I paesaggi di "Twilight"

Libro e film possono anche non piacere, ma gli sfondi paesaggistici sono davvero incantevoli... se devo essere sincera, mi hanno subito fatto venir in mente le atmosfere dei Canti di Ossian ( http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/06/i-canti-di-ossian-di-james-macpherson.html )
con tutta quella bruma e le selve oscure... Vabbè, gli attori sono quello che sono, niente di eccezionale (anche se mi rendo conto che sono comunque "in parte" visto che dovevano interpretare dei teen agers...) ma le riprese aeree dei paesaggi non si può proprio dire che non siano una gioia per gli occhi per tutte le appassionate di James MacPherson...























Pedro Antonio de Alarcòn "La donna alta" (Racconto del terrore, 1881)



Capitolo primo

"Che cosa sappiamo! Amici miei... che cosa sappiamo!" esclamò Gabriel, noto ingegnere di Montes, mettendosi a sedere sotto il pino e presso una fonte sulla vetta del Guadarrama, a una lega e mezza dell'Escorial, sul confine fra le province di Madrid e di Segovia: posto, fonte e pino che conosco e che mi sembra di vedere, ma di cui ho dimenticato il nome.
"Sediamoci, com'è di rigore e come sta scritto...nel nostro programma", continuò Gabriel, "a riposare e a mangiare in questo delizioso e classico posticino, famoso per le virtù digestive dell'acqua di questa sorgente e per la gran quantità di agnelli che proprio qui i nostri illustri maestri Miguel Bosch, Maximo Laguna, Augustin Pascual e altri grandi naturalisti si sono mangiati; e così vi racconterò una storia strana e straordinaria a riprova della mia tesi... che si riduce ad affermare, anche se mi chiamerete oscurantista, che sul globo terracqueo accadono ancora cose soprannaturali, cose cioè che non rientrano nel dominio della ragione, della scienza e della filosofia così come oggi si intendono (o non si intendono) simili parole, parole, e ancora parole, come direbbe Amleto..."

Gabriel rivolgeva questo colorito discorso a cinque persone di età diversa, ma nessuno giovane e solo una avanzata negli anni; tre di loro erano anch'essi ingegneri, il quarto pittore, e un po' letterato il quinto; tutti quanti erano saliti fin là insieme all'oratore, che era il più giovane, dal Real Sitio di San Lorenzo, su mule prese a nolo per passare la giornata raccogliendo erbe nelle belle pinete di Peguerinos, a caccia di farfalle con reti di tulle, raccogliendo coleotteri rari sotto la corteccia dei pini malati, per consumare insieme la colazione all'aperto, con le vivande che ciascuno si era portato.
Ciò accadeva nell'anno 1875, nel pieno dell'estate; non ricordo se era il giorno di San Giacomo o di San Luigi... ma ritengo fosse il giorno di San Luigi. In ogni modo, su quelle cime si godeva un fresco delizioso, e lì il cuore, lo stomaco e l'intelligenza funzionavano meglio che nella vita sociale di tutti i giorni...
Seduti che furono i sei amici, Gabriel continuò a parlare in questo modo:
"Credo che non mi accuserete di essere un visionario... Per mia fortuna, o disgrazia, sono, diciamo così, un uomo moderno per niente superstizioso, e più che mai positivista, anche se includo fra i dati positivi della Natura tutte le misteriose facoltà ed emozioni della mia anima in materia di sentimento... Ebbene: a proposito di fenomeni soprannaturali o extranaturali, state a sentire che io stesso ho sentito e visto, anche se non sono io il vero eroe della singolarissima storia che vi racconterò, e ditemi poi quale spiegazione terrena, fisica, naturale, o comunque vogliamo chiamarla, si può dare a un fatto così straordinario. La cosa è andata così... un momento! versatemi prima un goccio, che ormai l'otre si sarà rinfrescato in questa fonte zampillante e cristallina posta da Dio su questa vetta per raffreddare il vino dei botanici." 


Capitolo secondo

"Dunque, signori, non so se avete mai sentito parlare di un ingegnere di Caminos chiamato Telesforo X..., che morì nell'anno 1860..."
"Io no..."
"Io sì!"
"Anch'io: un giovane andaluso, con i baffi neri, che è stato sul punto di sposarsi con la figlia del Marchese di Moreda... e che è morto di itterizia..."
"Proprio lui!" continuò Gabriel. "Ebbene, il mio amico Telesforo, circa sei mesi prima della morte, era ancora un giovane brillantissimo, come si dice adesso. Bello, forte, spavaldo, con la fama di essere stato il primo del suo corso nella scuola di Caminos, e già affermato nel suo lavoro per l'esecuzione di alcune opere notevoli, egli era conteso da diverse imprese private che se lo disputavano in quegli anni d'oro per i lavori pubblici, e se lo disputavano anche le donne da maritare e quelle malmaritate, e naturalmente le vedove impenitenti, tra cui una bellissima ragazza che... Ma quella vedova ora non c'entra; infatti colei che Telesforo volle con tutte le formalità fu la sua menzionata fidanzata, la povera Joaquinita Moreda, e l'altra non superò uno di quegli amoretti puramente usufruttari..."
"Signor Gabriel! la richiamo all'ordine!"
"Sì... sì: ritorno all'ordine; del resto né la mia storia né la discussione che susciterà si prestano a facezie o a scherzi.
Juan: versami un altro mezzo bicchiere... è proprio buono questo vino!..."
"Dunque attenzione e state seri, perché ora comincia la parte luttuosa."
"Come saprà chi di voi l'ha conosciuta, Joaquina morì all'improvviso ai bagni di Santa Agueda alla fine dell'estate 1859...
Io mi trovavo a Pau quando mi diedero questra triste notizia, che mi colpì in particolar modo per l'intima amicizia che mi univa a Telesforo... con lei avevo parlato solo una volta, e a casa di sua zia, la Generalessa Lòpez, e certo quel suo pallore azzurrognolo, proprio delle persone che soffrono di un aneurisma, mi parve subito segno di cattiva salute... Ma del resto la ragazza valeva moltissimo per la sua distinzione, la bellezza, la grazia: essendo per giunta figlia unica ed erede di un titolo, e di un titolo che portava con sé alcuni milioni, ero sicuro che il mio buon matematico sarebbe stato inconsolabile... Di conseguenza, non appena fui di ritorno a Madrid, quindici o venti giorni dopo la disgrazia, andai a trovarlo una mattina di buon'ora nel suo elegante studio di dirigente e di capufficio, in via del Lobo... Non ricordo il numero, ma ricordo che era molto vicino alla Camera di San Jeronimo. Il giovane ingegnere era molto triste, anche se grave e apparentemente padrone del suo dolore, e malgrado l'ora stava già lavorando con i suoi aiutanti a non so qual progetto di ferrovia, vestito rigorosamente a lutto.
Mi abbracciò stretto e molto a lungo; senza emettere neppure il più lieve sospiro; diede poi alcune istruzioni circa il lavoro da fare a uno dei suoi aiutanti e mi condusse quindi nel suo studio privato, che si trovava all'altra estremità dell'edificio, dicendomi in tono lugubre e senza guardarmi: "Sono molto contento che tu sia venuto... Ho sentito molte volte la tua mancanza nello stato in cui mi trovo... Mi sta capitando una cosa molto particolare e strana, che solo un amico come te può stare ad ascoltare senza considerarmi un imbecille o un pazzo, una cosa su cui ho bisogno di avere un parere sereno e freddo come la scienza... Siediti...", continuò, quando fummo nel suo studio, "non temere assolutamente che io stia ad affliggerti raccontandoti il dolore che m'angoscia e che durerà per tutta la vita... A che scopo? Tu lo immaginerai facilmente, per poco che capisca le pene umane, e non voglio essere consolato né adesso né poi né mai! Ciò di cui ti voglio parlare con tutta la calma che il caso richiede, esaminandolo cioè fin dal suo inizio, è un fatto orribile e misterioso che è stato come un preludio infernale a una sventura, e che ha turbato il mio animo a un punto tale che ti farà spavento..."
"Parla!", risposi io, cominciando già a pentirmi quasi di essere entrato in quella casa, notando l'espressione di paura che si era dipinta sul volto del mio amico.
"Senti", riprese, asciugandosi la fronte sudaticcia...


