ritorno.
QUINTO CANTORE
La notte è cheta, ma spira spavento;
la luna è mezzo tra le nubi ascosa:
movesi il raggio pallido e va lento;
s'ode da lungi l'onda romorosa.
Mezza notte varcò, ché 'l gallo io sento:
la buona moglie s'alza frettolosa,
e brancolando pel buio s'apprende
alla parete, e 'l suo foco raccende.
Il cacciator, che già crede il mattino,
chiama i suoi fidi cani, e più non bada;
poggia sul colle e fischia per cammino:
colpo di vento la nube dirada:
ei lo stellato aratro a sé vicino
vede, che fende la cerulea strada:
"Oh" - dice "egli è per tempo, ancora annotta."
E s'addormenta sull'erbosa grotta.
Odi, odi:
corre pel bosco il turbine,
e nella valle mormora
un suon lugubre e stridulo:
quest'è la formidabile
armata degli spiriti,
che tornano dall'aria.
Dietro il monte si cela la luna
mezzo pallida e mezzo bruna:
scappa un raggio e luccica ancora,
e un po' po' le vette colora:
lunga dagli alberi scende l'ombra,
tutto abbuia, tutto s'adombra,
tutto è orrido e pien di morte:
amico, ah! non tardar, schiudi le porte.
IL SIGNORE
Sia pur tetra la notte, ululi e strida
per pioggia o per procella,
senza luna né stella;
volino l'ombre, e 'l peregrin ne tremi,
imperversino i venti,
rovinino i torrenti, errino intorno
verdi-alate meteore; oppur la notte
esca dalle sue grotte
coronate di stelle, e senza velo
rida limpido il cielo;
è lo stesso per me: l'ombra sen fugge
dinanzi al vivo mattutino raggio,
quando sgorga dal monte,
e fuor dalle sue nubi
riede gioioso il giovinetto giorno:
sol l'uom, come passò, non fa ritorno.
Ove son ora, o vati,
i duci antichi? ove i famosi regi?
Già della gloria lor passaro i lampi.
Sconosciuti, obliati
giaccion coi nomi lor, coi fatti egregi,
e muti sono delle loro pugne i campi.
Rado avvien ch'orma stampi
il cacciator sulle muscose tombe,
mal noti avanzi degli eccelsi eroi.
Sì passerem pur noi; profondo oblio
c'involverà: cadrà prostesa alfine
questa magion superba,
e i figli nostri tra l'arena e l'erba
più non ravviseran le sue rovine.
E domandando andranno
a quei d'etade e di saper più gravi:
"Dove sorgean le mura alte degli avi?"
Sciolgansi i cantici,
l'arpa ritocchisi,
le conche girino,
alto sospendansi
ben cento fiaccole;
donzelle e giovani
la danza intreccino
al lieto suon.
Cantore accostisi,
il qual raccontimi
le imprese celebri
dei re magnanimi,
dei duci nobili,
che più non son.
Così passi la notte,
finché il mattin le nostre sale irraggi.
Allor sien pronti i destri
giovani della caccia e i cani e gli archi.
Noi salirem sul colle, e per le selve
andrem col corno a risvegliar le belve.
ELEGIA DI TOMMASO [THOMAS] GRAY SOPRA UN CIMITERO DI CAMPAGNA
qui si può leggere il testo originale e con traduzione in italiano corrente: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2013/06/thomas-gray-elegia-scritta-in-un.html
Parte languido il giorno; odine il segno
che il cavo bronzo ammonitor del tempo
al consueto rintoccar diffonde.
Va passo passo il mugolante armento
per la pioggia avviandosi: dal solco
move all'albergo l'arator traendo
l'affaticato fianco, e lascia il mondo
alle tenebre e a me. Già scappa al guardo
gradatamente, e più e più s'infosca
la faccia della terra, e l'aer tutto
silenzio in cupa maestade ingombra.
Se non che alquanto lo interrompe un basso
ronzar d'insetti e quel che il chiuso gregge
tintinnio soporoso al sonno alletta.
E là pur anco da quell'erma torre,
ch'ellera abbarbicata ammanta e stringe,
duolsi alla luna il pensieroso gufo
di quei che al muto suo segreto asilo
d'intorno errando, osan turbare i dritti
del suo vetusto solitario regno.
Sotto le fronde di quegli olmi, all'ombra
di quel tasso funebre, ove la zolla
in polverosi tumuli s'inalza,
ciascun riposto in sua ristretta cella,
dormono i padri del villaggio antichi.
