Vittorio Alfieri: Commento al Filippo, Atto V, scena III

Prima del commento alla scena III del V Atto, riporto un approfondimento sulla trama, di modo che sia chiara a tutti, anche a chi non ha letto la tragedia in integrale

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La prima tragedia dell'Alfieri è la "Cleopatra" (ideata, stesa e versificata per ben tre volte fra il gennaio 1774 e la primavera del 1775, rappresentata e applaudita nel giugno del '75).
La vicenda, imperniata sulla tirannia d'amore che la regina egiziana esercita su Marco Antonio, il condottiero romano succeduto a Cesare, è assai povera d'azione, fragile e fredda nel linguaggio e ancora ingombra di residui melodrammatici. Qualche vago accento, che preluda al futuro vigore del verso alfieriano, è solo nelle ultime parole di Antonio: "...il vincitor vedrammi più grande almen della mia sorte avversa, colà vinto morir, ma non fuggire" e nelle ultime parole di Cleopatra: "e in fin ti sia concessa la dovuta ai tiranni orrida morte".

Poche cose, è vero, ma intanto il programma è chiaro: la tirannide, inumana solitudine, tradimento dell'amicizia, dell'amore, della fedeltà, è un orizzonte che si colora di passionalità sfrenata, di egoismo e di odio, è un irreversibile destino di sangue.

La seconda tragedia, il "Filippo", rende questo messaggio ancora più esplicito e drammatico. Ideata nel '75, stesa due volte, porta sulla scena "lo snaturato odio paterno" di Filippo, re di Spagna, per il figlio Carlo. Siamo nella Spagna cinquecentesca. Cinque i personaggi: Filippo, crudele e ipocrita; Isabella, sua consorte, ingenua, dolce e innamorata; Don Carlo, figlio di primo letto, coraggioso, leale e fatalmente rassegnato; il ministro Gomez, perfido e subdolo; Perez, amico di Carlo, devoto e generoso.
Filippo sospetta di Isabella e Carlo. Studia un raggiro e in un colloquio con la regina accusa il figlio di complotto e di alleanza con i nemici del regno. Isabella prende le difese del figliastro, fornendo a Filippo la prova che andava cercando. Ma non basta: il re finge di accondiscendere alle implorazioni della donna e in sua presenza, convocato il figlio, dichiara di volerlo perdonare. Gomez, che in questa vicenda ricorda lo Iago nell'"Otello", confida al sovrano la sua certezza nella colpa del figlio e si adopera insistentemente presso Filippo perché venga punito. Don Carlo, che conosce il carattere del padre e la perfidia del ministro, parla con Isabella e la invita ad essere prudente e ad opporsi dissimulando alla dissimulazione altrui. Troppo tardi. Filippo raduna i ministri e pronuncia l'accusa di tentato parricidio da parte di Carlo. Sole Perez ha il coraggio di alzare la voce per difendere il principe dichiarando infondata l'accusa. Il gesto è veramente eroico e puro perché Perez conosce bene il prezzo di quelle parole: Perez viene ucciso e Carlo gettato in prigione. Arriva il momento decisivo: Gomez, vestendo l'ipocrita maschera della comprensione e della pietà, convince Isabella a visitare il principe.
Filippo, immediatamente informato dell'incontro segreto, sorprende i due amanti: Isabella confessa al re la purezza e l'innocenza del suo amore; Carlo si uccide colpendosi al petto con un pugnale. Isabella con lo stesso gesto e con la stessa arma compie finalmente la tragedia.


Ora riporto il commento alla scena III, Atto V, tratto da


Scena Terza: Filippo, Isabella, Carlo

Filippo: Ora di morte è giunta: perfido, è giunta: io te l'arreco.

Isabella: Oh vista! Oh tradimento!

Carlo: Ed io sono presto a morte! Dammela tua.

Filippo: Morrai, fellon: ma pria, miei terribili accenti udrete pria voi, scellerata coppia. Infami: io tutto, sì, tutto io so: quella, che voi d'amore,
me di furor consuma, orrida fiamma, m'è da gran tempo nota. Oh quai di rabbia repressi moti! oh qual silenzio lungo!... Ma entrambi alfin nelle mie mani cadeste. A che dolermi? usar degg'io querele? Vendetta vuolsi; e avrolla io tosto; e piena, e inaudita l'avrò.

Commento: la frase evidenziata in rosso, secondo Ceriello, che l'ha commentata, pare dare un po' di umanità al tiranno. Durante "questo silenzio", anche egli ha orribilmente sofferto. è un lampo forse di umanità, sicché l'anima tragica giganteggia in un turbine di fosche passioni.

Filippo: Iniqua donna, nol creder già, che amata io t'abbia mai, né, che gelosa rabbia al cor mi desse martìro mai. Filippo, in basso loco, qual è il tuo cor, l'alto amor suo non pone; né il può tradir donna che il merti. Offeso in me il tuo re, non il tuo amante, hai dunque. Di mia consorte il nome, il sacro amore, contaminato hai tu. Mai non mi calse del tuo amor; ma albergare in te sì immenso dovea il tremor del signor tuo, che tolto d'ogni altro amor ti fosse anco il pensiero.
Commento: Filippo si autodefinisce e colloca la sua morale in una sfera che trascende la miseria delle passioni umane. Il suo amore è "alto" mentre il cuore di Isabella è "in basso loco". è la delimitazione di due mondi, di due modi di concepire certi rapporti umani. La colpa di Isabella non è tanto quella di tradire Filippo-uomo, quanto quella di offendere Filippo-re. Filippo-re perciò non si vendicherà come marito amoroso tradito ("il tuo amante") ma come sovrano offeso. Se si vendicasse come marito tradito, cadrebbe in "quel basso loco" in cui colloca Isabella, la quale più che aver commesso adulterio e incesto, ha contaminato il sacro nome della consorte del re. Il cuore di Isabella, secondo Filippo, avrebbe dovuto albergare una riverenza ("tremor") per il suo signore tale ("sì immenso") da escludere persino il pensiero di ogni altro amore. Quindi non amore, ma totale annientamento della sua persona nella venerazione del sovrano. Marzot, commentando Filippo, fa notare che "Il tremendo potere del tiranno, che vigila e indaga non visto né avvertito, e misura e domina segretamente le azioni degli uomini perché non abbiano a superare il limite concesso"

Nota di Lunaria: Peraltro, c'è da far notare che più avanti Isabella risponde così: "In me il silenzio nasce di timor, no; stupore alto m'ingombra del non credibil tuo doppio, feroce, rabido cor. Ripiglio alfin, ripiglio gli attoniti miei spirti... Il grave fallo d'esserti moglie è alfin dover ch'io ammendi. Io finor non ti offesi: al cielo in faccia, in faccia al prence, io non son rea: nel mio petto bensì..." e ancora: "Indarno [Carlo] salvarmi tenti: ogni tuo dire è punta, che in lui [Filippo] più annaspra la superba piaga [...] Ma il cor, così si cangia? Addentro in core forte ei mi stava: ma non pria tua sposa fui, che repressa in me tal fiamma tacque": ribadendo la sua innocenza, Isabella fa persino presente che appena fu sposa di Filippo, soffocò la voce ardente di quell'amore proibito con Carlo. La tragedia, comunque, nell'Atto Primo, si apriva con Isabella, che, lacerata, affermava "Consorte infida io di Filippo, di Filippo il figlio oso amar, io? [...] Misera me! sollievo a me non resta altro che il pianto; ed il pianto è delitto." è la stessa Regina, troppo amante della virtù, dell'onestà e della fedeltà, seppur formale, che preferisce rinnegare se stessa e vivere di rinuncia, invece che vivere l'amore adulterino, che la renderebbe appagata.

Al che, Filippo, invece di perdonare, stimare Isabella per la sua volontaria rinuncia ai piaceri dell'amore corrisposto e l'immacolata onestà che la contraddistingue, e quindi ammettere di aver avuto torto, replica stizzito: "Ben io il farò: sì, nel tuo sangue infido io spegnerò la impura fiamma...": piuttosto che rinunciare al proprio orgoglio, Filippo non esita ad uccidere due innocenti. Più che una tragedia sulla gelosia, "Filippo" resta la testimonianza di un Io tiranno, superbo e possessivo, malato di megalomania, che trova più piacere nell'uccidere e nel vedere il sangue, per "lavare inesistenti onte"(e in tal senso, Filippo è anche paranoico) piuttosto che accettare con umiltà di aver sbagliato e chiedere perdono, evitando la tragedia.
Non a caso, Isabella, di fronte al truce tiranno, commenta: "Ognora sangue versare, e ognor versar più sangue, è il sol tuo pregio" e Carlo, da parte sua "Oh! possa mio sangue sol spegner la sete ardente di questa tigre!". La cosa interessante è che lo stesso Filippo non è neanche innamorato di Isabella: "Mai non mi calse del tuo amor; ma albergare in te sì immenso dovea il tremor del signor tuo". Non la ama, non vuole amore, non si importa minimamente dei sentimenti altrui e del rispetto reciproco: vuole solo essere adorato e temuto; ma Filippo non è solo uno scellerato tiranno, si dimostra anche perfido calcolatore: dopo aver offerto il pugnale a Carlo, perché si trafigga davanti a Isabella ("Mirami... Io moro... segui il mio esempio"), non permette ad Isabella di darsi la morte tramite veleno ("Ah! sì; ti seguo. O morte, tu mi sei gioia; in te..."). Infatti, Filippo la condanna ad una vita di solitudine: "Vivrai tu dunque; mal tuo grado, vivrai [...] Da lui disgiunta, sì, tu vivrai; giorni vivrai di pianto: mi fia sollievo il tuo lungo dolore. Quando poi, scevra dell'amor tuo infame, viver vorrai, darotti allora io morte". Qui Filippo dimostra tutto il suo delirio di onnipotenza: vuole essere padrone di dare la vita e la morte a seconda del suo capriccio, vuole godere delle lacrime che Isabella verserà ogni giorno: alla violenza fisica, Filippo aggiunge anche quella psicologica; il suo sadismo è totale.