Capitolo terzo

"Non so se per fatalità innata della mia immaginazione, o per vizio acquisito nell'ascoltare quelle favole con cui tanto imprudentemente si spaventano i bambini, il fatto è che fin dalla più tenera età non c'è stato niente che mi causasse tanto orrore e spavento, sia che l'immaginassi mentalmente, sia che l'incontrassi nella realtà, quanto una donna sola per strada, a tarda notte... Tu sai che non sono mai stato un vigliacco. Mi sono battuto in duello, come qualsiasi uomo che si rispetti, ogni volta che è stato necessario e appena uscito dalla Scuola di Ingegneria; ho affrontato a Despeñaperros i miei contadini in rivolta, e li ho ridotti all'obbedienza. Per tutta la vita a Jaén, a Madrid e in altre località ho vagato tardi, di notte, per le strade, solo, senza armi, pensando unicamente alle pene d'amore che mi facevano vegliare, e se qualche volta mi sono imbattuto in qualche brutto ceffo, fosse un ladro o un semplice gradasso, è sempre stato lui a dover scappare o farsi da parte, cedendomi il passo... Ma se la persona in questione era una donna sola, fosse ferma o camminasse, e se anch'io ero solo e non si vedesse da nessuna parte anima viva... allora (ridi pure se vuoi, ma credimi) mi veniva la pelle d'oca; mi assalivano vaghi timori; pensavo ad anime dell'altro mondo, a esseri fantastici, a tutte le invenzioni superstiziose che mi avrebbero fatto ridere in qualsiasi altra circostanza, e affrettavo il passo, o tornavo indietro, senza che la paura mi abbandonasse o potessi distrarmi un momento finché non vedevo casa mia.
Una volta a casa, anch'io mi mettevo a ridere e mi vergognavo della mia pazzia, ma mi consolava il pensiero che nessuno la conosceva. In casa mi rendevo conto, freddamente, che, non credendo agli spiriti, alle streghe, alle apparizioni, non avrei dovuto temere nulla da quella fragile donna che la miseria, il vizio o qualche disgrazia tenevano fuori di casa a quell'ora... avrei anzi fatto meglio a offrirle aiuto se ne avesse bisogno o a farle l'elemosina se me la chiedeva... E tuttavia la penosa scena si ripeteva ogni volta che si presentava un caso analogo, e tieni conto che avevo già 25 anni, molti dei quali trascorsi come avventuriero notturno, senza che mi fosse mai capitato alcun episodio penoso con quelle donne solitarie e nottambule!
Insomma, niente di quanto ti ho raccontato è mai arrivato ad avere reale importanza, perché quella paura irrazionale svaniva sempre non appena tornavo a casa mia o vedevo altra gente per strada, e anzi dopo pochi minuti non la ricordavo nemmeno, così come non si ricordano le stupidaggini senza fondamento e senza conseguenza.
Stando così le cose, circa tre anni fa... (purtroppo ho diversi motivi per poter fissare esattamente la data: la notte tra il 15 e il 16 novembre 1857!) me ne tornavo alle tre del mattino in quella casetta di via dei Jardines, vicino a via della Montera dove, come ricorderai, vivevo in quel periodo... Ero appena uscito così tardi, e in una notte spaventosa, di freddo e di vento, non da un nido d'amore, ma da... (te lo dirò, anche se ne sarai sorpreso) da una specie di casa di gioco, ignota alla polizia, in cui molta gente si era rovinata, e in cui quella notte mi avevano portato per la prima... e per l'ultima volta. Sai che non sono mai stato un giocatore: sono entrato lì ingannato da un cattivo amico, il quale mi aveva fatto credere che tutto si sarebbe ridotto a fare conoscenza di certe dame eleganti e di piccola virtù (puro demi-monde) con il pretesto di giocare qualche spicciolo al Nano, al tavolo verde, con piccole puntate. Verso mezzanotte cominciarono ad arrivare clienti che venivano dal Teatro Reale o da salotti veramente aristocratici: si cambiò allora gioco, e cominciarono a brillare monete d'oro, poi assegni, e infine cambiali, e io a poco a poco mi smarrii nella selva oscura del vizio, piena di febbri e di tentazioni, e persi tutto quello che avevo con me, e tutto quello che possedevo, non solo, ma restai debitore di una grossa somma... dopo aver firmato il pagherò corrispondente. Insomma mi rovinai completamente e, senza l'eredità e i buoni affari che ho fatto in seguito, la mia situazione sarebbe stata senz'altro molto difficile e precaria.
Stavo tornando, come dicevo, a casa mia quella notte, così tardi, infreddolito e affamato, con la vergogna e il disgusto che puoi immaginare, pensando, più che a me stesso, a mio padre vecchio e malato, al quale avrei dovuto scrivere per chiedergli soldi, causandogli certamente tanto dolore quanta meraviglia, perché mi considerava in una posizione molto buona e agiata... quando, appena imboccata la strada in cui abito dalla parte che dà su via Peligros, passando davanti a una casa costruita da poco, mi accorsi che nel vano della sua porta chiusa se ne stava in piedi, immobile e rigida quasi fosse di legno, una donna molto alta e forte, sui sessant'anni, con occhi senza ciglia, maligni e audaci, che si fissarono nei miei come due pugnali, mentre la sua bocca sdentata mi faceva, a mo' di sorriso, una smorfia orribile.
Lo stesso terrore, o paura delirante, che si impadronì di me mi diede istantaneamente non so quale meravigliosa capacità di distinguere di colpo, cioè nei due secondii sì o no che avrò impiegato a passare sfiorando quella ripugnante visione, i dettagli più insignificanti del suo viso e del suo abito... Vedrò se riesco a coordinare le mie impressioni nel modo e nella forma in cui le ho ricevute e in cui si sono impresse per sempre nella mia mente, al fioco lume del lampione che illuminava con un bagliore diabolico quella scena così fatidica.
Ma mi eccito troppo, anche se non senza ragione, come vedrai più avanti! Non badare però al mio stato d'animo... Non sono ancora pazzo!
La prima cosa che mi colpì in quella che chiamerò donna, fu la sua altissima statura e la larghezza delle sue spalle scarnite; poi, la rotondità e la fissità dei suoi occhi inespressivi, da gufo, l'enormità del suo naso prominente e la mancanza dei denti che trasformava la sua bocca in una specie di buco oscuro; e infine il suo vestito da contadina dell'Avapiés, il fazzoletto nuovo di cotone che portava in capo legato sotto il mento, e un minuscolo ventaglio aperto che teneva in mano, con cui si copriva il viso affettando pudore.
Niente di più ridicolo e terribile, niente di più beffardo e sarcastico di quel ventaglietto in mani così enormi, che serviva come da scettro ad una gigantessa così brutta, vecchia e ossuta! Lo stesso effetto produceva lo scialle di vistoso percalle che le adornava il volto, paragonato a quel naso a rostro, aquilino, mascolino che, per un momento, mi fece credere (non senza sollievo) che si trattasse di un uomo travestito... Ma il suo cinico sguardo e quel sorriso schifoso erano da vecchia, da strega, da fattucchiera, da Parca... non so dire che cosa! Qualcosa che giustificava pienamente l'avversione e il terrore che per tutta la vita mi avevano ispirato le donne che camminavano sole, di notte, per la strada!... Si sarebbe detto che fin dalla culla avessi presentito quell'incontro! Si sarebbe detto che lo temessi per istinto, come ogni essere animato teme e indovina e intuisce e riconosce il suo antagonista naturale prima di aver da lui ricevuto alcuna offesa, prima di averlo visto, ma soltanto sentendone i passi! Non mi misi a correre quando vidi la sfinge della mia vita, non tanto per vergogna o per vanesio decoro, quanto per timore che la mia stessa paura le rivelasse chi io fossi, o le dessi ali per inseguirmi, per aggredirmi, per... non so che... i pericoli che il panico sogna non hanno forma né nome traducibili!
Casa mia si trovava all'altra estremità della via lunga e stretta in cui mi trovavo solo, completamente solo, con quel misterioso fantasma che credevo capace di annientarmi con una sola parola... Che fare per arrivare fin là? Ah! Con quanta ansia scorgevo in lontananza l'ampia e illuminata via della Montera, in cui a tutte le ore vi sono agenti di polizia!...
Decisi dunque di fare di necessità virtù; dissimulare e nascondere quella paura miserabile; non accelerare il passo ma guadagnare sempre terreno, anche a costo di anni di vita  e salute, e in questo modo, a poco a poco, avvicinarmi a casa mia, cercando con tutte le forze di non stramazzare al suolo. Così camminavo... e avrò fatto sì o no venti passi da quando mi ero lasciato dietro la porta in cui stava nascosta la donna del ventaglio, quando improvviso mi assalì un'idea orribile, spaventosa e tuttavia estremamente razionale: l'idea di voltare la testa per vedere se la mia nemica mi stesse seguendo!  
Una delle due... (pensai con la rapidità del fulmine): o il mio terrore ha un fondamento o è una pazzia; se ha fondamento, quella donna si sarà gettata al mio inseguimento, starà raggiungendomi e per me non c'è salvezza al mondo... Se invece è una pazzia superstiziosa, una paura come un'altra, ora me ne convincerò anche per tutti gli altri casi che potranno accadermi, vedendo che quella povera vecchia è rimasta nel vano della porta a proteggersi dal freddo e aspettando che le aprano; dopo di che potrò continuare a camminare verso casa mia molto tranquillamente e sarò così guarito da una malattia che mi rende così ridicolo.
Dopo questo ragionamento, feci uno sforzo straordinario e girai la testa.
Ah! Gabriel! Gabriel! che sventura! La donna alta mi aveva seguito con sordi passi, era sopra di me, quasi mi toccava con il ventaglio, quasi appoggiava la sua testa sulla mia spalla.
Perché? A che scopo, Gabriel mio? Era una ladra? Era effettivamente un uomo travestito? Era una vecchia burlona, che aveva capito che avevo paura di lei? Era lo spettro della mia stessa vigliaccheria? Era il fantasma beffardo delle delusioni e delle debolezze umane?
Non la finirei più di raccontarti tutto ciò che ho pensato in quell'attimo! Il fatto è che lanciai un grido, e presi a correre come un bimbetto che pensi di vedere il baubau, e non smisi di correre finché non giunsi in via della Montera...
Una volta lì, il terrore mi abbandonò come per incanto, nonostante che anche via della Montera fosse deserta!
Voltai dunque la testa verso via dei Jardines, che potevo vedere in tutta la sua lunghezza, e abbastanza illuminata da tre lampioni e dal riflesso delle luci di via dei Peligros perché la donna alta non potesse sfuggire al mio sguardo, se fosse per caso ritornata in quella direzione. E grazie al cielo non la vidi né ferma, né camminare, insomma non la vidi affatto!
Tuttavia mi guardai bene dall'entrare di nuovo nella via in cui abitavo.
Quella birbona! mi dissi, si sarà infilata nel vano di un'altra porta!... Ma finché i lampioni saranno accesi non si potrà muovere senza farsi vedere da me...
In quel momento vidi apparire da via del Caballero de Gracia un guardiano notturno, che chiamai senza abbandonare la mia posizione: gli dissi, per giustificare la mia richiesta e stimolare il suo zelo, che in via dei Jardines c'era un uomo vestito da donna; che doveva entrare in quella strada da via dei Peligros, attraverso via della Aduana; che io sarei rimasto fermo lì, così che quell'uomo evidentemente un ladro o un assassino, non avrebbe potuto sfuggirci.
La guardia notturna obbedì, imboccò via della Aduana, e quando vidi avanzare la sua torcia dall'altro capo di via dei Jardines, anch'io vi entrai risolutamente.
Poco dopo ci rincontrammo in mezzo alla via, senza che né l'uno né l'altro avesse incontrato anima viva, pur avendo ispezionato porta per porta.
"Sarà entrato in qualche casa..." disse la guardia notturna.
"Sarà così!" risposi io, aprendo la porta di casa mia, con la ferma decisione di traslocare in un'altra via il giorno dopo.
Poco dopo mi trovavo nel mio appartamento, del quale portavo sempre con me la chiave per non disturbare il mio buon cameriere José.
Ma quella notte José mi aspettava! Le mie sventure del 15 e del 16 novembre non erano terminate!
"Che succede?", gli chiesi con apprensione.
"Il signor colonnello Falcòn", mi rispose visibilmente commosso "è stato qui ad aspettarvi dalle undici alle due e mezza, e mi ha detto, se voi foste tornato a dormire a casa, di non spogliarvi, perché sarebbe ritornato all'alba..."

Quelle parole mi fecero rabbrividire di dolore e di angoscia come se mi avessero notificato la mia stessa morte...
Sapevo infatti che il mio amatissimo padre, che abitava a Jaén, quell'inverno soffriva di frequenti e pericolosissimi attacchi della sua malattia cronica, e avevo scritto perciò ai miei fratelli che se la situazione fosse improvvisamente precipitata dovevano telegrafare al comandante Falcòn, il quale mi avrebbe dato la notizia nel modo più opportuno... 
Non c'era dubbio dunque, che mio padre fosse morto! Mi gettai a sedere su una poltrona, aspettando il giorno e il mio amico, e con essi la notizia ufficiale di questa grave disgrazia, e Dio solo sa quanto soffrii in quelle due ore di crudele attesa, durante le quali (ed è appunto ciò che ha rapporto con questa storia) non potevo separare nella mia mentre tre idee distinte, e all'apparenza eterogenee, che si accanivano a formare un mostruoso groviglio: la mia perdita al gioco, l'incontro con la donna alta e la morte del mio povero padre! Alle sei entrò nel mio studio il comandante Falcòn e mi guardò in silenzio...
Mi gettai fra le sue braccia piangendo disperatamente, e lui esclamò accarezzandomi: "Piangi, caro, piangi! Magari questo dolore si potesse provare molte altre volte!"