Voce d'augello annunziator d'albori,
auretta del mattin che incenso olezza,
queruli lai di rondinella amante,
tonar di squilla o rintronar di corno
non gli alzeran dal loro letto umile.
Più per essi non fia che si raccenda
il vampeggiante focolar; per essi
non più la fida affacendata moglie
discorrerà per la capanna, intesa
di scarso cibo ad apprestar ristoro.
Non correran festosi i figliuoletti
al ritorno del padre, e balbettando
vezzi indistinti aggrapperansi a prova
sul ginocchio paterno, a còrre il bacio,
della dolce famiglia invidia e gara.
Quante volte cadeo sotto i lor falci
la bionda messe! l'ostinata zolla
quante dei loro vomeri taglienti
cesse all'impronta! come lieti al campo
traean cantando gli aggiogati bovi!
Come al colpir delle robuste braccia
gemeano i boschi disfrondati e ignudi!
No, della rozza villereccia gente
le pacifiche ed utili fatiche,
le domestiche gioie e 'l fato oscuro
non dispregiarlo, Ambizion superba;
né sdegni il Fasto con sorriso altero
della semplice e bassa Povertade
gli oscuri sì ma non macchiati annali.
Pari è di tutti il fato: avito ceppo
nella notte de' secoli nascoso,
pompa di gloria e di possanza, e quanto
può ricchezza ottener, donar beltade,
tutto sorprende inevitabil punto,
e ogni via dell'onor guida alla tomba.
Vano mortal, non recar loro ad onta
se su i sepolcri lor trofeo non erge
la pomposa Memoria ove per l'alte
volte dei tempii ripercossa echeggia
canora laude. Ah l'ammirato busto
o l'urna effigiata al primo albergo
può richiamar lo spirito fugace?
Può risvegliar la taciturna polve
voce d'onore? o adulatrice lode
il freddo orecchio lusingar di Morte?
Ma che? negletto in questo angolo oscuro
un cor già pregno di celeste foco
forse è riposto, e qualche man possente
a regger scettro di fiorito impero
o ad avvivar l'armoniosa cetra
rapitrice dell'anime gentili.
Sol non aprì Dottrina ai loro sguardi
il suo misterioso ampio volume
delle spoglie del Tempo altero e carco.
La freddolosa Povertade il sacro
foco ne sperse, ed inceppò dell'alma
l'agile vividissima corrente;
ché molte gemme di serena luce
disfavillanti l'Oceàn rinserra
nell'ime grotte, e molti fior son nati
a vagamente colorarsi invano
non visti, e profumar l'aer solingo
di loro ambrosia genial fragranza.
Questa zolla, chi sa? forse ricopre
rustico Hamdeno (1), che de'patri campi
al piccolo Tiranno oppose il petto.
Là forse giace inonorato, ignoto
Miltone (2) agreste, e Cromoel (3) poc'oltre
cui non bruttò della sua patria il sangue.
Attrar con voce imperiosa i plausi
d'attonito Senato, ire, minacce
di tiranni sfidar, bear contrade
coi doni d'ubertà, legger negli occhi
d'intenerito popolo confuso
la grata istoria de' suoi fatti egregi
vietò la sorte a que' negletti ingegni.
Pur se basso natal rattenne il volo
delle innate virtù, represse ancora
di vizi e di misfatti il germe e l'esca.
Fortunata impotenza a lor non diede
per mezzo il sangue farsi varco al trono;
né di pietade al meschinello in faccia
chiuder le porte, né affogar le strida
di coscienza roditrice, e 'l foco
dell'ingenuo pudor spegnersi in petto,
né del lusso e del fasto arder sull'are
incenso acceso all'Apollinea face.
Lungi dal folle vaneggiar del volgo
dai desiri infiniti e gare insane,
non traviar giammai le innocue genti
dal sentier di Natura, e per la cheta
della vita mortal solinga valle
tennero un corso tacito e tranquillo.
Or a guardar le fredde ignobili ossa
dall'ingiurie del ciel, qui presso eretto
di fragil terra un monumento adorno
di rozze rime e disadatte forme,
dal molle cor del passaggero implora
picciol tributo di sospir pietoso.
I lor nomi, i lor anni, informe scritto
d'inerudita Musa, all'ombre oscure
servon di Fama e d'eleghi dolenti.
