''La Congiura de' Pazzi'' e "Sofonisba" di Alfieri: i versi più belli



Nota di Lunaria: prima di vedere i miei versi preferiti, riporto il riassunto della vicenda.

Nel 1777, poche settimane dopo l'ideazione della "Virgilia" su invito dell'amico senese Francesco Gori Gandellini, Alfieri si accinse alla stesura de "La Congiura de' Pazzi".
Lettane la potente rievocazione storica fatta da Machiavelli, l'Alfieri modificò leggermente la trama per dare più drammaticità e più rapidità all'azione teatrale.

Giuliano e Lorenzo de' Medici sono i due tiranni; Guglielmo de' Pazzi, Raimondo suo figlio e il Salviati sono i cittadini insofferenti di qualsiasi giogo; fra loro, Bianca de' Medici è sposa, nella storia, di Guglielmo e nella tragedia alfieriana di Raimondo.

Si intrecciano così ai motivi della lotta fra tirannide e libertà, i sentimenti umani, pieni di angoscia e trepidazione, dell'unico personaggio femminile, destinato ad essere Medici di sangue e de' Pazzi per matrimonio (Nota di Lunaria: come si vedrà, Bianca stessa, ad un certo punto, conscia di questa frattura insanabile, esclamerà: "Nefande, infami, esecrabili nozze! Io ben dovea antiveder, che sol potean col sangue finir questi odj smisurati")
Al compimento del dramma, fallita la congiura, si levano sagge le parole di Lorenzo: "Ma intanto, si stacchi a forza la dolente donna
dal collo indegno. Alleviar suo duolo, può solo il tempo. E avverar sol può il tempo ma non tiranno, e traditor costoro."

Alfieri odia il tiranno, ma la sua ammirazione non può mancare quando il tiranno è grande e la storia ne dà conferma.

Nota di Lunaria: mentre leggevo "La Congiura de' Pazzi" avevo di sottofondo gli Amor E Morte di "About These Thornless Wilds" (2007)...  https://www.youtube.com/watch?v=PkteIArBN78



band dalla Bulgaria purtroppo disciolta...
devo dire che esaltano al meglio lo stile colto e tragico di Alfieri!

Atto Primo, Scena Prima

RAIMONDO: Soffrire, ognor soffrire? Altro consiglio
darmi, o padre, non sai? Ti sei tu fatto
schiavo or così, che del mediceo giogo
non senti il peso, e i gravi oltraggi, e il danno?

GIULIANO: Tutto appien sento, o figlio; e assai più sento
il comun danno, che i privati oltraggi.

RAIMONDO: [...] Qual danno
nascere omai ne può? Che in vece forse
del vergognoso inefficace pianto,
ora il sangue si spanda? E che? Tu chiami
un tal danno il peggior? Tu, che gli antichi
tempi, ben mille volte, a me fanciullo
con nobil gioja rimembravi, e i nostri
deplorando, piangevi; al giogo, al pari
d'ogni uom del volgo, or la cervice inchini?

Atto Terzo, Scena Prima

RAIMONDO: Egli odia assai, ma assai più teme; indi erra
infra sdegno e temenza incerto sempre.
Or l'ira ei preme, e miglior sorte ei prega,
e attende, e spera; ora, da funesto lampo
all'alma sua smarrita il ver traluce,
e il fero incarco de' suoi lacci ei sente;
ma scuoterlo non osa.
[...] Con molti oltraggi replicati ho spinto
i tiranni. Suonarne alte querele
pur fea; dolor della cercata offesa
grave fingendo.


Atto Quarto, Scena Quarta

LORENZO: [...] Al primo
folgoreggiar de' nostri scudi, sciolta
fia lor nebbia palustre. Ardir qual altro
può Roma aver, fuor che l'altrui temenza?
[...] La schiatta infida dei roman pastori
fea tremar più d'un prode. Il tosco, il ferro
celan fra gigli e rose. E ver che nulla
fia il ferro lor, se antiveduto viene.
[...] A me sol duole,
che, se a fuggiasca gente il tergo sdegni
ferir, di sangue or tornerai digiuno.

