Percy Bysshe Shelley: una poesia inedita

Una poesia inedita di Percy Bysshe Shelley, datata 1816, dedicata alla Donna Amata dal Poeta: Lunaria.


Lunaria, Mia Diletta, Chiarore Stellare delle italiche sponde... 

Rimembri ancora il Nostro Primo Incontro?

Mentre il vento sospingeva le nuvole tempestose

e la densa bruma ricopriva le vallate; 

nella foschia si poteva ancora scorgere la falce di luna

che illuminava fiocamente come un barlume spettrale.

E Tu, ti aggiravi, tra le Ombre del Vespro.

Aleggiava il Tuo Passo, lieve, 

attorno a quella rovina Ti appoggiasti, per un istante, a quel muro diroccato, 

e l'Edera ombreggiava i Tuoi Capelli così Foschi, 

come Viva Tenebra.

Oh, Ti Amai, perdutamente mi innamorai di Te.

Chi è Costei, mi chiesi, un'apparizione degna del "Macbeth", 

Forse Demonia miltoniana, così ammaliante eppur lucifera? (1)

E così, Ti contemplavo, Tu, Sulfurea in Vesti Acherontee.

Tu mi udisti gemere.

L'Amore così si annunciava a Te, mia Diletta.

O Tremenda BELLEZZA,

Io fui in Tuo Potere.

Mi guardasti, e mi specchiai nei Tuoi Occhi, come fresche acque

così limpide che Petrarca stesso mai contemplò in Laura negletta.


Mi indicasti quei Cuckoo Pint (2) poco distanti dalle felci,

lo spadice eretto nell'ampia brattea, e io intesi.

Oh, sì, intesi.

La brezza notturna soffiava tra le verdi foglie sagittate 

e il terreno era già tiepido... (3) come letto nuziale.


Giacqui con Te, riverberando nel Crepuscolo,

spogliai il Tuo Corpo Niveo

così riverso sulle foglie autunnali e sul muschio,

tutta già rorida di rugiada, e ancora più rorida al tocco delle mie mani.

E così, tra i gigari e le dulcamare,

poco distante dal roseto,

il Nostro Amplesso fu Oceano. 


No, non temetti i Tuoi Baci,

Oh Divina,

posi, instancabile, le labbra sul Tuo Seno,

palpitavo intrecciando le mani nelle Tue Chiome Serpentine,

stringevo i Tuoi Fianchi per farTi ancora più mia,

con falene come fiaccole che ci ondeggiavano attorno

e la cadente torre di alabastro poco distante che svettava verso il cielo purpureo. 

Solo gli spettri videro Il Nostro Amplesso, così stillante, quella notte.


Poi, un fragore di temporale, una procella improvvisa, simile a quelle della mia Patria,

un mulinare di vento, ci costrinse a cercar rifugio

sotto l'arco di quel cenotafio, e Tu Ancora Più Bella Mi apparisti, come una Persefone Infera, 

Mia Sposa Morente (4), così Diafana, così Crepuscolare, 

ancor più Bianca delle tele di ragno tra le crepe sepolcrali, 

tanto che esclamai: "Oh, il Crepuscolo e il Suo Abbraccio!"(5)

Il Crepuscolo e l'Abbraccio di Lei, Lei Sola, LUNARIA!


Note:

(1) Lunaria è talmente seducente da sembrare sovrumana; Shelley cita Shakespeare e Milton, in riferimento alle loro celebri opere dedicate a streghe, spettri e demoni.

