Johann Ludwig Tleck "Il Signore di Rupertsheim" (1839)



"Ho abitato per molto tempo", iniziò la sconosciuto "nella città di mare e poiché la mia proprietà si trova in quei dintorni, ero spesso ospite presso amici e conoscenti. Poiché tutti sapevano di quanto io soffra di distrazione, dimostravano molta pazienza quando non rispettavo l'ora del pranzo, o addirittura, talvolta, dimenticavo completamente di ordinarlo. Il mio collega giurista, sin dall'università, fece in modo di evitare che da questa mia malattia, o, come devo chiamarla, da questo mio vezzo, derivasse un danno rilevante. Quell'uomo eccellente, il consigliere Bauer, è quello a cui devvo la conservazione del mio patrimonio, la mia salute e la mia stessa vita, poiché i miei parenti sono stati più di una volta sul punto di farmi rinchiudere, come se non fossi in grado di amministrare il mio patrimonio. Siccome vivevo da solo, senza moglie e figli, essi prevedevano che non avrei lasciato loro nulla; il fatto poi che io avessi già dato disposizioni circa il mio patrimonio li rese ancora più furiosi. Ma non è il caso di parlarne qui. Dimentichiamo piuttosto codesti fastidi. Sin da giovane ho sempre preferito andarmene a spasso tutto solo, senza compagnia alcuna. Non mi piace parlare quando sono all'aperto."
"Però danzare e cantare sì", interloquì il padrone di casa.
"Solo quando sono in preda ad una certa eccitazione", continuò il vecchio tranquillamente "poiché agli uomini non è concesso sprecare quotidianamente tanta forza vitale. Pertanto, come ho detto, per mia natura evito volentieri la compagnia, per non venir disturbato nelle mie osservazioni trasognate. Ad esempio, alberi, arbusti, campi, aria e luce del sole sono per me le compagnie più che ricche di insegnamenti. Soprattutto mi piaceva passeggiare su e giù sulla riva del mare. Lì si può godere delle nubi in corteo, delle freschezza dell'acqua, dei moti dell'aria, in una parola di tutto ciò che si denomina, in generale, tempo.
Ma anche nel dettaglio ogni flutto dà origine e racconta una storia particolare. Nel modo in cui voltola, incalza, precipita, si solleva nuovamente e alla fine s'infrange sulla riva e segue un altro flutto e un altro ancora, l'uno tranquillo e l'altro spumeggiante, un terzo che si erge e gonfia e di nuovo l'altro che si frantuma anzitempo. E poi quel mormorio, quel chiacchierio, quello strepito e quella furia, a seconda che a plasmarli sia stato un vento scherzoso o iracondo. E anche le luci chiare o le ombre scure. Il mugghio sordo, il rimbrotto nella notte. Il chiarore lunare sulla superficie tremula, l'aurora magica e rigenerante. Avevo avuto spesso l'idea di costruirmi una casa lì, vicino alla riva, e solamente la ruggine con i miei parenti mi aveva trattenuto, tutte le molestie, le liti - ma non è questo il luogo, sorvoliamo piuttosto.
Un pomeriggio mi sorprese sul lido una burrasca spaventosa. Da tempo avevo notato, verso l'interno, una vecchia torre corrosa dagli anni, antico residuo dei tempi passati, che probabilmente era una rovina di una fortificazione scomparsa. Un vecchio contadino, cui rivolsi delle domande, mi narrò che, quando lui era un bambino, la torre era abitata nella bella stagione, e che per quanto ne sapesse lui, ora era già da molto tempo vuota e abbandonata. La pioggia battente, il fastidioso freddo vento, il muggire delle onde che annunciavano la burrasca mi indussero a ricordarmi della torre nella landa deserta. Mi affrettai in direzione dell'antica rovina. Non mi ero aspettato che la vecchia porta di quercia ribattuta in ferro fosse aperta e, chinando il capo, entrai nello stretto ingresso.
Solo chi ha vagato all'aperto per ore col brutto tempo sa apprezzare la benedizione perfino del più modesto rifugio. Nello stesso modo io stavo infinitamente bene in quella specie di interrato umido, mentre fuori la tempesta si scatenava con tutte le sue forze, il mare flagellato, mugghiava e dal mio nascondiglio era piacevole stare a sentire il dialogo fra il mare infuriato e la tempesta. Per meglio proteggermi dalla pioggia, mi inoltrai all'interno e urtai contro una scala a chiocchiola. I primi gradini c'erano ancora ed io mi inerpicai nel buio.
Là ero del tutto protetto dal maltempo, ma nel buio si era risvegliata la mia curiosità e continuai a salire. La scala era inaspettatamente in buone condizioni. Da una feritoia, attraverso cui penetrava il vento, gettai uno sguardo sull'oscurità minacciosa del mare infuriato. Per sottrarmi alle correnti, continuai ad arrampicarmi e dopo una ventina di scalini mi trovai davanti a una porta. A quel punto sollevai il saliscendi arrugginito della porta di legno, convinto che nella stanza, o quel che era, avrei potuto rinfrancarmi tranquillamente e attendere che la tempesta si calmasse. Ma come restai sbalordito allorché nella penombra della stanza piuttosto bassa di forma circolare vidi un vecchio che sedeva ad un tavolo tarlato, intento alla lettura di alcuni fogli scritti. Il suo volto era cinereo, gli occhi spenti, era tutto vestito di grigio e con i capelli bianchi.
Mi state guardando tutti a questo modo, cari amici, perché tale descrizione calza notevolmente con la mia persona; vi assicuro però che non terminerò questo mio breve racconto con la sorpresa che, visto alla luce, ero io stesso quell'omino grigio. Vi do anche la mia parola che lo sconosciuto non mi era piaciuto, tanto da indurmi in seguito ad atteggiarmi come lui negli abiti e nell'espressione. No, amici miei, ho scelto questo abito grigio molto tempo prima. Il volto, quale che sia, l'ho avuto dalla natura, e queste due ghette grigie, e questa modesta giacca, li ho adottati per replicare a mo' di burla ai miei parenti, che mi irritavano con la pretesa di farmi indossare abiti da cerimonia per recarmi a corte. Ma non è questa la sede, sorvoliamo su queste cose.
Dopo essere entrato nella stanzetta ed avervi trovato inaspettatamente un vecchio signore, mi tolsi educatamente il cappello e porsi le mie scuse, adducendo a motivo il maltempo che mi aveva spinto nella torre, ma precisando che, se solo avessi supposto che nella vetusta rovina vi fosse qualcuno, mai avrei osato disturbarlo. Il vecchio alzò cortese lo sguardo, con un cenno mi indicò la sedia accanto alla finestra dove avrei dovuto sedermi. Vidi che non intendeva venire disturbato e ubbidii al suo cenno. Mi diede ancora un'occhiata in tralice e si immerse nuovamente nelle sue carte. Dalla finestrella presso cui ero seduto potevo godere la vista sul mare ed ero felice di poter osservare da lì il ritrarsi graduale delle nubi e il propagarsi della luce, dapprima livida, poi mano a mano sempre più intensa, fino a che lo splendore del sole inondò accecante il mare.
Quando tornai a guardarmi attorno nella stanza, vidi che il mio vecchio stava riponendo i suoi documenti, o quel che erano, in un armadio a muro, e andava prendendo da questo altre carte, che riordinava con solerzia e rileggeva scuotendo spesso il capo. Di lì a poco, quando distolsi lo sguardo dal paesaggio, il vecchio non c'era più ed io supposi che fosse passato per un'altra porta, che si trovava presso il piccolo armadio a muro. Attesi un po', per accomiatarmi, ma poiché questi non tornava, ridiscesi lentamente e cautamente le scale e me ne tornai a casa.
Quando, dopo qualche settimana, andai di nuovo a passeggiare sulla riva, avevo del tutto scordato quell'episodio. Alzando lo sguardo vidi la torre circonfusa dalla luce del sole come da un'aureola. Ne fui attirato. Pensando di non essere più estraneo, salii più rapidamente e con maggiore determinazione la scala a chiocciola. Arrivato di sopra, bussai alla vecchia porta, ma non udendo risposta sollevai con circospezione il chiavistello ed entrai cautamente. Non c'era nessuno. Mi sedetti accanto alla finestra e godetti dell'ampia vista, nonostante i vetri opachi, e allorché mi volsi, l'omino grigio era là, seduto nuovamente al tavolo con le sue carte. Mi alzai e porsi le mie scuse per l'imprudenza, egli mi salutò sorridendo gentilmente, schermandosi, quasi volesse dire che con lui non dovevo fare complimenti e che potevo venire lì tutte le volte che lo avessi desiderato.   
Ero ora in un certo qual modo abituato a che il vecchio non parlasse, ma che si facesse capire solo per mezzo di segni. In me era scomparsa ogni ombra di imbarazzo e mi sentivo a mio agio nell'angusta stanza, godendo del bel panorama, protetto da vento e dalle intemperie. Il vecchio andava e veniva, io mi allontanavo quando ne avevo voglia e, poiché egli non sembrava amare i complimenti, spesso entravo senza neppure salutarlo, anche quando lo trovavo già nella stanza. In tal modo trascorremmo in pieno accordo un certo periodo di tempo.
Un pomeriggio d'autunno, quando ormai il sole era vicino a tramontare, avevo intenzione di andarmene senza salutare il vecchio, che quella volta studiava i suoi documenti con più zelo del solito. Avevo già la mano sulla porta ed egli si alzò dal tavolo, indicò le carte e mi diede ad intendere con dei cenni che, dopo averle guardate, avrei dovuto riporle nell'armadio, dopo di che uscì dall'altra porta che si trovava accanto all'armadio. Lessi le carte, che riguardavano questioni familiari, senza afferrarne del tutto il significato e, mentre volevo riporle nel piccolo armadio, mi venne in mente che il proprietario avrebbe potuto dirmi qualcosa di più e perché mi avesse affidato quei documenti. Mi diressi allora verso quella porta, che si era chiusa alle mie spalle, l'aprii, e quasi precipitavo giù dalla torre, poiché la porta si spalancò sul vuoto. Mi spaventai. Probabilmente un tempo quella torre era collegata con un altro edificio. Mi sentii turbato e mi allontanai subito da quel posto sinistro. Non riuscivo a spiegare neppure a me stesso che senso ci fosse in ciò che mi era accaduto.
Mi vergognavo a raccontare quanto era successo ad amici e conoscenti, poiché un distratto come me, nei momenti critici, quando pone in discussione una sua convinzione, perde sempre il senso della realtà e la sicurezza di ciò che ha vissuto.
Una persona qualsiasi può farmi impazzire respingendo o ponendo in dubbio cose viste proprio con i miei occhi appena il giorno prima, oppure apprese a scuola da ragazzo. Tutte le volte che ripensavo a quell'avvenimento mi percorreva un leggero brivido e dopo qualche tempo cercai di rimuoverlo dalla mia memoria. Non tornai più alla torre, e dirigevo i miei passi sempre nella direzione opposta, per non cadere in tentazione e risvegliare in me quel desiderio. Forse avrei potuto dimenticare completamente l'episodio, se una notizia che mi giunse all'orecchio non me ne avesse risvegliato il ricordo. Il magistrato, già da tempo proprietario di quel pezzo di terreno su cui si ergeva il rudere, aveva intenzione di farlo abbattere per costruirvi un qualche pubblico edificio, non so più a quale uso.
Allora mi tornarono alla memoria le carte che avevo visto scartabellare e leggere al vecchio e che io avevo dovuto riporre. Mi erano sembrate lettere e documenti importanti, ma non riuscivo più a ricordarne chiaramente il contenuto, poiché li avevo avuti troppo poco tempo fra le mani. Mi recai da Bauer, il mo amico giurista e, senza accennare al fantasma, gli narrai di come una volta avessi cercato ricovero dal cattivo tempo in quella torre e avessi scoperto al piano superiore, in un armadio, delle carte che potevano essere importanti e che non si sarebbe dovuto lasciar andare perdute o rovinate nella demolizione. Il mio amico, che mi conosceva bene, dapprima mi guardò pensoso, poiché la cosa gli appariva alquanto improbabile, ma poiché lo sollecitavo e lo informai di qualcosa che avevo creduto di leggere, decise, dopo qualche riflessione, di far venire da lui alcuni membri del Consiglio, e così venne stabilito che l'indomani di buon'ora si sarebbero recati colà per prendere in consegna legalmente quelle carte e per esaminarle. E così fu.
I signori del Consiglio da me guidati si misero in cammino accompagnati dal notaio; tutto doveva venire formalmente preso in consegna, registrato e sigillato. Con un po' di batticuore salii la stretta scala a chiocciola, non sapendo se di sopra avrei trovato quel vecchio ambiguo. I signori mi seguivano e quando, arrivato su, aprii loro la porta, tutti si meravigliarono di trovare una stanza ancora così ben conservata, poiché nessuno si era mai preoccupato della torre. Il vecchio che avevo temuto, nonostante questa volta fossi in sicura e numerosa compagnia, non era là.
La finestrella appannata aveva ancora tutti i vetri intatti, le due sedie e particolarmente il tavolo erano tarlati e minacciavano di ridursi assai presto in frantumi, le pareti della stanza circolare erano annerite dalla polvere e dal fumo; dopo che tutto venne doverosamente esaminato, mi si domandò dell'armadio a muro di cui avevo tanto parlato. Stavo lì muto e alquanto impacciato, poiché non lo scorgevo da nessuna parte, non vi era traccia alcuna di un simile arredo. Nel più grande imbarazzo, poiché i signori già cominciavano a ridere alle mie spalle, aprii con un violento scossone i cassetti del tavolo. Ma volarono fuori solo tarme, e i tarli, disturbati nel loro lavoro, correvano qua e là nella polvere gialla. Il mio imbarazzo era indescrivibile, a quegli uomini di legge dovevo sembrare un pazzo o un bugiardo. Battevo a tentoni sulle pareti e ricordavo chiaramente come l'armadio a muro fosse stato ben evidente, invece ora non si scorgeva da nessuna parte.
Mentre ci aggiravamo per l'angusta stanza, uno dei presenti aprì la seconda parte e si spaventò come me allora, quando davanti a sé altro non vide che il vuoto e il baratro. Lo tirai indietro e, nell'appoggiarmi al muro per sostenermi, la mia mano toccò un minuscolo bottone, quasi del tutto invisibile nella parete annerita, e improvvisamente, alla pressione della molla, una porticina si spalancò e tutti poterono vedere nel muro la profonda rientranza. Si stupirono enormemente ed io lessi allora sul volto di ciascuno le loro scuse nei miei confronti.
Tutte le carte vennero prese, contate, registrate alla presenza dei testimoni; erano documenti e lettere, e scoprii che il mio amico Bauer nell'esaminarle fuggevolmente assumeva un'espressione pensosa, come se gli sembrassero rilevanti.
Ridiscesi per primo le scale, non volendo nel modo più assoluto rinnovare la conoscenza con il mio omino in grigio, che forse, se fossi rimasto solo di sopra, mi avrebbe trattenuto.
Trascorsero alcune settimane. Si iniziò a demolire la torre, e quella contrada, solitamente così desolata, era ora animata da diversi operai. Osservavo l'andirivieni solo da lontano, perché quel luogo era diventato per me fatale, per quanto non potessi spiegarmene il motivo. Quando andai nuovamente a trovare il mio amico Bauer, egli mi disse: "Molte famiglie ti saranno grate, perché ora potranno concludersi a favore delle parti lese molti annosi processi. Pare che un vecchio, ricco possidente, morto nella zona, si fosse impadronito illegalmente con la corruzione e con i mezzi illeciti di documenti che gli permisero di appropriarsi indebitamente di alcune tenute; ciò è emerso anche da alcune lettere trovate durante lo spoglio dei documenti."
Nella sua casa aveva proprio allora luogo una riunione di esperti giuristi che discutevano la scoperta e si accingevano a darne comunicazione scritta ai nobili, il cui patrimonio era stato danneggiato da quell'uomo. Bauer rientrò nella stanza dove era in corso la riunione, ed io ero intento a osservare le incisioni alle pareti quando ebbi la sensazione di qualcuno alle mie spalle; mi girai di scatto, e con stupore scorsi il mio omino grigio, che mi sorrideva gentilmente e con la mano mi faceva segno di volermi ringraziare caldamente per quanto avevo fatto. Era lì, ben chiaro e distinto nella luce del tramonto: mai ero riuscito a vederlo così nitidamente, e mai avevo provato un tale sgomento da far tremare tutto il mio essere.
Quando mi riebbi, il fantasma era scomparso. Il mio amico mi trovò quasi privo di sensi e in uno stato febbrile. Allora gli narrai tutto. Era meno stupito di quanto avrei potuto aspettarmi da quell'uomo ragionevole.
"Non avevo voluto riferirvi prima", così mi confessò, "che a proposito di quella torre circolano da tempi fra la gente comune strane dicerie. Da sempre quel luogo era considerato invaso dagli spettri, e molti anni fa si pretese di avervi visto quell'uomo grigio, per questo gli abitanti del luogo evitavano l'edificio e i suoi dintorni. Si narrava che il patrimonio acquisito indebitamente non gli concedesse pace alcuna nella tomba. Resta pur sempre eccezionale che questa superstizione sembri confermarsi di quando in quando, e se una volta, in particolari circostanze, fosse concesso agli spiriti dei defunti di riapparire in forma visibile sulla terra, non sarebbe così impensabile, potendo credervi, presupporre che alcuni di questi spiriti sulla via della redenzione vogliano riparare, per quanto possibile, alle ingiustizie da loro commesse."
Così si espresse il mio amico, e per accertarci, sia io che lui, dell'apparizione, mi condusse nella casa di un pronipote, dove era raffigurato in un ritratto quel prozio. Era esattamente la stessa persona che mi era apparsa, e io rabbrividii davanti a quel ritratto, quasi come davanti al fantasma medesimo: questo vecchio Signore di Rupertsheim..."