E sparse miri le pareti intorno
di sagrate sentenze a scolpir atte
ne' rozzi petti il gran dover di morte.
Poichè chi tutta mai cesse tranquillo
in preda a muta obblivion vorace
questa esistenza travagliosa e cara?
Chi del vivido giorno i rai sereni
abbandonò senza lasciarsi addietro
un suo languente e sospiroso sguardo?
Ama posar su qualche petto amato
l'alma spirante, e i moribondi lumi
chieggono altrui qualche pietosa stilla.
Fuor della tomba ancor grida la voce
della natura, e sin nel cener freddo
degli usati desir vivon le fiamme.
Ma tu, che serbi ricordanza e cura
d'obbliati mortali e in questi versi
la lor semplice istoria altrui disveli,
che fia di te? Se in queste piagge errando,
pien d'un alto pensier che lo desvia,
qualche spirto romito al tuo conforme
chiede mai del tuo Fato, in tali accenti
forse avverrà che di lanuta greggia
qualche canuto pascitor risponda:
"Spesso il vedemmo all'albeggiar del giorno
scoter le fresche rugiadose stille
con frettoloso passo, e farsi incontro
sull'erma piaggia a' primi rai del Sole.
Sotto quel faggio, che in bizzarri scherzi
colle barbe girevoli serpeggia,
sdraiar soleasi trascuratamente
in sul meriggio, muto muto e fiso
lì su quell'onda che susurra e passa.
Presso quel bosco or con sorrisi amari
gìa seco stesso borbottando arcani
fantastici concetti, or s'aggirava
mesto, languido, pallido; l'aresti
detto uom per doglia trasognato, o folle
per cruda sorte, o disperato amante.
Spuntò un mattin; sopra l'usato poggio,
lungo la piaggia, sotto il faggio amato
più non si scorse; altro mattin succede,
né sul rio, né sul balzo, né sul bosco
più non apparve; il terzo giorno alfine
con mesta pompa e con dovuti ufizi
a lenti passi per la strada al tempio
lo vedemmo portar: t'accosta, e leggi
(ché ciò solo a te lice) il verso inciso
in quel sasso colà ch'è mezzo ascosto
da quel folto spineto. Il capo stanco
qui della terra in grembo un garzon posa
alla Fortuna ed alla Fama ignoto.
Bella scienza la sua culla umile
non ebbe a sdegno, e di gentile impronta
melanconia nell'anima marchiollo.
Larga avea carità, sincero il core,
largo a' suoi voti guiderdon pur anco
concesse il Cielo: alla miseria ei diede,
quanto aveva, una lagrima; dal Cielo
ebbe, quanto bramava, un fido amico.
I merti suoi, le sue fralezze ascose
da quel che le ricopre angusto abisso
non cercar di ritrarre: e quelli e queste
in palpitante dubitosa speme
al suo Padre, al suo Dio posano in grembo.
(1) John Hampden, seguace di Cromwell e avversario di Carlo I Stuart;
(2) Miltone è John Milton, il celebre poeta inglese
(3) Qui si allude a Oliver Cromwell, lo statista
La Notte Preromantica in Giuseppe Parini e l'eco dell'influenza dell'upupa in Foscolo
Tratto da
La conclusione del "Vespro" descriveva la notte eguagliatrice: "e suora de la morte/un aspetto indistinto, un solo volto/al suolo, ai vegetanti a gli animali/ai grandi ed a la plebe equa permette"
Questa variante, preparando la cornice delle scene di commedia (e di commedia a suo modo libera, gioconda e disinteressata) della Notte, introduce una scenografia operistica, d'opera in musica, dunque, dove le truculenze erano di prammatica. Ma anche è vero che la poetica pariniana qui s'apre ad una melanconica tetraggine che per un verso annunzia i languori preromantici e per l'altro gioca sulle "esagerazioni" barocche per contraddire il "divertimento" del Bel Mondo. (Nota di Lunaria: infatti "Il Giorno" è un'opera satirica contro i costumi, le frivolezze e i difetti dei nobili)
Né tu contenderai, benigna Notte,
che il mio giovane illustre io cerchi e guidi
con gli estremi precetti entro al tuo regno.