(2) Cuckoo Pint, nome inglese del Gigaro, ovvero Arum maculatum, pianta delle zone boscose; le foglie, di un bel verde, appaiono maculate e verso maggio la pianta forma uno spadice verdognolo-giallognolo, il fiore. Per la forma di questo fiore, fin dall'antichità a questa pianta, che è velenosa, furono attribuite proprietà afrodisiache. "Essi avevano mangiato così tanto Wake Robin, nome con il quale era conosciuto l'Arum maculatum, che non riuscirono a dormire dall'amore", così scrisse Jon Lyly nel suo "Metamorphosis" (1601) In Arum maculatum, un'ampia brattea, chiamata spata, circonda un'infiorescenza allungata terminante a clava, lo spadice, che emette un odore di sostanza organica in decomposizione. Tale odore, insieme al lieve calore emanante dallo spadice, attira gli insetti e questi vengono intrappolati dai peli che si trovano nello spadice, sopra i fiori maschili. I fiori sono disposti in due gruppi: quello superiore è formato dai fiori maschili, quello inferiore dai fiori femminili. Gli insetti prigionieri girano attorno ai fiori, raccogliendo e depositando il polline, finchè non muoiono o non riescono a liberarsi. Questo può accadere quando la spata avvizzisce, dopo la fecondazione. Nel passato, le radici venivano raccolte per il loro alto contenuto di amido e nel secolo XVII erano usate per irrigidire i colletti alti a piegoline, allora di moda. Le bacche rosse di questa pianta, che sono velenose, possono rivelarsi letali se ingerite dai bambini: infatti, Arum maculatum e Arum italicum sono chiamati anche "pan di biscia". L'altezza della pianta varia dai 30 ai 45 cm. Fiorisce da aprile a giugno." 

(3) Arum maculatum ha la particolarità di riscaldarsi. Si noti come per il Poeta, totalmente innamorato di Lunaria, Arum maculatum sia una metafora per descrivere la passione erotica: infatti Shelley dopo aver parlato del suolo già riscaldato dai gigari, possiede l'Amata Lunaria. L'Amplesso tra i due è enfatizzato dalla forma erotica di Arum maculatum, che è stato il preludio al loro connubio. 

(4) "My Dying Bride", l'espressione originale usata da Shelley 

(5) "Dusk and Her Embrace", nel testo originale.


John Milton: una poesia inedita

 Una poesia inedita di John Milton, (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2018/12/milton-le-pagine-piu-belle.html) risalente al 1666, dedicata alla Donna Amata, Lunaria.


Donna o Demonia, siete Voi, Lunaria?

MirarVi, quale Tenebra d'Ebano 

per le Luttuose Vesti Vostre, 

Sotto le Rupi e in Stigia Selva,

d'Alti Cipressi e Tenace Edera 

che ghermisce i tronchi,

l'umido Musco (1) 

e l'Argiope ivi costretta in paziente attesa (2)

a cui di costa 

raggi lunari illuminano 

la Torre Consunta, 

testimone dell'antica pugna (3)

che rosseggiò di sangue gli stagnanti acquitrini.

Par ancora di udire nell'aria

i lamenti strazianti dei Lemuri (4) e dei Lari (4) 

che rispondono al gracchiare dei corvi.


E Voi, Altera Diva, reclinate il capo

e tutto intorno si spargono i Foschi Vostri Capelli 

come Drappo Funebre.

Demonia, Voi siete! 

Circe Maliarda, Voi siete, 

Al cenno della Nivea Mano, 

già  rimbomba la procella furiosa 

e squassa il Cielo di Albione

il vapore affocato, 

lo stridore delle sozze Arpie,

i latrati, Acheronte tracima e straripa!,

e acqua infera si stende,

e grandine flagella,

e voragine inghiotte

e dalle mefitiche paludi risorgono gli spettri,

ahi, orribile vista, la pupilla offusca in terrore 

a mirar le chimere sibilanti nel foco infernale,

il clangore dei Titani scoperchia le bare,

E io soccombo ai Vostri Piedi e invoco Misericordia: 

è arrivato il Giorno del Giudizio, Dies Irae, Dies Illa!


Fui forse predestinato alla Dannazione Eterna?

Mi è forse preclusa la Salvezza per Grazia? 

E solo per averVi concupito?

Voi, in Aspetto di Fatal Tenebrìa, in Loco (5) Infernale?

Deh! Il fomite di concupiscenza (6) mi avvinghia

E già odo una sinistra melodia

Il Crepuscolo e il Suo Abbraccio (7),

così bisbiglia,

così mi tenta,

Eco di Sirena:

"Milton, Io Vi Voglio, Io Vi ho scelto...Venite da Me..."

E Sia!

Meglio regnare all'Inferno, 

per aver amato Lunaria con vivida fiamma,

che servire in paradiso, non avendo giaciuto con Lei! (8)


Note:

(1) Muschio

(2) L'Argiope bruennichi, detto "Ragno Vespa"

(3) Battaglia

(4) Termini antichi per definire i fantasmi

(5) Luogo

(6) Milton confessa il suo desiderio erotico per Lunaria, e tutto questo causa tormento, al poeta puritano, che si sente tentato e dannato. Fomite è termine preso a prestito dalla Scolastica Medievale.