Poesia Barocca del Seicento


Tratto da

 
Nota di Lunaria: avevo già trattato la Poesia Barocca; aggiorno lo scritto aggiungendo una breve introduzione. Giovanni Battista Marino è trattato, più estesamente, qui: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/11/i-versi-piu-belli-di-giovanni-battista.html https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2022/06/giambattista-marino-una-poesia-inedita.html
Preti e Fontanella, qui: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/la-rosa-la-lucciola-e-la-perla-nella.html
Per un'analisi comparata tra Marino, Petrarca e Tarchetti, vedi: http://intervistemetal.blogspot.it/2017/12/i-capelli-femminili-nellestetica.html 
Per le poetesse del Rinascimento e del Barocco: https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/le-poetesse-di-fine-cinquecento-e-del.html


Il Marino resta il rappresentante più significativo della nuova lirica barocca: la personalità letteraria in cui i caratteri tipici della Scuola assumono a tratti, valori poetici. Ma con lui si propongono all'attenzione dello studioso numerosi poeti: dai Marinisti, al Chiabrera, al Tassoni.
Il quadro di costoro, scrive Getto riferendosi ai Marinisti, non offre in realtà nessuna grande figura di creatore, nessuna di quelle rare personalità che, mentre ci lasciano il dono della loro opera, imprimono con essa sforzi e sviluppi nuovi alla storia: esso ci offre invece una schiera di sperimentatori, di inquieti analizzatori. Per effetto del programma poetico della meraviglia, lo scrittore barocco fruga la realtà, dilata il suo campo visivo, ed accoglie nel suo universo poetico motivi e figure, forme e sostanze, prima rimasti ignorati all'esperienza lirica.
Così appunto, nella storia della poetica marinista, l'oggetto cantato dal poeta si frantuma quasi e si spezza in una serie di infinite forme prospettiche, ciascuna carica di personali riflessi; e se non c'è novità lirica, esiste però una novità nella proposta dell'argomento e nell'abilità a scioglierlo attraverso la sollecitazione di fantastiche immagini.
Ciò è riscontrabile in ciascuna delle tre parti fondamentali in cui la poesia dei Marinisti può essere distinta: quella amorosa, quella encomiastica e quella sacra. Variare di bellezza, di situazioni, di ornamenti nella figura femminile: molteplicità incontabile di visioni naturalistiche, inaspettate e caratteristiche; forme celebrative ed elogiative di tipica incandescenza barocca. E come si diceva, anche la lirica sacra si dispone secondo questo ordine; forse mai come nel Barocco essa arriva a contenere il tormento per la caducità della vita e si costruisce di inquietudine arcana piuttosto che di luce di trascendenza.
Pur convinto, come il Marino e i Marinisti, che la poesia avesse il compito di meravigliare, fu Gabriello Chiabrera; ma "per il raggiungimento di scopi sifatti egli contava sull'effetto del sublime e dell'eroico di parata, anziché su quello dell'ingegnoso e del sorprendente, sulla solennità oratoria più che non sulla lussuria della immaginazione; anche se poi veniva ad incontrarsi con i Marinisti (specie nelle canzonette) nella tendenza a dissolvere i valori logici e affettivi della parola, in un indistinto fluido canoro."
Con la "Secchia rapita" invece Alessandro Tassoni si inserisce nella storia del genere eroicomico, che in quel tempo voleva essere opposizione al solenne e al fastoso, e peraltro, satira del costume contemporaneo.