è proprio Isabella che, di fronte all'alternativa di passare la vita in lacrime accanto al tiranno, in un ultimo gesto coraggioso, velocemente afferra il pugnale di Filippo e si colpisce, ribadendo ancora la sua innocenza e fustigando, moralmente, il tiranno, facendo ricadere la colpa delle morti su di lui ("Morir vogli'io... supplisca al tolto nappo il tuo pugnal [...] Morir vedi... la sposa... e il figlio... ambo innocenti... ed ambo per mano tua"). Così, muoiono entrambi; e di fronte ai corpi insanguinati "dai quali scorre il sangue" che Filippo aveva tanto bramato poco prima, il tiranno ha un brevissimo moto di rimpianto; infatti, definisce "orrida" e non "soddisfacente" la sua vendetta "che è stata piena" e si è compiuta ("Ecco, piena vendetta orrida ottengo") chiedendosi "Ma, felice son io?". Il tragico interrogativo dimostra che Filippo, sfogato l'odio folle e immotivato, si sente comunque inappagato e dolente: il male non era al di fuori, ma proprio dentro di lui, e morti quelli che lui reputava colpevoli del suo furore, si ritrova ancora inappagato e frustrato, solo con se stesso.

Stupende illustrazioni alle Tragedie dell'Alfieri











Vedi anche:

1) La Tomba: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/01/la-tomba-di-vittorio-alfieri.html
2) Commento alla Vita, Tirannide e Tragedie: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/vittorio-alfieri-vita-e-commento-alla.html
3) Commento al "Filippo": http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/vittorio-alfieri-commento-al-filippo.html
4) Commento alle Rime: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/vittorio-alfieri-rime-commento-la-dove.html
5) Commento al "Saul": http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/08/il-saul-di-vittorio-alfieri-lemergere.html
6) Commento a "Maria Stuarda": http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/11/le-pagine-piu-belle-della-maria-stuarda.html
 7) Commento a "La Congiura de' Pazzi": https://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2018/01/la-congiura-de-pazzi-di-alfieri-i-versi.html
 8) Don Garzia: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2018/01/don-garzia-di-vittorio-alfieri-le.html

Mirra: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2018/02/mirra-di-vittorio-alfieri-i-versi-piu.html


George Byron: i versi più belli e i Pensieri del "Diario"

Tratto da



Ma ho vissuto e non ho vissuto invano;
la mia mente perderà la sua forza,
Il Mio Sangue il suo fuoco, e sconfitto dal Male,
perirà anche il mio corpo, ma in me esiste qualcosa che consumerà
il tormento del tempo e vivrà quando sarò morto...


"Manfredi" (1816)

Manfredi: Ora dunque: spiriti aerei e terrestri, non mi sfuggirete;  per un potere più oscuro di ogni altro già evocato, per la tirannia di uno scongiuro mi fu luogo natale un astro dannato, infuocato relitto di un mondo demolito, Inferno vagabondo nello spazio eterno: per l'alta maledizione che sta sopra la mia anima, il pensiero che mi sta dentro ed attorno, io vi costringo al mio volere: apparite!

Sesto Spirito: Mia dimora è l'Ombra della Notte: perché la tragica Luce mi sevizia?

Quando la Luna splende sull'onde,
la lucciola tra l'erba,
la meteora sulle tombe,
e il fuoco fatuo sopra la palude.
Quando guizzano le stelle cadenti,
e si rispondono i gemiti dei gufi
e all'ombra della collina silenziosa,
giacciono le foglie,
col suo potere e segno la mia anima sovrasterà la tua.
Anche nel cupo terrore non avrà sonno il tuo Spirito,
tra Ombre inconsumabili pensieri che non puoi esiliare:
per un potere a te ignoto,
non potrai mai essere solo:
avvolti in un Sudario,
stretti in una nube, per sempre abiterai
questo mio incantesimo.


Altra traduzione di questo passo:

Quando la Luna è sull'onda,
e la lucciola nell'erba,
e la meteora sulla tomba,
e lo stormo sopra la palude;
quando le stelle cadenti precipitano,
e stridono i gufi cui l'eco risponde, 
e silenziose sono le foglie immobili
nell'ombra della collina, 
sarà il mio spirito sopra al tuo,
con un potere e con un segno.


Stupirai che io non ti sia in luogo d'Ombra...
Ascolta: Tu sarai il Tuo Stesso Inferno!


Manfredi: Mi impone la fatalità d'esistere...
Se è vita portarsi dentro questo deserto Spirito
ed essere Sepolcro alla propria anima!

Ribolle la nebbia, sale attorno a ghiacciai:
si levano nuvole, rapide spirali ai miei piedi,
bianche e sulfuree,
schiuma di un'irato Oceano
del profondo Inferno
che scaglia le sue Ombre
su una brulicante spiaggia,
fitta di dannati come ghiaia...
ho le vertigini.


A me idonea Tomba alle mie Ossa placate nell'Abisso.


Manfredi: Evocare i Morti, interrogarli su ciò che noi temiamo. Non vi sarà risposta più atroce della Tomba   
e questo è Nulla.

Se non rispondono...
il sepolto profeta rispose alla strega di Endor;
e dall'insonne spettro della fanciulla di Bisanzio
il monarca spartano trasse
una risposta e il suo destino.

Nessun martirio futuro può infliggere a colui che condanna
se medesimo la pena che egli infligge alla propria anima.


Altra traduzione dell'Atto II, scena II

Siamo i giullari del tempo e del terrore; i giorni
si impossessano di noi e ci derubano; malgrado ciò viviamo,
detestando la vita, e ancora temendo di morire.
In tutti i giorni di questo odiato giogo
questo peso vitale sopra il cuore in lotta,
che affonda nel dolore, o batte rapido per una gioia
o una pena che sempre nel languore o in agonia
si chiudono
in tutti i giorni del passato e del futuro, perché
non c'è presente in vita, noi possiamo contare
quanto pochi - quanto meno che pochi - siano
i giorni in cui l'anima
rinuncia a spasimare per la morte; tuttavia essa si ritrae
come da un fiume d'inverno, anche se il gelo
non dura che un attimo. Io ho una risorsa
ancora, nella mia scienza - posso richiamare i morti,
e chieder loro che cosa noi temiamo maggiormente;
la risposta più dura non può che dire: la Tomba,
e questo è nulla. Se essi non rispondono...

Il Profeta sepolto rispose alla Strega
di Endor; e il Monarca Spartano trasse
dallo spirito inquieto della fanciulla Bizantina
una risposta e il suo destino. Egli aveva trucidato
chi più amava, ignorando chi fosse,
e morì senza perdono - pur chiamando in aiuto Giove
protettore dei fuggitivi e a Figalia facendo sorgere
gli Evocatori Arcadi, per costringere
l'ombra indignata a deporre la sua collera,
o a stabilire i termini della sua vendetta. Ed ella rispose
con parole di valore incerto, ma ubbidì.
[...]
Tra qualche ora non chiamerò invano -
tuttavia adesso io temo ciò che oso:
fino a questo momento, mai fuggii lo sguardo
di uno spirito, buono o malvagio - ora tremo,
e sento un gelo strano e freddo sopra al cuore.
Ma io posso fare anche quel che più aborrisco,
e dominare le paure umane - La notte si avvicina.



Atto II, scena III

La luna sorge immensa, piena e luminosa;
e qui sulle nevi, dove mai fu piede umano
dal comune passo mortale, noi avanziamo nottetempo,
e non lasciamo tracce: sopra il selvaggio mare,
l'oceano vitreo del monte di ghiaccio,
noi sfioriamo i taglienti crepacci, che prendono
l'aspetto della schiuma rabbiosa di tempesta,
immobile nel gelo... L'immagine di un gorgo morto:
e questo più erto fantastico pinnacolo,
lavoro di traforo di qualche terremoto - dove le nuvole
sostano per riposare nel passaggio -
è sacro ai nostri incontri ed alle veglie;
qui io attendo le sorelle, sulla via
del castello di Arimane, perché questa notte
è la nostra grande festa - è strano che ancora non vengano.


Atto III, scena IV

Ricordo bene che una volta, in gioventù,
quando me ne andavo per il mondo, - in una notte come questa
stavo tra le mura del Colosseo,
in mezzo ai grandi resti della potente Roma.
Gli alberi che crescevano lungo gli archi spezzati
oscillavano oscuramente nell'azzurro cupo della notte,
e le stelle splendevano tra gli squarci delle rovine;
di lontano un cane da guardia latrava oltre il Tevere:
e, più vicino, dal palazzo dei Cesari, veniva
il lungo lamento del gufo e, a tratti,
il canto inquieto di lontane sentinelle
sorgeva e si smorzava sul vento leggero.
Dei cipressi, oltre la breccia ròsa dal tempo,
apparivano a orlare l'orizzonte, e tuttavia si ergevano
entro un tiro d'arco. Dove i Cesari vissero,
e rauchi vivono gli uccelli della notte,
in una macchia che spunta tra i bastioni diroccati
e intreccia le radici con le dimore imperiali,
l'edera usurpa il campo al lauro.
[...]


