Giambattista Marino: i versi più belli dell'Adone





Il Marino fu scrittore fecondissimo e troppo lungo sarebbe parlar qui di tutte le sue opere in prosa e in versi.
Lirico di facile vena, scrisse innumerevoli canzoni, sonetti, madrigali, canzonette: "Rime amorose, marittime, boscherecce, eroiche, lugubri, morali, sacre"; idilli come la "Sampogna", "Rapimento d'Europa", "Testamento amoroso" e numerosi altri poemetti. è noto soprattutto per "La strage degli Innocenti" e l'"Adone".

CANTO PRIMO

[...] Dettami tu del giovinetto amato
le venture e le glorie alte e superbe;
qual teco in prima visse, indi qual fato
l'estinse, e tinse del suo sangue l'erbe.
E tu m'insegna del tuo cor piagato
a dir le pene dolcemente acerbe,
e le dolci querele, e 'l dolce pianto,
e tu de' cigni tuoi m'impetra il canto.

[...] Qual cerasta più livida e maligna
nutre del Nilo la deserta sabbia?
Qual furia insana, o qual arpia sanguigna
là negli antri di Stige ha tanta rabbia?
Dimmi, quel tosco [veleno] ond'ogni core appesti,
aspe di Paradiso, onde traesti?

[...] Con flagello di rose insieme attorte,
ch'avea groppi di spine, ella il percosse

[...] De la reggia materna il figlio uscito
[...] calcata suol la vipera africana,
o l'orso cavernier, quando ferito
si scaglia fuor de la sassosa tana
e va fremendo per gli orror più cupi
de le valli lucane e de le rupi.

[...] E 'l Crepuscolo seco a poco a poco
uscito per la lucida contrada
sovra un corsier di tenebroso foco,
spumante il fren d'ambrosia e di rugiada,
di fresco giglio e di vivace croco,
forier del bel mattin, spargea la strada
e con sferza di rose e di viole
affrettava il camino innanzi al Sole.

[...] Pianse al pianger d'Amor la mattutina
del re de' lumi ambasciadrice stella,
e di pioggia argentata e cristallina
rigò la faccia rugiadosa e bella,
onde di vive perle accolte in brina
potè l'urna colmar l'alba novella,
l'alba che l'asciugò col vel vermiglio
l'umido raggio al lagrimoso ciglio.

[...] Come prodigiosa acuta stella,
armata il volto di scintille e lampi,
fende de l'aria, orribil sì, ma bella
passeggiera lucente, i larghi campi.
[...] D'un solco ardente e d'auree fiamme acceso
riga intornoo le nubi ovunque passa,
e trae per lunga linea in ogni loco
striscia di luce, impression di foco.

Su'l mar si cala, e sì com'ira il punge,
sé stesso avventa impetuoso a piombo.
Circonda i lidi quasi mergo [uccello marino], e lunge
fa de l'ali stridenti udire il rombo.

[...] Trasparean sì le belle spiagge ondose,
che si potean de l'umide spelonche
ne le profonde viscere arenose
ad una ad una annoverar le conche
[...] Ch'osasti la tranquilla antica pace
romper del crudo e procelloso regno;
più ch'aspro scoglio e più che mar vorace
rigido avesti il cor, fiero l'ingegno,
quando sprezzando l'impeto marino
gisti a sfidar la morte in fragil pino.

[...] Non che la terra e 'l ciel, Stige e Cocito;
[...] di Teti il freddo ed umido marito;
che tra' gelidi umori infiamma i fonti,
tra l'ombre i boschi e tra le nevi i monti.

[...] Intorno e dentro l'umida spelonca
chi danzando di lor le piante vibra,
chi sceglie o gemma in sabbia o perla in conca,
chi fila l'oro e chi l'affina e cribra;
qual de' germi purpurei i rami tronca,
qual de gli ostri [porpore] sanguigni i pesi libra.

[...] Borea d'aspra tenzon tromba guerriera
sfida il turbo a battaglia e la procella.
Curva l'arco dipinto Iride arciera
e scocca lampi in vece di quadrella.
Vibra la spada sanguinosa e fiera
il superbo Orion, torbida stella,
e 'l ciel minaccia ed a le nubi piene
d'acqua insieme e di foco apre le vene.

[...] Tumido il mar di gran superbia cresce.
Ruinosa nel mar scende la pioggia.

[...] Così tra verdi e solitari boschi
consolati ne meno i giorni e gli anni.
Quel sol, che scaccia i tristi orrori e foschi,
serena anco i pensier, sgombra gli affanni

[...] Per lei languisco, e sol per gli occhi suoi
convien che quant'io viva arda e sfavilli;
e vo' che chiuda una medesma fossa
del foco insieme il cenere e de l'ossa.