Altro approfondimento, tratto da


Con il termine "barocco" da vario tempo si è soliti indicare, nella loro complessa varietà, tutti i mutamenti di stile nella letteratura, nelle arti figurative e nella musica, che intervennero alla fine del secolo XVI per esaurirsi nel movimento che derivò il nome, alla fine del Seicento, dall'Accademia Arcadia. Barocca fu anche designata un'età nel suo insieme, quindi non scompagnata dalla vita politica e sociale. Non è chiara, però, l'origine della parola "barocco": essa si ritrova con significato spregiativo per componimenti bizzarri e grotteschi, verso la metà del XVI secolo, ma fin dal Duecento veniva adoperata al posto di "sofisma".

Il tema dell'Amore nella Poesia Barocca

Tratto da


Spesso nel mondo della letteratura e dell'arte certi temi o certe forme espressive, frutto dell'elaborazione di uno scrittore, risultano così perfetti e hanno tanto successo da diventare un modello che resiste per secoli fino a quando un nuovo sistema di immagini e di forme non si sostituisca al precedente. Nel campo della poesia d'amore regnò incontrastato per circa due secoli, dal Trecento al Cinquecento, il modello petrarchesco
ovvero una poesia ispirata ad armonia, equilibrio, compostezza formale e caratterizzata da una rigorosa selezione tematica e linguistica. L'amore e la donna vi erano cantati non nella ricca varietà in cui ci si offrono nel mondo reale, ma in una ristretta gamma di immagini e di situazioni a cui corrispondeva sul piano espressivo una lingua lessicalmente limitata e semplice nelle strutture. L'ideale femminile coincideva con una figura di donna dai capelli biondi, altera e dolce, bella e fiera, collocata sullo sfondo di una natura primaverile che sembrava voler rendere omaggio alla sua bellezza.
Nel Seicento questo modello viene sottoposto a una serie di variazioni contenutistiche e formali che finiscono per trasformarlo radicalmente. Nasce una poesia che si propone la ricerca del nuovo a tutti i costi e di conseguenza rompe con la tradizione e con le limitazioni da essa imposte, alle quali viene sostituita l'esplorazione di tutte le infinite possibilità tematiche e linguistiche in un ritrovato contatto con gli innumerevoli aspetti del reale. La lirica d'amore si popola di una vasta gamma di tipi femminili: donne bionde, brune, rosse, vecchie, nane, nere, povere, ricche, mendicanti, balbuzienti, occupate a pettinarsi, cucire, bagnarsi nelle acque del mare, ochieggiare dalle persiane accostate. Si verifica insomma un allargamento della tematica amorosa: si cantano non solo donne di tutte le età ma anche singole parti del corpo femminile (nei, labbra, capelli) oggetti (ago, pettine, specchio), addirittura pulci e pidocchi che si annidano nelle chiome dell'amata. Dal canto suo il poeta innamorato "si esalta, si sdegna, passeggia sotto i balconi, balbetta, si adira, litiga, piange, fa le mille cose che facciamo nella vita reale e che il poeta classicista e petrarchista faceva forse nella vita, ma non poteva fare in poesia"

Alle novità dei contenuti corrisponde un arricchimento del linguaggio, non tanto a livello lessicale, quanto per quel che riguarda le relazioni inconsuete che il poeta riesce a creare tra i diversi aspetti della realtà. Strumento fondamentale di questa elaborazione poetica è la metafora che viene portata all'esasperazione allo scopo di creare immagini che suscitino meraviglia nel lettore. Una volta istituito un rapporto tra due aspetti della realtà, il poeta lo porta alle estreme conseguenze, operando una metamorfosi dell'immagine iniziale e un trasferimento di qualità e caratteri dal mondo naturale a quello umano e viceversa. Per esempio, se i capelli biondi e ondulati della donna vengono definiti "onde dorate", il poeta, sviluppando la metafora, trasforma la chioma femminile in un vero e proprio mare al quale dà movimento e concretezza visiva fino a desiderare di naufragare in esso.
Spesso il desiderio di trovare le metafore più ingegnose e bizzarre trasforma la poesia in un gioco intellettualistico freddo e artificioso che sfiora il cattivo gusto. Tale è la chiusa di un sonetto di Giuseppe Artale in cui il poeta, dopo aver paragonato i capelli della donna ad un fiume e gli occhi a due soli, vedendo la Maddalena piangente asciugarsi gli occhi con i capelli, dichiara che nel mondo non si è mai vista una meraviglia di tal genere, "Bagnar coi Soli ed asciugar co' fiumi". Partendo da due metafore tutto sommato convenzionali, lo scrittore ne ha creato una terza sicuramente nuova e bizzarra, che però non arricchisce né approfondisce la tematica amorosa, ma è solo un virtuosismo stilistico, un gioco intellettualistico arido fine a se stesso.

Nota di Lunaria: personalmente non sono d'accordo con questo giudizio sulla Poesia Barocca, che a me piace anche nei suoi "estremismi arditi".


Una selezione di poesie del '600

La poesia del '600 si differenzia da quella dei secoli precedenti perché per la prima volta compaiono meditazioni lugubri e sepolcrali, spessissimo vengono composte odi per la Morte, la Malattia o dei difetti estetici; ma non solo, spesso troviamo odi dedicati alla scienza (Galileo, Soldani), alla filosofia (Tommaso Campanella, G.B Vico) alla parodia del genere eroico, Tassiano o Ariostotesco ("La secchia rapita", "L'asino"... i cosidetti poemi "eroicomici"). Riporto qualche verso di poeti bravissimi...ovviamente è impossibile citare tutti i poeti con completezza, ma vi assicuro che meritano tutti di essere letti ed apprezzati...

Poesie e info tratte da


Il maggior periodo creativo della cultura spagnola è stato tra il XVI e XVII secolo, definito "Siglo de oro". è presente quindi una poesia sia rinascimentale che barocca, attraverso scuole quali la Salmantina (De Leon e De la Cruz) e la Sivilliana (Herrera) mentre il Barocco tragico si afferma con Gòngora e Quevedo (vedi anche https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2024/05/la-vita-e-sogno-di-pedro-calderon-de-la.html) mentre in Sud America troviamo il messicano De Balbuena, Suora Juana De la Cruz, De Ercilla, De Ona, in Colombia Camargo, in Equador De Evia, in Argentina De Tejeda, in Perù De Ayllon. In Portogallo famosissimi sono Camões (autore del genere epico con i "Lusiadi", dedicato alle imprese di Vasco da Gama) e Da Cruz, che sviluppano il tema della Saudade, cioè la solitudine, il rimpianto, la malinconia. Abbiamo poi De Melo, Gracian, Suor Violante Co Cèu e i brasiliani Gregorio de Matos, Teixeira, Ravasco e Oliveira.

Hernando de Herrera: "Io vo per questa solitaria terra"

Io vo per questa solitaria terra,
da antichi pensieri tormentato
fuggendo lo splendor del sol dorato
che dai suoi raggi puri mi disterra.

Il passo alla speranza mi si serra, da un'ardua vetta
a un bosco vo, intricato, con gli occhi ritornando
all'appartato luogo, solo principio di mia guerra
tanto ben mi ricorda la memoria,
tanto male mi mostra la presenza,
che vinto mi vien meno il cuore.

Spoglie crudeli della mia gloria,
sfiducia, oblio...

"Vo seguendo la forza del mio fato"

Vo seguendo la forza del mio fato
per questo campo sterile e nascosto;
tutto tace e non cessa il mio lamento,
e piango la sventura del mio stato.
Cresce il cammino e cresce la mia pena,
che mai il mio dolore pone in oblio.
Termina benchè lungo, infine, il corso,
ma non ha fine il male prolungato che vale
contro un mal sempre presente
appartarsi e fuggir, se nel ricordo si imprime
dimostrando freschi segni?
Amor vola con me e non consente ch'io
oblii, a mio scorno, quella storia
che aperse la strada alle mie pene.


Juan de Tarsis Y Peralta: "Silenzio, nel tuo sepolcro depongo"

Silenzio, nel tuo sepolcro depongo
roca voce, penna cieca, triste mano
al fin che il mio dolore
non canti invano
al vento dato e nell'arena scritto.
Tomba e morte d'oblio vo chiedendo,
benchè d'avvisi più che di anni bianco,
non altro che a ragion oggi m'arrendo
ed al tempo darò quanto mi tolgo.
Limiterò speranze e desideri e nell'orbe
di un chiaro disinganno
margini porrò brevi alla mia vita
alfin che non mi vincano gli agguati
di chi pretende procurar mio danno
e originò sì provvida partita.


Francisco de Quevedo Villegas: "Rappresenta la brevità di quanto si vive"

Ieri è passato
domani non è giunto
oggi sen va senza fermarsi, un punto;
sono un fui,
un sarò
ed un è stanco.
Nell'oggi, nel domani, in ieri unisco
fasce e sudario e così rimango
presente successione di defunto.

Chiuder potrà i miei occhi l'ultima
ombra che mi reca il bianco giorno
e sciogliere potrà quest'alma mia
ora al desio ansioso lusinghiera...
... Non lascerà memoria, dove ardeva;
navigar sa la mia fiamma l'acqua fredda
perder rispetto a legge sì severa.


Violante do Cèu: "Decimas"


Cuore, non voglio più soffrire
poniamo fine ad ogni tormento
un disprezzo già subito
non può essere ripetuto.


Bernardo Vieira Ravasco: "Glossa a un sonetto"

Ho sperato e la speranza è morte amara,
solo forza d'amore puro può reggere
di dolorosa assenza il duro peso
che solo il nome d'amore diventa greve.
Mai mi sembrò speranza tanto grande
avere in cambio un tanto breve bene.
... Lacrime, che dagli occhi van cadendo
mai mi sembrò dolenti ore
causa del mal che ora sto soffrendo
allorchè sol nell'avervi avevo sostentamento
che voi avreste mutato tanto in fretta.


Luis de Camões: I Lusiadi, Canto III 

Piansero gli alti monti e promontori
dei fiumi il letto si gonfiò di pianto
che per i campi dilagò fuori
inzuppando di lacrime ogni canto.
Fame delle vittorie, dei furori,
del suo grande valor diffusa è tanto
che chiaman sempre, nel suo regno invano,
"Alfonso, Alfonso" gli echi lontano.
Tu solo pur amor, col laccio forte,
che i cuori umani saldamente intrica,
sei stato la cagion della sua morte,
come se lei ti fosse aspra nemica.
Se dir si può che non c'è stato, O Sorte,
che tu risparmi nella tua fatica,
è, crudele amor, perchè, duro tiranno,
cerchi il sangue dell'uomo ed il suo danno.