"Tenebre"

Ho fatto un sogno che non era proprio un sogno.
Il sole splendente era ormai spento e le stelle
vagavano nell'oscurità dello spazio eterno
prive di raggi e senza meta mentre la terra gelida
oscillava cieca e spenta nell'aria senza luna;
il mattino veniva e se ne andava senza portarsi il giorno,
e gli uomini nel terrore di questa desolazione
dimenticavano le passioni, mentre i loro cuori
raggelavano in un'egoistica preghiera di luce.
[...]
Un'orrenda speranza era tutto ciò che il mondo conteneva;
[...]
La terra era un solo pensiero: di morte
immediata e ingloriosa, mentre la fama
si cibava nelle viscere; gli uomini morivano
e le loro ossa e i corpi restavano insepolti.


"Lachin Y Gair" (Lochnagarr)

Ombre dei Defunti!
Non ho forse sentito le vostre voci sorgere
dal respiro della bufera che avvolgeva la Notte?

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Shades of the Dead!
Have I not heard your voices rise on
the night rolling
breath of the gale?



Nella Rovina della nostra Anima
mutare il sangue
in lacrime e colorare le cose venture
con i colori della Notte.

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And in the blight of our own soul
turn all our blood to tears,
and colour things to come with hues of Night.



Pare che fluttui un mormorio sulla collina
ma è fantasia poichè le rugiade astrali
in completo silenzio istillano
le loro lacrime d'amore consumandosi nel pianto.

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There seems a floating whisper
on the hill, but that is fancy for the star light dews
all silently their tears of love instil weeping themselves away.



Crollarono templi
e torri senza lasciare una scena:
un Caos di Rovine!
Chi discernerà il vuoto,
che i ruderi indistinti
illuminerà di un raggio lunare, e dirà:

"Qui c'era o c'è questo"

Dove tutto è Profonda Tenebra?

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Temple and tower went down,
nor left a site; Chaos of Ruins!
Who shall trace the void
o'er the dim fragments cost
a lunar light and say:

"Here was or is" where all is doubly night?


"Frammento di un racconto turco" (1812-1813)

Bagnato del tuo sangue migliore
gocceranno i tuoi denti digrignanti
e le selvatiche labbra;
allora verso la tua Tomba Oscura
incedendo vai, e con Demoni divoratori di cadaveri
infuria, finché inorriditi s'allontanino
da uno spettro più maledetto di loro!

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Wet with thine own best blood
shall drip thy gnashing tooth
and haggard lip
then stalking to thy sullen grave
go -and with Ghouls and afrits rave;
till these in horror shrink away from spectre
more accursed than they!



"Parisina" (1816)

E nel cielo quell'indistinto chiarore
così teneramente scuro, e oscuramente puro,
che segue al declinare del giorno
mentre il crepuscolo si dissolve sotto la Luna.

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And in the heaven that clear obscure
so softly dark, and darkly pure,
which follows the decline of day
as twilight melts beneath the Moon away.



"Il Pellegrinaggio del giovane Aroldo"

Si diceva che a volte una lacrima tetra
stava per sgorgare,
ma che il suo orgoglio
nell'occhio congelasse la stilla.

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'Tis said, at times the sullen tear would start
but pride congeal'd the drop within his eye.



Vi era vera vita nella nostra disperazione
vitalità del veleno
una radice viva che nutre rami implacabili
poichè sarebbe nulla se morissimo.
Ma la vita s'adatta al frutto più aborrito del dolore,
simile alle mele
sulle sponde del Mar Morto.

:::

There is a very life in our despair
vitality of poison
a quick root which
feeds these deadly branches.
For it were as nothing did we die.
But life will smit itself
to sorrow's most detestes fruit,
like to the apples on the Dead Sea's shore.


Mille battaglie hanno assalito le tue rive,
ma queste e metà della loro gloria sono svanite,
e il massacro ammassò in alto le sue schiere infangate:
le loro tombe stesse sono scomparse, e che cosa sono?
La tua corrente terse il sangue di ieri
e tutto fu immacolato,
e sul tuo flusso chiaro si specchiò
la luce danzante del raggio solare;
ma sopra il sogno sfiorito dell'annerita memoria
le tue onde scorrerebbero vanamente per quando
sembrino cancellare ogni cosa.

:::

A thousand battles have assail'd thy banks,
but these and half their fame have pass'd away,
and slaughter heap'd on high his weltering ranks.
Their very graves are gone,
and what are they?
They tide wash'd down the blood of yesterday,
and all was stain less and on th clear
stream glass'd
with its dancing light the sunny ray
but o'er the blackened memory's blighting dream
thy waves would vainly roll all sweeping as they seem.


Addio!
Le coste del mio paese
svaniscono sulle acque,
mentre rumoreggiano le onde
e stridono i gabbiani.
Noi il sole inseguiamo
che tramonta nel mare
mentre i venti della notte
cominciano a soffiare.
Addio a lui, per ora,
e a te, terra natia,
addio!


Addio a te ancora!
Un vano addio!
Non può esservi addio a una scena come la tua.
La mente s'incolora di ogni tua sfumatura; e se con riluttanza
gli occhi rinunciano al loro sguardo tenero su di te, sontuoso Reno, è con l'occhiata riconoscente dell'Elogio di chi parte,
sorgere potranno luoghi più possenti,
risplendendo più abbaglianti, ma alcuno venire potrà
in un unico labirinto d'incanti
il luminoso, il bello e il mite; la Gloria dei giorni antichi;
L'incurante grandezza, il fiore fertile
dell'imminente maturità, lo splendore della città bianca,
le colonne d'acqua che scorre,
le tenebre del precipizio,
i ramoscelli della foresta,
tra di essi le mura gotiche,
le rupi selvagge a forma di torri,
in scherno dell'arte umana,
e inoltre una specie di volti raggianti
come la scena, la cui generosità fertile qui a tutti si offre,
ancora sulle tue sponde scaturendo,
seppure nelle vicinanze crollino imperi.

:::

Adieu to thee again!
A vain Adieu! There can be no farewell to scene like thine,
the mind is coloured by thy every time.
And if recluctantly the eyes resign their cherish'd gaze upon thee,
lovely rhine! 'Tis with the thankful glance of parting praise; more mightly spots may rise, more glaring shine,
but none unite in one attaching maze the brilliant fair,
and soft, the Glories of old days, the negligently grond,
the fruitful bloom of coming ripeness
the white city's sheen,
the rolling stream,
the precipices gloom,
the forest's growth,
and gothic walss between,
the wild rocks shaped as they had turrets been in mockery
of man's art.
And these withal arace of faces happy as the scene
whose fertile bollnties here
extend to all, still springing o'er thy banks
though empires
near them fall.


"Sole degli insonni!"

Sole degli insonni! Stella malinconica!
Il cui raggio scintilla tremando lontano...
Tu mostri l'oscurità che non puoi disperdere,
tu, così simile alla gioia del ricordo!
Intanto tremula il passato come luce d'altri giorni,
e brilla, ma non scalda coi suoi raggi,
deboli strali notturni da contemplare in veglia,
distinti ma distanti, chiari, eppure tanto freddi!


Da "L'Isola", canto II

Come spesso dimentichiamo il tempo,
quando soli, ammirando Natura in trono universale,
coi suoi boschi, i deserti, le sue acque, riceviamo
l'intensa sua risposta alla nostra intelligenza!
Non vivono forse le stelle e le montagne?
E le onde sono forse senza spirito?
E le caverne sgocciolanti
sono forse senza sentimento
con le loro silenziose lacrime? No, no...
sono intense entità che ci elevano alla loro altezza
dissolvendo le nostre remore. E la terra
prima del tempo, e il nostro animo,
al grande porto affidano.
Strappatevi la vostra identità falsa e insensata!
Chi pensa all'Io mentre gli occhi al cielo fissa?
E chi, pur guardando più in basso, mai pensò
- durante gli annii giovani, prima che il cuore imparasse
la lezione del Tempo - alla bassezza dell'uomo o alla sua propria?
Il suo regno era tutta la natura ed il suo trono amore.
Ella splendida incede, come notte
di cielo limpidamente stellato,
e tutto il meglio di oscuro e di luce
negli occhi e nell'aspetto suo rifulge
dolce in quel tenero chiarore
che il cielo nega allo sfarzo del giorno.
Un'ombra in più, un raggio in meno
avrebbero sciupato la grazia indicibile
che tra i capelli di ebano si tinge
e sul suo volto poi risplende chiara;
un volto dai pensieri lieti che dicono sereni
quanto puro il loro rifugio sia e prezioso.
[...]


Da "Love and Death"

Sempre di più, sempre di più - eppure non mi ami,
e mai lo farai, perché alla volontà non obbedisce Amore.
Ma non ti biasimo, anche se so bene ormai
che il mio destino è amarti, e sempre più sbagliando, e invano.


"In morte di giovane signora, cugina dell'autore e a lui molto cara"

Tacciono i venti e immobile
è il buio della sera,
nemmeno un soffio vaga per il bosco
mentre al suo marmo ritorno
e spargo fiori sulla polvere
di Margaret che amo.


Da "Strofe per Augusta"

Tu sei stata la solitaria stella
che un giorno sorse per non tramontare,
sei stata forte
come è forte un albero,
e destinata come lui a spargere
quanto più folle impazza la tempesta
le tue foglie di lacrime su di me.