Scena Quinta

GUGLIELMO: D'alti sensi è costui; non degno quasi
d'esser tiranno. Ei regnerà, se ai nostri
colpi non cade - ei regnerà.

Scena Sesta

GUGLIELMO: Che ascolto? Oimè! nel sacro?...

SALVIATI: Nel tempio, sì. Qual più gradita al cielo
vittima offrir, che il rio tiranno estinto? [...]

GUGLIELMO: Vero parli; ma pur... di umano sangue
contaminar gli altari...

SALVIATI: Umano sangue
quel de' tiranni? Essi di sangue umano
si pascon, essi. E a cotai mostri, asilo
santo v'avrà? L'iniquità secura
starsi, ove ha seggio la giustizia eterna? [...]

Atto Quinto, Scena Prima

BIANCA: Pianger non posso io teco?

RAIMONDO: Il duol mi addoppia
vederti, in pianto consumar tua vita;
e in pianto vano. Ogni uomo io sfuggo, il vedi
ed a me stesso incresco.
[...] Che vai dicendo?... In cor, nulla rinserro...
tranne l'antica, al par che inutil rabbia.

BIANCA: Ma pur la lunga e intera notte, questa
cui non ben fuga ancor l'alba sorgente,
diverse, oh quanto, da tutt'altre notti
era per te! Sovra il tuo ciglio il sonno
nè un sol momento scese [...] i tuoi repressi
sospiri a forza, ed a vicenda il volto
tinto or di fuoco, ora di morte; ah! tutto,
tutto osservai, chè meco amor vegliava;
e non m'inganno, e invan ti ascondi...
[...] Ancor del tutto
dense eran l'ombre, e tu già in piè balzavi,
e ver me poscia, sospirando, gli occhi
non ti vedea rivolger pietosi? [...]

RAIMONDO: ... Io piansi?

BIANCA: E il nieghi?

RAIMONDO: Io piansi?

BIANCA: E pregne ancora
di pianto hai le pupille. Ah! se non versi
in questo sen, dove?

Scena Terza

GUGLIELMO: A tradimento, sì, versar lor sangue
dobbiamo noi pria che il nostro tradimento
si bevan essi [...] Oggi all'antico fianco il ferro io cingo
da tanti anni deposto.
[...] Ma il sacro squillo del bronzo lugubre
udir già parmi... ah! non m'inganno. Oh figlio!...
Io corro, io volo a libertade, o a morte.

Scena Quarta

BIANCA: [...] Nefande, infami,
esecrabili nozze! Io ben dovea
antiveder, che sol potean col sangue
finir questi odj smisurati. [...]
D'alta vendetta io ti credea capace;

Scena Quinta

BIANCA: [...] A me, perfido, torni
col reo pugnal grondante del mio sangue?
[...] Che miro? Oimè! dallo stesso tuo fianco
spiccia il sangue a gran gorghi? [...]

RAIMONDO: [...] Vedi?
Quello, che gronda dal mio ferro, è il sangue
del tiranno; ma...[...]
S'ei fu delitto, ad espiarlo io vengo
agli occhi tuoi, col sangue mio.

Scena Sesta

LORENZO: Al tuo
supplizio infame or or n'andrai. Ma intanto,
si stacchi a forza la dolente donna
dal collo indegno. Alleviar suo duolo,
può solo il tempo. E avverar sol può il tempo
ma non tiranno, e traditor costoro.


Sofonisba

prima di riportare i versi più belli della "Sofonisba", vediamo la trama.

Dalle "Storie" di Tito Livio (libro XXX) deriva l'argomento della "Sofonisba", tragedia d'amore, ideata a Martinsbourg il 29 settembre 1784.