(7) L'originale espressione usata da Milton è "Dusk and Her Embrace"

(8) Alla fine, Milton sceglie la dannazione, si abbandona all'eros, travolto dalla bellezza di Lunaria, egli possiede totalmente la donna amata, dimenticando la castità e il pudore.


Ugo Foscolo: una poesia inedita

Poesia inedita di Ugo Foscolo, (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2013/05/dei-sepolcri-i.html) datata 1796, dedicata a Lunaria, la Donna amata dal Poeta.


Sparge la Notte le sue Ombre taciturna

le selve tinte di violaceo ammanto 

spetri (1) sanguinosi rosseggian tra l'urna,

lampeggia livido di procella (2) l'aere:

Qui Sorge Lunaria, coi crin disciolti (3)

al riverbero crepuscolare

e di cipressi in lagrimoso duol (4)

rendon trista la campagna de' Morti

le illacrimate sepolture,

orror fra gli alberi,

fra le tamerici e i dumi (5) 

sol vedesi la funerea surnia (6)

svolazzar rinnegando la Luna.


E io, sempre fuggendo 

di donna in donna, (7)

ora gemo, ora sospiro,

Lunaria, Lunaria, Lunaria!

Querele, (8) le mie, ininterrotte.

Mormorar, io sento, 

il suon leggiadro del Passo di Colei

che fronda e fronda scuote

errando inquieta da un sepolcro all'altro. 


Oh Lunaria!

Forse perché di una Dea 

Tu sei l'Imago!

Sempre Ti mostri invocata.

Starotti (9) accanto,

in mezzo alle atre spelonche (10)

seguirotti (11).

Amore chiedi?

L'avrai.

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne

sul freddo funereo marmo,

non è forse l'amplesso d'amorosi sensi

più esaltante? (12)


Note:

(1) Spettri

(2) La tempesta

(3) Capelli disciolti

(4) Dolore

(5) Umili piante e spine 

(6) La Surnia Ulula, un uccello della famiglia degli Strigidi; il Foscolo in "Dei Sepolcri" citerà l'Upupa.

(7) Chiaramente Foscolo evita tutte le altre donne, fuggendo da loro: desidera solo la Donna Amata, Lunaria.

(8) Lamenti

(9) Ti starò

(10) Grotte oscure

(11) Ti seguirò

(12) L'amplesso, il trionfo dell'Eros, sconfigge la morte, Thanatos. 








Vittorio Alfieri: una poesia inedita

Una poesia inedita di Vittorio Alfieri (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/07/vittorio-alfieri-rime-commento-la-dove.html), datata 1786, in Onore della Donna Amata, Lunaria.


 Tal è la Vostra Bellezza Fatal,

Oh Lunaria,

in Crepuscolar Ammanto,

che a me brandite innante

come adunca falce.

Vibratela, su: me vedrete 

con fiamma inestinguibil

d'Amor ardere per Voi. 

E non mirarVi, questo sì,

questo chiamo aspra vicenda. 

D'atri (1) sussurri mi rendete errante,

e il mio spirto s'inselva

in tenebre incessanti:

Notte, Atra Notte!, parmi. (2)

Deh, Diva Lunaria!

Chi'l crederia?

Costei caligin reca (3)

per il lugubre aere, 

il vedi?,

Morte e Dumi (4) e Tosco (5)

sua ghirlanda funesta, 

se (me stesso abborrisco!) 

Lei volge la mano eburnea ad altri.

E Io L'amo. 

Meco (6) è sempre Lei.

La Contessa d'Albany? Chi fu costei?

Altra Diva non veggo se non Lunaria.


Note:

(1) Oscuri

(2) Mi sembra

(3) Nebbia

(4) Spine

(5) Veleno

(6) Con me







Giambattista Marino: una poesia inedita

Giambattista Marino: una poesia inedita del famoso poeta secentesco, (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2018/01/giambattista-marino-i-versi-piu-belli.html)(https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/11/i-versi-piu-belli-di-giovanni-battista.html) trovata su un manoscritto, datata 1623.