In questi versi, invece viene descritta la morte di Inès:

Così d'Inès l'eburneo collo spezza
l'arma, contaminando la divina
forma, che vinto con la sua bellezza
aveva chi l'eleggerà regina.
Le spade macchia e il bianco sen l'asprezza
del sangue, mentre il capo ella reclina.


"Sonetto"


Muoia o perisca il giorno in cui io nacqui
e mai più il tempo a noi lo riporti,
e più non torni sul mondo e, se tornasse,
in quel punto il Sol abbia un'eclissi.
La luce gli manchi, il Sole gli si oscuri,
mostri il Mondo i segni della fine, nascano mostri
e piova sangue il cielo, madre più non conosca il proprio figlio.
La gente attonita e ignara, pallida e con le lagrime negli occhi
pensi che già il mondo va in rovina.
La gente timorosa non s'accori ch'oggi
dal Mondo si partì la vita
più disgraziata che giammai si vide!


Gregòrio de Matos Guerra: "Riflessione sul giorno del Giudizio Universale"

La gioia del giorno attristato.
Il silenzio della notte turbato.
Lo splendore del Sole eclissato
e il lucore della Luna offuscato.
Rompa in un gemito tutto il creato:
che è di te, Mondo?
Dove ti sei fermato?
Se tutto in quell'istante
è ormai finito, tanto importa
il non essere quanto l'esser stato!
Suona la tromba della maggior altezza,
quella che ai vivi e morti reca avviso di sventura
agli uni e di ventura agli altri.
Termina il mondo perchè così deve essere.
Si levin i morti
e lascin la sepoltura,
perchè è giunto
Il Giorno del Giudizio!      


Fray Hortensio Paravicino: "A degli occhi neri"

Ahi occhi!
Siete lame, benché nere,
di tempra toledana, che di sangue
delle anime arrossate, morte,
lasciate il corpo, strana mano,
terribil colpo e forte
che con nera spada
date morte.


Rodrigo Caro: "Canzone alle rovine d'Italia"


Ma perché la mente si diffonde nel cercar
al dolore nuovo argomento?
Basta esempio minor,
basta il presente...
Mostra del suo sepolcro
alcuni segni e scaverò
con lacrime le rocce
che celano il Sarcofago Santo...


Theophile De Viau: "Ode: la Solitudine"

Un freddo e tenebroso silenzio
dorme all'ombra di questi olmi
e i venti scuotono i rami
con un'amorosa violenza.

L'ossifraga e il gufo vengono ad appollaiarvisi.
Qui vivono i Lupi Mannari... mai la giustizia corrucciata ricerca qui dei criminali.


Angelus Silesius (un mistico tedesco):

"La quiete è uguale all'eterna notte; nulla è simile al nulla più di quiete e solitudine. Perciò le vuole il mio volere, se pur vuol qualcosa."


Theodore Agrippa D'Aubignè:  "La Primavera"

Cerco i deserti, le rupi sperdute,
le foreste inesplorate, le querce cadenti,
ma odio le foreste dal folto fogliame,
i luoghi abitati, le strade polverose.
Piacemi mirar il ramo di bellezze disadorno,
calpestar il fogliame disteso dal vigore del'autunno e il loro dorato color.
Senza speranza mi offre il piacer dell'immagine della Morte.
Così come il tempo farà tremare senza posa
una gelida primavera
e un anno tempestoso
così prima del tempo
una fredda vecchiaia fin dalla mia giovinezza
i miei capelli imbianca.
Se talvolta spinto da un desiderio impaziente
vado a sfogar nei boschi il mio furore,
appassionandomi per la morte di una bestia innocente,
o spaventando le acque e i monti
con la mia voce, mille uccelli notturni
mille canzoni mortali,
mi circondano con volo ordinato,
sopra di me,
mentre l'aria, per contro, afflitta dai miei lamenti,
si oscura di gufi e di corvi all'intorno.
Le erbe appassiranno sotto i miei piedi
vedendo miseri occhi i cui tristi sguardi
recideranno i fiori e celeran tra le nubi la Luna,
il Sole e gli astri all'intorno.
La mia presenza asciugherà le fontane e gli uccelli in volo cadranno
ai miei piedi oppressi dalla violenza dei miei acuti dolori.
O mio Dolore, soffocami al par di loro.


Honorat De Bueil de Racan: "Pastorale"

Come questa notte trascorre lunga e fastidiosa!
Nient'altro mi appare che l'oscurità della notte
e il suo livido pallore tinge i campi e i prati d'un solo colore: e l'oscurità che il mondo intero avvolge.
Veri fantasmi orrendi,
dalle incorporee forme,
visitano liberi la dimora dei morti...


La Poesia Italiana del '600

Possiamo dividere le tendenze della poesia italiana barocca in:

- Marino e i Marinisti (più innovativi, anche nei temi trattati)

- Chiabrera e i Classicisti (legati a schemi compositivi rinascimentali e tassiani)

I versi che ho riportato sono una breve rassegna dei temi della Poesia del '600; sono anche frequenti Poesie dedicate alla Morte, agli insetti (pulci, farfalle, mosche..) e perfino alle lezioni di anatomia e agli aborti come nella poesia di Bartolomeo Dotti e ai nani (in Bernando Morando). Al di là  delle classificazioni, riporto dei bellissimi versi...


Poesie tratte da "Poesia Italiana - il Seicento" edito da "I grandi libri Garzanti"


Giambattista Marino: "Delirio amoroso"

Serpe sembri al feria che ben ascose stan sovente le serpi in fra le rose...


"Al Sonno"

O del silenzio figlio, e de la notte,
padre di vaghe immaginate forme,
sonno gentil, per le cui tacite orme son l'alme al ciel d'amor spesso condotte.
Or che'n'grembo a le levi ombre interrotte
ogni cor, fuor che'l mio, riposa e dorme,
l'erebo oscuro, al mio pensier conforme lascia ti prego
e le cimmerie grotte, e vien col dolce tuo tranquillo oblio
e col bel volto in ch'io mirar m'appago,
a consolare il vedovo desio
ché se ite (1) la sembianza,
onde son vago, non m'è dato goder,
godrò pur io
de la morte, che bramo, l'imago.

(1) andate
 

"Eco"

Le mie parole ascolta da quest'ombrosa grotta.
Ma non ridere altrui ciò ch'io ragiono.
Tu, da le membra sciolta, voce flebile e rotta,
accogli pur de le mie voci il suono:
ma se care ti sono,
teco le chiudi e serba.
E questa pietra oscura, che a te fu sepoltura
e de la pena tua grave ed acerba
ancor freme e rimbomba del mio dolor ti sia tomba.


"La lucciola"

Già l'ombra de la terra si dilata per tutto.
Ecco, d'intorno un denso umido velo,
la gran faccia del cielo ricopre
e folta nebbia occupando le piagge imbruna i colli.
Vedi la luccioletta, fiaccola del contado
e baleno volante.
Viva favilla alata,
viva stella animata
pur come ne le piume abbia il focile vibrando
per le siepi ali d'argento
e foco alternar le scintille.
è tempo ormai verso l'ovile,
a passi corti e lenti, di ricondur gli armenti.


"Era già notte"

Era già notte, e lo stellato velo
coprian le nubi d'ogn'intorno accolte,
e fioccando cadean dall'alto cielo
falde di neve in mille giri avvolte,
e Borea (1), il crudo apportar del gelo,
avea le briglie al suo furor disciolte,
onde in quel punto, al tempestar del verno,
parea la notte un tenebroso inferno.
Ed era ormai vicin l'ora fatale,
che la mia bella mi promise un giorno
di dar ristoro al mio dolor mortale,
pria che l'alba facesse in ciel ritorno;
quindi lava al mio cor piaga letale
il ciel, che, tempestoso d'ogni intorno,
parea che oscuro e d'atra invidia pieno
gir (2) mi negasse a la mia cara in seno.
Ma, giunta l'ora, invan l'aria tempesta,
invan soffiano i venti e le procelle,
che punto l'andar mio già non arresta
furor d'inverno e oscurità di stelle;
là me ne vo, dove aspettando desta
Lilla sen sta con due fidate ancelle,
e, giunto alfin, con un sospir cocente
dò il segno che m'impose ed ella il sente. [...]
Tocca l'avida man le mamme (3) intatte,
e si riscalda dentro quel sen cocente,
e le dita dal gel quasi disfatte
vengon di fuoco a meraviglia ardente,
e mentre impressa in quell'eburneo latte
or l'una mamma stringo, ed or sovente
provo dolcezza tal, che il cor vien meno
tra gli alabastri di quel bianco seno.

(1) vento di settentrione
(2) andare
(3) mammelle


Cesare Rinaldi:  "Amor verace"

Sciogli, ardito nocchier,
vela d'argento, sopra nave di perle e d'or con testa,
né temer d'atre (1) nubi, atra tempesta,
o strider d'onda o strepitar di vento...

(1) oscure


"Tornavan gli Austri" (1)

Tornavan gli austri in densa nube
e'l gelo piovea fuoco, a l'un l'altro consorte.
Chiuso l'uso d'argento, apria le porte ai mostri
de la notte orrido il cielo,
tessean per l'aria al crin d'Aletto (2)
un velo mille gran serpi in mille globi attorte. 
Spiravan gli antri e l'aure Orror di Morte
e pregnante di tosco (3) era ogni stelo.

(1) venti del Sud
(2) personaggio mitologico
(3) veleno


Girolamo Preti: "Rose impallidite" http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/la-rosa-la-lucciola-e-la-perla-nella.html

Ite (1) in dono a colei, pallide rose,
a cui l'alma donai senza mercede;
e poi che'l mio penar non cura, o crede,
siate del mio morir nunzie amorose.
Vidi voi d'ostro (2) già tinte e pompose;
d'ostro che 'l labro suo forse vi diede.
Ora il pallor di Morte in voi si vede,
imitatrici del mio duol pietose.
Dite se pur vi mira e se v'accoglie
ch'io son mal vivo e sarò tosto esangue come voi,
moribonde aride foglie;
e se'l vostro color pallido langue,
ella ravvivi l'odorate spoglie
con l'onda del mio pianto e del mio sangue.

(1) andate
(2) color porpora



Marcello Giovanetti: "Donna ch'innaffiava i fiori di mattina"

Vedi Nice colà
sul verde stelo que' languidetti fiori che fatti pria
di sue bellezze avari entro i notturni orrori
eransi ascosi in tenebroso velo,
or mentre scarsi umori tu de' la gelida urna
sovra lor versi con la mano eburna
apron le foglie e'l vago stel s'infior imaginando
che sii tu l'aurora.