Già, di tenebre involta e di perigli,
sola, squallida, mesta alto sedevi
su la timida terra. Il debil raggio
de le stelle remote (1) e de' pianeti,
che nel silenzio camminando vanno
rompea gli orrori tuoi sol quanto è d'uopo
a sentirli assai piú. Terribil ombra
giganteggiando si vedea salire
su per le case e su per l'alte torri
di teschi antiqui (2) seminate al piede:
e upupe (3) e gufi e mostri avversi al sole
svolazzavan per essa; e con ferali
stridi portavan miserandi augúri:
e lievi dal terreno e smorte fiamme
sorgeano in tanto; e quelle smorte fiamme (4)
di su, di giú vagavano per l'aere
orribilmente tacito ed opaco;
e al sospettoso adultero, che lento
col cappel su le ciglia e tutto avvolto
entro al manto, sen gía con l'armi ascose,
colpieno il core e lo strignean d'affanno.
E fama è ancor che pallide fantasime
lungo le mura de i deserti tetti
spargean lungo, acutissimo lamento,
cui di lontano per lo vasto buio
i cani rispondevano ululando.
[...]
Mira la Notte,
Che col carro stellato alta sen vola
Per l'eterea campagna; e a te col dito
Mostra Tèseo nel ciel, mostra Polluce,
Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi,
Che per mille d'onore ardenti prove
Colà fra gli astri a sfolgorar saliro.
Svégliati ai grandi esempi; e meco affretta.
Sito consigliato dove leggere tutto il testo:
http://www.martinosanna.de/giuseppeparini/testi/g04_notte.php
Note:
(1) è la personificazione del moto astrale, per sé barocca, è animata dall'animazione stessa che pervade, rendendolo umano. anche quel vuoto infinito orrore: qui ben si coglie l'acquisto stilistico del Preromanticismo in vista del Romanticismo: si tratta di dar senso e ragione alle cose inanimate.
(2) Ancora un'esperienza pittorica sostenta lo stilema figurativo: quella dei teschi ai piedi della croce nell'arte settecentesca, con contrasti di luci e ombre.
(3) sono uccelli diurni; ma di qui comincia una lunga favola, che da Foscolo rimbalza a Montale: "Upupa/ilare uccello calunniato/dai poeti, che roti la tua cresta/sopra l'aereo stolto pollaio/e come un finto gallo giri al vento..."
Nota di Lunaria: ecco qui il passo dei "Sepolcri" di Foscolo, già commentato precedentemente qui: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2013/05/dei-sepolcri-i.html
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti. (a)
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse, e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la Luna,
l'upupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna,
e l'immonda accusar col luttuoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obbliate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. (b) Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.
a) "Tra le macerie di tombe in rovina e gli sterpi che crescono fra di esse, si sente raspare la cagna randagia ("derelitta") che vaga tra le fosse e ulula famelica; e si vede un'upupa uscire da un teschio, dove si era rifugiata per sfuggire alla luce lunare, svolazzando tra le croci sparse per il campo del cimitero, e si sente l'immondo uccello lanciare il suo lugubre verso, con il quale sembra rimproverare le stelle perché illuminano con il loro raggio pietoso le sepolture dimenticate."
L'upupa, nella tradizione, era - erroneamente - creduta uccello notturno e luttuoso.
Tutta questa strofa rimanda al gusti cimiteriale della Poesia Inglese, Young e Gray,
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2013/06/thomas-gray-elegia-scritta-in-un.html
ma anche ai "Canti di Ossian", o lo stesso Parini della "Notte" e il Monti della "Bassvilliana".
Personalmente, tenterei anche un confronto con alcune delle Poesie Rinascimentali Italiane, perché fascinazioni sepolcrali si ritrovano anche in poeti come Matteo Bandello, http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/poesia-del-1500-i-miei-versi-preferiti.html
Giovanni Guidiccioni, Giovan Battista Strozzi, Luigi Tansillo, http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/05/luigi-tansillo.html
tutti del 1500 (che in un certo senso, anticipano la Poesia Cimiteriale Inglese!).
b) Foscolo si rivolge sempre alla Musa Talia: "Invano invochi dalla notte arida delle rugiade sulla tomba del poeta". La rugiada può essere vista simbolicamente come un pianto che conforti la sepoltura. Sui morti non spuntano fiori, se l'estinto non riceve le cure dei vivi che lo onorano con le loro lodi e lacrime, segni del loro amore. La Pietas verso i morti è dovere della civiltà umana, perché la Natura (ecco di nuovo il riferimento alla Natura Matrigna, tipico anche del Leopardi) è impietosa, e prosegue nella sua opera di decomposizione e di distruzione.