CANTO SECONDO

Ed ecco aperte le sulfuree grotte,
mentre ch'ella compon gigli e viole,
dal fondo fuor de la tartarea notte
il rettor de le Furie uscire al sole.

Fuggon le ninfe, e con querele rotte
la rapita Proserpina si dole.
Spuman tepido sangue e sbuffan neri
aliti di caligine i destrieri.

[...] Torna ove la richiama a la vendetta
de l'alta ingiuria la memoria dura,
e d'astio accesa e di veleno infetta,
nel velo ascosa d'una nube oscura,
con la sinistra man su 'l desco getta
de l'esca d'or la perfida scrittura

[...] E scritti per man d'Atropo fur letti
nel bel diamante del destino eterno;
e le dive a quel dir sedar gli effetti

[...] Dipinge un bel seren l'aria ridente
di vermiglie fiammelle e d'aurei lampi,
e qual sol, che calando in occidente
di rosati splendori intorno avampi,
segnando il tratto del sentier lucente
indora e inostra i suoi cerulei campi,
mentre condotta da la saggia guida
la superbia del ciel discende in Ida.

[...] Le battaglie d'amor non son mortali,
nè s'essercita in lor ferro omicida.
Dolci son l'armi sue, son dolci i mali,
senza sangue le piaghe e senza strida.

[...] Perché tra boschi e rupi e piante e sassi
in questa solitudine romita
così senz'alcun pro corromper lassi
la primavera tua lieta e fiorita?

[...] Quell'unica beltà, ch'io già ti dissi,
ti farà fortunato in fra le pene.
Le chiome ch'indorar porian gli abissi,
fian dell'anima tua dolci catene.

CANTO TERZO

[...] Corre vaga farfalla al chiaro lume,
solca incauto nocchier le placid'onde
quella nel fiero incendio arde le piume,
questo assorbon talor l'acque profonde.
Spesso arsenico in oro, e per costume
rigido tra' bei fiori angue s'asconde; (*)
e spesso in dolce pomo ed odorato
suol putrido abitar verme celato.

[...] Minaccia empia cometa alte ruine.
[...] Aspe che dorme e 'l tosco in sen nutrisce.

[...] E 'n vive perle e liquide disciolto
cristallin ruscel stilla dal volto.

[...] Talor ch'osai d'avicinarmi alquanto,
giurò per quel signor che regge il mondo,
o con l'asta o col piè rotto ed infranto
precipitarmi a l'Erebo profondo.
D'angui chiomato ha poi nel petto, ahi quanto
squallido in vista un teschio e furibondo,
del cui ciglio uscir suol tanto spavento,
che 'n mirarlo agghiacciar tutto mi sento.

[...] Concetto aver, per cui languisco ed ardo.
Ti generò di Cerbero Megera,
o de l'oscuro Chao la Notte nera.

[...] D'argento in fronte immacolato e bianco
vedesi scintillar luna lucente.

[...] Sonno, ma tu, s'egli è pur ver che sei
viva e verace immagine di morte
anzi di qualità simile a lei,
suo germano t'appelli e suo consorte,
[...] e se sei pur de l'ombre e de gli orrori
oscuro figlio e gelido compagno,
come i cocenti raggi e i chiari ardori
soffri di quel bel viso, ond'io mi lagno?

[....]

Poscia il bel riso entro le labra accolto,
che in carcere di perle s'imprigiona,
contempla attentamente, e del bel volto
vagheggiando la bocca, a lei ragiona.
Urna di gemme, ov'è il mio cor sepolto,
a te medesma il mio fallir perdona
s'io troppo ardisco; or che tu taci e dormi,
l'alma che mi rapisti io vo' ritormi.

[...]

Strani prodigi e meraviglie nove?
Il ciel d'amor dal cristallino giro
di sanguigne rugiade un nembo piove.
Quando tra gli alabastri unqua s'udiro
nascer cinabri in cotal guisa o dove?
Da fonte eburneo uscir rivi vermigli,
da le nevi coralli, ostri dai gigli?

[...]

Chi più già mai di me felice fia,
s'egli averrà che questa bella essangue,
ch'al chiuder de la sua, la piaga mia
apre così che 'l cor ne geme e langue,
d'omicida crudel, medica pia,
m'asciughi il pianto ov'io l'asciugo il sangue?
Sì che tra noie e gioie e guerre e paci
quante mi dà ferite io le dia baci?

[...] Rosa riso d'amor, del ciel fattura,
rosa del sangue mio fatta vermiglia,
pregio del mondo e fregio di natura,
de la terra e del sol vergine figlia [...]


(*) Nota di Lunaria: Marino ha scritto anche questo sonetto

"Delirio amoroso"

"Serpe sembri al feria che ben ascose stan sovente le serpi in fra le rose..."