"Loda una chioma nera"

Chiome, qualor disciolte, in foschi errori de la fronte vi miro in giù cadenti, e velate al mio Sol gli aurei splendori, siete nubi importune, ombre nocenti (1)

(1) fastidiose




Ludovico Tingoli: "Brutta donna adorna di gran gioie"

Costei cui sol di tenebre e d'orrori, Natura acherontea veste e circonda, osa intorno spiegar quanti ne l'onda del Gange e del Pattol (1) nascon fulgor.
Spargono le chiome e 'l labbro ombre e squallori e d'oro e di rubini il braccio abbonda, invece che lo sguardo i rai (2) diffonda
sfavillano dal sen compri splendori la perla, onde la bocca orba notteggia. A l'orecchia plebea quasi per scherno pende,
ed intorno al nero collo albeggia.
Ma che stupir, s'è pur decreto eterno ch'ove ricco tesoro arde e lampeggia, ivi custode sia spirto d'Averno?

(1) fiume
(2)  raggi


Gianbattista Manso: "Solfataria di Pozzuoli"

Nuda, erma (1) valle,
a cui taciti orrori accrescon tema ombre solinghe oscure;
sulfuree rupi, acque bollenti,
impuri sanguigni fiumi e tenebrosi ardori
voi ch'in parte apprendeste i miei dolori
degli accesi sospiri, e l'aspre cure
del largo pianto che disfar le dure selci
potè co' suoi continni umori.

(1) nascosta


Giuseppe Battista: "Amante che si paragona a una cicala"

Del vivere mio l'insolito tenere purtroppo al tuo somiglianza
ha vera, o tu, che flagellando
a le sonore sei de le bionde ariste (1)
atra furiera.
Tu sei de' boschi abitatrice altera, ed io ermi recessi amo l'orrore.
Tu delle membra tue la spoglia hai nera, a me tinge l'aspetto
egro(2) pallore,
talora hai tu dal ferro il petto inciso di parto arciero
ed io dall'arco intanto porto del Dio ch'è cieco il cor diviso
e gli ardori del sol tu formi il canto,
ed io le mie querele a' rai d'un viso,
tu vivi di rugiada ed io di pianto.

(1) spighe
(2) malato


Bartolomeo Tortoletti:  "Fiori conservati nel freddo"

Orrido verno (1)
intorno estinti, O mio bel foco, ha tutti i fiori;
quelli del tuo soggiorno sovran soli ai gelidi rigori.
Qual meraviglia, o Clori? (2)
I gigli e le viole gelar non ponno ov'è perpetuo il Sole."

(1) Inverno
(2) é nome poetico di donna


Gabriello Chiabrera:  "L'Erminia"
(poemetto basato sui personaggi del Torquato Tasso)

"Ed ecco Erminia, che in negletti veli, sangue real, quasi lugubre ancella, li move incontra, e colle ciglia oscure di lagrimosa nube, a lui s'inchina (1) e dolente il saluta...

(1) a Tancredi

Qui è descritto il suicidio di Erminia:

"Va per aspre pendici e va per monti, nociv'erbe cogliendo, ond'ella preme licor temuto di mortal veleno (1)
... e le purpuree labbra del tosco asperse (2) e quell'orrido succo mandò nel petto a saziarne il core."

(1) raccoglie erbe velenose e le spreme per ricavarne un veleno
(2) e beve il veleno


"Belle rose porporine"

Belle rose porporine (1),
che tra spine
sull'aurora non aprite; (2)
ma, ministre degli amori,
bei tesori
di bei denti custodite. [...]
Belle rose, o feritate, (3)
o pietate
del sì far la cagion sia,
io vo' dire in nuovi modi
vostre lodi,
ma ridete tuttavia.

(1) Allusione alle labbra della donna
(2) non sorridete
(3) crudeltà

Per altre poesie, vedi: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/i-versi-piu-belli-di-gabriello-chiabrera.html

Giovanni Canale

Tu che dal riguardarmi orror apprendi
timido parti e la mia vista abborri,
arresta il piede e la mia voce intendi:
se movi il piede, in grave error già incorri.
Come a fragil beltà perduto attendi
che sarà qual son io,
pensa e discorri;
un punto mi mutò da un punto pendi,
e col tempo, che vola, a morte corri.
Begli occhi, vago crin, guance rosate,
amabil mi rendeano
e in un momento divenni schifa polve,
ossa spolpate.
A macchinar disegni, io vissi intento.
Ma i disegni, i pensieri e la beltate al mio estremo
spariron in vento.  


Ciro di Pers (1599-1663) ci propone un'allegoria tra l'orologio che scandisce le ore che passano e la Morte:

"Orologio da rote" o "Mobile ordigno"

Mobile ordigno di dentate rote (1)
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note (2)
a chi leggere le sa: "Sempre si more".
Mentre il metallo concavo (3) percuote,
voce funesta mi risuona al core,
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.
Perch' io non speri mai riposo o pace,
questo che sembra in un timpano e tromba
mi sfida ognor contro l'età vorace (4)
e con que' colpi onde 'l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s'apra ognor picchia alla tomba. (5)

(1) L'orologio qui in questione è di quelli che battono le ore ed evidenzia quindi tanto più la sua funzione di ammonitore del tempo che passa inesorabile e avvicina alla resa finale dei conti.
2) con lettere di cupo significato.
3) allude alla campanella della suoneria.
4) che tutto divora.
5) bussa di continuo sulla tomba perché si apra.


"è la vita mortale vana ombra che passa... misera sorte umana
e che cosa è qua giù che non sia vana?"


"Bella piangente"

Questa bella crudel, che'l cor mi ha tolto di lacrimoso umor,
stille spargera
e mentre in que' begli occhi amor piangerà
ridevan rugiadosi i fior del volto.
Forse quel ghiaccio, che nel seno accolto
contra il foco d'amor rigida avea
mentre a lei presso il mio gran foco ardea
di que' begli occhi fuor stillò disciolto.
Son miracoli vostri, o luci belle,
che ne fate veder, gentil stupore,
fiumi da fiamme uscir, stille da stelle.
Ah, che ne spera in van ristoro il core
poichè rassembran acque e son fiammelle
e sta nascoso in quell'umore amore. 


Claudio Achillini: "Collana di croci nere al collo della sua donna"

Sparge Amarilli (1) mia
di nere croci del seno il latte
ond'io con la vista nudriva un bel desio.
Deh, che sperar più deggio misero me!
Se veggio scritto, mirando, in sì bel foglio intento
con caratteri infausti il mio tormento?

(1) è un nome mitologico 


Maffeo Barberini: "Sopra le stimmate di San Francesco"

In quest'orror
dove di gelid'ombra copron abeti e faggi
intorno il suolo...


Giacomo Lubrano: "Terremoto orribile accaduto in Napoli nel 1688"

Mortalità,
che sogni? Ove ti ascondi
se puoi perire a un alito di fato?
Dei miracoli tuoi il fasto andato or né men scopre
inceneriti i fondi...
A' troni ancora, a' templi è base il loto (1):
su le tombe si vive;
e spesso atterra le nostre eternità
breve tremoto.

(1) fango


Fra Bartolomeo da Salutio: "Dal più profondo abisso"

Dal più profondo abisso
io grido e chiamo a Dio,
che mi ha creato ed ei si tace.
Né mi risponde, mentre io chiedo pace.
E gli do segni ancor ch'io'l colo (1) ed amo.
Gli dico che per lui vaneggio
e bramo stretto con seco (2) unirmi
ed il fallace mondo voglio fuggir,
ché sì mi spiace,
a Lui sospiro e piango e Lui chiamo.
Misero me che le divine orecchie
trovo serrate alle mie voci al grido,
né pur m'ascolta Dio
né pur mi guarda.
O alma mia perversa empia e bugiarda
O mio maligno core empio ed infido
convien che ad altre croci or t'apparecchi.

(1) desidero
(2) con lui



Gustavo Adolfo Bécquer "Il Raggio di Luna (leggenda di Soria)", 1862



Io non so se questa è una storia che sembra favola o una favola che sembra storia; quello che posso dire è che c'è una verità nel suo fondo, una verità molto triste, della quale forse io sarò uno degli ultimi ad approfittare, data la mia capacità di immaginazione.
Con questa idea un altro probabilmente avrebbe scritto un volume di filosofia lacrimosa; io ho scritto questa leggenda con l'idea che coloro che non riusciranno a trovarci niente sotto la superficie possano almeno divertirsi un poco.


I

Era nobile, era nato tra il frastuono delle armi, e l'insolito clamore di una tromba di guerra non gli avrebbe fatto alzare il capo neanche per un istante, né staccare gli occhi un secondo dall'oscura pergamena nella quale leggeva l'ultima cantiga di un trovatore.
Chi lo voleva trovare non lo doveva cercare nello spazioso cortile del suo castello, dove i palafrenerie domavano i puledri, i paggi addestravano i falconi al volo e i soldati trascorrevano i giorni di riposo ad affilare il ferro della lancia su una pietra.
"Dove sta Manrique, dov'è il vostro signore?" chiedeva qualche volta sua madre.
"Non sappiamo", rispondevano i suoi servitori. "Forse sarà nel chiostro del monastero di Peña, seduto sul bordo di una tomba, con la speranza di cogliere qualche parola della conversazione dei morti, o sul ponte, a vedere scorrer via una dietro l'altra le onde del fiume sotto gli archi; o rannicchiato nella spaccatura di una roccia e intento a contare le stelle del cielo, a seguire una nube con gli occhi o a contemplare i fuochi fatui che passano come fulmine sulla superficie dei laghetti. Si troverà da qualunque parte, ma non dove sta il resto del mondo."
Effettivamente Manrique amava la solitudine e la amava a tal punto che qualche volta avrebbe desiderato non avere ombra, affinché la sua ombra non lo seguisse dappertutto.
Amava la solitudine perché, dentro di sé, dando briglia sciolta all'immaginazone, costruiva un mondo fantastico, abitato da bizzarre creature, figlie dei suoi deliri e delle sue illusioni di poeta, perché Manrique era poeta; infatti mai si era sentito soddisfatto delle forme nelle quali poteva racchiudere le sue idee, e mai le aveva racchiuse nello scriverle.
Credeva che tra le braci rosse del focolare abitassero spiriti di fuoco dai mille colori, che correvano come insetti d'oro lungo i ceppi roventi o danzavano in un luminoso cerchio di scintille in cima alle fiamme, e passava ore intere seduto su uno sgabello vicino all'alto camino gotico, immobile e con gli occhi fissi nel fuoco.
Credeva che sotto le onde del fiume, tra il muschio della sorgente e sopra i vapori del lago, vivessero delle donne misteriose, fate, silfidi o ondine, che gemevano e sospiravano o cantavano e ridevano nel monotono mormorio dell'acqua, mormorio che ascoltava in silenzio, cercando di tradurlo.
Fra le nubi, nell'aria, nel folto dei boschi, nelle crepe dei massi, si immaginava di intravedere forme o di ascoltare suoni misteriosi, forme di esseri soprannaturali, parole indecifrabili che non poteva capire.
Amare! Era nato per sognare l'amore, non per sentirlo. Amava tutte le donne per un istante: questa perché era bionda, quella perché aveva le labbra rosse, l'altra perché camminando oscillava come un giunco.
Qualche volta, nel suo delirio, arrivava al punto di restare una notte intera a guardare la luna, che galleggiava nel cielo immersa in un vapore argenteo, o le stelle, che tremolavano lontano come le sfaccettature delle pietre preziose. In quelle lunghe notti di poetica insonna esclamava:
"Se è vero, come mi ha detto il priore della Peña, che è possibile che questi punti di luce siano dei mondi; se è vero che in questo globo di madreperla che ruota sopra le nuvole dimorano delle genti, che donne stupende saranno le donne di queste regioni luminose! E io non potrò vederle, e io non potrò amarle... Come sarà la loro bellezza?... Come sarà il loro amore?..."
Manrique non era ancora pazzo al punto che i ragazzi gli dessero la baia, però lo era abbastanza per parlare e gesticolare da solo, ed è così che si comincia.