E mentre l'angue (1) si scaglia fuor de la grotta, ben ascosa in fra i sassi, de le rupi, per gli orrori cupi e desolati,

vedo entrar per la selva Lunaria, (2) in Purpurea Veste, 

Selene Diafana, eppur Nunzia del Die,(3) 

del Divin Lei, e Lei sola, fattura, apria il mio cor con Imago d'Or. (4)

Fresca tale al Giglio, spargea di rose del sangue sembiante 

e viole odorose la via, 

e il mio lagrimoso cipiglio, tal Donna Sublime, rischiara.

Oh Lunaria, a Voi d'incanto sulla Chioma Corvina, 

Fosca sì, ma favilla, 

fan ghirlanda rubini 

e Zefiro smuove la leggiadra Vostra Veste vermiglia. 

Ove aratro non osa di franger l'ombrosa selva,

né lucciola rischiara, né il focoso Sol, né altra fiaccola, 

quel leggiadro Vostro Passo sol mi basta, 

e, tra le ombre e gli orrori de la oscuritate apronsi le foglie e le corolle. (5)

Oh Lunaria! Io, vagheggiator de la Vostra Imago, bramo, 

di mirarVi in perpetuo m'appago.

E trafitto dalla Vostra Ineffabile Beltà

che Citerea (6) negletta invidia, 

sospiro, e il cor mi langue, senza mercede.

Ed ecco, l'aer (7) imbruna e il crepuscolo cangia in tenebra la luce, 

fugge il Sole e i notturni stridi infestano 

e tutto d'intorno si spargon come eco stigia.  

Vidi d'ostro (8) il Labro Vostro  

e gli Aurei Alabastri Splendori del Perlaceo Seno Vostro,

il Vostro Sguardo i rai (9) diffonde

e intorno al Bel Viso albeggia.

Di cristallo le Gote, 

con piacevole feritate (10), il cor lacrimoso mi stilla, se miro Lunaria.

Di Lei, che bramo l'Imago. 

con tali audaci parole,

di barocca prosa,

Diva Lunaria!

Amata, m'ardi con i Vostri Guardi vaghi,

Lunaria, Sublime Lunaria, Imperatrice Altera, 

amanti idolatranti ammaghi 

e Vi corteggian d'intorno. (11)

Tutta siete d'adorar, da cima a fondo!


Note: 

1) Il serpente, nascosto tra i sassi 

2) Lunaria, una delle più famose donne del Seicento.

3) Il giorno

4) Per il Marino, Lunaria è simile ad un Dea, dalle sembianze divine, e così appare, agli occhi del Poeta, come Selene, la Dea della Luna, nel bosco oscuro.

5) Il Poeta celebra la sua Adorata in uno scenario boschereccio, forse pensando all'opera tassiana dell'"Aminta" e anche per allietare Lunaria stessa, che amava molto il Tasso.

6) Appellativo di Afrodite; per il Marino, Afrodite è trasandata, se messa a confronto con Lunaria.

7) Il cielo

8) Il Marino celebra le labbra di Lunaria, tinte di un rosso cupissimo.

9) Raggi

10) Crudeltà

11) Il Marino è consapevole che molti altri poeti sono innamorati di Lunaria; in effetti, fu una donna molto celebrata durante il Barocco; venne citata anche da Girolamo Preti in "Rose impallidite", componimento probabilmente scritto dopo che il Preti seppe che Lunaria scelse Marino come suo cantore ufficiale. Troviamo riferimenti a Lunaria, più o meno espliciti, anche nei Marinisti, nel Chiambrera, nell'Achillini e nel Giovanetti.

L'Ermetismo

Info tratte da

L'Ermetismo è una corrente letteraria che si affermò in Italia negli anni tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Al principio fu solo il risultato di una forma di poesia nuova che ebbe come massimo esponenti Ungaretti (https://poesiamondiale.blogspot.com/2015/08/giuseppe-ungaretti.html) e Montale (https://intervistemetal.blogspot.com/2022/01/eugenio-montale.html), ma nessuno di questi poeti pensò di "formare una scuola", per insegnare agli altri "a fare poesia". Ungaretti diventò poeta nelle trincee del Carso e il suo canto isolato, fatto di brevi illuminazioni messe in risalto da vaste pause di silenzio voleva essere il grido soffocato di un'anima lacerata dalla guerra. Montale era uno spirito introverso che cercava invano una certezza a cui ancorare la propria infinita pena di vivere: strappava al suo silenzio interiore poche e scarne sillabe.

L'Ermetismo dell'uno e dell'altro era un fatto naturale, intimo, non il frutto di una ricerca sul valore arcano, assoluto, della parola.