Per curiosità: "In Morte di Amaritte - Elegia" (1796) Foscolo cita proprio Young: "Trista è così de' Morti la campagna / allora che Young fra l'Ombre della Notte / sulfato di Narciso egro si lagna."
4) Le "smorte fiamme" sono i fuochi fatui, già presenti nella notte estiva assordata dal coro dei grilli e delle rane, simile a quello dei poeti nella nascita illustre.
E il Sol che all'Oceàn fiammeo ricade,
Vedi anche: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/introduzione-al-romanticismo-e-alle-sue.html https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/10/dallilluminismo-al-preromanticismo.html
La conclusione del "Vespro" descriveva la notte eguagliatrice: "e suora de la morte/un aspetto indistinto, un solo volto/al suolo, ai vegetanti a gli animali/ai grandi ed a la plebe equa permette"
Questa variante, preparando la cornice delle scene di commedia (e di commedia a suo modo libera, gioconda e disinteressata) della Notte, introduce una scenografia operistica, d'opera in musica, dunque, dove le truculenze erano di prammatica. Ma anche è vero che la poetica pariniana qui s'apre ad una melanconica tetraggine che per un verso annunzia i languori preromantici e per l'altro gioca sulle "esagerazioni" barocche per contraddire il "divertimento" del Bel Mondo. (Nota di Lunaria: infatti "Il Giorno" è un'opera satirica contro i costumi, le frivolezze e i difetti dei nobili)
Né tu contenderai, benigna Notte,
che il mio giovane illustre io cerchi e guidi
con gli estremi precetti entro al tuo regno.
Già, di tenebre involta e di perigli,
sola, squallida, mesta alto sedevi
su la timida terra. Il debil raggio
de le stelle remote (1) e de' pianeti,
che nel silenzio camminando vanno
rompea gli orrori tuoi sol quanto è d'uopo
a sentirli assai piú. Terribil ombra
giganteggiando si vedea salire
su per le case e su per l'alte torri
di teschi antiqui (2) seminate al piede:
e upupe (3) e gufi e mostri avversi al sole
svolazzavan per essa; e con ferali
stridi portavan miserandi augúri:
e lievi dal terreno e smorte fiamme
sorgeano in tanto; e quelle smorte fiamme (4)
di su, di giú vagavano per l'aere
orribilmente tacito ed opaco;
e al sospettoso adultero, che lento
col cappel su le ciglia e tutto avvolto
entro al manto, sen gía con l'armi ascose,
colpieno il core e lo strignean d'affanno.
E fama è ancor che pallide fantasime
lungo le mura de i deserti tetti
spargean lungo, acutissimo lamento,
cui di lontano per lo vasto buio
i cani rispondevano ululando.
[...]
Mira la Notte,
Che col carro stellato alta sen vola
Per l'eterea campagna; e a te col dito
Mostra Tèseo nel ciel, mostra Polluce,
Mostra Bacco ed Alcide e gli altri egregi,
Che per mille d'onore ardenti prove
Colà fra gli astri a sfolgorar saliro.
Svégliati ai grandi esempi; e meco affretta.
Sito consigliato dove leggere tutto il testo:
http://www.martinosanna.de/giuseppeparini/testi/g04_notte.php
Note:
(1) è la personificazione del moto astrale, per sé barocca, è animata dall'animazione stessa che pervade, rendendolo umano. anche quel vuoto infinito orrore: qui ben si coglie l'acquisto stilistico del Preromanticismo in vista del Romanticismo: si tratta di dar senso e ragione alle cose inanimate.
(2) Ancora un'esperienza pittorica sostenta lo stilema figurativo: quella dei teschi ai piedi della croce nell'arte settecentesca, con contrasti di luci e ombre.
(3) sono uccelli diurni; ma di qui comincia una lunga favola, che da Foscolo rimbalza a Montale: "Upupa/ilare uccello calunniato/dai poeti, che roti la tua cresta/sopra l'aereo stolto pollaio/e come un finto gallo giri al vento..."
Nota di Lunaria: ecco qui il passo dei "Sepolcri" di Foscolo, già commentato precedentemente qui: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2013/05/dei-sepolcri-i.html
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti. (a)
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse, e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la Luna,
l'upupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna,
e l'immonda accusar col luttuoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obbliate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. (b) Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.
a) "Tra le macerie di tombe in rovina e gli sterpi che crescono fra di esse, si sente raspare la cagna randagia ("derelitta") che vaga tra le fosse e ulula famelica; e si vede un'upupa uscire da un teschio, dove si era rifugiata per sfuggire alla luce lunare, svolazzando tra le croci sparse per il campo del cimitero, e si sente l'immondo uccello lanciare il suo lugubre verso, con il quale sembra rimproverare le stelle perché illuminano con il loro raggio pietoso le sepolture dimenticate."
