purtroppo hanno tolto tutte le ossa... 😢 da ammirare, resta solo la bella grata 😍💀💜 A Cerro ci sono tornata ad Ottobre 2025, ma solo oggi ho riaggiornato la ricerca su questa città
Aura-Eloim
I
La lettura fu l'occupazione prediletta della mia vita. Non di libri italiani, che sono per la maggior parte noiosi, ma degli stranieri; degli inglesi specialmente e dei tedeschi; e negli inglesi comprenderete gli americani di genere letterario.
Da giovane avevo un'abitudine. Leggevo spesso ad alta voce, quei brani che mi parevano belli, perché esaltavano la mia fantasia e commuovevano il mio cuore. Leggendo ad alta voce mi pareva di gustarli meglio e più facilmente poi ricordarli.
Una sera, il cielo era una cappa di piombo taciturna; l'aria tetra, immobile, soffocata dalla nebbia; i rumori, che salivano dalla terra, dileguavano crudi e senza eco, come ricacciati indietro da quell'aria soffocata, e un sussurrio indistinto e pauroso circolava tutto intorno per l'ambiente.
Io era triste, molto triste.
Pensava ad una donna che era l'oggetto di tutti i miei pensieri, l'idolo dei miei desiderii.
Eppure l'avea vista soltanto, non le avea mai parlato, neppure una volta. Alle volte gli occhi s'incontrano, cozzano gli sguardi, dal cozzo salta fuori una scintilla, e quella scintilla provoca una lagrima che vela e fa tremolare il vostro sguardo.
E un palpito, allora, sposta ed affretta il ritmo del cuore, sposta ed affretta il passo della vita.
Alla mia tristezza, quella sera, non restava altro conforto che la lettura.
Nessun'altra cosa potea svagare il mio pensiero, e riposarlo per poco dalle sue amarezze.
Era solo. E leggeva.
Leggeva ad alta voce per meglio distrarmi, per più gustare la lettura.
E si era fatto un gran silenzio attorno a me, e la mia voce cominciava a suonar paurosa in quel silenzio: quando d'un colpo io m'arresto, sento un brivido nel sangue e per le ossa, le mani mi si fanno di ghiaccio, le guance e la fronte di fuoco, levo gli occhi dal libro e guardo intorno per la camera… Nulla!...
Io ho sentita una voce, mi pareva di averla sentita distintamente, una voce che ripeteva con me le ultime parole da me lette nel libro. E somigliava tanto alla mia voce! No: era più fioca, più triste, più musicale della mia. Avea non so che accento di preghiera, un accento di stanchezza e di preghiera... Sarà stata un'illusione, un'allucinazione nervosa. Cerchiamo di calmarci e non ci pensiamo. La fantasia esaltata è l'istrione, il prestigiatore dell'anima: non può far vive e palpitanti ai sensi immagini vane e cose insussistenti. Non ci pensiamo più.
Mi alzo, fo un giro per la camera, guardo per la camera attigua. In casa con me non aveva che un servo, che quella sera m'aveva chiesto il permesso di andare alle marionette, e non era ancora ritornato.
Mi assicuro che son solo, vado un po' alla finestra, apro le imposte, guardo fuori un momento: il cielo è sempre una cappa di piombo taciturna, l'aria tetra, susurrio indistinto e pauroso che circola tutt'intorno per l'ambiente; ed allora non so altro che fare: chiudo le imposte e ritorno alla lettura.
Ma questa volta, cautela forse o paura inconsapevole, questa volta leggo, scorrendo semplicemente con gli occhi le pagine. Ho l'orecchio teso, senza volerlo, come per dar la caccia al minimo tremito dell'aria.
E leggo un bel pezzo, scorrendo con gli occhi le pagine.
Il libro è un'opera poetica, ma non ha nulla di romanzesco o di pauroso: quella lettura anzi mi calma, smorza e sopisce a poco a poco la mia emozione: io mi distraggo in essa pienamente. E sono tranquillo. Ho dimenticato per poco le mie tristezze e le mie paure, e leggo: leggo, come se nulla più mi premesse al mondo.
Nell'oblio che mi vien dalla lettura - quell'oblio era tutto il conforto che io cercava - mi capita sotto gli occhi un brano splendido di affetto e di pensiero.
Io sorrido, e me ne compiaccio.
Rileggo, come al solito per gustarlo meglio, rileggo quel brano ad alta voce… Ho uno schianto che per poco non mi arresta il respiro e il battito del cuore. Lo spavento questa volta è forse anche più terribile, ma dura poco. Io mi riscuoto subito, sento dispetto della mia paura, chiudo il libro e resto chiuso in me stesso, a meditare.