Questa sarà lo scopo dei poeti che verranno dopo, che possono essere definiti ermetici: Salvatore Quasimodo, (https://quasimodopoesie.blogspot.com/) Alfonso Gatto (https://poesiamondiale.blogspot.com/2015/08/alfonso-gatto.html), Mario Luzi (https://poesiamondiale.blogspot.com/2015/08/mario-luzi.html), Vittorio Sereni (https://poesiamondiale.blogspot.com/2015/08/vittorio-sereni.html), le cui liriche sono da leggere ma anche da interpretare come il riflesso di un mondo ignoto, oscuro, che solo per brevissimi istanti si affaccia alle soglie della coscienza, grazie alla suggestione di un'immagine, al potere magicamente evocativo di una parola. 

Il poeta ermetico finisce col parlare un linguaggio da iniziati, che solo pochi eletti possono capire; il poeta ermetico coltiva il mito dell'incomunicabilità, la propria inguaribile solitudine.

Il termine "ermetico" fu usato per la prima volta nel 1936, da un critico della letteratura italiana, Flora, che attaccava i nuovi poeti accusandoli di creare una poesia poco chiara. L'accusa del critico diede avvio ad una polemica, e altri critici gli risposero sostenendo con motivazioni varie che la poesia ermetica fosse "poesia pura". Ciò che nessuno diceva era il fatto che l'Ermetismo era nato e si diffondeva in reazione a un clima politico dittatoriale: il Fascismo.

L'Ermetismo, in realtà, era il risultato di una profonda crisi del linguaggio che si riscontrava già in d'Annunzio e Pascoli: si trovavano a riempire di belle sonanti parole un vuoto che non riuscivano a colmare (Nota di Lunaria: non sono per niente d'accordo con questa affermazione)

Per uscire dall'equivoco della parola "che suona e che non crea", per dirla come Foscolo, occorreva partire da zero e, rompendo l'armonia tradizionale del verso, "isolare" la parola stessa nei suoi valori primitivi, musicali. Da qui la necessità di liberare le immagini liriche da ogni costruzione sintattica, abolendo d'un colpo le connessioni del discorso.

Ne è un esempio il "M'illumino di immenso", che per i difensori dell'Ermetismo erano versi degni del miglior Leopardi, perché sintetizzava al massimo lo stupore dell'uomo di fronte all'Infinito; secondi i critici dell'Ermetismo erano una presa in giro.

Un altro esempio è la poesia ungarettiana dedicata ai soldati: 

"Si sta - come d'autunno - sugli alberi - le foglie"; lette senza saperne il contesto, queste parole non dicono niente, ma se si leggono con le pause volute dal Poeta e conoscendo il loro contesto, ecco che creano una suggestione, una tristezza senza rimedio, carica di drammaticità: il campo di battaglia, i soldati accasciati nel fango, il dolore per un destino che li tiene sospesi sul filo della morte, proprio come le foglie d'autunno che la prima raffica di vento spazza via.

Attraverso l'Ermetismo la poesia italiana si liberò definitivamente degli ultimi e pesanti retaggi dell'Ottocento, prendendo contatto con la più moderna poesia europea.

Ecco perché gli Ermetici parlavano di poesia pura: l'unica forma accettabile era la lirica breve, basata su poche, folgoranti immagini, che andavano collegate mediante gli arcani rapporti suggeriti dal loro accostamento, non dal tradizionale tessuto logico di un discorso.

Era la poetica dell'analogia che tanto favore aveva incontrato presso i simbolisti:

"L'autunno è già venuto - una tomba di ghiaia - scoscende nell'imbuto - di porfido la baia"

Tuttavia, nessuno dei poeti di quegli anni fu disposto ad accettare l'etichetta di "ermetico", che restò per identificare "una scuola" della poesia italiana in un periodo di crisi: i suoi stessi genitori rifiutarono di riconoscere questo loro figlio. Eppure il suo nome vanta una certa nobiltà classica: deriva dal mito di Mercurio, che sotto l'appellativo di Ermete Trimegisto avrebbe istituito le scienze occulte...






Nota di Lunaria: un cd che ho sempre collegato all'Ermetismo, specie alle poesie di Luzi (che è il mio preferito, insieme a Quasimodo) è "Spleen and Ideal" dei Dead Can Dance, con quel suo sound così mistico e inquietante... e poi già il nome stesso della band è proprio un frammento ermetico: eh sì, I Morti Possono Danzare...