Capitolo quarto

"Il mio amico Telesforo", continuò Gabriel, dopo essersi scolato un altro bicchiere di vino "giunto a questo punto, fece una breve pausa, poi proseguì con queste parole:

"Se la mia storia finisse qui, non ci troveresti niente di straordinario, di sovrannaturale, e poi potresti dirmi la stessa cosa che m'hanno detto allora due uomini molti assennati cui la raccontai: che ogni persona dotata di fervida fantasia ha un suo particolare timor panico, che il mio era costituito dalle nottambule solitarie, e che la vecchia di via dei Jardines era senz'altro una poveretta senza casa e senza famiglia, che stava per chiedermi l'elemosina quando lanciai il grido e mi misi a correre, oppure era una ripugnante Celestina (1) di quel quartiere, non molto cattolico in fatto di amori...
E anch'io pensai fosse così; anch'io dopo qualche mese giunsi a crederlo; nonostante ciò, allora avrei dato qualche anno di vita per aver la certezza di non incontrare di nuovo la donna alta. Invece oggi darei tutto il mio sangue per incontrarla di nuovo!"
"A che scopo?"
"Per ucciderla all'istante!"
"Non ti capisco..."
"Mi capirai se ti dico che mi sono imbattuto di nuovo in quella donna tre settimane fa, poche ore prime di ricevere la notizia fatale della morte della mia povera Joaquina..."
"Raccontami...raccontami..."
"Ho poco da dirti. Erano le cinque del mattino; tornavo a casa dopo aver passato l'ultima notte non dirò d'amore, ma di amarissimi pianti e di strazianti discussioni, con la mia antica amante, la vedova di T..., da cui dovevo ormai separarmi, dopo il mio fidanzamento ufficiale con quell'altra infelice che stavano sotterrando a Santa Agueda, proprio in quel momento!
Non era ancora giorno fatto; ma l'alba già illuminava le vie rivolte a oriente. I lampioni erano stati appena spenti, e le guardie notturne si erano ritirate, quando, attraversando via del Prado, passando cioè da un tratto all'altro di via del Lobo, vidi davanti a me, proveniente da piazza della Cortes in direzione di via Santa Ana, la spaventosa donna di via dei Jardines.
Non mi guardò, e pensai non m'avesse visto... Aveva gli stessi vestiti e lo stesso ventaglio di tre anni prima... Il mio turbamento e la mia paura furono più grandi che mai!
Attraversai in gran fretta via del Prado, dopo il passaggio della donna, senza però abbandonarla con gli occhi, per assicurarmi che non voltasse la testa; e quando imboccai l'altro tratto di via del Lobo respirai come se avessi passato a nuoto un'impetuosa corrente e affrettai di nuovo il passo verso casa con più sollievo che paura, in quanto credevo ormai vinta e annientata quell'odiosa strega per il semplice fatto di essere stato tanto vicino a lei senza che mi scorgesse...
Ma all'improvviso, ormai vicino a casa, mi assalì una vertigine di terrore quando mi domandai se quella vecchia scaltra non mi avesse visto e riconosciuto; se non avesse fatto finta di niente per lasciarmi entrare in via del Lobo, ancora immersa nell'oscurità, e lì aggredirmi impunemente; se non mi stesse seguendo; se non fosse già alle mie spalle... In quel momento mi voltai... E la vidi lì! Lì, alle mie spalle, che mi sfiorava quasi col vestito, mi guardava con quei suoi occhietti maligni, mi mostrava l'orribile buco dei denti che le mancavano, agitando con scherno il ventaglio come se si burlasse del mio puerile spavento...
Passai dal terrore all'ira più insensata, alla furia selvaggia della disperazione e mi avventai contro quella vecchiaccia corpulenta; la buttai contro il muro, stringendole con una mano la gola; e con l'altra, che schifo!, mi misi a palparle il viso, il seno, il garbuglio repellente dei capelli grigi, finché mi convinsi che era una creatura umana, una donna...
Nel frattempo ella aveva lanciato un urlo roco e acuto al tempo stesso, che mi sembrò falso o simulato, come l'espressione ipocrita di un dolore e di una paura che non sentiva e poi esclamò, facendo finta di piangere, ma senza piangere, anzi guardandomi fisso con quei suoi occhi di iena.
"Perché ce l'avete con me?"
Questa frase aumentò il mio terrore e diminuì la mia collera.
"Dunque ricordate di avermi visto altrove!"
"Lo credo bene, anima mia!" rispose sardonicamente, "la notte di Sant'Eugenio, in via dei Jardines, tre anni fa!..."
Sentii un brivido che mi percorreva fino al midollo.
"Ma chi siete?", le domandai senza lasciarla. "Perché mi correte dietro? Che cosa avete a che fare con me?"
"Io sono una povera donna...", rispose subdolamente. "Voi mi odiate e mi temete senza ragione!... E altrimenti ditemi signor cavaliere: perché vi siete spaventato in quel modo la prima volta che mi avete visto?"
"Perché vi odio fin da quando sono nato! Perché siete il demone della mia vita!"
"Così voi mi conoscevate da molto tempo? Ebbene vedi, figliolo, anch'io conosco te!"
"Mi conoscevate? Da quando?"
"Da prima della tua nascita! E quando ti ho visto passare accanto a me tre anni fa, mi sono detta: è lui."
"Ma chi sono io per voi? Chi siete voi per me?"
"Il demonio!", rispose la vecchia sputandomi in faccia, liberandosi dalla mia stretta e mettendosi a correre a gran velocità con le gonne alzate fin oltre il ginocchio, e senza che i suoi piedi facessero il minimo rumore toccando terra.
Sarebbe stata una pazzia cercare di raggiungerla!...
Inoltre sia per Carrera di San Jerònimo sia per via del Prado stava passando già la gente. Era ormai giorno fatto.
La donna alta continuò a correre, o a volare, fino a via Huertas, illuminata ormai dal sole; si fermò a guardarmi; mi minacciò più volte, agitando il ventaglietto chiuso e scomparve dietro un angolo...
Aspetta ancora un momento Gabriel! Non esprimere ancora un giudizio su questa faccenda in cui sono in gioco la mia anima e la mia vita! Stammi ad ascoltare ancora due minuti!
Quando entrai a casa mia, trovai il colonnello Falcòn, appena arrivato per annunciarmi che la mia Joaquina, la mia fidanzata, tutta la mia speranza di gioia e di felicità sulla terra, era morta, il giorno prima a Santa Agueda! Lo sventurato padre aveva telegrafato a Falcòn perché mi comunicasse la notizia...
proprio a me, che avrei dovuto indovinarlo un'ora prima, incontrando il demone della mia vita! Capisci ora che devo uccidere la nemica giurata della mia felicità, quell'immonda vecchia, che è come l'ossessione vivente del mio destino?
Ma che dico uccidere? è una donna? è un essere umano? Perché ne ho avuto il presentimento fin dalla nascita? Perché mi ha riconosciuto vedendomi?
Perché non si fa vedere se non quando mi capita una grave sventura?
è Satana? è la Morte? è la Vita? è l'Anticristo? Chi è? Che cos'è?..."


Capitolo quinto

"Vi faccio grazia, cari amici", continuò Gabriel, "delle riflessioni e degli argomenti che ho impiegato per cercare di tranquillizzare Telesforo, dato che sono gli stessi, gli identici che state congetturando voi ora per dimostrarmi che nella mia storia non c'è niente di sovrannaturale o di sovrumano... Anzi, voi direste di più: direste che il mio amico era mezzo pazzo, che lo è sempre stato, che per lo meno soffriva di quella malattia che alcuni chiamano terror panico e altri delirio emotivo; che, pur essendo vero tutto quanto raccontava della donna alta, ciò deve essere attribuito a coincidenze casuali di date e di circostanze; e che infine anche quella povera vecchia poteva essere pazza o una ladra o mendicante, oppure una mezzana, come si era detto lo stesso protagonista del racconto in un momento di lucidità..."
"Ammirevole supposizione", esclamarono i compagni di Gabriel in diversi toni. "è proprio quello che stavamo per risponderti noi!"
"Ebbene state a sentire ancora qualche istante, e vedrete che io mi sono sbagliato allora come voi vi sbagliate adesso. Chi purtroppo non si è sbagliato mai è stato Telesforo! Ah! è molto più facile pronunciare la parola pazzia che trovare una spiegazione a certe cose che accadono sulla terra!"
"Parla, parla!"
"Subito; e questa volta, che è ormai l'ultima, riprenderò il filo della mia storia senza bermi prima un bicchiere di vino."

Capitolo sesto

Pochi giorni dopo quel colloquio con Telesforo, fui destinato alla provincia di Albacete nella mia funzione di ingegnere di Montes, e non erano passate molte settimane quando venni a sapere da un appaltatore di lavori pubblici che il mio sfortunato amico aveva avuto un tremendo attacco di itterizia; che era completamente verde, prostrato in una poltrona, senza voglia di lavorare né di vedere chicchessia, che piangeva giorno e notte in preda a inconsolabile malinconia, e che i medici disperavano ormai di salvarlo. Capii allora per quale motivo non rispondeva alle mie lettere, e fui costretto a chiedere sue notizie al colonnello Falcòn, che me le dava sempre più infauste e tristi...
Dopo cinque mesi di assenza, tornai a Madrid, lo stesso giorno in cui giunse il resoconto telegrafico della battaglia di Tetuàn... Mi ricordo come fosse ieri. Quella sera comperai l'indispensabile "Correspondencia de España" e la prima cosa che lessi fu la notizia che Telesforo era morto, e l'annuncio dei suoi funerali per l'indomani mattina.
Capirete che non mancai alla triste cerimonia. Quando giunsi al cimitero di San Luis, dove mi recai su una delle vetture più vicine al carro funebre, la mia attenzione fu richiamata subito da una donna del popolo, vecchia e molto alta, che rideva empiamente nel vedere portare il feretro, e poi, mettendosi in atteggiamento trionfante davanti ai becchini, indicò loro con un minuscolo ventaglio la via che dovevano seguire per giungere alla tomba spalancata...
Alla prima occhiata riconobbi, con meraviglia e paura, l'implacabile nemica di Telesforo, tale e quale egli me l'aveva descritta, con il suo enorme naso, gli occhi infernali, l'orribile bocca sdentata, il fazzoletto di percalle e quel minuscolo ventaglio che pareva lo scettro dell'impudicizia e dello scherno...
A un tratto la vecchia si accorse che la guardavo, e fissò su di me il suo sguardo in un modo particolare, come se mi riconoscesse, come se si rendesse conto che io la riconoscevo, come se sapesse che il defunto mi aveva raccontato le scene di via dei Jardines e di via del Lobo, come se mi sfidasse e mi proclamasse erede dell'odio che aveva nutrito per il mio sventurato amico...
Confesso che in quel momento la mia paura fu superiore alla meraviglia che mi causava quella nuova coincidenza. Vedevo chiaramente che fra la misteriosa vecchia e Telesforo era esistito un qualche rapporto sovrannaturale anteriore alla vita terrena; ma in quel momento mi preoccupavo solo della mia vita, della mia anima, della mia felicità, che sarebbero state in pericolo se avessi ereditato una simile disgrazia...
La donna alta scoppiò a ridere, e mi indicò sprezzantemente con il ventaglio, come se avesse letto nel mio pensiero e denunciasse al pubblico la mia vigliaccheria... Io dovetti appoggiarmi al braccio di un amico per non stramazzare al suolo, e allora ella fece un gesto di compassione o di sprezzo, girò sui tacchi ed entrò nel camposanto con il capo rivolto verso di me, agitando il ventaglio e al tempo stesso salutandomi, poi ancheggiando fra le tombe con diabolica civetteria, alla fine scomparve per sempre in quel labirinto di vialetti e di colonnati pieni di tombe...
E dico per sempre, perché sono passati quindici anni e non l'ho più rivista... Se era un essere umano, ormai dev'essere morta; e se non lo era, sono sicuro che non si cura più di me...
Ebbene, veniamo al dunque! Ditemi il vostro parere su fatti così strani! Li considerate ancora naturali?"