Io ho sentito anche più distinta quella voce sentita poco fa.
Non potrei assicurare che abbia ripetute le ultime parole da me lette nel libro; ma questa volta era anche più fioca, più triste, più musicale di prima.
Ed aveva un accento di preghiera, una accento di stanchezza e di preghiera che vibra ancora con tutte le fibre del mio animo… Ed ora vorrei sentirla un'altra volta quella voce: un'altra volta, ma senza provocarla. Già, nel silenzio, sarebbe anche più terribile… ma chi m'assicura che io non sia gabbato dalla mia fantasia, giocato dai miei pensieri e dai miei nervi?
Guardo l'orologio: un quarto alle dodici. è tardi per uscire, per uscire e cercar di qualche amico.
Di leggere più non me la sento. Anzi, non so perché, metto da parte il libro in un posto dove non lo veda. Di sonno non parlo.
Nessuna voglia di dormire.
Proprio stasera quel tanghero di Antonio doveva andare alle marionette!
Dopo poi andrà all'osteria o peggio…
Mi ha fatto sempre grande antipatia vederlo entrare in camera, quando sono occupato a lavorare; eppure stasera lo vedrei tanto volentieri, lo farei anche sedere, gli farei persino un discorsetto.
In questo punto mi pare di sentire un rumore, come di passi lontani. Mi alzo istintivamente dalla sedia, mi avvio verso la porta delle scale, parmi e non parmi udire il rumore di passi che s'avvicinano, ed io vacillo, poi resto, resto immobile un momento; poi mi scuoto e levo la mano in atto di aprir la porta della sala, levo la mano e me la sento afferrare… me la sento afferrare e stringere dolcemente da una mano piccola e fredda, morbida e delicata come la mano d'una fanciulla. Do un grido, ma non vedo nulla.
Non sento più la mano che ha serrata la mia, ma sento ancora su la palma la sua impronta fredda e delicata…
Dio! L'avessi stretta quella mano; m'avesse pure trascinato con sé fuori dal mondo, fuori del mondo del mio fastidio e delle mie paure…
II
Din-din-din! Tirano il campanello. Ma sì che tirano il campanello, che dubbio? è Antonio che ritorna. Fo un salto e m'avvio per aprire; ma il passo mi pesa, mi pesano le gambe. Io ho paura di andare e di restare, ho paura persino del mio servitore… povero diavolo!
Din-din-din! Questa volta mi slancio verso la porta, come se fossi inseguito, e chiamo ad alta voce: "Antonio! mentre afferro convulsamente il lucchetto ed apro d'un colpo."
"Antonio?"
"Signore, che cos'è?"
"Tu sei tu, non è vero?"
"Come a dire?"
è il mio servitore. Una beata faccia di ebete mi rassicura passabilmente.
è il mio servitore, non c'è dubbio.
Egli entra ed io mi scosto. Egli cammina ed io lo guardo da capo a piedi, negli occhi specialmente, che ora cominciano a sembrarmi pieni d'intelligenza. Egli sorride ed io m'imbarazzo; egli s'imbarazza ed io sorrido.
M'avvio nella mia camera. Vorrei e non vorrei che mi seguisse. Non vorrei voltargli le spalle, non vorrei staccarmi da lui. Gli voglio dire non so che cosa e non gli dico nulla, ossia non so io stesso quel che gli dico. Gli fo un cenno che ei non intende, e io stesso non intendo quel che accenno… - per Dio, non vorrei far ridere il mio servitore! - Fo uno sforzo da eroe, in barba al proverbio che dice: nessuno è eroe innanzi al suo cameriere.
"Vieni qua", gli dico, "perché così tardi?..."
E rientro frattanto nella mia camera seguito da Antonio, che mi pare ad ogni istante mi si debba avventare addosso, per stringermi fra le sue braccia di scheletro, che sono invece braccia di uomo vivo, sano e amante della fatica.
Nel rientrare in camera, la prima cosa che io guardo è lo scrittoio, presso il quale era stato seduto a leggere. Vi ho detto che il libro lo avea già chiuso e messo in disparte, in luogo dove non lo vedessi: ma ora invece lo vedo o mi pare di vederlo, spiegato alla pagina su cui avevo interrotta la lettura, e nel punto più visibile del mio scrittoio.
"Non è possibile".
Allucinato com'ero, avrò creduto metterlo da parte; ma, in realtà, l'ho lasciato dove stava.