 Vedi anche: https://poesiamondiale.blogspot.com/2015/08/poesia-del-900.html

Igino Ugo Tarchetti: una poesia inedita

Poesia inedita di Igino Ugo Tarchetti, trascritta su un diario, datata 1863; tra le pagine, è stata conservata anche la fotografia della donna amata, che compare accanto al poeta.


Oh Lunaria, Vi vidi tra l'ellera (1) 

e i verdi gigari stillanti acre tosco, (2)

e riverberante di Voi, col cuore traboccante di passione,

mi accostai, bramando l'imago Vostra, nascosta da pizzi e velluti.

In un avel (3) calati, per l'amplesso, 

ho ancora in mente impresso

i Vostri capelli corvini,

a cui l'alma consacro,

foschi, tutt'intorno disciolti sul candido  

eburneo collo, di Dulcamara sentore, (4)

che reclinate giacente sulle mie labbra, 

i Vostri occhi fatali, come Aconito cobalto (5)

che infesta le lande d'Albione,

e la Vostra purpurea bocca che esala, con languore, 

"Sii Mio!" 

E il sospiro ci accomuna

mentre mi accosto al perlaceo Vostro seno

scostando il drappo purpureo, l'acherontea veste che lo cela.


Voi, Domina, nell'ombrosa grotta, 

più oscura eppur diafana rilucete, 

mentre l'angue, ben ascoso, (6) sovente tra le urne dei sepolcreti (7)

o in fra i sassi nelle cimmerie grotte 

spia i nostri convegni

e la procella, atra, (8) già rimbomba 

e di vento nocente (9) lo strepitare sconquassa l'aere, (10)

la densa nube si affosca, laggiù, nel precipizio a strapiombo, 

e il castello diroccato (11) è esposto alla furia d'Aletto degli Austri.


Oh Lunaria! Voi sola, Voi diletta! Voi Donna Sublime che amo!

Vi amai dal primo istante, nell'erma brughiera 

in fra le ombre crepuscolari,

tra le Dature sbocciate, (12) il ronzio dell'Acherontia (13)

e le sulfuree bacche di Belladonna (14) che riverberano, 

alle tue chiome fosche, mentre, lugubre, aleggia intorno la civetta

e lo spicchio di luna ingentilisce le aspre pendici

dai taciti orrori, gli aspri monti di stigia Notte, il volo del Vespertillo. (15)

Oh Lunaria! Voi sola, Voi diletta! Voi Donna Sublime che amo!

Vi amai al primo sguardo, mentre le alte superbe ruine gotiche ombreggiavano il suolo, (16)

tra sterpi e spine il Vostro passo ondeggiava grazioso.

E la campagna si copriva di fosca ombra e bruma e Voi, Diva, 

l'alma mia rischiaraste, il desio di Voi, e Voi sola, nacque. 

Eccomi a Voi, Lunaria, Vostro in perpetuo, sempiterno Vostro. 


Oh, il nostro amore sia eterno

e ci faccia da tomba, tra rose e gigli,

mentre l'ombra del tempo, il crudo verno, (17) si oblia di noi.


NOTE:

(1) Edera

(2) Gigaro, Arum maculatum, pianta velenosa che cresce nei luoghi ombrosi. Come testimonia la poesia, Tarchetti amava moltissimo passeggiare nei boschi in compagnia della donna amata, Lunaria, una celebre collezionista di libri che organizzò un salotto letterario nella Milano ottocentesca.

(3) Trattasi dei cimiteri di campagna, all'epoca molto frequenti in Lombardia.

(4) Pianta velenosa dai bellissimi fiori violetti.

(5) Altra pianta velenosa, dagli splendidi fiori blu.

(6) Serpente

(7) Questi continui riferimenti sepolcrali non devono stupire; Lunaria per un periodo soggiornò in Inghilterra, dove lesse i classici della Poesia Sepolcrale, che portò con sé in Italia; è plausibile che sedusse Tarchetti proprio declamando i versi di Gray o Parnell.

(8) Riferimenti rinascimentali e barocchi alla tempesta, che il poeta ha inserito per omaggiare la donna amata, essendo lei una grande lettrice e collezionista dei classici del 1500 e 1600. 

(9) Dannoso.