L'upupa, nella tradizione, era - erroneamente - creduta uccello notturno e luttuoso.
Tutta questa strofa rimanda al gusti cimiteriale della Poesia Inglese, Young e Gray,
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2013/06/thomas-gray-elegia-scritta-in-un.html
ma anche ai "Canti di Ossian", o lo stesso Parini della "Notte" e il Monti della "Bassvilliana".
Personalmente, tenterei anche un confronto con alcune delle Poesie Rinascimentali Italiane, perché fascinazioni sepolcrali si ritrovano anche in poeti come Matteo Bandello, http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/poesia-del-1500-i-miei-versi-preferiti.html
Giovanni Guidiccioni, Giovan Battista Strozzi, Luigi Tansillo, http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/05/luigi-tansillo.html
tutti del 1500 (che in un certo senso, anticipano la Poesia Cimiteriale Inglese!).
b) Foscolo si rivolge sempre alla Musa Talia: "Invano invochi dalla notte arida delle rugiade sulla tomba del poeta". La rugiada può essere vista simbolicamente come un pianto che conforti la sepoltura. Sui morti non spuntano fiori, se l'estinto non riceve le cure dei vivi che lo onorano con le loro lodi e lacrime, segni del loro amore. La Pietas verso i morti è dovere della civiltà umana, perché la Natura (ecco di nuovo il riferimento alla Natura Matrigna, tipico anche del Leopardi) è impietosa, e prosegue nella sua opera di decomposizione e di distruzione.
Per curiosità: "In Morte di Amaritte - Elegia" (1796) Foscolo cita proprio Young: "Trista è così de' Morti la campagna / allora che Young fra l'Ombre della Notte / sulfato di Narciso egro si lagna."
4) Le "smorte fiamme" sono i fuochi fatui, già presenti nella notte estiva assordata dal coro dei grilli e delle rane, simile a quello dei poeti nella nascita illustre.
E il Sol che all'Oceàn fiammeo ricade,
vario tinge le nubi e lascia il mondo
e l'atra [oscura] Notte che muta lo invade.
E tutto è mesto; e dal cimmerio [oscuro] fondo
s'alzan con l'Ore negre e taciturne
oscuritate e silenzio profondo.
Era l'istante che su squallide urne
scapigliata la misera Eloisa
invocava le afflitte ombre notturne;
e sul libro del duolo stava incisa
ETERNITADE E MORTE, a lamentarsi
veniasi Young sul corpo di Narcisa
Vedi anche: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/introduzione-al-romanticismo-e-alle-sue.html https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/10/dallilluminismo-al-preromanticismo.html
Il Lamento di Jaroslavna: un lirismo paganeggiante
Tratto da
Due splendidi testi alto medieovali russi mostrano con chiarezza come le giovani nobildonne potessero provare e manifestare la più profonda passione nei confronti del beneamato in un clima psicologico ancora impregnato di paganesimo. Trattandosi poi di documenti di elaborazione squisitamente letteraria, è lecito pensare che tale attitudine avesse visto la luce nella prima società slava, mettendo le basi di una delle tipologie nascenti (ma ben presto soffocata) delle strutture mentali dell'Est europeo.
Sebbene divise da oltre due secoli, entrambe le evocazioni costituiscono una sorta di "incantesimo", canto d'amore e canto funebre, con il quale due giovani donne piangono la morte o perlomeno la temporanea sparizione del loro cavaliere, dello sposo.
Dal secolo XII ci giunge il lamento di Jaroslavna, principessa che piange la disfatta del consorte, il gran principe Igor', contro i nomadi della steppa.
Cantano le lance sopra il Dunaj (1)
echeggia fino a me la voce di Jaroslavna come il cuculo chiama alla terra estrania fin dal mattino.
Volerò, dice, lungo il Dunaj come il cuculo.
Nel Kajaly (2) immergerò la mia manica di castoro
Detergerò le piaghe sanguinose del principe sul suo corpo robusto
Piange all'alba dal baluardo a Putivl' Jaroslavna dicendo:
O vento, venticello! Perché, o signore, soffi con tanta violenza?