"Signore, voi m'avete dato il permesso. Io sono andato alle marionette; cioè, non voglio dire la bugia, sono stato al teatro dei personaggi a sentire il Vero lume fra le ombre, ossia il Verbo Incarnato. Che bella cosa, signore! E quelli or ora hanno terminato."
L'affare del lume fra le ombre, che in altra occasione mi avrebbero dato ilarità, questa volta mi fa un effetto molto serio. Io guardo sempre il mio servitore con sospetto, con aria di chi ha paura di aver paura; mi pare che ad ogni istante quell'apparenza di bonomo popolano mi si debba trasformare in non so che… Ma Antonio tutto a un tratto si conturba, e poi il suo volto si abbuia, e un velo nero sempre più fitto, sempre più fitto scende a nascondere la sua persona, e la sua persona, sotto quel velo, si dilegua; ma prima io vedo gli occhi che si oscurano, si convellono sprofondando nell'orbita, e poi non vedo più nulla.
Buio d'un istante. Io mi sento immediatamente sollevare e, come uscito fuori all'aria libera, io vedo il cielo sereno, e due stelle che mi si avvicinano; ma quelle stelle sono due occhi, due occhi soli librati nel vuoto dell'aria.
Due occhi pieni di grazia e di languore, che mi guardano con la passione del mio animo.
Come sono belli quegli occhi! Belli di una bellezza che scolora ogni altro fascino. Non c'è spaventi o terrori sulla terra, che reggano dinanzi a quell'incanto. Io resto muto ed estatico ad ammirare, e quegli occhi mi parlano: mi parlano con quella voce che avea udito poco fa, ma sempre più fioca, più triste, più musicale di prima; mi parlano con armonie di sospiri, di profumi, di palpiti aerei; e quella musica ha un accento di preghiera - preghiera stanca, perché già troppo fervida; stanca, perché già troppo pura.
Quella prece mi calma, quella musica m'inebbria: m'inebbria e mi assopisce… io non so che ne è di me per parecchie ore: perché nel ridestarmi, mi trovo disteso sul letto; e Antonio, che mi è al fianco, mi fa certe domande che m'infastidiscono; ed io lo prego di lasciarmi e andare a riposare…
"Sì, iersera non mi sentiva bene; poi, come tu dici, caduto in deliquio, ossia mi sono addormentato: ma ora sto bene, benissimo. Ti prego, ti supplico: lasciami, va a dormire dico, vattene."
Il primo raggio dell'alba entrava già per le fessure delle imposte; il riposo e la luce del mattino dileguavano dalla mia testa i sogni della veglia; io mi sentiva la mente vuota, un'acre aridità in fondo all'anima, e un freddo per le ossa e per la cute.
III
Io non so che fermento mi si facesse nel cervello quella notte, in cui ebbi tante paure ed emozioni. Ma il giorno che succedette a quella notte, una febbre mi scoppiò nel sangue: una febbre di desiderio irresistibile, una smania di passione violenta, una sete d'amore per quella donna, che era già l'oggetto di tutti i miei pensieri e diveniva ora il palpito stesso del mio cuore, la vita di tutta la mia vita.
Il mio ingegno, la mia passione e i casi, che questa volta son propizii, mi mettono su la via del mio amore. Io conosco già la famiglia, e vi sono accolto con segni di deferenza.
Una sera son presentato a quella donna, che io vedo già dappertutto intorno a me. E la sua veste quasi sfiora il mio abito, il suo alito quasi si mescola al mio, il suo occhio è immobile, immobile il mio sguardo; e quegli occhi e quello sguardo si parlano coi raggi della luce, che sgorga dalle nostre pupille scintillanti.
Io le porgo la mia mano, la sua si muove per venire incontro alla mia; è così breve il cammino, e noi siamo stracchi prima di arrivare; le nostre mani si arrestano per via, le nostre labbra non han lena da articolare una parola, noi sediamo a due angoli opposti della sala; il mio volto impallidisce ai primi echi della sua voce musicale, il suo volto era già pallido al primo lampo della mia malinconica pupilla. Per fortuna, il chiasso faceto e l'allegro cicalio della brigata ci proteggono dalla profana curiosità dei convitati. Essa schiva di parlare, io rispondo a casaccio alle domande che mi si fanno.
Parlo di musica, di mode, del caldo, del freddo, del comitato di beneficienza e delle dame filantrope… per verità, non so io stesso quel che dico, ossia mi è indifferente checché si dica da me e dagli altri. La mia parola qualche volta è strana, spesso colorita; io acquisto fama di originale e di distratto: la mia fortuna in conversazione è assicurata… ma io non ho avuto cuore di accostarmi, di rivolgere una parola a quella donna!