Da "Ode a Venezia"

O Venezia, Venezia!
Quando le acque avranno
raggiunto i tuoi marmi,
si alzerà un grido dal mondo
sulle tue sale sommerse,
e un lamento senza fine
giungerà dal mare.
Se piango io per te -
io che altro non sono
se non un nordico esiliato -
mi domando che cosa
dovrebbero fare i tuoi figli


Da "Strofe al Po"

Tu Po ti volgi portentoso al mare,
io ao una che non dovrei amare.
Al Sud di certo appartiene il mio sangue -
io che vengo dal Nord
e il mio paese ho lasciato
dopo tormenti indicibili -
se ancora d'amore sono schiavo.
So bene che è inutile lottare
e vano è vivere come ho vissuto io.
Morirò giovane, tornerò alla polvere
da cui vidi la luce. E allora,
almeno allora, il mio cuore
resterà immobile per sempre.



Né il fragore della valanga, né il torrente né la montagna, né il ghiacciaio, né la foresta, né la nuvola hanno alleviato per un solo istante il peso che mi grava sul cuore, permettendomi d'annegare lo sciagurato senso della mia identità nella maestà, nel potere e nella gloria di tutto ciò che mi sta intorno (dal Diario, settembre 1816)

*

Le mie passioni si svilupparono molto presto; così presto, che pochi mi presterebbero fede se volessi precisarne l'epoca e gli avvenimenti che le accompagnarono. Forse questo è uno dei motivi della precoce malinconia dei miei pensieri: l'aver avuto un'esperienza prematura della vita.

*

Spesso ritorno col pensiero ai giorni della mia infanzia, e stupisco dell'intensità dei miei sentimenti a quel tempo: le sue impressioni sono incancellabili. La mia povera madre e poi i miei compagni di scuola, con le loro beffe, m'avevano avvezzato a considerare la mia infermità [Byron era zoppo a seguito di un incidente alla nascita] come una grande disgrazia; e in seguito non mi è mai riuscito di dominare questo sentimento. Occorre una grande bontà naturale per vincere l'amarezza corrosiva che una deformità genera nell'anima e che inasprisce contro tutti.
 
Catherine Gordon (la madre di Byron) e il poeta da bambino




*

Amo la natura e ammiro la bellezza. Sono in grado di sopportare la fatica, le privazioni non mi spaventano e ho visto alcuni fra i paesaggi più notevoli del mondo. Ma in tutto questo, ricordi amari, soprattutto della mia più recente e intima desolazione.


Byron tra le rovine di Grecia (tela del Piccio)



*

Non mi si parli d'Inghilterra, questo è fuori questione. Avevo una casa, delle terre, una moglie e una bambina, e un nome, laggiù - un tempo - ma tutte queste cose si sono alterate o mi sono state sequestrate. Non sento amore per quel paese dopo il trattamento che ho ricevuto prima di lasciarlo definitivamente, ma non lo odio abbastanza per desiderare di avere una parte nelle sue disgrazie, poiché un male deve sempre esser fatto prima che il bene maturi; le rivoluzioni non si fanno con acqua di rose. E il mio gusto per le rivoluzioni s'è smorzato, insieme con le altre mie passioni.

*

 Non sono nemico della religione, al contrario. Tant'è vero che sto impartendo alla mia figlia naturale [Allegra] un'educazione rigidamente cattolica, in un convento in Romagna; perché penso che la religione non è mai troppa, se si deve averne una. Io stesso sono molto attratto dalle dottrine cattoliche.

*

Ho incontrato un simpatico ragazzo di Boston, ammiratore di Irving, e sono stato molto gentile con lui (...) ma sospetto di non avergli fatto buona impressione perché invece di un uomo di questo mondo si aspettava il misantropo avvolto in pelle di lupo che rispondesse ferocemente a monosillabi. Non riuscirò mai a far capire alla gente che la poesia è l'espressione di una passione che si accende, ma che non esiste una vita tutta di passioni, come non v'è una febbe perenne, o un terremoto senza mai soste. Oltrettutto, chi mai potrebbe radersi in una tale situazione?

*

Finché ho scritto gli eccessi e le assurdità che hanno corrotto il gusto del pubblico, m'hanno applaudito come un'eco; adesso invece che, negli ultimi 3 o 4 anni, ho composto delle cose che non si dovrebbero "lasciar morire" (come dice Milton) tutto il branco grugnisce, ronfa e torna ad avvoltolarsi nel suo brago [...].

*

Io conosco i costumi degli italiani assai meglio della maggior parte degli inglesi perché ho vissuto a lungo tra di loro, e in luoghi dove gli inglesi non erano mai stati [Romagna e Ravenna]. Ho vissuto nelle loro case, proprio in mezzo alle famiglie, talvolta semplicemente come "amico di caso" [in italiano nel testo] talvolta come "amico della Dama". La loro morale non è come la nostra; [...] l'educazione in convento, la moda del cavalier servente, i modi di vivere e di pensare sono così diversi e il divario appare talmente più profondo via via che si partecipa più intimamente alla loro vita, che proprio non saprei in che modo farvi comprendere un popolo che è insieme morigerato e licenzioso, serio nel carattere e mattacchione nel divertirsi, capace di sensazioni e passioni che sono al tempo stesso fulminee e durature; [...] le loro accademie sono concerti simili ai nostri, con musica più buona e maggiore etichetta. Le loro cose migliori sono le mascherate e i balli di carnevale, quando tutti impazzano. Dopo pranzo o dopo cena si divertono a improvvisare versi, oppure si burlano l'un l'altro; ma è un tipo di spirito che voi non potreste mai cogliere, voi del Nord... [...] In Italia un uomo deve essere un cicisbeo, deve saper cantare nei duetti ed essere esperto di opera lirica, se no non è nulla... qui la poligamia è tutta da parte femminile. Io, che ho avuto la mia parte di intrighi di donne, e sono stato un libertino e finanche un marito, adesso mi ritrovo cavalier servente: perbacco! fa una strana impressione.

L'amico Shelley e Claire Clairmont, donna amata (per poco) da Byron che gli diede la figlia Allegra; sotto, Villa Diodati




Altri approfondimenti:
https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2022/02/byron-e-il-male.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/milano-vista-da-shelley-byron-ed-edith.html
https://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/09/byron-commento-al-manfredi-caino.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/09/byron-e-la-morte-di-shelley.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/11/byron-ma-prima-inviata-sulla-terra-in.html


Vincenzo Monti: i miei versi preferiti

Info tratte da




Difficile trovare una figura più adatta di Vincenzo Monti a collocarsi in un punto di ipotetico passaggio della poesia di un secolo rispetto al successivo. Nato nel Settecento, Monti aveva avuto tempo di accostarsi all'Arcadia e si era messo alle spalle questa esperienza, componendo alcune delle sue opere più riuscite già nel 1793: "La bellezza dell'Universo", "Al principe Sigismondo Chigi", "Al signor di Montgolfier", "In morte di Ugo Bassville" (composte tra il 1781 e 1793) danno un quadro schematico del livello di compiutezza formale raggiunto da Monti prima dell'inizio dell'Ottocento.
Il suo Neoclassicismo, greve di figure mitiche e immagini retoriche, così difficile ad una lettura non attenta, sta già alla base del nuovo secolo, ne costituisce la premessa, con piena coscienza, da parte dei contemporanei, dell'importanza della sua opera. Di questo autore non poteva non stupire la non comune capacità di trasformare, di tradurre in linguaggio poetico i fatti e le situazioni dalle quali si sentiva maggiormente attratto, componendo perfetti scenari per i propri versi. Tuttavia, dalla contraddizione tra la sua volontà di essere un poeta civile dei fatti più significativi del tempo, e il suo disimpegno di fondo, nacquero le critiche alla sua opera, mentre dalla sua capacità di interpretare le esigenze estetiche del tempo nacque l'ammirazione per Monti. è quindi inutile, oggigiorno, ribadire le sue oscillazioni d'opinione e le sue incerte posizioni politiche di fronte agli eventi a lui contemporanei e focalizzare l'attenzione sul preciso ideale di bellezza neo-classica del Monti.

Vincenzo Monti nacque in Romagna, nel 1754 e morì a Milano nel 1828. Visse in un periodo di profondi rivolgimenti politici e sociali. L'Illuminismo aveva educato gli uomini a quei principi di libertà ed uguaglianza, che la Rivoluzione Francese aveva attuato e Napoleone diffuso in Europa; poi, dopo il crollo napoleonico, la restaurazione e il ritorno dell'assolutismo; e sullo sfondo di questi eventi grandiosi un'opinione pubblica ora esaltata, ora mutevole e incerta. Vincenzo Monti in verità non ebbe, in un periodo così agitato, la salda coscienza morale e il carattere fermo che abbiamo riscontrato nel Parini; ci rattrista, perciò nelle sue manifestazioni politiche, quella volubilità che lo portò ad esaltare prima i conservatori poi i giacobini quindi Napoleone e infine l'Austria.
I principali momenti della vita e della produzione poetica del Monti si possono riportare a questi suoi diversi e contrastanti atteggiamenti. A Roma, dove rimase per un ventennio, esaltò Papa Pio VI in un'ode  ("La prosopopea di Pericle"); compose "La Bellezza dell'Universo", in occasione delle nozze del nipote di Pio VI; scrisse inoltre la "Bassvilliana": Monti immagina che l'anima di Ugo Bassville, segretario della Legazione Francese a Napoli, ucciso dal popolo a Roma, dove si era recato per far propaganda rivoluzionaria, venga raccolta da un angelo e guidata, prima di essere assunta in cielo, ad assistere agli orrori della Rivoluzione Francese e al supplizio di Re Luigi XVI.
Dopo la caduta della Repubblica Cisalpina, si rifugiò a Parigi. Intanto Napoleone sconfiggeva gli Austriaci e il Monti potè tornare in Italia. L'esaltazione di Napoleone durò fino al ritorno degli Austriaci (1815), dai quali ottenne una piccola pensione.
Questa volubilità è dovuta soprattutto al fatto che il Monti non ebbe un vero interesse politico e si faceva interprete della mutevole opinione pubblica.
Come poeta, il Monti è il maggior rappresentante del Neoclassicismo. Il Leopardi lo considerò un "poeta dell'orecchio e dell'immaginazione, del cuore in nessun modo"; possiede, infatti, un'immaginazione fervida ed una finissima sensibilità che gli fanno cogliere i colori più tenui e vari del paesaggio che egli disegna in versi dal ritmo spesso incantato. La poesia del Monti è tecnicamente perfetta, ma raramente vibra di sentimento profondo; l'espressione formale è impeccabile e musicale, ma non è animata da quell'intima commozione da cui sempre muove l'arte.