Perché sollevi le saette unghere sulla tua ala noncurante contro i guerrieri del mio sposo?
Non ti basta soffiare in alto sotto le nuvole e dondolare i navigli sul mare azzurro?
Perché, o signore, hai sparso la mia gioia sull'erba verde della steppa?
Piange all'alba dal baluardo di Putivl' Jaroslavna dicendo:
O Dajeper, figlio di Slavuta (3) t'inoltrasti fra i monti petrosi attraverso la terra cumana.
Fino all'orda di Kobjak tu cullasti su te i vascelli di Svjatoslav.
Fino a me, o signore, culla il mio sposo sui flutti, che io non mandi al mattino lacrime a lui verso il mare.
Piange all'alba dal baluardo a Putivl' Jaroslavna dicendo:
Chiaro sole, tre volte chiaro! a tutti caldo e bello tu sei.
Perché, o signore, vibrasti il tuo raggio ardente sui guerrieri del mio sposo, gli archi nell'arido campo seccati a loro d'arsura e d'angoscia ne serrasti i turcassi?
1) Dunaj è il nome russo del Danubio
2) Piccolo fiume che sfociava sul mare e sul quale fu combattuta la battaglia
3) Lo Slavuta è un affluente
Poema sontuoso della passione e dell'amore, il threnos di Jaroslavna rimane di ispirazione affatto pagana. La giovane principessa non invoca il soccorso della chiesa o del dio cristiano, e se ombra di cristianesimo appare è accenno fugace quanto indiretto; sono pagani i Cumani che hanno sconfitto il suo sposo. Viceversa in ogni evocazione compaiono la forza e la potenza degli elementi e della natura, il Vento e il Sole, le antiche divinità degli Slavi.
Né è invocando il dio cristiano che nel secolo XIV si leva il pianto di Eudoesia per la morte del marito Dmitrij Donskoj, ma neppure in esso si rinnova se non molto debolmente il culto votato dagli Slavi alle forze della natura. è questo però un canto d'amore d rara bellezza nel quale si traduce l'altissima dignità del legame che unisce gli sposi.
"Perché sei morto, mio amato, mia vita, lasciandomi vedova e sola? Perché non mi parli? Fiore mio bellissimo, perché di buon'ora appassisci? Perché, Signore, non mi guardi, non parli a me? Di già mi hai dimenticata? Perché non getti uno sguardo gioioso su di me e sui figli? Vecchie vedove consolatemi, e voi, giovani vedove, compiangetemi, perché il dolore di una vedova è il più amaro di tutti".
Come non ripensare alla "Lode al santo principe Lazzaro", intessuta nel 1402 da una principessa serba fattasi poi monaca di clausura con il nome di Eufemia? Celebrando la memoria dell'eroe morto alla battaglia di Kosovo (1389) ella gli rivolge un'ultima preghiera grondante di passione: "Placa la tempesta furiosa della mia anima e del mio corpo"
Risalendo nel tempo ritroviamo un non dissimile impeto amoroso apparentemente sublimato in sacrificio della vita. Questo è almeno quanto sembrano suggerire i riti ottemperati negli strati superiori della società slava precristiana alla morte del capofamiglia.
Tratto dal "Canto della schiera di Igor"
L'indomani un'aurora di sangue annuncia la luce. Nere nubi avanzano dal mare, vogliono oscurare i quattro soli, dentro vi fremono fosche saette. Dovrà scoppiare una possente tempesta, dovrà scrosciare una pioggia di frecce dal grande Don! Qui le lance si spezzeranno, andranno in pezzi le spade contro gli elmi cumani, sul fiume Kajala, presso il grande Don!
Due splendidi testi alto medieovali russi mostrano con chiarezza come le giovani nobildonne potessero provare e manifestare la più profonda passione nei confronti del beneamato in un clima psicologico ancora impregnato di paganesimo. Trattandosi poi di documenti di elaborazione squisitamente letteraria, è lecito pensare che tale attitudine avesse visto la luce nella prima società slava, mettendo le basi di una delle tipologie nascenti (ma ben presto soffocata) delle strutture mentali dell'Est europeo.
Sebbene divise da oltre due secoli, entrambe le evocazioni costituiscono una sorta di "incantesimo", canto d'amore e canto funebre, con il quale due giovani donne piangono la morte o perlomeno la temporanea sparizione del loro cavaliere, dello sposo.