E quella sera, e altre dopo, ci vedemmo; ma non corse una parola fra di noi. La sua voce, quando parlava con le amiche, mi sembrava velata, sempre più fioca e velata ogni volta che l'udiva: eppure sempre più dolce, più triste, più musicale ogni volta che l'udiva. Ma il suo sguardo, quando si rompeva nel mio, l'occhio restava immobile un istante e un fremito armonioso le scorreva per tutta la persona, come se un'aura lieve le sussurrasse intorno e la baciasse tutta; e, a quel bacio e a quel fremito, una lagrima le tremolava negli occhi, le oscurava la pupilla, ed io sentiva una stretta al cuore ed abbassava gli occhi, palpitando…
IV
Finalmente ci parliamo per la prima volta. Ed era la prima volta che ci vedevamo soli, per un viale di larici e cipressi che costeggiava una spiaggia silenziosa.
Il cielo era triste, monotono di nebbia. Il mare calmo, troppo calmo: pareva uno specchio velato a bruno per nascondere i suoi misteri paurosi. L'aria umida e piuttosto tiepida; ma una luce scialba, monotona dappertutto, dava un senso di freddo e di solitudine alla terra e all'aria circostante.
Com'era bella quella donna, al raggio di quella fredda luce! E come consolava quella solitudine! Che aura di sogni inebbrianti, che voluttà d'infiniti desideri le vaporava da tutta la persona? Aveva la fronte limpida, diafana come il raggio della luna, gli occhi sereni e immobili come le stelle del cielo boreale… com'era bella quella donna!
"Eloim, ho una smania irresistibile, un fatale implacabile desiderio: ho desiderio di morire."
Non so perché, al suonar di quella voce, non si spezzarono le fibre del mio cervello, non si spezzarono le fibre del mio cuore.
Io sentii uno scatto dentro l'anima, e credei fosse quella la mia morte.
La sua voce, questa volta non era fioca e velata come l'avevo udita finora, come l'avevo udita quando parlava con le amiche, e di cui l'eco soltanto mi faceva impallidire; la sua voce questa volta era… io non so dire: per me non c'è cosa che l'esprima su la terra.
Io non vedo, non sento, non ricordo più nulla; tutta la mia anima è assorta nell'udito; quella voce è tutto il mondo per me...
"Eloim, io t'ho veduto prima di conoscerti; ed ora, che ti conosco, non ti vedrò più."
"Nessun dubbio al mondo! Sia pure il dio dei cieli che scenda qui per negalo, più nessun dubbio al mondo! Aura, io t'ho udita prima di vederti; ed ora che ti vedo non ti udrò più. Ho anch'io una smania irresistibile, un fatale implacabile desiderio: ho desiderio di morire. La vita non è fatta per l'amore."
"Io ho pregato molto. Mia madre, fin da che io ero bimba, bimba di pochi anni, m'ha imparato a pregare, a pregare tutte le sere, in ginocchi, le mani giunte e la faccia al cielo.
Allo spirito invisibile era rivolta la mia preghiera. Non profanare mai la tua preghiera, mi diceva mia madre: non profanare mai la tua preghiera innanzi ad una immagine, che non è bella, non è santa come te. Ed io pregava lo spirito invisibile, l'anima custode delle anime; pregava ed implorava la pace, l'amore, la beatitudine. Ma cresceva di giorno in giorno il travaglio della vita, il travaglio di affannosi desiderii, e più fervida di giorno in giorno, più ardente si facea la mia preghiera.
Io pregava lo spirito invisibile, l'anima custode delle anime; ma l'invisibile, Eloim, stanca: stanca perché non risponde, perché non guarda, non palpita, non soffre come te…
Io pregava lo spirito invisibile, e la preghiera era lo sfogo della mia anima ; ma l'Invisibile, Eloim, stanca ed io era stanca della mia preghiera.
Una sera sola nella mia cameretta… no, Eloim, non ero sola. Avea compagno il raggio della luna, che pallido e silenzioso mi veniva incontro di lontano, entrava per la mia finestra, e mi pareva stanco esso pure: stanco della sua vita senza fine, della sua luce senza ombra; e, fra le ombre della mia cameretta, entrava a rifugiarsi e a riposare… Ed io era in ginocchio, le mani giunte e la faccia al cielo; e quel raggio si posava su la mia fronte come un bacio di gelide labbra; e al mio occhio vaporava in quella luce; come in aere di profumi inebrianti. Io pregava, pregava e sentiva piovermi nell'anima un soffio sempre più freddo, sempre più freddo, un soffio ed un sopore assideranti come l'aura del deliquio… Tu allora sei venuto, sei venuto incontro a me; ma io non ti vedeva: vedeva i tuoi occhi soli librati nel vuoto dell'aria.