"Aristodemo": https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/06/vincenzo-monti-i-miei-versi-preferiti.html


Da "Galeotto Manfredi"

Ubaldo: "Il mio pensiero manifesto il feci,
quando al fatal tributo io qui m'opposi
in questo luogo, e periglioso il dissi,
funesto il presagii. Fumanti i campi
son di strage, io gridai; vote di sangue
abbiamo le vene, e ancor dolenti e rosse
le cicatrici."

Del Monti trascrivo anche qualche lirica:

"La Bellezza dell'Universo" (1781)

Stavasi ancora la terrestre mole
del caos sepolta nell'abisso informe
e sepolti con lei la luna e il sole;

[...]

Teco scorrea per l'infinito; e, quando
dalle cupe del nulla ombre ritrose
l'Onnipossente Creator comando

uscir fe' tutte le mondane cose,
e al guerriggiar degli elementi infesti
silenzio e calma inaspettata impose,

[...]

Penetrò nelle cupe acque profonde
quel guardo; e con bollor grato natura
intiepidille, e diventar feconde:

[...]

Tu del nero Aquilon (1) su le funeste
ale per l'aria alteramente vieni,
e passeggi sul dorso alle tempeste:

ivi spesso d'orror gli occhi sereni
ti copri, e mille intorno al capo accenso
rugghiano i tuoni e strisciano i baleni.


"Di tante faci alla silente e bruna notte trapunse la tua mano il lembo e un don le vesti della bianca luna, e di rose all'aurora empesti il grembo, che poi sovra i sopiti egri mortali piovon di perle rugiadose un nembo."

(1) il vento del nord


"Per il giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler" (1781)

Donna, dell'alma mia parte più cara
perché muta in pensoso atto (1) mi guati, (2)
e di segrete stille (3)
rugiadose si fan le tue pupille?
Di quel silenzio, di quel pianto intendo,
o mia diletta, la cagion. L'eccesso
de' miei mali (4) ti toglie
la favella, e discioglie
in lacrime furtive il tuo dolore [...]

Questo componimento fu composto dal poeta a 72 anni, quando era colpito da paralisi alla parte sinistra del corpo; si trovava  ospite dall'amico Luigi Aureggi, assistito dalla moglie Teresa e dalla figlia Costanza. Avvicinandosi il giorno onomastico della moglie, compone per lei questa canzone libera.

(1) esprime la trepidazione della moglie, che teme prossima la morte del poeta
(2) mi guardi
(3) lacrime segrete
(4) i mali del poeta sono tanti

"Al principe don Sigismondo Chigi"

Me misero! Non veggo
che lugubri deserti; Altro non odo
che urlar torrenti e mugolar tempeste.
Dovunque il passo e la pupilla movo,
escono d'ogni parte ombre e paure,
e muta stammi e scolorita innanzi
qual deforme cadavere la terra.

Tutto è spento per me. Sol vive eterno
il mio dolor, né mi riman conforto
che alzar le luci al cielo e sciormi in pianto.
Ah che mai vagheggiarti io non dovea,
Fatal beltade! Senza te venuto
questo non fòra orribil cangiamento.

[...]

Ma in que' vergini labbri, in que' begli occhi
aver quest'occhi inebriati, e dolce
sentirmi ancor nell'anima rapita
scorrere il suono delle tue parole;

[...]

Allor requie non trovo. Io m'alzo, e corro
forsennato pe' campi, e di lamenti
le caverne riempio, che dintorno
risponder sento con pietade. Allor
per dirupi m'è dolce inerpicarmi,
e a traverso di folte irte boscaglie
aprir la via col petto, e del mio sangue
lasciarmi dietro rosseggianti i dumi (1)


(1) i cespugli


"Il ritratto" (1820)

Pianse fra i traci orrori
le funeste faville
dei mal concessi amori
l'abbandonata Fille.

(Fille è il nome di una pastorella, tipicamente cantata dalla poesia d'Arcadia o Neoclassica)


"Sermone sulla mitologia" (1820)

Ai lemuri e alle streghe. In tenebrose
nebbie soffiate dal gelato Arturo (1)
si cangia (orrendo a dirsi!) il bel zaffiro
dell'italico cielo; in procellosi
venti e bufere le sue molli aurette;
i lieti allori dell'aonie rive
in funebri cipressi; in pianto il riso;
e il tetro solo, il solo tetro è bello.

[...]

Chi voce mi darà lena e pensieri
al subbietto gentil convenienti?
Forse l'austero genio inspiratore
delle nordiche nenie? Ohimè! Chè, nato
sotto povero sole e fra i ruggiti
de' turbini nudrito, ei sol di fosche
idee si pasce e le ridenti abborre,
e abitar gode ne' sepolcri e tutte
in lugubre color pinger le cose.

[...]

Di fè quindi più degna
cosa vi torna il comparir d'orrendo
spettro sul dorso di corsier morello
venuto a via portar nel pianto eterno
disperata d'amor cieca donzella,
che, abbracciar si credendo il suo diletto,
stringe uno scheltro spaventoso, armato
d'un oriuolo a polve e d'una ronca;
mentre a raggio di luna oscene larve
danzano a tondo, e orribilmente urlando
gridano pazienza, pazienza!

(1) una stella del Carro di Boote, una costellanzione settentrionale


"Discesa di Cristo all'Inferno e al Limbo" (1770)

"Quando scendeva nelle valli inferne tra suoi trionfi glorioso e forte Cristo, e già carca di catene eterne, dietro alle spalle si trae la Morte, calar verso le cupe atre caverne, Satan lo vide per vie fosche e torte e timoroso alle spelonche interne con cento ferri assicurò le porte... Del cieco limbo allor le tenebrose si rallegran taciturne sedi e in Luce che foriera e fiammeggiar è d'alte cose, arde dovunque e fiameggiar le vedi. Deste de' padri l'ombre son acchiose, del Ciel promesso non per anco eredi serenando le fronti atre e rugose, levar la testa e si rizzaro in piedi. Fa lieto più d'ogni altro il volto afflitto, Adam, che ancor del serpe iniquo e tristo, piangea la frode del dolor trafitto."


"Il pellegrino apostolico" (1782)

Squallide e con lugubre mormorio
affollate le turbe in Vaticano
traeansi a dirgli il doloroso addio;

[...]

Là dove nell'orror sacro dell'urna
dorme di Pietro in sotteranea sede
l'apostolica polve taciturna.

[...]

Ed altri mostri che diverse avieno
di prudente virtù forme mentite
e le labbra stillanti di veleno.

[...]

Fin dentro il lago dell'eterne pene
giunse il suon della tuba; e un cupo udissi
doppio stridor di denti e catene.


"Il fanatismo" (1797)

Oh crudeli di Spagna e di Lisbona
orrendi roghi! e voi di strage rosse
contrade di Beziers e Carcassona!

[...]

Ululate, ruggite in ogni lido,
agitate le tombe, sollevate
per l'universo di vendetta il grido!

Spingi l'onde di strage affaticate,
Loira, al mare, se il mar non si ritira
nel vederle sì gonfie e insanguinate.


"La superstizione"
(1797)

Quale da tetti la notturna strige
dolorosa sull'alme il canto invia,
quando pallide ombre escon di Stige,

tal di questi è la trista psalmodia,
che fa de' claustri risonar gli orrori
e il sonno dei gravati occhi disvia.

[...]

E brune per le strade orrende croci
procedean fra il pallore e il fragor mesto
di meste faci e di tartaree voci.


"Il pericolo"
(1797)

E scomposte le chiome in su la testa
d'irti vepri (1) parean selva selvaggia,
ch'aspro il vento rabbuffa e la tempesta.

Striscia di sangue il collo gli viaggia,
che della scure accenna la percossa:
il capo ne vacilla, e par che caggia.