(10) Il cielo.

(11) Potrebbe trattarsi di un riferimento al celebre dipinto di John Martin, "The Bard".

(12) La Datura è una pianta velenosa; il fiore è bianco e sboccia durante le ore serali.

(13) L'Acherontia è una falena, celebre per una macchia impressa sul suo corpo che ricorda la "testa di un morto".

(14) Il Poeta associa le bacche nere di Belladonna, pianta velenosa, ai capelli della donna amata.

(15) Si notino i riferimenti all'oltretomba: lo Stige e il pipistrello.

(16) Tarchetti e Lunaria andavano frequentemente a visitare le rovine; probabilmente egli si innamorò di Lunaria a Castelseprio, vedendola passeggiare tra le rovine.

(17) L'inverno crudele.  


Un racconto inedito...

"Una Nobile Follia" (finale alternativo)

Ovunque noi ponevamo il piede, la morte ci aveva preceduti. Non vi era più lembo di terra o di mare ove la guerra, il colera o le febbri non avessero mietuto migliaia di vittime.
L'esercito di terra periva nelle battaglie, la flotta di morbo; entrambi dovevamo lottare coi venti, coi ghiacci, colle nevi, colle spaventevoli tempeste dell'inverno. Gli uomini e la natura combattevano contro di noi una battaglia formidabile. Non era più apprezzata la esistenza di un uomo di quanto lo sia oggi quella di un acaro: la morte appariva quasi denudata di tutto il suo orrore, tanto era l'abitudine di scorgerla, e tanti e sì grandi i dolori che la rendevano dolce e desiderata.
Negli tormentosi di quelle lugubri giornate d'inverno, sepolti in quelle profonde capanne scavate nella terra e coperte di uno strato immenso di neve, io pensavo a quelle scene di lutto e di orrore che si svolgevano intorno a me, a quelle che mi avevano preceduto nello scorso periodo della guerra.
Rammentavo Sinone, ove ci eravamo trattenuti alcuni giorni, e dove, all'aprirsi della campagna, era stata combattuta la più sanguinosa battaglia navale di cui gli uomini abbiano conservato memoria. 
Dodici navi turche, chiuse nel porto per inclemenza del tempo, erano state sorprese e attaccate dalla flotta nemica.
La lotta, accettata per l'eroismo della disperazione, cominciava a mezzogiorno e cessava dopo un'ora di notte.
La città incendiata, la flotta assalita intieramente (1) distrutta, otto navi colate a picco, le altre rotte o sfasciate, il fondo del mare nel porto disseminato di cadaveri.
(...) Io traevo una strana voluttà dal racconto delle battaglie avvenute nello svolgersi di quel primo periodo della guerra.
Sentivo che la mia natura ne subiva una influenza fatale, ma mi compiacevo meco stesso della mia infermità, e quasi desideravo di alimentarla. (...) Un giorno andai a piangere su quei dirupi ove si era combattuta quella grande battaglia di giganti.
Il terreno mostrava ancora qua e là le traccie (2) spaventose di quella lotta: i solchi delle ruote, le orme dei piedi umani e delle zampe ferrate de' cavalli, le pozzanghere di sangue che avevano lasciato nell'asciugare una crosta ampia e nerastra, armi e soldati insepolti, cadaveri che cadevano a brani dai pruni dei dirupi a cui erano rimasti sospesi, sepolture scoperte dallo sciogliersi delle nevi che avevano franato i terreni, e da cui apparivano monti di corpi corrotti.
Era stata una lotta combattuta nelle tenebre - procelloso il cielo, velata la terra di una nebbia fitta e profonda (...) Si ammucchiavano i cadaveri e i vivi per superare sopra di essi il fossato, ma l'artiglieria li respingeva sugli altri: pochi fortunati si salvavano quando già il ridotto era pieno, passando sui corpi degli uccisi. (...) Allorché si volle imprendere all'indomani la sepoltura dei morti, s'ebbe fatica a cacciarne le miriadi di corvi e di astori che, attratti dal fetore dei cadaveri, si erano calati a nubi su di essi, e ne avevano divorato gli occhi e le labbra, benché alcuni di quegli infelici non fossero per anco spirati.
Il sangue si era arrestato in sì grande quantità in alcuni declivi del terreno, che vi aveva formato delle pozzanghere, le quali impedivano il passo ai cavalli; alcuni soldati erano rimasti morti in piedi nelle macchie, onde le loro membra, irrigidite dal gelo della notte, avevano degli atteggiamenti minacciosi e severi; i fianchi dei dirupi erano segnati di lunghe striscie (3) di sangue, e spesso dai roveti che crescevano lungo le loro gole cadevano dei cadaveri lacerati come frutti avvizziti dagli alberi. (...) Tali erano le imagini (4) che dovevano presentarsi di continuo alla mia mente, imagini che mi struggevo io stesso di evocare, al cui aspetto inorridivo e tremavo, e dalle quali nondimeno io non sentivo l'ardimento di divellermi. A ciò si aggiungeva la vista degli orrori che le febbri e il colera spargevano nel nostro campo, si aggiungeva la vita inoperosa e meditativa della tenda, e i freddi crudeli dell'inverno, e l'incertezza del nostro destino in una terra inclemente e lontana.