II

Sopra il Duero, che scorre lambendo le pietre sgretolate e scure delle mura di Soria, c'è un ponte che unisce la città dell'antico convento dei Templari, le cui proprietà si estendevano lungo la sponda opposta del fiume.
Nell'epoca di cui parliamo, i cavalieri dell'Ordine avevano ormai abbandonato le loro storiche fortezze; però erano ancora in piedi i resti dei larghi torrioni delle mura; ancora si vedevano, come in parte si vedono oggi, coperti di edera e di campanelle bianche, i massicci archi del chiostro, le estese gallerie ogivali delle piazze d'armi, nelle quali sospirava il vento con un gemito, agitando le erbe alte.
Negli orti e nei giardini, i cui sentieri già da molti anni non erano calpestati dai religiosi, la vegetazione, abbandonata a se stessa, dispiegava tutte le sue grazie, senza il timore che la mano dell'uomo le mutilasse credendo di abbellirla.
Le piante rampicanti si inerpicavano lungo i vetusti tronchi degli alberi; gli ombrosi viali di pioppi, le cui cime si toccavano e si confondevano tra loro, erano coperti da un tappeto erboso; i cardi selvatici e le ortiche germogliavano in mezzo ai trascurati sentieri e tra i resti degli edifici prossimi a crollare, il sisimbrio, oscillando al vento come il pennacchio di un cimiero, e le campanelle bianche e azzurre, dondolandosi come in un'altalena sui lunghi e flessibili steli, annunziavano la vittoria della distruzione e della rovina.
Era notte; una notte d'estate, tiepida, piena di profumi e dolci mormorii, e con una luna bianca e serena al centro di un cielo azzurro, luminoso.
Manrique, l'immaginazione catturata da una vertigine di poesia, dopo aver attraversato il ponte, dal quale contemplò per un attimo il nero profilo della città, che si stagliava sul fondo di alcune nubi biancastre e leggere arrotolate all'orizzonte, si addentrò fra i ruderi deserti dei Templari.
Stava per scoccare la mezzanotte. La luna, che lentamente si era alzata, era arrivata ormai al punto più alto del cielo quando, nell'imboccare uno scuro viale di pioppi che portava dal chiostro in rovina alla sponda del Duero, Manrique emise un grido, un grido tenue, strozzato, mescolanza insolita di stupore, di paura e di giubilo.
In fondo all'ombroso viale aveva visto muoversi una cosa bianca, che svolazzò un istante e sparì nell'oscurità. L'orlo della veste di una donna, di una donna che aveva attraversato il sentiero e si nascondeva tra il fogliame nello stesso istante in cui il pazzo sognatore di chimere e utopie penetrava nei giardini.
"Una donna sconosciuta!... In questo luogo!... A quest'ora! Questa, questa è la donna che io cerco", esclamò Manrique; e si lanciò al suo inseguimento veloce come una saetta.
  

III

Arrivò nel punto in cui aveva visto perdersi nel folto dei rami la donna misteriosa. Era sparita. Dove? Laggiù, lontano, molto lontano, credette di scorgere tra il fitto incrociarsi dei tronchi un chiarore o una forma bianca che si muoveva.
"è lei, è lei, ha le ali ai piedi e fugge come un'ombra!", disse, e si precipitò a cercarla, scostando con le mani le ragnatele di edera che si stendevano come un arazzo tra i pioppi. Facendosi largo attraverso i roveti e le piante, arrivò fino a una specie di radura illuminata dal chiarore del cielo... nessuno!
"Ah, ecco, va di qua, di qua", esclamò allora. "Odo i suoi passi sopra le foglie secche, e il fruscio del suo vestito, che sfiora il terreno e accarezza gli arbusti", e correva, correva come un pazzo, di qua e di là e non la vedeva. "Ma continuano a risuonare i suoi passi" mormorò un'altra volta. "Credo che abbia parlato; non c'è dubbio, ha parlato... Il vento, che sospira tra i rami; le foglie, che sembrano pregare a voce bassa, mi hanno impedito di udire le sue parole; ma non c'è dubbio: va per di là, ha parlato... ha parlato... in che lingua? Non so; ma è una lingua straniera..."
E ricominciò a correre al suo inseguimento. Fatica inutile. Una volta credendo di vederla, un'altra pensando di udirla; ora notando che i rami tra i quali era sparita si muovevano, ora immaginando di scorgere per terra l'orma dei suoi piedi minuti; subito dopo fermamente persuaso che un profumo speciale, che a momenti si percepiva, era un'aroma appartenente a quella donna che si burlava di lui, compiacendosi di sfuggirgli tra quegli arbusti intricati.
Vagò alcune ore da una parte all'altra, fuori di sé, prima fermandosi ad ascoltare, dopo scivolando silenziosamente sull'erba, e infine in una corsa frenetica e disperata.
Camminando, camminando dentro gli sconfinati giardini che costeggiavano la riva del fiume, arrivò finalmente ai piedi delle rocce sulle quali si innalza il santuario di San Saturio.
"Forse da questa altura potrò orientarmi per continuare le mie ricerche dentro questo confuso labirinto", esclamò, arrampicandosi di roccia in roccia con l'aiuto della sua daga.
Arrivò in cima. Da lì si vede la città in lontananza e una gran parte del Duero, che si snoda ai suoi piedi, trascinando una corrente impetuosa e scura tra le tortuose sponde che lo imprigionano.
Manrique, raggiunta la sommità delle rocce, girò lo sguardo tutto intorno, ma nel girarlo e fissarlo alla fine di un punto, non poté trattenere una bestemmia.
La luce della luna brillava nella scia di una barca che a tutta velocità si dirigeva verso l'altra riva.
In quella barca aveva creduto di intravedere una forma bianca e leggiadra, senz'altro una donna, la donna che aveva visto ai Templari, la donna dei suoi sogni, la realizzazione delle sue speranze più pazze. Scese giù dalle rocce con l'agilità di un daino, scagliò a terra il berretto, la cui piuma ricurva e lunga poteva intralciarlo nella corsa e liberandosi dell'ampia mantellina di velluto, si slanciò come un fulmine verso il ponte.
Pensava di attraversarlo e arrivare alla città prima che la barca toccasse la sponda. Che follia! Quando Manrique arrivò, ansante e madido di sudore, all'entrata, coloro che avevano attraversato il Duero dalla parte di San Saturio entravano già a Soria da una parte delle porte della muraglia, che in quel tempo arrivava fino al margine del fiume, nelle cui acque si specchiavano i suoi scuri merli.


IV

Svanita la sua speranza di raggiungere coloro che erano entrati dalla posterla di San Saturio, non per questo il nostro eroe perse le speranze di sapere quale casa della città poteva alloggiarli. Con questa idea fissa penetrò nell'abitato e, dirigendosi verso il quartiere di San Juan, cominciò a vagare a casaccio per le strade.
Le strade di Soria erano allora, e lo sono ancora, strette, buie e tortuose.
Un silenzio profondo regnava in esse, silenzio solo interrotto ora dal lontano latrato di un cane, ora dal rumore di una porta che si chiudeva, ora dal nitrito di un destriero che, scalpitando, faceva risuonare la catena che lo assicurava alla mangiatoia, nelle scuderie sotterranee.
Manrique, con l'orecchio attento a questi rumori della notte, che alle volte gli parevano i passi di qualuno che svoltava l'angolo di un vicolo deserto, altre volte, gli sembravano voci confuse di gente che parlava alle sue spalle e che ogni momento egli si aspettava di vedere al suo fianco, per alcune ore corse a caso da un posto all'altro.
Alla fine, si fermò vicino a una grande casa in pietra, scura e antichissima, e nel fermarsi i suoi occhi brillarono d'una espressione di allegria indescrivibile. Ad una delle alte finestre ogivali di quello che potremmo chiamare un palazzo, si vedeva un raggio di luce tenue e soave, che passava attraverso leggere tende di seta rosa e si rifletteva nel muro nerastro e screpolato della casa di fronte.
"Non c'è dubbio; qui abita la mia sconosciuta", mormorò il giovane a voce bassa e senza staccare un attimo gli occhi dalla finestra gotica, "abita qui... è entrata per la posterla di San Saturio... dalla posterla di San Saturio si arriva in questo quartiere... in questo quartiere c'è una casa dove, passata la mezzanotte, ancora c'è gente che veglia... che veglia. Chi se non lei, che ritorna dalle sue escursioni notturne, può vegliare a quest'ora?... Non c'è altro da dire: questa è la sua casa."
Persuaso fermamente di questo e mulinandogli nella testa le più pazze e fantastiche idee, aspettò l'alba davanti alla finestra gotica, che restò illuminata tutta la notte e dalla quale egli non staccò lo sguardo un istante.
Quando spuntò il giorno, le massicce porte dell'arcata che dava accesso alla grande casa - sopra la cui chiave di volta si vedevano scolpiti i blasoni del proprietario - girarono pesantemente sui cardini, con un cigolio prolungato e acuto. Un domestico apparve sull'uscio con un mazzo di chiavi in mani, fregandosi gli occhi e mostrando nello sbadiglio una chiostra di denti capaci di far invidia a un coccodrillo.
Per Manrique vederlo e precipitarsi alla porta fu tutt'uno. "Chi abita in questa casa? Lei come si chiama? Di dov'è? Perché è venuta a Soria? Ha marito? Rispondi, rispondi, animale;" questo fu il saluto che, scuotendogli il braccio con violenza, rivolse al povero domestico, il quale, dopo averlo guardato per un bel po' di tempo con occhi spaventati e sorpresi, gli rispose con voce strozzata per lo stupore:
"In questa casa vive l'onoratissimo signore don Alonso de Valdecuellos, il maggiore battitore di nostro signore il re, il quale, ferito nella guerra contro i Mori, si trova in questa città per rimettersi dalle sue fatiche."
"Ma, e sua figlia?" interruppe il giovane, impaziente. "Sua figlia, o sua sorella, o la sua sposa, o quello che sia?"
"Non ha una donna con sé."
"Non ha una donna!...Allora chi dorme là in quella camera, dove ho visto ardere per tutta la notte una luce?"
"Là? Là dorme il mio signore don Alonso che, siccome è malato, tiene accesa la lampada finché albeggia."
Un fulmine che fosse caduto all'improvviso ai suoi piedi non gli avrebbe causato più meraviglia di quella che gli causarono queste parole.