(1) sterpi


"Prosopopea di Pericle"

[...] Del marmo freddo e ruvido
bell'arte animatrice;
e d'Adriano e Cassio,
sparsa le belle chiome,
fra gl'insepolti ruderi
m'andò chiamando a nome.
Ma invan; ché occulto e memore
del già sofferto scorno
temei novella ingiuria
ed ebbi orror del giorno;
ed aspettai benefica
Etade, in cui sicuro
levar la fronte e l'etere
fruir tranquillo e puro.
[...] 
Al cenno mio le parie
montagne i fianchi apriro,
e dalle rotte viscere
le gran colonne usciro.
Si lamentaro i tessali
alpestri gioghi anch'essi,
impoveriti e vedovi
di pini e di cipressi.
[...] Grecia fu vinta, e videsi
di Grecia la ruina
render superba e splendida
la povertà latina.
Pianser deserte e squallide 
allor le spiaggie achive,
e le bell'arti corsero
del Tebro su le rive.
[...] Ed or fastose obliano
l'onta del goto orrore,
or che il gran Pio le vendica
del vilipeso onore.
[...] All'ombre avvezzo io sono.
Ma i voti miei non temono 
la luce del tuo trono.

"Sermone sulla Mitologia": i versi più sepolcrali

[...] Ai lemuri (1) e alle streghe. In tenebrose
nebbie soffiate dal gelato Arturo,
si cangia, orrendo a dirsi!, il bel zaffiro
dell'italico cielo; in procellosi
venti e bufere le sue molli aurette;
i lieti allori dell'aonie rive
in funebri cipressi: in pianto il riso.
E il tetro solo, il solo tetro è bello.
[...] Forse l'austero genio inspiratore
delle nordiche nenie? (2) Ohimé! ché nato
sotto povero sole e fra i ruggiti
de' turbini nudrito, ei sol di fosche
idee si pasce e le ridenti abborre,
e abitar gode ne' sepolcri e tutte
in lugubre color pianger le cose.
[...] Di fé quindi più degna
cosa vi torna il comparir d'orrendo
spettro sul dorso di corsier morello (3)
venuto a via portar nel pianto eterno
disperata d'amor cieca donzella;
che, abbracciar sì credendo il suo diletto,
stringe uno scheltro (4) spaventoso armato
d'un oriuolo a polve e d'una ronca;
mentre a raggio di luna oscene larve
danzano a tondo, e orribilmente urlando
gridano - pazienza, pazienza -
Ombra del grande Ettorre, (5) ombra del caro
d'Achille amico, fuggite, fuggite,
e povere d'orror (6) cedete il loco
ai romantici spettri. Ecco, ecco il vero
mirabile dell'arte, ecco il sublime.
  

Note:

1) Spettri dei morti
2) I canti della lirica romantica
3) è un riferimento alla ballata romantica del Bürger, "Eleonora", tradotta dal Berchet.
L'amato Guglielmo si presenta, una notte di tempesta, alla disperata Eleonora, per prenderla e portarla in groppa al suo focoso cavallo morello. Lungo la corsa, l'amante ripete il lugubre ritornello: "E tu hai paura, o mia cara? Vedi bel chiaro di luna! Arri, arri, arri! I morti cavalcano in furia. E tu, mia cara, hai paura dei morti?"
Quando sono giunti alla meta, il cavallo si avventa contro un cancello di ferro e appare un prodigio spaventoso: "In teschio senza ciocche e senza ciuffo, in teschio ignudo gli si convertì il capo; e la persona in ischeletro armato di ronca e d'oriuolo (oriolo, cioè l'orologio) Allora sì, allora sotto il raggio della luna danzarono a tondo a tondo le larve (gli spettri); ed intrecciando il ballo della catena, con feroci urli ripetevano questa nenia "abbi pazienza, abbi pazienza; s'anche il cuore ti scoppia. Con Dio no, con Dio non venire a contesa. Eccoti sciolta dal corpo. Iddio usi all'anima misericordia"
4) Scritto proprio così: "scheltro"
5) Scritto proprio così: "Ettorre"
6) Si intende in paragone ai "romantici spettri"







Poesia del 1500: i miei versi preferiti

Tratti da



Celio Magno

Ecco di rose a questa tomba intorno
aprir, quasi in su' onor, pomposa schiera
ch'l seno aprendo sembran dire:

<< Tal era di colei che qui giace il volto adorno >>

E tal ne sentian l'altre l'invidia e scorno
qual di noi gli altri fiori a primavera.




Matteo Bandello

Aspere rupi, incolti sassi e aperte
dal terremoto e profondate grotte,
d'orror, di fredda tema e d'atra notte (1)
piene, e caverne inospiti (2) e deserte;
strade mai sempre perigliose ed erte,
d'alte roine (3) attraversate e rotte,
acque schiumanti con furor condotte (4)
per valli ognor di nuvole coperte;
di famelici lupi e crude fiere
d'orsi, di serpi e di mill'altre belve,
covi, spelonche, buconi, antri e tane,
e voi sì spaventose e oscure selve,
com'è che mi facciate qui vedere
chi (5) m'arde e fa le mie speranza vane?

(1) oscura
(2) non ospitali
(3) precipizi, frane
(4) correnti
(5) la donna


Alpi nevose, (1) che le corna al cielo (2)
e quinci e quindi (3) oltre misura alzate,
e ne l'algente verno (4) e calda estate
orride sète (5) di perpetuo gelo:
tra voi pavento (6), e mi s'arriccia il pelo,
ch'al rimbombo che d'acque e sassi fate,
sì spaventose ognora vi mostrate,
che di paura tutto tremo e gelo.
S'al basso miro, l'occhio non penètra (7)
l'atra profonda ne l'abisso valle,
né a l'alto scerno le fumanti corna. (8)
E pur mi veggio ancor, dopo le spalle,
che mi persegue Amor con la faretra,
ch'ad ogni passo a saettar mi torna.

(1) In viaggio verso la Francia
(2) cime
(3) in ogni direzione
(4) gelido inverno
(5) siete
(6) provo timore
(7) non riesce a vedere fino in fondo
(8) e non scorgo nemmeno, in alto, le cime nebbiose (fumanti)







Dino Campana







"Io sono colui che dal dolore ha fatto sangue"
(da una lettera indirizzata a Papini, 1914)

Dino Campana non è un letterato, o per lo meno, non lo è in senso stretto, professionistico, del termine. Egli non ha creato né una scuola né una tradizione; la critica lo ha più tollerato che amato, perché col suo inconfondibile linguaggio e la sua tematica dirompente, infrangeva il quadro ordinato dell'esperienza poetica italiana del Novecento, tutta imperniata attorno ai nomi delle "Tre Corone" (Saba, Ungaretti, Montale), che, confrontati a Campana, fanno la figura di quieti prosecutori della migliore tradizione classica.

(nota di Lunaria: difatti, nei "Canti Orfici" spesso le parole su susseguono una dietro l'altra senza virgole, e questo modo di parlare è tipico degli schizofrenici. è dimostrato che molte persone schizofreniche non solo parlano "in modo strano, senza né capo né coda" ma sono anche particolarmente abili nel dipingere soggetti inquietanti con colori molto accesi. Sul rapporto tra Campana e la sua situazione di disagio mentale, vedi l'approfondimento più sotto). 

Dino Campana era nato a Marradi, il 20 agosto 1885, in una famiglia piccolo-borghese. Termina faticosamente il liceo, si iscrive a Chimica all'Università, ma la scelta si rivela un fallimento. Nel 1906 gli viene diagnosticata "una forma psichica a base di esaltazione, per cui si rende necessario il riposo intellettuale, l'isolamento affettivo e morale, l'uso di preparati bromici". Viene anche ricoverato in istituti psichiatrici.
Un aspetto del suo squilibrio appare, agli occhi del mondo, appunto,
la sua irrequietezza, il suo non riuscire a collocarsi in un solo posto, che in lui assume la forma del nomadismo. Nel 1907 parte per la Svizzera, poi Francia e Argentina, senza un soldo in tasca, salendo su un treno alla stazione di Bologna, solo perché era stato preso all'improvviso dal desiderio di fuggire. In Ucraina girovaga con gli zingari. Il suo primo manoscritto letterario, consegnato a Papini e Soffici, direttori di "Lacerba", viene perduto. Campana, alla notizia dello smarrimento, viene colto da una rabbia furibonda, minaccia e aggredisce, e alla fine ricostruisce a memoria i testi perduti, operando modificazioni e miglioramenti: nasce così il testo dei "Canti Orfici". Nel 1918 viene ricoverato all' Ospedale Psichiatrico di Castel Pulci, e non ne uscirà più (Campana morirà il 1° marzo 1932). Per quanto di fronte a una vita del genere si sia tentati di affibiare a Campana lo stereotipo del "poeta maudit", in Campana non è neanche possibile separare del tutto l'eccezionalità della vicenda umana con l'eccezionalità dell'esperimento poetico compiuto: i risultati di questa bruciante fusione fra arte e vita si vedono. In Campana, si assiste quasi allo sguardo del Veggente, un'autentica vocazione visionaria, che scorge ciò che l'essere umano normale o il poeta comune non riescono a scorgere.
Il tramite filosofico e linguistico è l'influenza di Nietzsche, che Campana dimostra di conoscere assai bene, ma anche Whitman e Rimbaud, per una linea di eloquenza dignitosa e malinconica. Campana lavora soprattutto sul tessuto linguistico della poesia: splendido è il gioco di luci e colori, di tenebre e accensioni, di cui è costituito il suo mondo notturno, crepuscolare e aurorale: distese marine sconfinate, città emergenti dalle acque, città turrite isolate in loro secolare silenzio, il tema del viaggio e del ritorno, del ritorno e della partenza, che scandisce una visione pendolare della vita. (Nota di Lunaria: nei versi di Campana troviamo anche di frequente riferimenti alle prostitute, che sono le "nomadi" per eccellenza: nomadi dal loro corpo, ceduto a sconosciuti e dimenticato, nomadi della loro psiche, che dimentica o vaga altrove con la fantasia...)