Nel racconto di Livio, Sofonisba, moglie di Siface, re della Numidia, scongiurò i vincitori del marito, Lelio e Massinissa, affinché non consegnassero lei, di origine cartaginese, nelle mani dei Romani.
Massinissa la vide, se ne innamorò e la sposò. Scipione, saputolo, reclamò la donna come preda di guerra e rimproverò l'alleato Massinissa.
Costui mandò allora a Sofonisba il veleno. La donna, con altezzosa magnanimità, bevve d'un sol fiato e spirò.
Alfieri muta nuovamente, in funzione scenica, caratteri e azione.
Il re numida Siface, secondo Livio, accusa la moglie di avergli fatto tradire i Romani; secondo Alfieri, invece, non rinnega il suo amore, cercando anzi di salvare Sofonisba con la propria morte, e lasciandola libera di sposare Massinissa, alleato di Roma.
Mutato è anche il comportamento di Sofonisba, che, in Livio, usa tutte le proprie arti per affascinare Massinissa; nella tragedia alfieriana invece, appare già promessa fin dall'adolescenza a Massinissa e costretta solo da necessità politiche a sposare Siface; non solo, promette di concedersi all'alleato romano in quanto crede morto il marito, ma non appena lo sa vivo, pur continuando ad amare Massinissa, torna fedele a Siface, fugge con lui e da lui accetta il veleno.

L'Alfieri ha scelto di aprire la tragedia con questa citazione:

Così quest'alma donna a morte venne;
che vedendosi giunta in forza altrui,
morire innanzi che servir sostenne.
(Petrarca, "Trionfo d'Amore" cap. II)


Atto Secondo, Scena Seconda

Massinissa: Scipion; m'è cruda
più mille volte or l'amistà tua troppa,
che non lo foran le minacce, e l'armi...
Misero me!... mi quarci il cuor. Ma, trarne
nulla può il dardo radicato e saldo,
che amor v'infisse. Alla insanabil piaga
dittamo e tosco il tuo parlare a un tempo
mi porge: ahi! questo è martir nuovo... O ingrato
fammi del tutto, e qual nemico intero
trattami; o meco, qual pietoso amico,
servi al mio mal... Pianger mi vedi; e il pianto
rattener puoi? Che dico? Ahi vil! che ardisco
dire al cospetto io di Scipione? Insano
finor mi hai visto, or non più, no. Fra breve
saprà Scipion, di Roma il duce, a quale
immutabil partito alfin si appiglia
il re numìda Massinissa.

Atto Terzo, scena Prima

Sofonisba: Misera me! che mai sarà? Qual chiude
feroce arcano or Massinissa in petto?
[...] Or, con tremanti ed interrotti accenti,
tua pur mi chiami: or disperati e biechi
ferocemente asciutti, gli occhi torci
da me sdegnoso; e su la ignuda terra
ti prostendi anelante; e sole invochi
con grida orrende le furie infernali...
Ah! nel mio petto le tue furie istesse
trasfuse hai già.
[...] Oh inaspettata
terribil vista! Or mi è palese appieno
l'orrendo arcano...

Siface: Ah! di vergogna, e a un tratto
di morte l'orme (oh cielo) impresse io veggio
sul tuo smarrito volto? Assai mi parla
il tuo silenzio, atro, profondo: io leggo
dentro al tuo cor la orribile battaglia
di affetti mille.
[...] L'inaspettato viver mio, ben veggo
ad ogni mira tua solo e fatale
inciampo egli è: ma un'ombra vana, e breve,
fia il viver mio [...]

Sofonisba: Nol voglio; e alla presenza io 'l giuro
del gran Scipione. Or via, deh! meco vieni:
alle orribil tante atre tempeste
che ci squarciano il core, un breve sfogo
vuolsi conceder pure. Il pianto a forza
finor rattenni, io donna: al tuo cospetto
no, non si piange, o Scipio [...]

e qui poco prima di avvelenarsi:


Sofonisba: [...] Vergogna or fora a te il morir; chè solo
vi ti trarrebbe amore: a me vergogna
il viver fora, a cui potria sforzarmi
il solo amore. è necessario, il sai,
il mio morire: a me il giurasti; e ancora
sariami grato di tua man tal dono:
ma non puoi tormel tu, per quanto il nieghi.
[...] Vedi s'è in te pietà, cosi' lasciarmi
a morte lunga, allor che breve e degna
giurasti procacciarmela... Ahi me stolta! [...]

Massinissa: Tu dunque hai fermo il morir nostro...

Sofonisba: Il mio.
[...] Un nappo
di velen ratto al femminil mio ardire
meglio confassi.

 
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