Dal secolo XII ci giunge il lamento di Jaroslavna, principessa che piange la disfatta del consorte, il gran principe Igor', contro i nomadi della steppa.
Cantano le lance sopra il Dunaj (1)
echeggia fino a me la voce di Jaroslavna come il cuculo chiama alla terra estrania fin dal mattino.
Volerò, dice, lungo il Dunaj come il cuculo.
Nel Kajaly (2) immergerò la mia manica di castoro
Detergerò le piaghe sanguinose del principe sul suo corpo robusto
Piange all'alba dal baluardo a Putivl' Jaroslavna dicendo:
O vento, venticello! Perché, o signore, soffi con tanta violenza?
Perché sollevi le saette unghere sulla tua ala noncurante contro i guerrieri del mio sposo?
Non ti basta soffiare in alto sotto le nuvole e dondolare i navigli sul mare azzurro?
Perché, o signore, hai sparso la mia gioia sull'erba verde della steppa?
Piange all'alba dal baluardo di Putivl' Jaroslavna dicendo:
O Dajeper, figlio di Slavuta (3) t'inoltrasti fra i monti petrosi attraverso la terra cumana.
Fino all'orda di Kobjak tu cullasti su te i vascelli di Svjatoslav.
Fino a me, o signore, culla il mio sposo sui flutti, che io non mandi al mattino lacrime a lui verso il mare.
Piange all'alba dal baluardo a Putivl' Jaroslavna dicendo:
Chiaro sole, tre volte chiaro! a tutti caldo e bello tu sei.
Perché, o signore, vibrasti il tuo raggio ardente sui guerrieri del mio sposo, gli archi nell'arido campo seccati a loro d'arsura e d'angoscia ne serrasti i turcassi?
1) Dunaj è il nome russo del Danubio
2) Piccolo fiume che sfociava sul mare e sul quale fu combattuta la battaglia
3) Lo Slavuta è un affluente
Poema sontuoso della passione e dell'amore, il threnos di Jaroslavna rimane di ispirazione affatto pagana. La giovane principessa non invoca il soccorso della chiesa o del dio cristiano, e se ombra di cristianesimo appare è accenno fugace quanto indiretto; sono pagani i Cumani che hanno sconfitto il suo sposo. Viceversa in ogni evocazione compaiono la forza e la potenza degli elementi e della natura, il Vento e il Sole, le antiche divinità degli Slavi.
Né è invocando il dio cristiano che nel secolo XIV si leva il pianto di Eudoesia per la morte del marito Dmitrij Donskoj, ma neppure in esso si rinnova se non molto debolmente il culto votato dagli Slavi alle forze della natura. è questo però un canto d'amore d rara bellezza nel quale si traduce l'altissima dignità del legame che unisce gli sposi.
"Perché sei morto, mio amato, mia vita, lasciandomi vedova e sola? Perché non mi parli? Fiore mio bellissimo, perché di buon'ora appassisci? Perché, Signore, non mi guardi, non parli a me? Di già mi hai dimenticata? Perché non getti uno sguardo gioioso su di me e sui figli? Vecchie vedove consolatemi, e voi, giovani vedove, compiangetemi, perché il dolore di una vedova è il più amaro di tutti".
Come non ripensare alla "Lode al santo principe Lazzaro", intessuta nel 1402 da una principessa serba fattasi poi monaca di clausura con il nome di Eufemia? Celebrando la memoria dell'eroe morto alla battaglia di Kosovo (1389) ella gli rivolge un'ultima preghiera grondante di passione: "Placa la tempesta furiosa della mia anima e del mio corpo"
Risalendo nel tempo ritroviamo un non dissimile impeto amoroso apparentemente sublimato in sacrificio della vita. Questo è almeno quanto sembrano suggerire i riti ottemperati negli strati superiori della società slava precristiana alla morte del capofamiglia.
Tratto dal "Canto della schiera di Igor"
L'indomani un'aurora di sangue annuncia la luce. Nere nubi avanzano dal mare, vogliono oscurare i quattro soli, dentro vi fremono fosche saette. Dovrà scoppiare una possente tempesta, dovrà scrosciare una pioggia di frecce dal grande Don! Qui le lance si spezzeranno, andranno in pezzi le spade contro gli elmi cumani, sul fiume Kajala, presso il grande Don!
Iscriviti a:
Post (Atom)