"La Notte"

Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su una pianura sterminata nell'Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso. [...] Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all'ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carrni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.

Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara, la mitica custode dei sogni dell'adolescenza. Saliva al silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi: non si udiva il rumore dei suoi passi. Una piazzetta deserta, casupole schiacciate, finestre mute: a lato in un balenìo enorme la torre, otticuspide rossa impenetrabile arida. Una fontana del cinquecento taceva inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva una strada acciottolata e deserta verso la città. [...] Strisciavano le loro ombre lungo i muri rossastri e scalcinati: egli seguiva, autòma. Diresse alla donna una parola che cadde nel silenzio del meriggio: un vecchio si voltò a guardarlo con uno sguardo assurdo lucente e vuoto. E la donna sorrideva sempre di un sorriso molle nell'aridità meridiana, ebete e sola nella luce catastrofica. [...] Si affacciavano ai cancelli d'argento delle prime avventure le antiche immagini, addolcite da una vita d'amore, a proteggermi ancora col loro sorriso di una misteriosa incantevole tenerezza. Si aprivano le chiuse aule dove la luce affonda uguale dentro gli specchi all'infinito, apparendo le immagini avventurose delle cortigiane nella luce degli specchi impallidite nella loro attitudine di sfingi: e ancora tutto quelo che era arido e dolce, sfiorite le rose della giovinezza, tornava a rivivere sul panorama scheletrico del mondo. [...]
Ero sotto l'ombra dei portici stillata di goccie e goccie di luce sanguigna ne la nebbia di una notte di dicembre [...] Tutto era mistero per la mia fede, la mia vita era tutta "un'ansia del segreto delle stelle, tutta un chinarsi sull'abisso." Ero bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro le larve del mistero. Poi fuggì. Mi persi per il tumulto delle città colossali, vidi le bianche cattedrali levarsi congerie enorme di fede e di sogno colle mille punte nel cielo, vidi le Alpi levarsi ancora come più grandi cattedrali, e piene delle grandi ombre verdi degli abeti, e piene della melodia dei torrenti di cui udivo il canto nascere dall'infinito del sogno.  Lassù tra gli abeti fumosi nella nebbia, tra i mille e mille ticchiettìi le mille voci del silenzio svelata una giovine luce tra i tronchi, per sentieri di chiarìe salivo:
salivo alle Alpi, sullo sfondo bianco delicato mistero.
Laghi, lassù tra gli scogli chiare gore vegliate dal sorriso del sogno, le chiare gore i laghi estatici dell'oblio che tu Leonardo fingevi. Il torrente mi raccontava oscuramente la storia. Io fisso tra le lancie immobili degli abeti credendo a tratti vagare una nuova melodia selvaggia e pure triste forse fissavo le nubi che sembravano attardarsi curiose un istante su quel paesaggio profondo e spiarlo e svanire dietro le lancie immobili degli abeti [...] E ancora sullo sfondo le Alpi il bianco delicato mistero, nel mio ricordo s'accese la purità della lampada stellare, brillò la luce della sera d'amore [...] Riudivo il torrente ancora lontano: crosciava bagnando antiche città desolate, lunghe vie silenziose, deserte come dopo un saccheggio [...] Aprimmo le finestre al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città (le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle potenze sue tutte trionfale? Qual ponte,  muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull'infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina. Nel tepore della luce rossa, dentro le chiuse aule dove la luce affonda uguale dentro gli specchi all'infinito sfioriscono bianchezze di trine [...] Fuori è la notte chiomata di muti canti, pallido amor degli erranti.


"Giardino Autunnale (Firenze) "

Al giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
a la terra autunnale
un ultimo saluto!
A l'aride pendici
aspre arrossate nell'estremo sole
confusa di rumori
rauchi grida la lontana vita:
grida al morente sole
che insanguina le aiuole.
S'intende una fanfara
che straziante sale: il fiume spare
ne le arene dorate: nel silenzio
stanno le bianche statue a capo i ponti
volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
tenero e grandioso
sorge ed anela in alto al mio balcone:
e in aroma d'alloro,
in aroma d'alloro acre languente,
tra le statue immortali nel tramonto
Ella m'appar, presente.



"L'invetriata"

La sera fumosa d'estate
dall'alta invetriata mesce chiarori nell'ombra
e mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende
una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha
acceso la lampada? - c'è
nella stanza un odor di putredine: c'è
nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera
si veste di velluto:
e tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola
ma c'è
nel cuore della sera c'è,
sempre una piaga rossa languente.



"Il canto della Tenebra"

La luce del crepuscolo si attenua:
inquieti spiriti sia dolce la tenebra
al cuore che non ama più!
Sorgenti, sorgenti abbiamo da ascoltare,
sorgenti, sorgenti che sanno
sorgenti che sanno che spiriti stanno
che spiriti stanno ad ascoltare...
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
ascolta: ti ha vinto la Sorte:
ma per i cuori leggeri un'altra vita è alle porte:
non c'è di dolcezza che possa eguagliare la Morte
più più più
intendi chi ancora ti culla:
intendi la dolce fanciulla
che dice all'orecchio: più più
ed ecco si leva e scompare
il vento: ecco torna dal mare
ed ecco sentiamo ansimare
il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
degli alberi e l'acque è notturno
il fiume va via taciturno...
Pùm! mamma quell'omo lassù!

(quest'ultimo verso può essere visto come provenisse da un bambino, che assistendo al suicidio di un uomo gettatosi nel fiume, chieda alla mamma di "guardare l'uomo lassù")


"La sera di fiera"

Il cuore stasera mi dice: non sai?
La rosabruna incantevole
dorata di una chioma bionda:
e dagli occhi lucenti e bruni colei che di grazia
imperiale
incantava la rosea
freschezza dei mattini:
e tu seguiva nell'aria
la fresca incarnazione di un mattutino sogno:
e soleva vagare quando il sogno
e il profumo velavano le stelle
(che tu amavi guardar dietro i cancellii
le stelle le pallide notturne) :
che soleva passare silenziosa
e bianca come un volo di colombe
certo è morta: non sai?
era la notte
di fiera della perfida Babele
salente in fasci verso un cielo affastellato un
paradiso di fiamma
in lubrichi fischi grotteschi
e tintinnare d'angeliche campanelle
e gridi e voci di prostitute
e pantomime d'Ofelia
stillate dall'umile pianto delle lampade elettriche [...]


"Il Ritorno"

[...] Riposo ora per l'ultima volta nella solitudine della foresta [...] Per rendere il paesaggio, il paese vergine che il fiume docile e valle solo riempie del suo rumore di tremiti freschi, non basta la pittura, ci vuole l'acqua, l'elemento stesso, la melodia docile dell'acqua che si stende tra le forre dell'ampia rovina del suo letto, che dolce come l'antica voce dei venti incalza verso le valli in curve regali: poiché essa è qui veramente la regina del paesaggio. [...] Ecco le rocce, strati su strati, monumenti di tenacia solitaria che consolano il cuore degli uomini. E dolce mi è sembrato il mio destino e fuggitivo al fascino dei lontani miraggi di ventura che ancora arridono dai monti azzurri: e a udire il sussurrare dell'acqua sotto le nude roccie, fresca ancora della profondità della terra [...]
Non so. Il mio ricordo, l'acqua è così. Dopo gli sfondi spirituali senza spirito, dopo l'oro crepuscolare, dolce come il canto dell'onnipresente tenebra è il canto dell'acqua sotto le rocce: così come è dolce l'elemento nello splendore nero degli occhi delle vergini spagnole [...]
Tra le rocce crepuscolari una forma nera cornuta immobile mi guarda immobile con occhi d'oro [...] O donna sognata, donna adorata, donna forte, profilo nobilitato di un ricordo di immobilità bizantina, in linee dolci e potenti testa nobile e mitica dorata dell'enigma delle sfingi: occhi crepuscolari in paesaggio di torri là sognati sulle rive della guerreggiata pianura, sulle rive dei fiumi bevuti dalla terra avida là dove si perde il grido di Francesca [...] Quanto tempo è trascorso da quando i bagliori magnetici delle stelle mi dissero per la prima volta dell'infinità delle morti!


"La giornata di un nevrastenico"

Passeggio sotto l'incubo dei portici.
Una goccia di luce sanguigna, poi l'ombra, poi una goccia di luce sanguigna, la dolcezza dei seppelliti.
Scompaio in un vicolo ma dall'ombra sotto un lampione s'imbianca un'ombra che ha le lebbra tinte.
O Satana, tu che le troie notturne metti in fondo ai quadrivii, O Tu che dall'ombra mostri l'infame cadavere di Ofelia, o Satana abbi pietà della mia lunga miseria!


"Piazza Sarzano"

A l'antica piazza dei tornei salgono strade e strade e nell'aria pura si prevede sotto il cielo il mare. L'aria pura è appena segnata di nubi leggere. L'aria è rosa. Un antico crepuscolo ha tinto la piazza e le sue mura. E dura sotto il cielo che dura, estate rosea di più rosea estate. Intorno nell'aria del crepuscolo si intendono delle risa, serenamente, e dalle mura sporge una torricella rosa tra l'edera che cela una campana [...]