E improvvisamente La vidi! Ella avanzava, come Apparizione Divina, camminando tra i filari di ossa e dei grossi sassi che parevano lapidi e antiche vestigia.
I muri diroccati, tutto quello che era sopravvissuto ai bombardamenti, troneggiavano come le vedute di rovine del Piranesi. 
La guardavo, incantato, mentre veniva verso di me, la lunga veste drappeggiata che turbinava nella gelida brezza.
I Suoi Lunghi Capelli Meravigliosamente Corvini ondeggiavano quasi volessero intrappolarmi nelle loro spire.
Donna? Spettro? Dea? Ah, non sapevo dirlo! 
Ella avanzava, fra il biancore delle ossa disperse che punteggiavano il lugubre terreno di brughiera, con le fosse improvvisate nelle quali avevamo sepolto i soldati caduti.
I rovi secchi erano come trincee, abbarbicati a fossati, con la terra ancora umida di sangue.
Ah! Costei avanzava verso di me, guardandomi con Occhi Cerulei; contemplai la Sua Algida Bellezza, perdendo la percezione del tempo.
Mattina? Pomeriggio? Sera? Ah, non sapevo più!
Ella portava con sé il Crepuscolo e io desiderai ardentemente il Suo Abbraccio. (5)
Poi, mi parve di vedere la luna, una fioca luna all'orizzonte, e una bruma che, lentamente, copriva le sterpaglie, dissolvendole. 
Ah! E fu allora, quando la foschia celava la brughiera e tutto aveva occultato, che concupii ardentemente questa Donna Divina, non so se Dea o Vampira, in quel campo!, in quella terra fumigante morte!, La concupii, tra gli avelli. 
Ella indossava una veste più cupa dell'ebano, ravvolta come in un sudario e sussurrava "Sii Mio! Sii Mio! Solo Mio!"

Mi vennero in mente quei versi del Monti (6)

"Sai tu qual sangue 
dalle mani mi gronda? Hai tu veduto 
spalancarsi i sepolcri, e dal profondo
mandar gli spettri a rovesciarmi il trono?"
"Allor che tutte
dormon le cose, ed io sol veglio e siedo
al chiaror fioco di notturno lume;
ecco il lume repente impallidirsi;
e nell'alzar degli occhi ecco lo spettro
starmi d'incontro, ed occupar la porta
minaccioso e gigante. Egli è ravvolto
in manto sepolcral, quel manto stesso
onde Dirce coperta era quel giorno
che passò nella tomba. I suoi capelli,
aggruppati nel sangue e nella polve,
a rovescio gli cadono sul volto,
e più lo fanno, col celarlo, orrendo."
Parmi allora sentir sotto la mano
tepide e rotte palpitar le viscere:
e quel tòcco d'orror mi drizza i crini.
Tento fuggir, ma pigliami lo spettro
traverso i fianchi e mi trascina a' piedi
di quella tomba, e - qui t'aspetto - grida,
e ciò detto, sparisce."
"vieni pur: sangue chiedesti;
E questo è sangue.
L'agonia di morte
lo conduce al delirio."

E poi giacqui con lei, tra le foglie d'edera, un cupio dissolvi dove Ella riluceva nella Sua Bellezza Adamantina, avvolta in quel sudario.


Note:

(1)(2)(3)(4) Così nel testo originale

(5) Citazione che capiranno i veri fans dei Cradle of Filth



(6) "Aristodemo" di Vincenzo Monti