Sarebbe inutile che io, l'autore del racconto che avete finito di leggere, pubblicassi qui le risposte che diedero a Gabriel i suoi compagni e amici, dato che, dopo tutto, ogni lettore dovrà giudicare il caso secondo le proprie impressioni e opinioni... Preferisco quindi metter fine a questo paragrafo, non senza rivolgere il più caro sentito saluto a cinque dei sei gitanti che passarono insieme quell'indimenticabile giornata sulle vette frondose del Guadarrama.
 

(1) Ruffiana, per allusione al personaggio omonimo della tragicommedia "Calixto e Melibea" di F. Rojas.

Washington Irving "La Leggenda della Valle Addormentata" (1819)



A casa Van Tassel erano presenti molti abitanti di Sleepy Hollow e, come al solito, stavano snocciolando le loro leggende sfrenate e strabilianti. Si narrarono molte fosche storie di cortei funebri e di grida e lamenti luttuosi uditi e visti intorno al grande albero dove il maggiore André era stato catturato lì nei pressi. Fu tirata in ballo anche la dama bianca che infestava l'oscura valletta di Raven Rock e si udiva spesso gridare nelle notti d'inverno che precedono la bufera, dato che era morta proprio lì sotto la neve.
Ma gran parte delle storie ruotava attorno allo spettro preferito di Sleepy Hollow, il Cavaliere senza testa, che ultimamente si era sentito spesso mentre pattugliava le campagne; e che, si diceva, di notte legava il suo cavallo tra le tombe del cimitero.
A quanto pare, la posizione isolata di questa chiesa ne aveva fatto il luogo prediletto di molti spiriti inquieti. Essa sorge infatti su un colle, circondata da robinie, alberi e alti olmi, e fra questi le sue decorose mura imbiancate a calce risplendono modeste come purezza cristiani che irradi tra le ombre dell'isolamento.
Un dolce pendio scende fino a un argenteo specchio d'acqua delimitato da alti alberi, e fra questi si intravedono scorci dei colli azzurri dello Hudson. A guardare il piazzale ricoperto d'erba, dove i raggi del sole paiono dormire tanto placidi, si direbbe che almeno lassù i morti riposino in pace.
Da un lato della chiesa si estende un'ampia valletta boscosa e qui un largo ruscello imperversa tra rocce spezzate e tronchi di alberi caduti.
Su un tratto nero e profondo del corso d'acqua, non lontano dalla chiesa, era stato gettato un ponte di legno: la strada che vi portava e lo stesso ponte erano fittamente oscurati dagli alberi sovrastanti, che vi proiettavano un'ombra cupa anche in pieno giorno ma producevano una spaventosa tenebra di notte.
Quello era uno dei covi preferiti del Cavaliere senza testa, il luogo dove più spesso lo si incontrava. Si narrò la storia del vecchio Brouwer, un uomo scettico che non credeva nei fantasmi, di come si fosse imbattuto nel Cavaliere tornando da una scorribanda a Sleepy Hollow e di come fosse stato costretto a salire in groppa dietro di lui; di come avessero galoppato fra cespugli e felci, oltre colli e paludi, finché non avevano raggiunto il ponte; allora il Cavaliere si era tramutato di colpo in uno scheletro, aveva scaraventato il vecchio Brouwer nel torrente ed era balzato via oltre la cima degli alberi con un rombo di tuono.

*

Ichabod giunse al calar della sera alla proprietà di mastro Van Tassel, e la trovò affollata del fior fiore di tutta la contrada. C'erano vecchi coltivatori, dalle facce magre e dalla pelle simile a cuoio conciato, vestiti di giacche e calzoni di panno tessuto in casa, calze azzurre, scarpe gigantesche con magnifiche fibbie di peltro. E c'erano le loro mogli, rugose ma vispe, con cuffie minutamente arricciate, corte gonne con la vita larga, sottogonne di panno rustico, tasche di percalle dai colori vivaci che contenevano forbici e torselli; floride ragazze vestite secondo una moda antiquata, come le loro madri, salvo un cappello di paglia, un bel nastro o magari una sottana bianca, a dimostrazione che le novità cittadine non erano loro del tutto sconosciute. I giovani indossavano giacche corte dalle falde quadrate, con file di magnifici bottoni di ottone: la maggior parte aveva capelli legati a codino secondo la foggia di quei tempi, specialmente quelli che avevano potuto procurarsi una pelle di anguilla per fermarli, essendo tale ornamento ritenuto in tutta la contrada un ottimo sistema per rafforzare e far crescere i capelli.
Ma il re della festa era Brom Bones, giunto sul suo cavallo favorito, Daredevil (1), una bestia dotata, come il suo padrone, di vivacità e di voglia di far scherzi, e che nessuno, salvo lui, sapeva dominare. Di Brom infatti era nota la predilezione a montare cavalli bizzarri e capricciosi, che mettessero il cavaliere in continuo pericolo di rompersi collo, perché riteneva un cavallo domato e docile una cavalcatura non degna di un giovane che si rispetti.

(1) "che non ha paura nemmeno del diavolo"