Ippolito Pindemonte: introduzione ai versi più belli

Info tratte da




Nato a Verona nel 1753 e morto nel 1828.
Nella sua giovinezza viaggiò a lungo in Italia e all'estero. L'opera più duratura del Pindemonte è la traduzione dell'Odissea, alla quale è ancora legato il suo nome. L'indole mite e malinconica lo avvicinò alla poesia notturna e sepolcrale, che in quei tempi fioriva specialmente in Inghilterra per opera di Edward Young e Gray. Espresse la sua intima malinconia, il suo amore alla serenità dei campi nelle "Poesie campestri" ("Nè mai quel fonte,
Co’ desir miei, Nè mai quel monte Trapasserò", i miei desideri non andranno mai oltre la serena pace dei campi, che è il dono migliore che possa essere concesso ad un'anima pura, si legge in "La Melanconia", personificata come ninfa che vaga per campi ornati da fonti e colline, di faggi, di ruscelli, di lune argentea)
Il Foscolo dedicò il suo bellissimo carme "I sepolcri" al "dolce amico Pindemonte", il quale in quei tempi stava componendo un poemetto, "I cimiteri", rimasto poi incompiuto.


"La Melanconia"

Fonti, e colline
Chiesi agli Dei: M’udiro al fine,
Pago io vivrò.
Nè mai quel fonte,
Co’ desir miei,
Nè mai quel monte
Trapasserò.

[...]


Melanconia,
Ninfa gentile,
La vita mia
Consegno a te.
I tuoi piaceri
Chi tiene a vile,
Ai piacer veri
Nato non è.

[...]

O che ti piaccia
Di dolce Luna
L’argentea faccia
Amoreggiar;
Quando nel petto
La Notte bruna
Stilla il diletto
Del meditar

[...]




"La Solitudine"

Pien d’un caro pensier, che mi rapiva,
Giunto io mi vidi ove sorgean d’antica
Magion gli avanzi su deserta riva.     
Cinge le mura intorno alta l’ortica,
E tra le vie della cornice infranta
L’arbusto fischia, e tremola la spica.     
Scherza in cima la vite, o ad altra pianta
In giù cadendo si congiunge e allaccia,
E di ghirlande il nudo sasso ammanta:     
E con verde di musco estinta faccia
Sculto Nume qui giace, e l’umil rovo
Là gran pilastro rovesciato abbraccia.     
M’arresto; e poi tra la folt’erba movo:
Troppo di cardo o spina al piè non cale,
E nel vóto palagio ecco mi trovo.     
Stillan le volte, e per l’aperte sale
Passa ululando l’Aquilon, nè tace
Nel cavo sen dell’ozïose scale.     
E pender dalle travi odo loquace Nido,
entro cui tenera madre stassi
I frutti del suo amor covando in pace.     
Quindi sul campo con gli erranti passi,
Per via diversa dalla prima, io torno.
Veggo persona tra i cespugli e i sassi.     
Sedea sovra il maggior masso, che un giorno
Sorse nobil meta d’alta colonna:
Abbarbicata or gli è l’edera intorno. [...]

Ma su lucido colle, o per la verde
Notte d’un bosco, co’ pensieri insieme,
E co’ suoi dolci sogni, in cui si perde,     
Passeggia il mio fedele, e duol nol preme,
Se faccia d’uom non gli vien contro alcuna,
Perchè sè stesso ritrovar non teme;     
E nel silenzio della notte bruna
Estatiche fissar gode le ciglia
Nel tuo volto soave, o argentea Luna;     
E per l’ampia degli astri aurea famiglia
Gode volar, di Mondo in Mondo passa,
[...]


"Alla Luna"

Grato al piacer, che move
Da te, vergine Diva, e in sen mi piove,
Te canterò: m’insegna
Deh tu quell’armonía,
Che del pudico indegna
Orecchio tuo non sia,
Che parte stillar possa in cor del Saggio
Di quel dolce, ond’è pieno il tuo bel raggio.

Oh quante volte il giorno
Insultai col desío del tuo ritorno!
L’Ore in oscuro ammanto,
E con vïole ai crini,
T’imbrigliavano intanto
I destrieri divini,
E su l’apparecchiata argentea biga
Il Silenzio salía, tuo fido auriga. 

[...]


"La Giovinezza"

Di folto e largo faggio
Sotto l’intreccio verde,
Per cui varcando perde
Il più cocente raggio,
Un bel mattin di Maggio
Vidi posare il fianco
Bellissima una Donna:
Il color della gonna
Era purpureo, e bianco.

n questo, e in quel colore
La guancia si tingea:
Nelle pupille ardea
Un tremolo fulgore.
Par che il seren del core
Su la fronte si spanda,
E passi in chi la mira;
E intorno al crin le gira
Di rose una ghirlanda.

[...]



"La Notte"

Già sorse, ed ogni stella in ciel dispose
Notte con mano rugiadosa e bruna;
Piena nell’orbe suo splende, e le cose
Di soave color tinge la Luna;
E della villa, e delle popolose
Città la gente si rinserra e aduna:
Ma qui su questa rupe, ond’uom non veggio,
Signor del Mondo abbandonato, io seggio.

[...]

Cupo tenor di musica locusta,
E romorosi più nella profonda
Quïete o rio tra i sassi, o al vento fronda.

[...]

Tu, benchè l’ombre da presenza rotte
Non sien di Luna, o d’astro alcun, pur suoli
Tesser musiche voci, e della Notte
L’orror più tenebroso orni e consoli.
Ambo il canto innalziam tra rupi e grotte,
Paghi, quantunque non uditi e soli:
Chè non cerca il piacer nell’altrui lode,
Chi al proprio cor di soddisfar sol gode.

[...]

Salve, gran Dea: te da sue torri onora
L’osservator d’arcani vetri armato,
Se mai qualche tua gemma ignota ancora
Nel velo, o nel crin tuo scoprir gli è dato.
Ma tutta rimirarti, e tutte a un’ora
Goder le tue bellezze è a me più grato.
Notte, de’ vati, e cor teneri amica,
Coroni il nome tuo la mia fatica.



"Lamento d'Aristo in morte di Giuseppe Torelli"

Stracciò dal crine il mirto, onde solea
La poetica fronte Aristo ornarsi;
Aristo d’ermi campi, e d’erme selve
Fatto pensoso abitator: dal crine
Quelle stracciossi allegre frondi, e il colle
Salì rapidamente, alla cui vetta
Sorgon bruni cipressi, ond’è ricinto
Del pallido Eremita il sacro albergo,
Ed un ramo ne svelse, e intorno al capo
Sel girò, se l’avvinse; indi si fece
Sedil d’un sasso, di rincontro a balze
Di grato orror dipinte; e poi che alquanto
Con la mente vagò da sè lontano,
Trasse lungo dal core imo un sospiro,
E tai sensi innalzar l’udì la Notte,
Che già in fosco tingea la terra, e il cielo.

Queste del gufo, il qual duolsi alla Luna,
Non son le voci flebili, allungate,
Che nel silenzio della notte bruna
Ad un oppresso cor giungon sì grate?
O pensieroso augel, di ria fortuna
Portator ti accusò la vecchia etate:
Ma udito, se ver fosse il detto antico,
T’avrei la notte, in ch’io perdea l’Amico.

[...]

Se la pompa feral di quella sera
Romper non vidi l’orride tenebre
Col tetro lume della bianca cera,
Nè il sacro udíi di pace inno funebre,
Qual pro, se tutto nell’orecchio m’era,
Tutto innanzi mi stava alle palpebre?
Se della tomba sua ne’ sentier bui,
Benchè lontano, io discendea con lui?



 
AGGIORNAMENTO tratto da


Durante il periodo neoclassico non erano spenti i germi di quell'intensa sensibilità, fantasiosa e nuova, che era stato il Preromanticismo. Anzi opera in questa epoca un poeta assai importante, che rappresenta l'anello di congiunzione tra il gusto notturno e sepolcrale, ossianesco e cesarottiano, e il Foscolo, tra la sensibilità preromantica e il Romanticismo: Ippolito Pindemonte.
Pindemonte nacque a Verona nel 1753 e morì nel 1828.
Di sentimenti democratici, celebrò la Rivoluzione Francese nel poemetto "La Francia" (1789) ma non celebrò Napoleone.
Abbandonò l'idea di un poemetto sui Cimiteri allorché il Foscolo scrisse e gli dedicò "Dei Sepolcri".
Un intenso impegno letterario è presente nelle sue opere principali "Poesie Campestri" (1788) e le "Prose" (1817), il romanzo "Abaritte" (1792), la traduzione dell'Odissea, la tragedia "Arminio" (1804), il poemetto "Il colpo di martello del campanile di San Marco in Venezia" (1820)
Le sue origini furono arcadiche; al vaglio dell'esperienza del Cesarotti la musa malinconica del Pindemonte ebbe dischiuso un nuovo mondo, espresso nelle Poesie Campestri: liriche di uno spirito fine, amante della solitudine, della vita semplice, dei campi, delle lunghe riflessioni su aspetti e cose della natura per la cui celebrazione si compiacque di adoperare tonalità tristi, persino orride e fosche, tratte dal patrimonio ossianesco, risentite di un'eleganza tutta propria.

"Oh speranze fallaci! Oh mesti soli,
che ora per tutta la celeste volta
io con sospiri inutili accompagno!
Foscolo, vieni, e di giacinti un nembo
meco spargi su lei: ravvisti a tempo
i miei concittadin miglior riposo
già concedono ai morti [...]"

Il fratello di Ippolito, Giovanni Pindemonte, invece scrisse tragedie sull'influsso di Shakespeare: Mastino I della Scala, Ginevra di Scozia, Elena e Gerardo, Cicinnato.