V

"Io la devo trovare, io la devo trovare, se la trovo sono quasi sicuro di saperla riconoscere... Come? Questo non potrei dirlo... ma saprò riconoscerla. Per riuscirci mi basterà riudire l'eco dei suoi passi, o riascoltare una sola sua parola, rivedere un lembo della sua veste, solo un lembo. Notte e giorno vedo ondeggiare davanti ai miei occhi quelle pieghe di una tela diafana e bianchissima; notte e giorno continuano a risuonarmi qui dentro dentro la testa, il fruscio del suo vestito, il rumore confuso delle sue incomprensibili parole. Che disse?... Che disse?... Ah, se io potessi sapere ciò che disse, forse...; ma anche senza saperlo, la troverò...; la troverò; me lo dice il cuore, e il mio cuore non mi inganna mai. è vero che ormai ho percorso inutilmente tutte le strade di Soria che ho passato notti e notti all'addiaccio, divenuto pietra di un cantone, che ho speso più di venti doppie d'oro per far parlare serve e scudieri; che a San Nicolàs ho dato l'acqua benedetta a una vecchia, imbacuccata così bene nel suo mantello di sàrgia da farmela credere una divinità; e una notte, all'ora del mattutino, uscendo dalla Collegiata, ho seguito come uno scemo la lettiga dell'Arcidiacono, credendo che l'orlo della sua cappa fosse quello della veste della mia sconosciuta; ma non importa...; io la devo trovare, e la gloria di averla sarà superiore sicuramente alla fatica di cercarla. Come saranno i suoi occhi? Devono essere azzurri, azzurri e umidi come il cielo della notte; mi piacciono tanto gli occhi di questo colore; sono così espressivi, così melanconici, così... sì...; non c'è dubbio: azzurri devono essere, sicuramente sono azzurri, e i suoi capelli, neri, molto neri e tanto lunghi da ondeggiare... Mi pare di averli visti ondeggiare quella notte, come il suo vestito, ed erano neri...; non mi inganno, no; erano neri.
E come stanno bene occhi azzurri, a forma di mandorla e languidi, e una chioma sciolta, ondeggiante e scura, a una donna alta...; perché... ella è alta, alta e leggiadra come quella degli angeli dei portali delle nostre basiliche, i cui volti ovali generano un misterioso crepuscolo nell'ombra dei baldacchini di granito!
La sua voce... la sua voce l'ho udita...; la sua voce è soave come il rumore del vento fra le foglie dei pioppi, e la sua camminata misurata e maestosa come le cadenze di una musica.
E questa donna, che è bella come il più bello dei miei sogni di adolescente, che ha i miei stessi pensieri, i miei stessi gusti, che odia quello che io odio, che è uno spirito fratello del mio spirito, che è il mio complemento, non si deve commuovere nell'incontrarmi? Non mi deve amare come io l'amerò, come l'amo già, con tutte le forze della mia vita: con tutte le facoltà della mia anima?
Andiamo, andiamo al luogo dove la vidi la prima e unica volta che l'ho vista... Chi lo sa se, capricciosa come me, amica della solitudine e del mistero, come tutte le anime sognatrici, si compiace di vagare tra le rovine nel silenzio della notte."

Due mesi erano trascorsi da quando il domestico di don Alonso de Valdecuellos aveva disingannato l'illuso Manrique; due mesi durante i quali a ogni ora aveva costruito un castello in aria, che la realtà faceva svanire con un soffio; due mesi durante i quali aveva cercato invano quella donna sconosciuta, e il suo assurdo amore per lei era cresciuto nella sua anima, grazie alle sue ancora più assurde fantasie, allorché, assorto in questi pensieri, dopo aver attraversato il ponte che conduce ai Templari, il giovane innamorato si perse fra gli intricati sentieri di quei giardini.


VI

La notte era serena e bella; la luna brillava in tutta la sua pienezza nel punto più alto del cielo, e il vento sospirava con un rumore dolcissimo tra le foglie degli alberi.
Manrique arrivò al chiostro, volse uno sguardo circolare all'intorno e guardò attraverso le massicce colonne delle sue arcate... Era deserto.
Uscì, incamminò i suoi passi verso l'oscuro viale di pioppi che porta al Duero, e ancora non era penetrato in esso, quando gli sfuggì dalle labbra un grido di giubilo.
Aveva visto ondeggiare un istante, e sparire, l'orlo della veste bianca, della veste bianca della donna dei suoi sogni, della donna che ormai amava come un pazzo.
Corre, corre dietro di lei; arriva al luogo dove l'ha vista sparire; ma giunto lì si ferma, fissa gli occhi spaventati al suolo, rimane un attimo immobile; un leggero tremito nervoso agita le sue membra, un tremito che cresce, cresce, e presenta i sintomi di una vera convulsione, e prorompe alla fine in una risata, una risata sonora, stridula, orribile.
Quella cosa bianca, leggera, ondeggiante, era tornata a brillare davanti ai suoi occhi, ma aveva brillato ai suoi piedi un attimo, non più di un attimo. Era un raggio di luna, un raggio di luna che penetrava a sprazzi tra la verde volta degli alberi quando il vento muoveva i rami.

Erano passati alcuni anni. Manrique, seduto su uno scanno vicino all'alto camino gotico del suo castello, quasi immobile, e con uno sguardo vago e inquieto come quello di un idiota, a malapena prestava attenzione alle tenerezze della madre e al conforto dei servitori.
"Tu sei giovane, tu sei bello", gli diceva lei. "Perché ti consumi in solitudine? Perché non cerchi una donna da amare, e che amandoti possa farti felice?"
"L'amore!... l'amore è un raggio di luna", mormorava il giovane.
"Perché non vi scuotete da questo letargo?", gli diceva uno dei suoi scudieri. "Vestitevi di ferro da capo a piedi, fate spiegare al vento il vostro vessillo di gentiluomo, e marciamo alla guerra. Nella guerra si trova la gloria."
"La gloria!... La gloria è un raggio di luna."
"Volete che vi reciti una cantiga, l'ultima che ha composto don Arnaldo, il trovatore provenzale?"
"No, no!", esclamò infine il giovane, alzandosi in collera dal suo scanno. "Non voglio nulla... anzi sì, voglio: voglio che mi lasciate solo. Cantigas... donne... glorie.... felicità... tutte menzogne, vani fantasmi che creiamo nella nostra immaginazione e vestiamo a nostro capriccio e li amiamo e corriamo dietro a loro, perché, perché? Per trovare un raggio di luna."
Manrique era pazzo; per lo meno tutti lo credevano tale. Io invece credo che egli avesse ritrovato il senno.


La Stanza 13



Trama:
 

Una normalissima gita scolastica, con i ragazzi che fanno chiasso sul pulman e i professori che guidano il gruppo da un monumento all'altro. Ma Fliss, tormentata da un incubo premonitore, si rende subito conto che l'antico albergo in cui la scolaresca è ospitata nasconde segreti inquietanti, e che la sua compagna Ellie May è in gravissimo pericolo. Inutile chiedere aiuto ai professori: chi le crederebbe se rivelasse che la misteriosa stanza 13 ospita una presenza malefica nascosta?
 

Il campanile incominciò a battere le ore. "Pronti", sussurrò Fliss con le labba aride. Aveva appoggiato la mano sinistra sulla spalla di Gary e lo sentiva tremare. Davanti a lui, Lisa accese la torcia e puntò il fascio di luce sulla porta. Apparve la macchia. Quattro paia di occhi la videro formare il numero 13. Quando le cifre divennero chiare Fliss sibilò: "Andiamo!"
Veloci e silenziosi, uscirono in fila indiana sul pianerottolo. Trot abbassò la maniglia, spinse la porta ed entrò nell'oscurità tenendo alta la croce, mentre Lisa che lo seguiva con la torcia, fece una rapida ispezione della stanza e puntò il fascio di luce sulla lunga bara scolorita. Gary avanzò e si chinò sulla bara aperta, tenendo stretto il bastone. Fliss era pronta a colpire e teneva la pietra alta sopra la sua testa. La luce della torcia illuminò l'interno della bara.
Giaceva con le mani incrociate sul petto e gli occhi chiusi. Era magro, piccolo e sporco. Il volto di un bianco mortale, tranne una macchia scura sulla fronte e una crosta marrone intorno alle labbra bluastre. Una folta chioma di capelli arruffati e impolverati gli copriva il cranio e ricadeva sul letto di terra che copriva il fondo della bara. Le unghie erano spezzate e annerite e l'unico indumento lurido che indossava, qualcosa di simile a un sudario o a una camicia da notte, mandava un tanfo disgustoso.
"Puah!", Gary si sentì rivoltare lo stomaco e guardò dall'altra parte. "Svelto!", sibilò Lisa, "Sta muovendo gli occhi!"
Le palpebre del vampiro cominciarono a sbattere. Gary inspirò, si voltò verso di lui e gli conficcò la punta del bastone in mezzo al petto. Gli occhi del vampiro si spalancarono, arrossati e terrorizzati. Afferrò il bordo della bara con una mano, arrancò con l'altra nella terra e cominciò a sollevarsi. Aprì la bocca, mostrando i canini gialli che risaltavano alla luce della torcia ed emanando un fiato puzzolente. Trot si precipitò in avanti e allungò la croce davanti a quella faccia stravolta. Il vampiro mollò il bordo della bara e cercò di colpirla, ma Gary si lanciò sul bastone con tutto il suo peso e gridò "Adesso, Fliss, adesso!"
Fliss prese la mira strizzando gli occhi,  e picchiò con tutta la sua forza la pietra sul bastone. Il vampiro cominciò ad urlare, dimenandosi così violentemente che la bara scivolò un po' di lato. Gary cadde in avanti, sul tavolo, tenendosi disperatamente attaccato al bastone. "Ancora!", ansimò. "Per amor del cielo, colpiscilo ancora, Fliss!"
Fliss si sentiva male, ma rialzò la pietra e colpì di nuovo il bastone, trafiggendo quel corpo che si dimenava, fino a toccare la terra insaguinata sotto di lui. Il bastone si spezzò e il vampiro urlò di nuovo, afferrando il bordo della bara con tutte e due le mani, sbattendo le gambe nude e arcuando la schiena con tanta forza che Gary cadde sul pavimento. Immediatamente gli altri fecero barriera. Lisa puntò la luce negli occhi pazzi di paura del vampiro. Trot abbassò la croce fin quasi a toccare il bordo della bara e Fliss sollevò la pietra, pronta a fracassargli il cranio. Ma non ce ne fu bisogno. Il vampiro cominciò a cedere. I suoi urli divennero grida agghiaccianti, mentre si contorceva e afferrava il bastone che lo aveva impalato, cercando di strapparlo via. Presto perse le forze e cessò di scalciare. Le sue mani allentarono la presa e caddero lungo il torace. Con la bocca aperta cercava di respirare, muovendo la testa a destra e a sinistra e roteando gli occhi per evitare il bagliore della luce. A poco a poco i movimenti divennero lenti e il respiro sempre più faticoso, poi quasi improvvisamente cessò del tutto. Girò la testa da una parte e rimase immobile.