E quegli occhi mi parlavano con la mia voce, con la voce dei miei infiniti desiderii, con la voce della mia stanca preghiera. E sai che mi dicevano quegli occhi?... Ecco, eccoli che ritornano, librati nel vuoto dell'aria… Ma falli almeno tacere un istante, spezza un momento quegli accordi di funebre armonia… Eloim, hai voluto essere inesorabile? Ed ora i tuoi occhi sprofondano nel buio, nell'orbita d'un buio che è la morte."
Ecco: io comprendo finalmente quella voce che spezzò la mia lettura: "Quando m'avrai conosciuta, non m'udirai più!"
Io sento afferrarmi la mano da una mano piccola e fredda, e un occhio è impietrito nel mio sguardo, e quell'occhio non mi vede, non vede più: all'oblio dell'amore, è successo l'oblio della morte…
Aura io voleva narrar la tua storia, e ho narrato invece i sogni della mia anima inferma. Perdonami, se puoi, dal fondo del tuo sepolcro.
Lo Scavatore di Fosse
Nel terribile silenzio della notte, mentre tutte le cose celesti scomparivano dietro il velo tenace della spessa coltre di nubi, camminavo solo e spaventato nella Valle dei Fantasmi della Morte.
Quando giunse la mezzanotte e gli spettri cominciarono a balzarmi intorno con le loro orribili ali innevate, vidi ergersi di fronte a me un gigantesco fantasma, che mi ammaliò col suo ipnotico pallore e mi disse: "La tua paura è duplice! Hai paura d'aver paura di me! Non riesci a nasconderlo, perché sei più debole della sottile tela del ragno. Qual è il tuo nome terreno?"
M'appoggiai ad una grossa roccia e, dopo essermi ripreso dall'improvvisa e violenta emozione, risposi con voce debole e tremante: "Mi chiamo Abdallah, che significa "schiavo di Dio".
Per alcuni istanti, il fantasma rimase in silenzio; un silenzio spaventoso il suo. A poco a poco, m'abituai al suo aspetto, ma fui di nuovo scosso dai suoi pensieri e dai suoi discorsi bizzarri, dalle sue strane opinioni e intenzioni.
Brontolò: "Sono molti gli schiavi di Dio, e molte sono le pene che provocano a Dio. Perché tuo padre non ti chiamò, invece, "Padrone dei Demoni", aggiungendo un altro disastro all'enorme calamità della Terra? Ti aggrappi terrorizzato al piccolo cerchio di doni che hai ricevuto dai tuoi antenati, e la tua afflizione è provocata da ciò che ti hanno lasciato i tuoi genitori, e resterai schiavo della morte finché non diverrai anche tu uno dei morti.
I vostri mestieri sono inutili, un vero spreco, e le vostre vite sono vuote. Tu non hai mai conosciuto la vera vita, né mai la conoscerai; e la tua ingannevole coscienza non si renderà mai conto che sei un morto vivente. I tuoi occhi illusi vedono le persone tremare di fronte alla tempesta della vita e tu credi che siano vive, mentre in realtà sono morte fin dalla nascita. Non c'è nessuno disposto a seppellirle; perciò, un buon mestiere per te potrebbe essere quello dello scavatore di fosse e, come tale potresti liberare i pochi ancora in vita tra i cadaveri ammucchiati nelle case, per le strade e nelle chiese."
"Non posso fare un mestiere del genere", protestai. "Mia moglie e i miei bambini hanno bisogno del mio sostegno e della mia compagnia."
Il fantasma si chinò verso di me, mostrando l'intreccio dei suoi muscoli che sembravano le radici di una robusta quercia, piene di vita e d'energia, e urlò: "Da' ad ognuno una vanga e insegnagli a scavar fosse; la tua vita non è altro che miseria nera nascosta dietro mura dipinte di bianco. Unisciti a noi, poiché noi genii siamo i soli a possedere la realtà! Scavar fosse reca un beneficio lento ma sicuro, facendo svanire le creature defunte che tremano davanti alla tempesta e mai le procedono accanto."
Rifletté un momento, poi chiese: "Di che religione sei?"
Con coraggio affermai "Credo in Dio e onoro i suoi profeti; amo la virtù e ho fede nell'eternità."