Mi piacerebbe soffermarmi a descrivere il mare di delizie che apparve dinanzi agli occhi estasiati di Ichabod appena egli ebbe varcata la soglia del salotto buono di Van Tassel.
Non parlo delle grazie delle molte ragazze fiorenti, nel loro lussuoso sfoggio di bianco e rosso; parlo degli incanti generosi di un'autentica sala da tè olandese, in campagna, durante la ricca stagione autunnale. Che abbondanza di dolci, di qualità tanto varie da non poterle quasi descrivere, e note soltanto alle esperte massaie olandesi! C'erano pasticcini a pallottola, pasticcini teneri e pasticcini croccanti; paste dolci lunghe e corte, quelle con lo zenzero, quelle col miele e quelle di tutte le qualità. E poi c'erano torte di mele, e torte di pesche, e torte di zucca, e poi prosciutto e carne affumicata a fette; e per di più piatti deliziosi di susine, di pere, di pesche e di cotogne in conserva, per non parlare delle aringhe e dei polli arrosto; e ancora grandi scodelle di latte e di panna, il tutto mescolato alla rinfusa un po' così come l'ho descritto, accanto alla panciuta teiera che mandava fuori nuvole di fumo in mezzo a tutto quel ben di Dio. Santo Cielo! Ci vorrebbe fiato e parecchio tempo per descrivere quel banchetto come meriterebbe, ma io sono impaziente di andare avanti con la mia storia. Per fortuna, Ichabod Crane non aveva la fretta che ha il suo storico, e così seppe fare onore a tutti i piatti.
Egli era di natura disposto alla gratitudine, il suo cuore si allargava man mano che la pancia gli si riempiva di cibi gustosi, e la sua fantasia si accendeva mangiando, come ad altri succede quando alzano il gomito. Inoltre non poteva fare a meno, mentre mangiava, di girare gli occhi attorno e gongolare al pensiero che un giorno o l'altro avrebbe forse potuto essere padrone di tutto quel paradiso di dovizia che quasi superava l'immaginazione. Allora, pensò, avrebbe subito dato l'addio alla sua vecchia scuola, infischiandosene di Hans van Ripper e di tutti gl altri suoi avari patroni, e avrebbe messo alla porta a calci qualsiasi pedagogo ambulante che avesse osato chiamarlo collega!
Il vecchio Baltus Van Tassel si aggirava tra i suoi ospiti con una faccia raggiante di gioia e di buon umore, tonda e gioconda come la luna piena. I suoi modi ospitali erano semplici, ma espressivi, poiché si limitavano a una stretta di mano, a un colpetto sulla spalla, a una risata di cuore, e a un caldo invito "a farsi sotto e servirsi a piacere".
Poi dalla grande sala di riunione giunse una musica che invitava a ballare. Il sonatore era un vecchio nero dalla testa grigia che da più di cinquant'anni formava da solo l'orchestra ambulante di tutto il vicinato. Il suo strumento era vecchio e malandato come lui, e quasi tutto il tempo non fece altro che grattare due o tre corde insieme, accompagnando ogni colpo d'arco con un movimento della testa, inchinandosi quasi fino a terra, e battendo forte il piede sul pavimento ogni volta che una nuova coppia si lanciava nella danza.
Ichabod si vantava delle sue abilità di ballerino non meno che delle sue qualità di cantore. Non c'era muscolo o fibra della sua persona che restasse ferma; e a vedere quella figura dinoccolata in pieno movimento caracollare per la stanza, avreste detto che san Vito, protettore benedetto del ballo, vi stesse davanti in persona. Egli suscitava l'ammirazione di tutti i neri di ogni età e statura i quali, piovuti dalle fattorie vicine, formavano piramidi di facce nere e lucenti a tutte le porte e a tutte le finestre, contemplavano con infinito piacere la scena, facevano roteare il bianco degli occhi e, ridendo, mettevano in mostra file di denti di candido avorio che andavano da un orecchio all'altro. Come avrebbe potuto l'onesto fustigatore di monelli non essere pieno di contentezza e animazione? La donna del suo cuore ballava con lui, e rispondeva con graziosi sorrisi a tutte le sue occhiate amorose, mentre Brom Bones, crudelmente ferito dal'amore e dalla gelosia, se ne stava in un angolo a mangiar rabbia da solo.
Finita la danza, Ichabod si avvicinò a un gruppo di anziani, i quali, con il veccho Van Tassel, sedevano a un'estremità del portico, fumando e chiacchierando dei tempi andati, e narrando storie interminabili delle guerra. Il luogo, al tempo del nostro racconto, era uno dei più indicati per l'abbondanza di memorie storiche e di grandi uomni. Durante la guerra la linea di combattimento angloamericana si era trovata assai vicina; perciò il paese era stato teatro di razzie, e infestato da profughi, cowboys e da ogni sorta di avventurieri.
Era ormai passato un tempo sufficiente perché ciascun narratore potesse infiorare le sue storie con qualche azzeccata invenzione, e potesse inoltre, grazie allo stato di confusione in cui si trovavano i suoi ricordi, dipingersi come l'eroe di ciascuna impresa.
[...] Ma tutto questo è niente se paragonato alle storie di spettri e di apparizoni che seguirono. Già si è detto che il paese è ricco di tesori di tale natura, poiché le superstizioni fioriscono a meraviglia in questi recessi di antica colonizzazione, mentre vengono calpestati dalla folla mutevole che forma la popolazione di molte nostre campagne. Inoltre, nella maggior parte dei nostri villaggi gli spettri non sono incoraggiati, poiché non hanno nemmeno il tempo di finire il loro primo pisolino e voltarsi dall'altra parte della fossa che già la gente che li conobbe da vivi se n'è andata da quei luoghi, cosicché, quando di notte vanno fuori a fare un giro, non sanno più a chi far visita. E questa forse è la ragione per cui si sente così di rado parlare di spettri, salvo che nelle nostre vecchie comunità olandesi.
Però la causa prima del proliferare di storie soprannaturali da queste parti è la vicinanza della Valle Addormentata. Perfino l'aria che spirava da quella regione stregata sembrava possedere un influsso generatore di sogni e di fantasie che invadevano l'intero paese. Alla feste di Van Tassel erano intervenuti parecchi abitanti della Valle Addormentata, che ora, come al solito, stavano propinando quacuna delle loro stupefacenti e pazze leggende. Raccontarono di aver visto processioni funebri e di aver udito grida lementose presso il grande albero dove il disgraziato maggiore André era stato fatto prigioniero, albero che sorgeva a non grande distanza. Si parlò della donna vestita di bianco che appariva nella scura valletta della Roccia del Corvo, dov'era morta tra la neve, e dove la si udiva spesso strillare nelle notti d'inverno prima di una tempesta. Ma la maggior parte dei racconti si imperniavano sullo spettro più conosciuto della Valle Addormentata, il Cavaliere senza testa, che era stato visto parecchie volte, ultimamente, vagare per la campagna, e che, a quanto si diceva, ogni notte legava il suo cavallo a un albero tra le fosse del cimitero.
La posizione appartata dell'attigua chiesa l'aveva sempre resa un luogo perfetto dalle anime in pena. Essa sorge infatti in cima a un monticello circondato da acacie e da grandi olmi, tra i quali si scorgono i muri semplicemente imbiancati, come una luce di purezza cristiana che scintilli fra le ombre del raccoglimento. Un dolce pendio scende da qui verso uno specchio d'acqua cristallina, attorniato da alti alberi tra i quali spuntano a tratti le azzurre colline dello Hudson. Guardando il cimitero coperto d'erba, su cui i raggi del sole sembrano assopirsi, si direbbe che almeno là i morti possano dormire in pace.  
Lungo un lato della chiesa si apre un dirupo boscoso, sul fondo del quale un impetuoso torrente rumoreggia fra rocce infrante e tronchi d'albero caduti. In un punto dove l'acqua è profonda e nera, non lontano dalla chiesa, c'era un tempo un ponte di legno; la stradina che vi portava e il ponte stesso erano avvolti nell'ombra fitta degli alberi sovrastanti, che rendevano il luogo fosco persino di giorno, mentre di notte lo avvolgeva di tenebre paurose. Questo era uno dei luoghi prediletti dal Cavaliere senza testa, il posto dove lo si incontrava più di frequente. Si raccontava di un certo Brouwer, irriducibile miscredente in fatto di spettri, che una volta si era imbattuto nel Cavaliere mentre tornava dalla sua scorribanda nella Valle Addormentata, ed era stato forzato a salire in groppa dietro di lui; avevano galoppato insieme per macchie e brughiere finché erano giunti al ponte; qui il cavaliere si era di colpo trasformato in uno scheletro, aveva scagliato Brouwer nel torrente ed era balzato via galoppando al di sopra degli alberi con un grande fragore di tuono.
A fare il paio con questo racconto seguì immediatamente l'avventura strabiliante di Brom Bones, il quale iniziò a parlare dell'Assiano come se non fosse che un famoso imbroglione. Raccontò che una sera, tornando dal vicino villaggio di Sing-Sing, era stato raggiunto da quel soldataccio nottambulo, e aveva scommesso un boccale di punch a chi fosse arrivato prima a non so che punto; Brom avrebbe anche vinto la scommessa vsto che il suo Daredevil si mangiava in un boccone il cavallo fantasma dell'altro, però, proprio mentre giungevano al ponte della chiesa, l'Assiano se la svignò e scomparve in una nuvola di fuoco.
Tutte queste storie, raccontate con quel tono di voce basso e sonnachioso, con cui la gente parla al buio, mentre i lineamenti degli ascoltatori appena si intravedono di quando in quando, al momentaneo bagliore di una pipa accesa, suscitarono grande impressione nella fantasia di Ichabod. Egli restituì loro pan per focaccia attingendo a diversi brani del suo autore preferito, Cotton Mather; e aggiunse molti altri eventi meravigliosi avvenuti nel Connecticut, suo paese natale, e paurose apparizioni che aveva visto nelle sue camminate notturne attraverso la Valle Addormentata.
La festa volgeva al termine. Gli anziani proprietari terrieri raccoglievano le loro famiglie sui carri, e il rumore delle rudimentali ruote si allontanavano lungo le strade della valle o oltre le colline. Alcune ragazze montavano in sella dietro il loro cavaliere favorito, e le loro risa vivaci, unite al tratto sonoro del cavallo, echeggiavano lungo i boschi silenziosi, sempre più debolmente, fino a perdersi e morire poco a poco; così la scena di chiassosa allegria rimase deserta e silenziosa. Soltanto Ichabod non se ne andava ancora, cercando, secondo l'usanza degli innamorati di campagna, di parlare da solo con l'erediteria, pienamente persuaso di essere ormai sulla via del successo. Che cosa sia avvenuto durante questo colloquio, non posso dirlo perché... non lo so. Temo però che qualcosa sia andato di traverso, perché non molto dopo Ichabod fu visto andarsene via con la testa bassa e con un'aria sconsolata. Ah, queste donne! queste donne! Che la ragazza gli avesse giocato qualcuno dei suoi tiri da civetta? Che l'incoraggiamento dato al povero pedagogo non fosse che una messinscena per conquistare il rivale? Lo sa il cielo; io non ne so nulla. Basti dire che Ichabod se ne andò con l'espressione di uno che abbia tentato di saccheggiare un pollaio, anziché vincere il cuore di una bella fanciulla. Senza più guardarsi intorno per osservare questa scena di opulenza rurale di cui aveva tanto spesso fantasticato, andò di filato nella stalla, e, con calci e spintoni, fece alzare con poca cortesia il suo ronzino dal comodo angolo dove dormiva placidamente, sognando montagne di frumento e di biada, e intere valli d'erba medica e di trifoglio.
Era proprio l'ora delle streghe quella in cui Ichabod, a capo chino e triste in cuore, si mise  a trottare verso casa lungo i fianchi delle alte colline che dominavano Tarry Town, dove era passato nel pomeriggio con tanto buon umore. La scena era tenebrosa quanto i suoi pensieri. Laggiù si stendeva la cupa e indefinita distesa d'acqua del Tappaan Zee, su cui, qua e là, dondolava l'alto albero di una barca tranquillamente ancorata a riva. Nel profondo silenzio della mezzanotte si sentiva l'abbaiare di un cane da guardia sull'opposta sponda dello Hudson, ma il suono era così debole e indistinto che dava a Ichabod soltanto l'idea della grande distanza che lo separava da questo fedele compagno dell'uomo. Di tanto in tanto il canto prolungato di un gallo, svegliatosi per caso, giungeva da lontano, da qualche fattoria perduta tra le colline, ma era un suono udito come in sogno. Accanto a lui, non un segno di vita, salvo ogni tanto il malinconico richiamo di un grillo, o, dalla vicina palude, il verso gutturale di un bullfrog (2) che pareva non potesse dormire bene e si rivoltasse di colpo nel letto.

(2) Il bullfrog, o rana toro, è un rinide di notevoli dimensioni originario degli Stati Uniti orientali.