Il Bacio del Vampiro (1975)





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p.s qualche fotomanipolazione











Goethe: commento alle Elegie Romane



Essendo nato nel 1749, e in una città dal gusto allora alquanto arretrato come Francoforte sul Meno, Goethe fece ancora in tempo, da bambino poetante, a raccogliere gli ultimi echi della stagione barocca. Più tardi, studente universitario a Lipsia, Goethe ci diede alcune gemme di un'aggraziata poesia rococò: veri ninnoli di porcellana fatti di parole. Ancora pochi anni, a Strasburgo, il giovane poeta fu colto in pieno dalla buriana gotico-espressionistica dello Sturm und Drang: una buriana che in buona parte scatenò lui stesso.
Ne nacquero liriche e inni di una potenza titanica ma anche fortemente controllata. Erano le eruzioni di uno spirito scopertosi ribelle. La vecchia Europa e più ancora la stantia Germania, con tutte le loro tradizioni e forme sclerotizzate, gli stavano troppo strette. Ma, di tanto in tanto, fiorivano poesie dal canto così semplice e trasparente da parere quasi una creazione popolare.
Col 1775 il canto lirico si fece meno frequente. In quell'anno Goethe era stato chiamato alla corte di Weimar dal duca Carlo Augusto. Incombenze di governo e impegni mondani lo assorbirono per un decennio.
Il poeta esisteva ancora, ma aveva cambiato registro. Opere come "il Torquato Tasso", come l'"Ifigenia" pur lasciando trasparire una modernità nervosa e vibrante, avevano movenze classiche. L'autore non perseguiva più il titanismo ma l'armonia, non la sfrenatezza ma la misura, non la profondità ma la trasparenza. E i suoi versi erano di una levigatezza marmorea o cristallina. Che tanta sublimità preludesse al pericolo di inaridire, di disperarsi, di intristire? Goethe dovette forse pensarlo.

Il desiderio dell'Italia Goethe lo aveva sin da quando ammirava, nella casa di Francoforte, le stampe di tipo piranesiano, appese lungo le scale, e giocava con una gondola in miniatura, o leggeva la "Gerusalemme Liberata". Ci aveva provato un paio di volte a mettersi in viaggio verso l'Italia, ma poi aveva rimandato, non ritenendosi ancora maturo. Finalmente, nel 1786, sotto falso nome, corse in carrozza verso l'Adige e poi giù in direzione del Veneto. Raccolse, già da allora, il materiale per "Viaggio in Italia"; a Roma giunse il 29 ottobre 1786. E da quel momento visse ore, giorni, mesi indimenticabili.


A Roma - il cuore delle Römische Elegien, le Elegie Romane - Goethe godette di alcune grazie che in Germania aveva sospirato invano: la libertà. La scoperta dei luoghi, monumenti, popolazioni che per lui erano sempre stati un mito, la compagnia di amici locali o germanici (pittori, letterati, musicisti, turisti); la visione di opere d'arte che risvegliarono in lui la vena figurativa, l'uso quotidiano di una lingua a lui molto cara come l'italiano.
è questa gaia esplosione di una giovinezza ritardata e repressa che ispirò le "Elegie Romane": accendendosi a Roma di quei molteplici fuochi riducibili all'eros (la degustazione delle opere d'arte, del carnevale, delle stornellate, delle serate all'osteria, dell'ispirazione poetica), gli venne naturale versare la propria ispirazione nel distico elegiaco, interpretati con oculata libertà: lo stesso metro col quale avevano effuso i loro gaudii e tormenti d'amore i latini (Properzio, Catullo, Tibullo, Ovidio, Orazio). Composte in Italia, le Elegie furono completate in Germania nel 1790; fu generale l'apprezzamento per la bellezza poetica e la maestria formale della raccolta, e così lo stupore per come Goethe, in quei due anni in Italia, si fosse rinnovato come poeta e uomo. Ma non mancarono le critiche negative, per quanto riguardava il contenuto, giudicato troppo osè: ciò che urtò i contemporanei di Goethe fu il fatto che il poeta confessava esperienze personali: Faustina sarebbe stata la sua giovane amante romana.

Con le Elegie siamo in pieno Settecento neoclassico: le chiese sembrano tempietti dorici e corinzi, le stanze hanno decorazioni pompeiane e i mobili si ispirano all'antichità greco-romana, ma lo stesso Goethe si affranca da ogni neoclassicismo d'accademia, da ogni artificioso revival: le forme ricalcano quelle antiche, ma lo spirito che vi alita dentro appare ancora oggi personale e vitale, con un contesto "pagano" che sa di sangue giovane e di primavera, del fascino esercitato da Roma, la Roma dei templi e delle terme, delle statue antiche e degli obelischi, ma anche la Roma curialesca e popolare; diceva giustamente August W. von Schlegel che in quei componimenti si aveva l'impressione di "respirare aria italiana".


Ditemi, o pietre! parlatemi, eccelsi palagi!
date una voce, o vie! Né tu ti scuoti, o genio?
Sì, qui un'anima ha tutto, fra queste divine tue mura,
eterna Roma! tace sol per me tutto ancora.
[...] Tuttor chiese e palagi, rovine contemplo e colonne,
qual chi prudente voglia trarre del viaggio un frutto.
[...] In vero, o Roma, un mondo sei tu; ma pur senza l'amore
non sarìa mondo il mondo, e nemmen Roma, Roma.

Sagt, Steine, mir an, o sprecht, ihr hohen Paläste!
Straßen, redet ein Wort! Genius, regst du dich nicht?
Ja, es ist alles beseelt in deinen heiligen Mauern,
Ewige Roma; nur mir schweiget noch alles so still.
[...] Noch betracht ich Kirch und Palast, Ruinen und Säulen,
Wie ein bedächtiger Mann schicklich die Reise benutzt.
[...] Ein Welt zwar bist du, o Rom; doch ohne die Liebe
Wäre die Welt nicht die Welt, wäre denn Rom auch nicht Rom.


Come lieto mi sento qui in Roma! Ripenso quel tempo,
in cui laggiù, nel norte, grigio opprimeami il giorno.
Torbido il cielo e grave sul capo pesavami, e muto
di colore e di forma stendeasi intorno il mondo.
Ed io su me spiando de l'animo ognora scontento
la fosca via, cadevo muto sui miei pensieri.

O wie fühl ich in Rom mich so froh! gedenk ich der Zeiten,
da mich ein graulicher Tag hinten im Norden umfing,
Trübe der Himmel und schwer auf meine Scheitel sich senkte,
Farb - und gestaltlos die Welt un den Ermatteten lag
und ich über mein Ich, des unbefriedigten Geistes
Düstre Wege zu spähn, still in Betrachtung versank.


Dagli "Epigrammi Veneziani"

2. Appena avevo scorto nel cielo più azzurro il sole splendente,
l'edera ricca cader dalla rupe a formare corone,
alacre il vignaiolo legare al pioppo la vite,
tiepida brezza mi giunse dalla patria di Virgilio.
Allora tornarono a unirsi le muse all'amico: intrecciammo
discorsi in frammenti, come piace al viandante.

Kaum an dem blaueren Himmel erblickt ich die glänzende Sonne,
Reich, vom Felsen herab, Efeu zu Kränzen geschmückt,
Sah den emsigen Winzer die Rebe der Pappel verbinden,
über die Wiege Virgils kam mir ein laulicher Wind;
Da gesellten die Musen sich gleich zum Freunde; wir pflogen
Abgerißnes Gespräch, wie es den Wanderer freut.


7. Un amore avevo, e mi era caro più di ogni altra cosa!
E l'ho perduto! Taci, e sopporta la perdita!

Eine Liebe hatt ich, sie war mir lieber als alles!
Aber ich hab sie nicht mehr! Schweig, und ertrag den Verlust!


8. Questa gondola sembra una culla che dondola lieve,
e la sua piccola cabina a me pare una bara capace.
è giusto: tra la culla e la bara senz'affanno
ondeggiamo
sul Canal Grande attraverso la vita.

Diese Gondel vergleich ich der sanft einschaukelnden Wiege,
und das Kästchen darauf scheint ein geräumiger Sarg.
Recht so! Zwischen der Wiege und dem Sarg wir schwanken
und schweben.
Auf dem Großen Kanal sorglos durchs Leben dahin.


87. Una sola notte sul tuo seno! Il resto poi
verrà. Ancora ci divide Amore tra notte e nebbia,
ma io già vivo il mattino in cui Aurora gli amanti
cuore a cuore sorprenderà, e Febo mattutino verrà a destarli.

Eine einzige Nacht an deinem Herzen! Das andre
gibt sich. Es trennet uns noch Amor in Nebel und Nacht.
Ja, ich erlebe den Morgen, an dem Aurora die Freunde
Busen an Busen belauscht, Phöbus, der frühe, sie weckt.


Su Goethe vedi anche: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/08/introduzione-goethe.html