Con saggezza e convinzione notevoli, il genio rispose: "Queste parole vuote sono state poste sulla labbra degli uomini delle epoche passate e non dalla conoscenza; in realtà, tu credi soltanto in te stesso, non onori altro che te stesso e hai fede unicamente nell'eternità dei tuoi desideri. L'uomo ha venerato se stesso fin dall'inizio, chiamandosi con titoli appropriati, finché non ha usato la parola "Dio" per riferirsi sempre a se stesso."
Quindi il gigante scoppiò a ridere fragorosamente, e l'eco della sua risata risuonò nelle caverne, poi disse: "Come sono strani coloro che venerano se stessi, mentre la loro esistenza reale altro non è che una carcassa terrena!"
Fece una pausa, durante la quale riflettei sulle sue parole e meditai sul loro significato. Possedeva una conoscenza più strana della vita, più terribile della morte e più profonda della verità. Timidamente, azzardai: "Tu hai una religione o un Dio?"
"Mi chiamo il Dio Pazzo", rispose, "sono nato in ogni tempo e sono il dio di me stesso. Non sono saggio, poiché la saggezza è del debole. Io, invece, sono forte, e la Terra si muove sulle orme dei miei passi, e quando mi fermo, la processione di stelle si ferma con me.
Mi faccio beffe della gente... Accompagno i giganti della notte... Mi unisco ai grandi re dei genii... Posseggo i segreti dell'esistenza e della non-esistenza.
Al mattino bestemmio il sole... a mezzogiorno maledico l'umanità... a sera sommergo la natura... di notte m'inginocchio e venero me stesso... Mi nutro di corpi umani, ne bevo il sangue per placare la mia seta, e respiro attraverso i loro rantoli di morte. Anche se menti a te stessa, sei mio fratello e vivi con me. Vattene, ipocrita! Torna strisciando alla terra e continua ad adorare te stesso tra i morti viventi!"
M'allontanai barcollando dalla valle piena di rocce e di caverne, in preda ad uno stupefatto smarrimento, credendo a malapena a ciò che avevo udito e visto.
Ero dilaniato dal dolore provocatomi da alcune delle verità che il genio aveva detto, e vagai tutta la notte per i campi, in mesta contemplazione.
Mi procurai una vanga e mi dissi: "Scava fosse profonde... Ora va', e non appena troverai un morto vivente seppelliscilo nella terra."
Da quel giorno ho continuato a scavare fosse e a seppellire morti viventi.
Ma i morti viventi sono numerosi, e io sono solo.
Non ho nessuno che mi aiuti…
Taetra Philosophia 😍 💿⚰️
e dopo il vlog a Lainate realizzato in collaborazione con Mary e Jean (ex Vladimir ora Immaculate Touch)... siamo corsi in fretta fino a Rho per ritirare questa meraviglia 😍💀 che avevo ordinato a dicembre, ma purtroppo ho dovuto aspettare quasi un mese per averlo in formato fisico! 😖
"I Crisantemi"
I fiori d'autunno hanno una grazia e una delicatezza singolari, e insieme non so qual fascino malinconico da cui si sentono presi anche gli spiriti meno sentimentali. Portano, inoltre, nel loro colore e nella qualità delle loro foglie un'apparenza di vitalità quasi direi umana, ma di vitalità sofferente; e per questo attraggono più che le ricche e voluttuose fioriture d'estate e risvegliano in chi li contempla una specie di pietà e di tenerezza: la misericordia per gli esseri fragili, solitarii ed infermi.
Ancora mi si leva nella memoria, con una limpida evidenza, l'aspetto d'un orto abbandonato, in una villa lontano, dove io ero giunto da poco, uscito novellamente d'un male.
Erano i giorni placidi e tepidi dell'estate di San Martino; un velo di sopore aleggiava su la campagna gaudente in quegli ultimi abbracci del sole.
Ancor debole, io non usciva che nella prima ora del pomeriggio, sopra una vasta terrazza solatia, rimanendo quasi immobile contro il parapetto, dando la faccia al calore pieno, chiudendo le palpebre, provando un senso tremulo di piacere nella gola a quella blandizia.
Le voci rare che giungevano dai sentieri, il suono delle campane, gli odori della terra umida mi suscitavano visioni confuse, infinite visioni, di mezzo a cui, non so perché, fiorivano certi ricordi vaghi della prima infanzia: il ricordo, per esempio, di tanti gigli che mi assopirono col profumo una sera di giugno nella stanza di mia sorella; il ricordo d'un grappolo di nidi che io feci cadere con una donna dalla grondaia, una mattina di primavera, per rapire alle rondini le piccole uova perlate che si infransero sul balcone.