Anche Ottavio Rinuccini nell' "Euridice" (1600) aveva usato un'espressione simile:

Dafne: per quel vago boschetto,
ove rigando i fiori
lento trascorre il fonte de gli allori,
prendea dolce diletto
con le compagne sue la bella sposa.
[...] e qual posando il fianco
su la fiorita sponda
dolce cantava al mormorar de l'onda;
ma la bella Euridice
movea danzando il piè su 'l verde prato,
quando, ria sorte acerba!
angue crudo (1) e spietato,
che celato giacea tra' fiori e l'erba,
punsele il piè con sì maligno dente,
ch'impallidì repente
come raggio di sol che nube adombri,
e dal profondo core
con un sospir mortale
sì spaventoso ohimè! sospinse fore,
che, quasi avesse l'ale,
giunse ogni Ninfa al doloroso suono,
et ella in abbandono
tutta lasciossi allor ne l'altrui braccia.
Spargea il bel volto e le dorate chiome
un sudor via più freddo assai che ghiaccio
indi s'udio il tuo nome
tra le labbra sonar fredde e tremanti,
e, volti gli occhi al cielo,
scolorito il bel viso e i bei sembianti,
restò tanta bellezza immobil gelo.

(1) serpente crudele

Altro link: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/11/i-versi-piu-belli-di-giovanni-battista.html https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2022/06/giambattista-marino-una-poesia-inedita.html


Canto XVIII: la morte di Adone. Azzannato da un cinghiale che Marte, ingelosito e ansioso di vendetta, gli aizza contro, Adone resta ferito e lentamente si spegne. Sono forse le ottave più musicali del lungo componimento poetico del Marino: quasi che un sussurro lievo e mestissimo percorra i versi, sprigionandosi dal pianto di cordoglio delle ninfe e diffondendosi alla natura circostante, dal bosco al fonte. Accresce la vibratilità musicale dell'insieme e favorisce l'espandersi dell'onda sonora quella sollecitazione al dolore che conclude come reiterato lamento ogni ottava. 

L'Aurora intanto, che dal suo balcone
gli umidi lumi abbassa a la campagna,
vede anelante e moribondo Adone,
ch'ancor con fievol gemito si lagna.
Vede che 'l duro fin del bel garzone
ogni ninfa con lagrime accompagna,
e che tutte iterando il dolce nome
battonsi a palme e squarciansi le chiome.

Diceano: "è morto Adone. Amor dolente,
or che non piagni? il bell'Adone è morto.
Empia fera e crudel col duro dente,
col dente empio e crudel l'uccise a torto.

Ninfe, e voi non piangete? Ecco repente
Adon, vostro piacer, vostro conforto,
lascia del proprio sangue umidi i fiori.
Piangete, Grazie, e voi piangete, Amori.

Giace Adone il leggiadro, Adone il vanto
di queste valli, in grembo a l'erba giace
pallidetto e vermiglio. Il riso, il canto
lasciate, o Muse. Amor, spegni la face.
Piangete, Adone, Adon degno è di pianto,
sbranato da cinghial crudo e vorace.
Adone, il nostro Adone or più non vive.
Piangete, o fonti, e lagrimate, o rive.

Pianga la bella Dea l'amante amato,
se pur quaggiù da la sua sfera il mira.
Non più la bacia, no, non più l'usato
sguardo soave in lei pietoso gira.
Più del mostro omicida ha il cor spietato,
se 'l caro Adon non piange e non sospira;
stilli in lagrime gli occhi afflitti e molli.
Piangete, o selve, e rispondete, o colli.

Misero Adon, tu pien di morte il viso
versi l'anima fuor languido e stanco.
Porta piagato a un punto e porta inciso
Venere il core, il bell'Adone il fianco.
Il fianco, oimè, del bell'Adone ucciso,
più del dente, che 'l morse, è bello e bianco.
Raddoppiate co' pianti alto i lamenti.
Piangete, o fiumi, e sospirate, o venti.

Cani infelici, il vostro duce caro
freddo sull'erba e lacerato stassi.
Piangete Adone, e di latrato amaro
empiete i muti boschi, i cavi sassi:
boschi un tempo felici, or per avaro
destin rigido e rio dolenti e lassi;
già lieti e chiari, or dolorosi e foschi.
Piangete, o sassi, e risonate, o boschi."

Così piangean le sconsolate, e fòra
uscìa d'alti sospir misto il lamento.
A sì tristo spettacolo l'Aurora
stille versò di rugiadoso argento,
com'ella per pietà volesse ancora
piangendo accompagnar l'altrui tormento;
e stupida d'un mal tanto improvviso
subito a Citerea ne diede aviso.

Nota di Lunaria: qui potete leggere il bellissimo "Adonais" del Divino Shelley: https://adonaisdishelley.blogspot.it/