Ora tutte le store di spettri e di folletti di cui Ichabod aveva sentito parlare nel pomeriggio gli si affollavano nella mente. La notte diveniva sempre più scura; sembrava che le stelle sprofondassero nel cielo, e qualche nuvola vagante ogni tanto le nascondeva. Non si era mai sentito tanto solo e triste, e per di più si stava avvicinando proprio ai luoghi che erano stati il teatro delle apparizioni di cui avevo ascoltato il racconto. Nel bel mezzo della strada sorgeva un enorme albero, che troneggiava come un gigante al di sopra degli alberi vicini e formava una specie di barriera naturale. I rami erano nodosi e di forme fantastiche, grossi quanto il tronco di un albero comune, scendevano attorcigliandosi tra loro quasi fino a terra, e poi si rialzavano di nuovo in aria. L'albero era legato alla tragica storia dello sventurato André, il quale era stato fatto prigioniero lì vicino, ed era perciò conosciuto da tutti come l'albero del maggiore André. La gente lo considerava con un misto di rispetto e di superstizione, un po' per la compassione ispirata dalla triste sorte di chi gli aveva dato il nome e un po' a causa di certe storie di strane apparizioni e di voci lamentevoli che si raccontavano al riguardo. 
Nell'avvicinarsi al terribile albero, Ichabod si mise a fischiare, e gli parve di sentire qualcuno rispondere al suo fischio, ma era soltanto un soffio d'aria sibilante fra i rami secchi. Accostandosi ancora di più, credette di vedere qualcosa di bianco sospeso al centro dell'albero; si fermò e smise di fischiare; ma, guardando meglio, vide che in quel punto l'albero era stato colpito da un fulmine, che lo aveva scortecciato, facendo apparire il legno bianco. Poi improvvisamente gli parve di sentire un gemito; allora cominciò a battere i denti, e le ginocchia gli tremarono contro la sella: era soltanto un ramo che, agitato dal vento, sfregava contro un altro. Passò dunque oltre, incolume; ma al di là dell'albero nuovi pericoli l'attendevano.
Circa duecento metri più avanti un torrentello attraversava la strada e andava a gettarsi in una valletta acquitrinosa e folta di boscaglia, detta la Palude di Wiley. Alcuni tronchi messi per il lungo uno accanto all'altro servivano da ponte sopra il corso dell'acqua. Dalla parte della strada dove il piccolo torrente entrava nella palude, un gruppo di querce e di castagni, coperti da un groviglio di viti selvatiche, gettavano un'ombra tenebrosa. Il passaggio di questo ponte era la prova più terribile, poiché proprio lì lo sciagurato André era stato catturato, e proprio sotto quei castagni e quelle viti si erano nascosti i rozzi soldati che lo avevano sorpreso. Da allora in poi il torrente è stato considerato stregato e gli scolari, che devono attraversarlo da soli, dopo il tramonto hanno una paura da morire.
Mentre Ichabod si avvicinava al torrente, il cuore cominciò a battergli forte; si fece coraggio, sferrò una dozzina di calci nella pancia del cavallo e tentò di passare velocemente al di là del ponte. La maledetta bestiaccia, però, invece di lanciarsi in avanti, scartò di lato e andò a sbattere contro la siepe. Ichabod, cui la paura cresceva con l'indugio, tirò le briglie dall'altra parte menando calci nel fianco del cavallo. Ma non servì a nulla; perché l'animale si mosse, è vero, ma solo per andare a gettarsi dalla parte opposta della strada in una macchia di ontani e di rovi. Il povero maestro si mise allora a lavorare di frusta e di stinchi alle costole scarnate del vecchio Polvere da sparo, il quale balzò innanzi soffiando e sbuffando, ma poi si fermò di colpo proprio accanto al ponte, così inaspettatamente che per poco il cavaliere non finì lungo disteso per terra, passandogli sopra la testa. Ma ecco che proprio in quel momento, un rumore di passi lungo il ponte, come di chi cammini su un terreno acquitrinoso, colpì l'orecchio teso di Ichabod, e nell'ombra cupa del bosco, al margine del torrente, egli vide una figura enorme, nera e torreggiante. Quella cosa non si muoveva, ma sembrava raccolta su se stessa nella tenebra, come un mostro gigantesco, pronto a lanciarsi sul viandante.
All'atterrito pedagogo si drizzarono i capelli. Che fare? Per volgere le spalle e fuggire, era troppo tardi; d'altra parte, come sperare di scappare da uno spettro o da un folletto, se di spettro o folletto si trattava, capace di volare sulle ali del vento? Provò dunque a fare il coraggioso e chiese balbettando: "Chi è là?". Nessuna risposta. Ripeté la domanda con voce ancora più tremante. Di nuovo silenzio. Allora riprese a picchiare la groppa del suo cavallo irremovibile, e, chiudendo gli occhi, si mise a cantare un salmo con involontario fervore. In quel momento l'ombra spaventosa si mosse, e con tre balzi fu nel bel mezzo della strada. Ora, sebbene la notte fosse fosca e oscura, era possibile distinguere confusamente la forma di quella cosa misteriosa. Sembrava una specie di cavaliere di proporzioni gigantesche, montato su un cavallo nero altrettanto grande. Il cavaliere non dava alcun segno di ostilità o amicizia, ma si teneva in disparte sul lato della strada corrispondente all'occhio cieco del vecchio Polvere da sparo, cui ora erano passate la paura e l'ostinazione.
A Ichabod quello strano compagno notturno non andava affatto a genio, perché gli ricordava l'avventura di Brom Bones e dell'Assiano senza testa, spronò quindi il ronzino, sperando di distanziarlo. Ma lo sconosciuto accelerò a sua volta.
Ichabod tirò allora le redini, e si mise ad andare al passo, sperando di poter restare indietro; ma l'altro fece lo stesso. Ichabod cominciò a sentirsi mancare il cuore; provò a riprendere il suo salmo, ma la lingua secca gli si era appiccicata al palato, e non riuscì a emettere una nota. Nel cupo e assoluto silenzio di quel caparbio compagno c'era qualcosa di misterioso e inquietante e ben preso Ichabod ne comprese la ragione. Nel salir una collinetta la figura del cavaliere si stagliò per un momento contro il cielo, gigantesca di statura, avvolta in un mantello e, come Ichabod vide con un indicibile orrore, senza testa! Ma l'orrore crebbe a dismisura quando il poveretto si accorse che lo sconosciuto portava davanti a sé, sul pomo della sella, la testa che avrebbe dovuto tenere sul collo. Il terrore mutò in disperazione e Ichabod scaricò una tempesta di calci e di frustate su Polvere da sparo, sperando con un balzo improvviso di sparire davanti al suo compagno; ma lo spettro con un salto gli fu vicino. Partirono entrambi, allora, al galoppo, per viottoli e sentieri, facendo volare pietre e scintille a ogni salto. I leggeri indumenti di Ichabod sventolavano e nella furia della corsa egli piegava la lunga schiena sopra il collo del cavallo.
I due avevano raggiunto la strada che si inoltra nella Valle Addormentata, ma Polvere da sparo, che sembrava aver il diavolo in corpo, invece di imboccarla, svoltò d'improvviso a sinistra e si lanciò per l'altra strada in discesa, che conduce, attraverso una conca sabbiosa, alberata e scura, per circa un quarto di miglio, al ponte tanto famoso nelle storie dei folletti, e subito dopo alla collina verde su cui sorge la chiesa bianca. Il panico del cavallo di Ichabod aveva procurato fino a quel momento un certo vantaggio al suo poco esperto cavaliere, ma, proprio a metà della conca, le cinghie della sella cedettero, ed egli se la sentì scivolare di sotto. L'afferrò per il pomo, tentando di tenerla a posto, ma invano; ebbe appena il tempo d'afferrarsi al collo di Polvere da sparo per non fare un capitombolo che la sentì cadere a terra, e rotolare sotto le zampe del cavallo del suo inseguitore. Per un momento lo spettacolo dell'ira di Hans Van Ripper gli attraversò la mente, poiché quella era la sua sella di gala; ma non era il momento per simili paure; lo spettro gli era alle calcagna, ed egli, povero cavaliere maldestro, aveva il suo da fare a mantenersi in groppa: ora scivolava da una parte, ora dall'altra, ora picchiava con tanta forza sulla spina dorsale del suo cavallo, che gli pareva di sentirsi tagliare in due.
Una radura tra gli alberi finalmente lo confortò facendogli sperare che il ponte della chiesa fosse vicino, e il riflesso tremulo di una stella sull'acqua del torrente gli dimostrò che non aveva sbagliato.
Vide i muri della chiesa biancheggiare debolmente sotto gli alberi, e si ricordò che in quel punto lo spettro in gara con Brom Bones era scomparso. "Se riesco a raggiungere il ponte sono salvo". Proprio in quel momento udì il soffio e l'ansimare del cavallo nero immediatamente dietro di lui, anzi, gli parve persino di sentirne il fiato caldo. Ancora un calcio disperato sulle costole di Polvere da sparo e l'animale si slanciò sul ponte, rumoreggiò sui tronchi con un fracasso di tuono e raggiunse la riva opposta; a questo punto Ichabod si voltò indietro per vedere se il suo inseguitore fosse sparito, secondo la regola, in mezzo a una grande fiammata sulfurea. Vide invece lo spettro che si alzava sulle staffe e faceva l'atto di scagliargli la testa contro. Ichabod tentò di schivarla, ma troppo tardi, l'orribile proiettile gli arrivò sul cranio con uno schanto tremendo che lo fece volare a capofitto nel polverone della strada, mentre Polvere da sparo, il cavallo nero e il cavaliere diabolico gli passarono accanto come un turbine.
Il mattino seguente fu trovato il cavallo di Van Ripper, senza sella e con le briglie tra le gambe, mentre mangiava tranquillamente l'erba davanti al cancello della cascina del suo padrone. A colazione Ichabod non comparve; venne l'ora del pranzo e Ichabod non si fece vivo. I ragazzi si riunirono intorno alla scuola, e iniziarono a gironzolare lungo la riva del torrente, ma del maestro nemmeno l'ombra. 
Hans Van Ripper cominciò a sentirsi inquieto sulla sorte del povero Ichabod e... della propria sella. Cominciarono le ricerche, e, dopo diligenti indagini, si poté giungere sulla sue tracce. In un punto della strada che conduce alla chiesa fu trovata la sella tutta pesta e infangata; il fondo della strada portava profonde impronte di zoccoli di cavallo, a indicare una corsa sfrenata; le orme continuavano fino al ponte, e al di là di questo, sulla riva del torrente, in un punto dove l'acqua è profonda e nera, fu ritrovato il cappello del povero Ichabod, e vicino una zucca fracassata.
Venne scandagliato il torrente, ma non si trovò il cadavere del maestro. Hans Van Ripper, in qualità di esecutore testamentario, aprì il fagotto che conteneva tutti i suoi beni; questi consistevano di due camicie e mezza, due colletti, un paio o due di calze di lana, un vecchio paio di calzoni di fustagno, un rasoio arrugginito e un libro di salmi pieno di orecchie alle pagine. Quanto ai libri e ai mobili della scuola, era roba della comunità, a eccezione della "Storia della Stregoneria" di Cotton Mather, di un volume dell'"Almanacco della Nuova Inghilterra" e di un libro sui sogni e sull'arte di predire la fortuna; in quest'ultimo si trovò un foglio di carta protocollo, scribacchiato e zeppo di cancellature, contenente parecchi tentativi non riusciti di versi in onore dell'ereditiera Van Tassel. Tutti questi libri magici, insieme allo scarabocchio poetico, furono all'istante gettati alle fiamme da Hans Van Ripper, il quale, a cominciare da quel giorno, decise di non mandare più i suoi bambini a scuola, asserendo di aver capito benissimo che da tutto quel leggere e scrivere non era mai venuto fuori niente di buono. Tutto il denaro che il maestro probabilmente possedeva - aveva appunto ricevuto un trimestre di stipendio un paio di giorni prima - doveva averlo avuto con sé al momento della scomparsa.
La domenica seguente, all'uscita della chiesa, il misterioso avvenimento fece fiorire molte congetture. Gruppi di persone si raccolsero a osservare e a discutere nel cimitero, vicino al ponte e sul luogo dove erano stati trovati il cappello e la zucca. 
Si richiamarono alla memoria i racconti di Brouwer, di Bones e di molti altri, e dopo averli passati tutti diligentemente in rassegna e confrontati con l'ultimo caso, la gente scosse il capo e concluse che Ichabod era stato portato via dall'Assiano senza testa. Poiché era scapolo e non aveva obblighi con nessuno, nessuno si proccupò di lui, la scuola fu spostata in un altro punto della valle, e un altro pedagogo gli successe nell'incarico.
Vero è che un vecchio fattore, che alcuni anni dopo soggiornò per qualche tempo a New York, e dal quale ho udito il racconto di questa avventura soprannaturale, riferì che Ichabod Crane era ancora vivo, che aveva abbandonato quel paese un po' per paura del fantasma e di Hans Van Ripper, e un po' per l'umiliazione di essere stato inaspettatamente rifiutato dall'ereditiera; e aggiunse che si era trasferito in una zona lontana dello stato, aveva insegnato e studiato legge, era diventato avvocato, s'era dato alla politica, impegnato nelle elezioni, era divenuto giornalista e infine l'avevano fatto giudice di tribunale.
Quanto a Brom Bones, il quale poco dopo la scomparsa del suo rivale condusse trionfalmente all'altare la prosperosa Katrina, tutte le volte che sentiva raccontare la storia di Ichabod dimostrava di saperla lunga, e scoppiava in una sonora risata quando si parlava della zucca, tutte cose che inducevano a sospettare che di quella faccenda egli ne sapesse assai più di quel che voleva lasciar intendere.
Comunque le vecchie contadine, che dopo tutto sono i giudici più competenti in queste materie, continuano ancora oggi a sostenere che Ichabod fu rapito da qualche forza soprannaturale; la sua storia è tra le preferite e più spesso raccontate nelle sere d'inverno attorno al fuoco. Il ponte diventò oggetto di superstizioso timore ancor più di prima, forse questa è la ragione per cui, in questi ultimi anni, fu cambiato il tracciato della strada, così che adesso si arriva alla chiesa costeggiando lo stagno del mulino. La scuola, non più frequentata, ben presto cadde in rovina, e si disse che fosse abitata dallo spettro del disgraziato pedagogo, e i contadini che tornano lentamente dai campi nelle tranquille sere d'estate spesso immaginano di sentire la sua voce da lontano cantare mestamente dei salmi, laggiù nelle solitudini silenziose della Valle Addormentata. 