Quando socchiudeva gli occhi, io vedeva a traverso il tessuto vivente delle mie palpebre un bagliore roseo, e poi come una magica selva rosea fiorire.
In verità, non mai il senso dell'essere è più dolce e più profondo che in tempo di convalescenza; e non mai l'anima è più ferace d'imaginazioni.
Un giorno, poiché per un caso io era solo, mi venne un sùbito ardimento. Discesi piano piano, la scala esterna che si divideva in due rami; e, come fui su lo spiazzo, varcai il cancello e m'incamminai verso la villa di Bellante ch'era discosta mille passi, disabitata in quella stagione.
Da principio il moto mi animò. Su quelle alture i vapori bianchi si sollevavano dal suolo a poco a poco e si fondevano nell'aria; e come le alture si umiliavano al piano, succedeva ai vapori un vivo scintillìo di brina recente. Tutto il terreno pareva sparso di cristalli, e su quel mobile campo di splendori gli alberi nudi sorgevano come fredde forme di pietra. Un branco di pecore stavano con la testa alta, con gli orecchi rosati contro la luce, su l'erbe corte; e due o tre poppanti cercavano irrequietamente i capèzzoli tra le zampe delle madri.
Quando giunsi al limitare dell'orto solitario, io ero già stanco.
Non di meno spinsi il cancello sgangherato ed entrai. Una moltitudine di canne alte ed acute come lance assediava un pozzo, là di innanzi.
Un roseto erasi moltiplicato fuor di misura e chiudeva un sentiero; e tra gl'intrecci dei rami spinosi s'intravedevano una erma tutta quanta vestita di verde dai muschi e dai licheni. Subitamente mi occupò l'animo un'inquietudine misteriosa.
Procedendo con passi cauti, oltrepassai quella prima selva selvaggia e mi ritrovai nel mezzo dell'orto abbandonato. Qua e là cominciava ad apparire qualche fiore alto su lo stelo. I bussi e i lauri facevano ombra. E la luce in quel luogo era così strana e direi quasi soprannaturale, ch'io ripensai il verso di Percy Shelley: "Un paradiso di folte ombre, rischiarato dagli sguardi dei fiori..."
Quei fiori, in fatti, mi guardavano. Come più io avanzava, più diventavan numerosi.
Certi grandi fiori paonazzi si aprivano in forma di coppa, sorgevano da terra su lunghi tubi, senza fogliame. Certe borse, rosee come la pelle umana, si gonfiavano su i gambi contorti.
Certe bocche, tinte di scarlatto cupo, emettevano stami simili a piccole lingue giallicce. I petali avevano quasi il viscidume dei funghi; gl'involucri sparsi di cavità parevano favi di cera.
Alcune delle piante da cui sgorgavano tali fiori erano composte di grosse foglie carnose, d'un color bruno pendente nel violetto, consparse di pelurie come di una muffa; o pure partorivano ramificazioni nane, ignude, simili a rettili morti e a bruchi enormi; e si dividevano in lame piatte di un color verde pallido; rigate di bianco e maculate come il dorso delle rane o delle salamandre di acqua.
Le vitalbe sembravano viluppi di ragni pelosi o mazzi di piume grigiastre.
I crisantemi erano in copia grande; gialli, ma così lievemente che apparivano bianchi, e con l'estremità dei petali appena appena soffusa di viola; e rammentavano il pallore della carne d'una bimba assiderata.
E tutti quei fiori mi guardavano; e mi mettevano nel cuore una immensa pietà e una immensa tristezza.
Io mi chinai non di meno a cogliere i crisantemi.
Come gli steli erano tenaci, io li recideva con l'unghia.
Dopo qualche minuto, avevo la punta delle dita agghiacciata. E d'un tratto mi prese uno sbigottimento; poiché io sentiva a poco a poco le forze diminuire e il freddo giungermi ai precordii.
Allora lasciai i fiori, e mi mossi per uscire dall'orto.
Le ginocchia, ad ogni passo, mi si piegavano; ma, pensando che se fossi caduto sarei rimasto là senza spiriti a morire nell'umidità della sera, feci uno sforzo sovrumano e giunsi alle canne.
Anzi mi abbracciai alle canne per sostenermi, e l'urto propagò alle prossime in giro un fremito singolare.
Come volse agli occhi, vidi la muta erma verde drizzarsi tra le spine e n'ebbi quasi paura, poiché mi parve che si mettesse a vivere e mi saettasse con occhi ostili.
Varcato con ultimo sforzo il cancello, udii voci note su la strada, che mi chiamavano; e ripresi animo.
