"I Crisantemi"

I fiori d'autunno hanno una grazia e una delicatezza singolari, e insieme non so qual fascino malinconico da cui si sentono presi anche  gli spiriti meno sentimentali. Portano, inoltre, nel loro colore e nella qualità delle loro foglie un'apparenza di vitalità quasi direi umana, ma di vitalità sofferente; e per questo attraggono più che le ricche e voluttuose fioriture d'estate e risvegliano in chi li contempla una specie di pietà e di tenerezza: la misericordia per gli esseri fragili, solitarii ed infermi.

Ancora mi si leva nella memoria, con una limpida evidenza, l'aspetto d'un orto abbandonato, in una villa lontano, dove io ero giunto da poco, uscito novellamente d'un male.

Erano i giorni placidi e tepidi dell'estate di San Martino; un velo di sopore aleggiava su la campagna gaudente in quegli ultimi abbracci del sole.

Ancor debole, io non usciva che nella prima ora del pomeriggio, sopra una vasta terrazza solatia, rimanendo quasi immobile contro il parapetto, dando la faccia al calore pieno, chiudendo le palpebre, provando un senso tremulo di piacere nella gola a quella blandizia.

Le voci rare che giungevano dai sentieri, il suono delle campane, gli odori della terra umida mi suscitavano visioni confuse, infinite visioni, di mezzo a cui, non so perché, fiorivano certi ricordi vaghi della prima infanzia: il ricordo, per esempio, di tanti gigli che mi assopirono col profumo una sera di giugno nella stanza di mia sorella; il ricordo d'un grappolo di nidi che io feci cadere con una donna dalla grondaia, una mattina di primavera, per rapire alle rondini le piccole uova perlate che si infransero sul balcone.

Quando socchiudeva gli occhi, io vedeva a traverso il tessuto vivente delle mie palpebre un bagliore roseo, e poi come una magica selva rosea fiorire.

In verità, non mai il senso dell'essere è più dolce e più profondo che in tempo di convalescenza; e non mai l'anima è più ferace d'imaginazioni.

Un giorno, poiché per un caso io era solo, mi venne un sùbito ardimento. Discesi piano piano, la scala esterna che si divideva in due rami; e, come fui su lo spiazzo, varcai il cancello e m'incamminai verso la villa di Bellante ch'era discosta mille passi, disabitata in quella stagione.

Da principio il moto mi animò. Su quelle alture i vapori bianchi si sollevavano dal suolo a poco a poco e si fondevano nell'aria; e come le alture si umiliavano al piano, succedeva ai vapori un vivo scintillìo di brina recente. Tutto il terreno pareva sparso di cristalli, e su quel mobile campo di splendori gli alberi nudi sorgevano come fredde forme di pietra. Un branco di pecore stavano con la testa alta, con gli orecchi rosati contro la luce, su l'erbe corte; e due o tre poppanti cercavano irrequietamente i capèzzoli tra le zampe delle madri.

Quando giunsi al limitare dell'orto solitario, io ero già stanco.

Non di meno spinsi il cancello sgangherato ed entrai. Una moltitudine di canne alte ed acute come lance assediava un pozzo, là di innanzi.

Un roseto erasi moltiplicato fuor di misura e chiudeva un sentiero; e tra gl'intrecci dei rami spinosi s'intravedevano una erma tutta quanta vestita di verde dai muschi e dai licheni. Subitamente mi occupò l'animo un'inquietudine misteriosa.

Procedendo con passi cauti, oltrepassai quella prima selva selvaggia e mi ritrovai nel mezzo dell'orto abbandonato. Qua e là cominciava ad apparire qualche fiore alto su lo stelo. I bussi e i lauri facevano ombra. E la luce in quel luogo era così strana e direi quasi soprannaturale, ch'io ripensai il verso di Percy Shelley: "Un paradiso di folte ombre, rischiarato dagli sguardi dei fiori..."

Quei fiori, in fatti, mi guardavano. Come più io avanzava, più diventavan numerosi.

Certi grandi fiori paonazzi si aprivano in forma di coppa, sorgevano da terra su lunghi tubi, senza fogliame. Certe borse, rosee come la pelle umana, si gonfiavano su i gambi contorti.

Certe bocche, tinte di scarlatto cupo, emettevano stami simili a piccole lingue giallicce. I petali avevano quasi il viscidume dei funghi; gl'involucri sparsi di cavità parevano favi di cera.

Alcune delle piante da cui sgorgavano tali fiori erano composte di grosse foglie carnose, d'un color bruno pendente nel violetto, consparse di pelurie come di una muffa; o pure partorivano ramificazioni nane, ignude, simili a rettili morti e a bruchi enormi; e si dividevano in lame piatte di un color verde pallido; rigate di bianco e maculate come il dorso delle rane o delle salamandre di acqua.

Le vitalbe sembravano viluppi di ragni pelosi o mazzi di piume grigiastre.

I crisantemi erano in copia grande; gialli, ma così lievemente che apparivano bianchi, e con l'estremità dei petali appena appena soffusa di viola; e rammentavano il pallore della carne d'una bimba assiderata.

E tutti quei fiori mi guardavano; e mi mettevano nel cuore una immensa pietà e una immensa tristezza.

Io mi chinai non di meno a cogliere i crisantemi.

Come gli steli erano tenaci, io li recideva con l'unghia.