Thomas Preskett Prest ''La Visita''



I solenni rintocchi dell'orologio della vecchia cattedrale avevano già annunciato la mezzanotte, l'aria era spessa e pesante e una strana quiete simile alla morte pervadeva la natura. Come avviene durante la quiete minacciosa che precede l'impeto fragoroso degli elementi, ogni fluttuazione atmosferica sembrava sospesa, mentre la natura raccoglieva le sue forze in vista di una delle migliori manifestazioni della sua potenza.
Un leggero brontolio di tuoni giunse di lontano, e fu come se fosse stato dato il segnale d'inizio per una grande battaglia da parte dei venti che si scossero dal loro torpore, e un unico, orribile uragano, spazzò l'intera città. La violenza che sprigionò fu veramente eccezionale: benché durasse solo tre o quattro minuti, il cataclisma causò più devastazioni che cinquant'anni di uragani di normale intensità. Pareva che un gigante avesse soffiato su una città giocattolo, e avesse disperso gli edifici con il caldo fragore del suo fiato potente. Poi, all'improvviso, smise proprio come aveva cominciato.
Coloro che dormivano si svegliarono, e pensarono che ciò che avevano udito fosse una confusa chimera del regno dei sogni. Rabbrividirono, e si misero a dormire.
Tutto era fermo, fermo e molto cupo. Nessun suono disturbava la magia del riposo. Ma cos'era quel suono... uno strano rumore di passi leggeri, come il trapestìo di milioni di piedini fatati? Era la grandine: una grandinata si era abbattuta sulla città. Le foglie, miste a piccoli rami, venivano strappate dagli alberi. I vetri delle finestre più esposte alla furia dei sassolini ghiacciati si frantumavano. La magica quiete che poco prima era così profonda, era divenuta ormai un fragore che, accumulandosi, copriva ogni grido di sorpresa o di costernazione che saliva qua e là dalle case colpite dalla bufera.
Ogni tanto, un improvviso colpo di vento riusciva con la sua forza a ritardare la caduta delle migliaia di chicchi di grandine. Per un momento li tratteneva sospesi a mezz'aria, per poi scaraventarli con forza maggiore in altre direzioni, provocando ulteriori danni.
Oh! come si accaniva la tempesta! Grandine... pioggia... vento! Fu, in verità, una notte terrificante.

Nella vecchia casa vi era un'antica camera. Intagli curiosi e bizzarri ne adornavano le pareti, e il grande camino costituiva di per sé un elemento curioso. Il soffitto era basso, e una grande vetrata, che arrivava dal soffitto al pavimento, si apriva verso Ovest. Le finestre erano decorate da curiose vetrate a piombo, dipinte, che illuminavano l'appartamento di una luce strana ma molto bella, quando i raggi del sole o della luna riuscivano a penetrarvi.
Vi era un solo ritratto in quella stanza, anche se le pareti sembravano essere rivestite di pannelli approntati per ricevere molti quadri. Il ritratto rappresentava un giovane dal viso pallido e dalla fronte alta e solenne. Nei suo occhi si leggeva un'espressione strana, e nessuno di coloro che lo avevano visto una prima volta provava il desiderio di rivolgergli un secondo sguardo.
In quella stanza vi era poi un catafalco, intagliato in legno di noce, riccamente disegnato ed eseguito in maniera molto accurata. Era una di quelle opere d'arte realizzate durante il periodo elisabettiano. Attorno ad esso erano sistemati ricchi drappeggi argentati e damascati. Grandi piume - ormai coperte di polvere - oscillavano ai quattro angoli dando un aspetto funereo alla camera. Il pavimento era in legno di quercia lucidato.
Dio! Con quanta violenza la grandine si accaniva contro l'antica vetrata! Come una sventagliata di colpi di moschetto, si abbatteva colpendo e rimbalzando sulle piccole riquadrature che tuttavia resistevano. Era la loro superficie ridotta a salvarle: il vento, la grandine, la pioggia, sprecavano invano la loro furia.
Il letto della vecchia stanza era occupato da una figura distesa. Una creatura che racchiudeva in sé tutte le bellezze, giaceva semiaddormentata su quell'antico giaciglio: era una ragazza giovane e bella come un mattino di primavera. I suoi lunghi capelli sfuggiti dalle forcine che li raccoglievano, erano sparsi sugli arredi anneriti del letto.  
Aveva dormito di un sonno agitato, e le coperte erano in disordine. Un braccio copriva la testa, mentre l'altro pendeva abbandonato dalla sponda del letto sul quale era assopita. Il collo e il seno appena visibili, formavano uno studio degno del migliore scultore cui la Provvidenza abbia elargito il dono del genio artistico.
La ragazza gemette leggermente nel sonno e, una o due volte, le sue labbra si mossero come in preghiera: o almeno così dobbiamo pensare, poiché il nome di Colui che ha sofferto per noi tutti venne pronunciato una sola volta molto flebilmente.
La giovane doveva aveva sopportato una gran fatica: infatti, la bufera non era riuscita a destarla. Tuttavia riusciva a disturbarle il sonno, anche se non riusciva ad allontanarlo del tutto.
Il turbinio degli elementi stimolava i sensi, benché non avesse il potere di spezzare il profondo riposo in cui erano immersi.
Oh, che mondo stregato era incarnato in quella bocca, leggermente socchiusa, che mostrava una dentatura perlata che si intravvedeva smagliante perfino nella fioca luce che penetrava dalla vetrata. Con che dolcezza le lunghe ciglia di seta si posavano sulle sue guance. Poi la donna si mosse, ed una sua spalla rimase totalmente scoperta. La pelle liscia di quella stupenda creatura era più bianca, più bella delle immacolate lenzuola del letto sul quale giaceva. L'età era quella della transizione dell'adolescenza al pieno fiorire della giovinezza, nella quale tutte le attrattive della ragazza - quasi ancora una bambina - erano unite alla più pacata bellezza e gentilezza degli anni della maturità.
Era quello forse un fulmine? Sì, un bagliore terrificante e nitido, seguito da un fragore di tuono, come se cento montagne stessero rivoltandosi l'una sull'altra nell'immensità dell'azzurra volta dei cieli! Chi dormiva ancora nell'antica città? Nessuno. Neppure la temuta Tromba del Giudizio sarebbe riuscita a destare con maggior efficacia il mondo dei vivi.
La grandine continuava a cadere, ed il vento a soffiare forte. Finalmente, la bellissima ragazza sull'antico letto si destò. Dischiuse gli occhi di un azzurro celestiale, ed un leggero grido di sgomento le sfuggì dalle labbra. Il suo grido sembrava in effetti fioco e debole, in mezzo allo sconquasso dagli elementi.
Si mise a sedere sul letto e si premette le palme delle mani sugli occhi. Cielo! Che torrenziale diluvio di vento, pioggia e grandine! I tuoni sembravano anch'essi intenti a provocare una serie ininterrotta di echi misteriosi, che duravano fino al bagliore del lampo seguente, che produceva subito un nuovo fragore nell'aria tempestosa.
Mormorò una preghiera, una preghiera per i suoi cari. I nomi di coloro che erano più vicini al suo cuore le sorsero spontanei alle labbra. Allora pianse e pregò. Pensò alle devastazioni che sicuramente una tale tempesta stava provocando e pregò il Dio del Paradiso in nome di tutte le cose viventi.
Un altro lampo, ed un bagliore sinistro, di un azzurro accecante, attraversarono la grande vetrata e ne accese per un istante ogni colore con una nitidezza incredibile. Un grido sfuggì dalle labbra della giovane, che rimase con gli occhi sbarrati a fissare la finestra, ormai ripiombata nelle tenebre. Poi rabbrividì, e la sua espressione era ormai quella di un terrore mai provato prima, mentre la sudorazione causata da un'intensa paura le imperlava la fronte.
"Cosa... cosa mai sta succedendo?", singhiozzò. "Era realtà o sogno? Oh, Dio, cos'è stato? Una figura alta e magra tentava di aprire la vetrata dall'esterno: l'ho vista chiaramente. Il lampo del fulmine me l'ha mostrato nitidamente: occupava l'intera altezza della vetrata!"
Per un attimo il vento cessò. La grandine cadeva meno intensamente. Ma, benché ora essa cadesse dritta verso il suolo, dalla vetrata proveniva uno strano crepitìo. Non poteva essere un'illusione: lei ora era ben sveglia, e percepiva il rumore con chiarezza. Da cosa era provocato? Vi fu il bagliore di un altro fulmine, poi di nuovo un urlo... Questa volta ne era certa: non si trattava di un'allucinazione.
Un'alta figura era ritta sul davanzale fuori dalla vetrata. Era il rumore prodotto dalle sue unghie sul vetro che produceva il suono così simile a quello della grandine che fino a poco prima rimbalzava sulla finestra. Atterrita, la giovane sentì di avere gli arti paralizzati. Riuscì solo a urlare con le mani serrate, mentre il viso le diventava colore del marmo, e il cuore le batteva così forte nel petto che sembrava pronto a schizzare fuori.
Con gli occhi sbarrati fissò la finestra, ed attese impietrita dal terrore. Il crepitìo ed il tamburellare delle unghie sulla vetrata non cessò. Non si udiva una parola, ed ora la ragazza immaginava di riuscire a distinguere l'oscuro contorno di quella figura al di là del vetro, e di scorgere il movimento delle braccia, mentre tentava in tutti i modi di trovare il modo di penetrare nella stanza.
Cos'era quella strana luce che gradualmente si spandeva nell'aria? Rossa e fiammeggiante, divenne sempre più forte. Un fulmine aveva incendiato il mulino, e le fiamme che divoravano rapidamente l'edificio si riflettavano sulla lunga finestra. Non ci poteva essere errore. La figura era lì, che stava ancora tentando di entrare, e faceva stridere contro il vetro le unghie acuminate, cresciute incontrollate per anni.
La ragazza tentò invano di urlare, ma venne improvvisamente sopraffatta da una sensazione di soffocamento che le impedì di prendere fiato. Era tutto troppo orribile! Cercò di muoversi, ma braccia e gambe sembravano appesantite da tonnellate di piombo, e riusciva solo a mormorare con voce roca: "Aiuto... aiuto... aiuto... aiuto!"
Ripeteva quell'unica parola come se fosse immersa in un sogno. Il baluginìo delle fiamme proiettava grottescamente la lunga ombra di quella magra figura contro la finestra.
I riflessi rossicci rivelavano anche l'unico ritratto nella stanza, che ora sembrava fissare l'assalitore, mentre la luce incerta delle fiamme contribuiva a farlo sembrare innaturalmente vivo. Improvvisamente un piccolo riquadro della finestra si spezzò, e la figura misteriosa vi infilò una lunga mano scarna, che sembrava totalmente priva di carne. Aprì la maniglia, e poi metà della finestra che, nell'aprirsi, iniziò a scricchiolare sui cardini.
Eppure la giovane non riusciva ancora ad urlare, né a muoversi.
"Aiuto...aiuto...aiuto!", era tutto ciò che riusciva a mormorare. Oh, ma il terrore che le si leggeva sul viso era così tremendo da rimanere impresso nella memoria per una vita intera, e tale da offuscare anche i momenti più felici tramutandoli in amarezza.
La figura si girò di tre quarti, e la luce cadde sul suo viso. Era assolutamente bianco, del tutto esangue. Gli occhi sembravano di latta lucida. Le labbra contratte, rivelavano i denti che, insieme agli occhi, costituivano i caratteri principali del volto. Sporgenti come quelli di un animale, erano di un bianco abbagliante, orribilmente simili alle zanne di una bestia feroce.
Avanzò scivolando verso il letto, con movimenti strani ed innaturali. Fece cozzare fra loro le lunghe unghie che parevano letteralmente pendere dalla punta delle dita. Nessun suono emanava dalla sue labbra.
"Sto forse impazzendo?", si chiese la ragazza giovane e bella. Non era mai stata esposta ad un tale terrore. Raggomitolata sul letto, non riusciva neanche a chiedere aiuto. Aveva perso la capacità di parlare, ma finalmente aveva di nuovo la possibilità di muoversi.
Si spostò lentamente verso la sponda opposta del letto, il più lontano possibile dall'abominevole figura che stava avanzando. Ma i suoi occhi erano come ipnotizzati. Lo sguardo di un serpente non avrebbe potuto produrre un effetto maggiore di quello dello sguardo allucinato, metallico, degli occhi che la fissavano implacabili.
Accucciata, così da non far notare la sua statura gigantesca, la figura avanzava inesorabile, l'orribile volto esangue proteso in avanti. Cos'era mai quella creatura? Cosa voleva da lei? Cosa le aveva dato quell'aspetto orrendo...così dissimile da quello degli altri abitanti della terra, che pure essa abitava?
La giovane si trovava sul bordo del letto, e la figura esitò leggermente. Alla ragazza pareva di perdere la capacità di muoversi quando la figura indugiava. Strinse le coltri del letto febbrilmente, e riprese fiato con brevi singulti spezzati.
Aveva il petto oppresso per l'affanno, le braccia e le gambe le tremavano incontrollabilmente, eppure non riusciva a distogliere gli occhi da quel viso marmoreo. Lui la dominava con la forza del suo sguardo magnetico.
La tempesta era passata: ora tutto era fermo. I venti si erano acquietati e il campanile della chiesa annunciava l'una di notte: un suono sibilante salì dalla gola di quell'orribile creatura che sollevò le lunghe braccia magre; poi le sue labbra si mossero. Intanto continuava ad avanzare. La giovane cercò il pavimento con un piede. Inconsapevolmente trascinò con sé le coltri del letto.
La porta della stanza si trovava da quella parte: sarebbe riuscita a raggiungerla? Sarebbe riuscita ancora a camminare? Sarebbe stata capace di distogliere gli occhi dal volto dell'intruso, e spezzare così quel terribile incantesimo? Dio misericordioso! Era tutto vero, o si trattava di un sogno così reale da far perdere il senno per sempre?
La figura esitò nuovamente quando, ormai uscita per metà dalle coltri, la giovane giaceva riversa tremando.I suoi lunghi capelli erano sparsi su tutta la superficie del letto: muovendosi lentamente, li aveva lasciati sparsi sui cuscini. Quella pausa durò un minuto...un'eternità di angoscia. Quel minuto bastò a far in modo che la pazzia prendesse possesso di lei.
Poi, con uno scatto improvviso, ed emettendo un bizzarro e raccapricciante ululato che avrebbe risvegliato il terrore nell'animo più coraggioso, la figura afferrò i capelli della giovane, attorcigliandosi le chiome attorno alle mani ossute finché non la immobilizzò contro il letto.
Fu allora che lei gridò con forza: il cielo le ridiede la possibilità di urlare tutto il suo terrore. Le sue grida si succedevano rapide. Le coltri erano cadute in un mucchio al lato del letto... Per mezzo dei lunghi capelli di seta, lei sentì che quell'essere la stava ritrascinando sul letto da cui aveva tentato di fuggire. Le sue belle membra furono scosse dall'angoscia della sua povera anima.
Gli orribili occhi vitrei scesero lungo le sue forme angeliche con diabolica soddisfazione... con abominevole profanazione. Poi l'essere rovesciò la testa della giovane dalla sponda del letto e, per mezzo dei capelli che teneva ancora attorcigliati attorno ai polsi, la costrinse a reclinare indietro il capo. Si gettò quindi su di lei azzannandole il collo con i denti acuminati... ed un fiotto di sangue unito al rumore di un orribile risucchio spezzarono il silenzio.
La giovane era svenuta, ed il Vampiro stava consumando il suo abominevole pasto!