Ieri, su la mensa d'un'amica bella e benigna, si levava un gran mazzo di crisantemi, gialli ma così lievemente che apparivano bianchi e con l'estremità dei petali soffusi di viola a pena a pena. Io, in tutto il tempo che durò il pranzo cortese, non potei distaccare gli occhi dalla coppa d'argento.
E mi ritornava alla memoria l'orto abbandonato.
😍😍😍
Uso apotropaico del Sangue di Vampiro nel Folklore
Info tratte da
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Si sono sviluppate varie pratiche per tenere lontano un cadavere che si è trasformato in vampiro; [oltre a mettere l'aglio nella tomba o appeso al collo delle persone] molti racconti dei secoli scorsi suggeriscono che il sangue del presunto revenant è una difesa contro gli attacchi degli altri revenant.
Si diceva che sia il sangue del revenant sia la terra della sua tomba avessero tale funzione; in Pomerania si raccomandava di immergere parte del sudario nel sangue del revenant, far colare il sangue nel brandy e bere la mistura per proteggersi contro il revenant.
L'esame dell'uso del sangue nel folklore europeo ci porterebbe lontano ma potrei osservare che in Europa il sangue era considerato un amuleto portafortuna. In uno studio sui costumi dei prussiani orientali, Lemke rilevò che il sangue di un giustiziato era considerato prezioso per la sua capacità di assicurare buona fortuna (...) In Pomerania se un mercante riusciva solo a raccogliere con il fazzoletto il sangue di un assassino decapitato, poteva aumentare la clientela; tra gli abitanti della Sassonia orientale tale sangue, bevuto fresco, era ritenuto efficace contro le malattie gravi.
Anche determinati oggetti possono tenere lontano i vampiri, in particolare quelli appuntiti (per esempio, infilzando il terreno attorno alla tomba del presunto vampiro con un paletto. Nota di Lunaria) Tali oggetti possono essere collocati anche sulla soglia di casa, per impedire al vampiro di entrare. Un resoconto suggerisce che in Serbia una croce di legno, piazzata sullo stipite della porta, assolve la stessa funzione (...) Reiter dice che il catrame, spalmato a forma di croce sulla porta di casa era ugualmente efficace (il catrame si trova come metodo apotropaico anche in Marocco)
E ovviamente non posso non mettere l'iconica foto dei BlutEngel! 😍💜🍷
| https://www.youtube.com/watch?v=p8AMPHm_kvk |
"Si incontravano, lungo i sentieri, delle croci... erano uguali a quelle del Camposanto"
Per sentieri antichi, lungo muretti a secco e siepi di more, si può camminare intorno al Podere.
Dalle colonnine della cinta sono caduti alcuni capitelli.
I magri alberi da frutta non sono progrediti molto; non ho più trovato il pioppo uccellatore. I campi mi sono parsi meglio coltivati; ma si vedevano i segni della siccità.
Io sapevo che il vento che passa lassù non si sente altrove.
Solo un soffio mi raggiungeva sul sentiero.
Per quel vento soprattutto avevo amato il Podere; era più sensibile sulla cima, tra i cespi della lavanda, ai quali portava via un poco del loro forte odore.
Mi piaceva trovarmi là quand'era, come adesso, il crepuscolo; e quel vento arrivava da paesi, da mondi lontani.
Allora si incontravano, lungo i sentieri, delle croci: contro i muretti, sotto le siepi spioventi, scarmigliate. Erano uguali a quelle del Camposanto: nere, coperte da un tettuccio di latta sfrangiata. Su ognuna un cartiglio di latta inchiodata sul legno recava un nome e una data. Erano nomi di contadini, caduti (ubriachi) nella neve una sera di festa.
La desolazione di quelle croci solitarie aveva per me qualcosa di confortante, di dolce. Perché non c'erano più? è vero che le piccole borgate a capo dei sentieri sono state quasi tutte abbandonate.
Uno di quei sentieri è quello della Madonna del Pino. L'ho cercata e l'ho vista spuntare, in cima al costone alto; e dietro la chiesa il pino, vecchio e storto.
[..] Lungo quei sentieri ho ritrovato la casa isolata che mi metteva paura. Era una casa civile, tinteggiata di chiaro, eppure sinistra: era vuota, porte e finestre sfondate.
Il suo mistero, nel sole tra i campi di grano e le sassaie, era più strano e perciò più reale. Il silenzio che la circondava non era quello consueto dei campo, ma di ciò che ha subito una violenza segreta.

















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