Dopo qualche minuto, avevo la punta delle dita agghiacciata. E d'un tratto mi prese uno sbigottimento; poiché io sentiva a poco a poco le forze diminuire e il freddo giungermi ai precordii.

Allora lasciai i fiori, e mi mossi per uscire dall'orto.

Le ginocchia, ad ogni passo, mi si piegavano; ma, pensando che se fossi caduto sarei rimasto là senza spiriti a morire nell'umidità della sera, feci uno sforzo sovrumano e giunsi alle canne.

Anzi mi abbracciai alle canne per sostenermi, e l'urto propagò alle prossime in giro un fremito singolare.

Come volse agli occhi, vidi la muta erma verde drizzarsi tra le spine e n'ebbi quasi paura, poiché mi parve che si mettesse a vivere e mi saettasse con occhi ostili.

Varcato con ultimo sforzo il cancello, udii voci note su la strada, che mi chiamavano; e ripresi animo.

Ieri, su la mensa d'un'amica bella e benigna, si levava un gran mazzo di crisantemi, gialli ma così lievemente che apparivano bianchi e con l'estremità dei petali soffusi di viola a pena a pena. Io, in tutto il tempo che durò il pranzo cortese, non potei distaccare gli occhi dalla coppa d'argento. 

E mi ritornava alla memoria l'orto abbandonato.












😍😍😍


Uso apotropaico del Sangue di Vampiro nel Folklore

Info tratte da

Pagina 101 e 102

Si sono sviluppate varie pratiche per tenere lontano un cadavere che si è trasformato in vampiro; [oltre a mettere l'aglio nella tomba o appeso al collo delle persone] molti racconti dei secoli scorsi suggeriscono che il sangue del presunto revenant è una difesa contro gli attacchi degli altri revenant.

Si diceva che sia il sangue del revenant sia la terra della sua tomba avessero tale funzione; in Pomerania si raccomandava di immergere parte del sudario nel sangue del revenant, far colare il sangue nel brandy e bere la mistura per proteggersi contro il revenant.

L'esame dell'uso del sangue nel folklore europeo ci porterebbe lontano ma potrei osservare che in Europa il sangue era considerato un amuleto portafortuna. In uno studio sui costumi dei prussiani orientali, Lemke rilevò che il sangue di un giustiziato era considerato prezioso per la sua capacità di assicurare buona fortuna (...) In Pomerania se un mercante riusciva solo a raccogliere con il fazzoletto il sangue di un assassino decapitato, poteva aumentare la clientela; tra gli abitanti della Sassonia orientale tale sangue, bevuto fresco, era ritenuto efficace contro le malattie gravi.

Anche determinati oggetti possono tenere lontano i vampiri, in particolare quelli appuntiti (per esempio, infilzando il terreno attorno alla tomba del presunto vampiro con un paletto. Nota di Lunaria) Tali oggetti possono essere collocati anche sulla soglia di casa, per impedire al vampiro di entrare. Un resoconto suggerisce che in Serbia una croce di legno, piazzata sullo stipite della porta, assolve la stessa funzione (...) Reiter dice che il catrame, spalmato a forma di croce sulla porta di casa era ugualmente efficace (il catrame si trova come metodo apotropaico anche in Marocco)


E ovviamente non posso non mettere l'iconica foto dei BlutEngel! 😍💜🍷


https://www.youtube.com/watch?v=p8AMPHm_kvk


"Si incontravano, lungo i sentieri, delle croci... erano uguali a quelle del Camposanto"

Per sentieri antichi, lungo muretti a secco e siepi di more, si può camminare intorno al Podere.

Dalle colonnine della cinta sono caduti alcuni capitelli.

I magri alberi da frutta non sono progrediti molto; non ho più trovato il pioppo uccellatore. I campi mi sono parsi meglio coltivati; ma si vedevano i segni della siccità.

Io sapevo che il vento che passa lassù non si sente altrove.

Solo un soffio mi raggiungeva sul sentiero.

Per quel vento soprattutto avevo amato il Podere; era più sensibile sulla cima, tra i cespi della lavanda, ai quali portava via un poco del loro forte odore.

Mi piaceva trovarmi là quand'era, come adesso, il crepuscolo; e quel vento arrivava da paesi, da mondi lontani.

Allora si incontravano, lungo i sentieri, delle croci: contro i muretti, sotto le siepi spioventi, scarmigliate. Erano uguali a quelle del Camposanto: nere, coperte da un tettuccio di latta sfrangiata. Su ognuna un cartiglio di latta inchiodata sul legno recava un nome e una data. Erano nomi di contadini, caduti (ubriachi) nella neve una sera di festa.

La desolazione di quelle croci solitarie aveva per me qualcosa di confortante, di dolce. Perché non c'erano più? è vero che le piccole borgate a capo dei sentieri sono state quasi tutte abbandonate.

Uno di quei sentieri è quello della Madonna del Pino. L'ho cercata e l'ho vista spuntare, in cima al costone alto; e dietro la chiesa il pino, vecchio e storto.

[..] Lungo quei sentieri ho ritrovato la casa isolata che mi metteva paura. Era una casa civile, tinteggiata di chiaro, eppure sinistra: era vuota, porte e finestre sfondate.

Il suo mistero, nel sole tra i campi di grano e le sassaie, era più strano e perciò più reale. Il silenzio che la circondava non era quello consueto dei campo, ma di ciò che ha subito una violenza segreta.