***
Aggiungo anche il contributo di Andrea

"Poi, siccome ho anche una discreta conoscenza della lingua francese, cerco quando posso di leggere i miei autori francesi preferiti in lingua originale. A volte facendo ricerche sul web faccio pure delle curiose scoperte. L'ultima che mi è capitata è un libro sui vampiri pubblicato nel 1825 trovato sul sito della Bibliothèque Nationale de France: "La vampire, ou la vierge de Hongrie" (La vampira, o la vergine d'Ungheria) del barone de Lamothe-Langon, uno scrittore ottocentesco praticamente sconosciuto qui in Italia che scrisse un po' di tutto, dai romanzi storici a quelli gotici. La particolarità di questo romanzo è che, a quanto afferma l'autore, è la prima volta in letteratura che il termine maschile "vampiro" viene 'femminilizzato' in "vampira". Così scrive Lamothe-Langon nella prefazione (la traduzione è mia): 

"Innanzitutto, cominceremo con lo scusarci presso il lettore (se è proprio necessario), del titolo che abbiamo creduto giusto dare alla nostra opera: “La Vampira”. È francese? ci si chiederà; non si dice sempre un “Vampiro”? I dizionari non registrano la parola al maschile? Non lo mettiamo in dubbio; ma essendo una donna che in questo romanzo recita la parte di persecutrice dei vivi, non conveniva farlo sapere? “il Vampiro” sarebbe stato un termine corretto? Ci è sembrato che potevamo femminilizzare la parola senza mancare al dovuto rispetto della lingua. Saremmo felici se, in queste pagine leggere, non l'abbiamo offesa in modo più grave."

Inoltre, e questa è una cosa che non mi è mai capitata leggendo libri, Lamothe-Langon inserisce all'interno del romanzo quattro spartiti di romanze scritti da una compositrice francese del periodo, tale Mlle Adèle Sendrier (o Sandrié). Non sono però riuscito a ottenere altre informazioni su questa Mlle Sendrier. Mi sembra una cosa quantomeno singolare che uno scrittore del primo Ottocento chieda la collaborazione di una compositrice per poter inserire in una storia sui vampiri le sue romanze! Ti allego i file degli spartiti che ho estratto dal romanzo vampiresco. Sarebbe bello poter trovare dei musicisti che suonino quelle melodie!.Sarebbe come resuscitare un fantasma...E ti trascrivo pure un estratto dal libro (traduzione sempre mia):

(dal Cap. XII) Raoul si sveglia in un bagno di sudore, e, al culmine dello spavento, osa appena aprire gli occhi, in mezzo all'oscurità profonda che lo circonda.
Tutto ciò che gli è capitato imprime nella sua anima un terrore da cui il suo coraggio naturale non può preservarlo. Gli sembra che il cielo gli abbia appena comunicato una spaventosa luce, e che debba trarne profitto adesso. Tutti i prodigi che l'avevano meravigliato sono spiegati: è nella tomba che Alinska ha preso il potere che lo sorprende. Pensava di dover lottare contro una donna sconvolta da una violenta passione, ed è con un'Intelligenza infernale che bisogna combattere. Cede infine alla superstizione, e crede più alle istigazioni di un sogno che a tutto ciò che la ragione può ispirargli per rassicurarlo. Mentre si abbandonava al delirio dell'immaginazione, si ricorda che quella stessa notte madame Delmont è occupata a vegliare suo figlio. Ella può, senza essere assillata dal demone che ha accolto, ascoltare le rivelazioni importanti che Raoul deve fargli. Forse Alinska, immersa in un sopore mortale, non potrà intromettersi fra lui e la madre della prima vittima di questa ragazza sacrilega. Questa idea lo mette in agitazione; si lancia senza indugio fuori dal letto, si veste in fretta, e sta per aprire la porta, quando improvvisamente una nuova idea lo ferma. Freme al pensiero di attraversare disarmato le vaste sale del castello, nelle quali era possibile che un orrido Vampiro errasse in quel momento. Dimentica che l'uomo è inerme contro ciò che non è più sottomesso alle leggi della natura, e al chiarore della luna che brillava attraverso la finestra cerca le sue pistole, che gli restano sempre cariche addosso. Munito di questo mezzo di difesa, confidando nella purezza delle sue intenzioni, esce infine dalla camera, dirigendosi verso quella del malato, nella quale crede di incontrare la moglie del suo colonnello.
Temendo sempre che il più leggero rumore togliesse ad Alinska il suo sonno letargico, avanza lentamente, trattiene cautamente il respiro, e trema al pensiero che qualcuno possa udirlo. Ha già salito lo scalone, è arrivato nella grande sala, e niente di spaventoso si è mostrato. Entra nel salotto, che similmente attraversa, senza spiacevoli incontri, e sta già per aprire la porta della camera, dove madame Delmont è accanto al figlio: ma in quel momento pensa che forse è assopita, e che mostrandosi inopinatamente davanti a lei, le avrebbe provocato un istante di involontario spavento. Per assicurasi che ella dorma, o che stia vegliando, avvicina l'occhio al buco della serratura e guarda nell'appartamento.
Oh sorpresa! Non è Hélène che vi si trova, ma piuttosto l'inesplicabile Alinska. Si muove a passi lenti; sembra agitarsi nondimeno con impazienza; guarda ora il letto nel quale riposa il bambino, ora la luna, che continua ad avanzare in un cielo senza nubi... L'orologio del castello battè l'una del mattino... Allora il viso di Alinska si altera, una gioia raccapricciante le contrae i lineamenti, si toglie precipitosamente il guanto che nasconde la mano sinistra, e si d'improvviso si precipita sul letto. Posa la bocca fetida sulla bocca pura del bambino, e sembra bere a lunghi sorsi il sangue che aspira dal petto di quell'essere sventurato.
Era troppo per Raoul. A costo della vita, non poteva sopportare l'orribile spettacolo. Prende una pistola, che carica subito; apre precipitosamente la porta, e si slancia verso il mostro di cui vuole punire i misfatti.
“ Ora finalmente ti sei rivelata, - esclama, - va, torna all'inferno, non insudiciare più la terra con la tua presenza.” Dice, e senza più calcolare le conseguenze della sua azione tira il grilletto. Il colpo parte, Alinska è colpita; ma, più rapida dell'aquila sorpresa nel suo nido dall'audace cacciatore, si getta giù dal letto che profanava.
“A me! - dice, - a me, la morte! Non illuderti, miserabile; sei tu che stai per seppellire il mio segreto nel termine della tua esistenza.”
Un pugnale affilato le brilla in mano. Invano Raoul tira il secondo colpo, che devia raggiungendo la parete. Il ferro omicida, diretto al suo petto, gli penetra nel cuore, e Raoul, non avendo neanche il tempo di emettere un sospiro, cade sul pavimento, abbandonato dalla vita."


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N.V.Gogol' ''Il Vij''


A un tratto... in mezzo al silenzio... con uno schianto si spaccò il coperchio di ferro della bara, e si levò in piedi il cadavere. Era più orrido della prima volta. Orridamente i denti battevano assieme, fila contro fila; le labbra si contorcevano in modo spasmodico e, stridendo in modo selvaggio, riversavano torrenti di sortilegi. Si levò un turbine per la chiesa, le icone si rovesciarono a terra; dall'alto rovinarono in frantumi i vetri delle finestre. Le porte si divelsero dai cardini, e una moltitudine innumerevole di mostri irruppe in volo nella chiesa di Dio. Un orrido strepito d'ali e di artigli stridenti riempì tutta la chiesa. Tutto volava e mulinava, braccando dovunque il filosofo.