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"La piazza aveva, e ha ancora, l'appendice di una piazzetta, limitata a sinistra dal muro di cinta dell'asilo infantile, e dominata di fronte dalla sobria facciata della chiesetta di S.Gregorio; in mezzo alla piazzetta sorgeva, sulla base di due gradini, una rozza colonna sormontata da una croce in ferro battuto. Che cosa significasse quella colonna e quella croce, non mi venne mai in mente di chiedere neppure a mio nonno, col quale pure, quasi tutte le domeniche pomeriggio, passavamo accanto, per varcare la soglia di quella chiesetta e recarci nel coro spazioso (allora l'altare era a metà della navata) dove, con altri signori anziani, prendevamo posto negli stalli per recitare coralmente l'ufficiatura dei morti. (...) Neppure mi venne mai la curiosità di sapere perché si recitasse, di domenica, dopo le funzioni in Basilica, l'ufficiatura dei morti; né perché il rito fosse così semplice, senza alcun'altra cerimonia, e neppure la partecipazione di un prete. (...) Un segno della croce, e s'usciva per la porticina della sagrestia verso il cimitero retrostante la chiesa; piccolo cimitero, in confronto del vasto e nuovo, e monumentale; costruito fuori della città, mentre in questo non si seppelliva da tempo ormai più nessuno, e solo le muschiose lapidi e gli oscuri cipressi e le mortelle sempreverdi testimoniavano che lì s'era raccolta in pace quella parte della popolazione del borgo che aveva da tempo finita la sua giornata di lavoro in questo mondo"
"Chi avrebbe ormai rammentato che quella colonna [di San Gregorio] era il ricordo della più tragica vicenda che il nostro borgo abbia sofferto nei secoli molti della sua oscura storia? Chi poteva mai immaginare quali drammi si fossero svolti attorno a quell'umile monumento, sbozzato in modesto granito, senza pretesa, attorno alla rude base, alla colonna modellata in fretta, sotto quella croce di ferro battuto senz'alcun intendimento d'arte? C'era ben altro da fare a Busto in quell'aprile del 1630, quando fu innalzata da un popolo in lutto. E chi poteva far caso, col volgere di tanti eventi, a quella croce arrugginita? Alla quale pure, in un tragico momento lontano, si eran rivolti chissà quanti occhi pieni di terrore e di lagrime senza speranza. Dietro la chiesetta si stendeva l'antico cimitero; scomparso anche questo. E le frondose piante superstiti offrirono ombra ospitale ai bambini ed ai vecchi del rione, che trovarono l'area delle tombe trasformata provvidamente in pubblico giardino. Poi il giardino fu ancora devastato dall'invadenza di un mercato all'aperto, e poche piante rimasero, mutilate delle loro fronde ed intristite. Sola rimase, quasi sempre chiusa, la chiesetta di San Gregorio; ma spostato l'altare verso il fondo, scomparve l'ampio coro, dove nessuno più si raccolse al pomeriggio domenicale a recitarvi l'ufficiatura dei morti; e nello stretto recinto attorno alla chiesa, reliquia del vecchio cimitero, crebbero le erbacce. Eppure quel rito domenicale aveva una tradizione secolare: era il pio suffragio dei vivi verso coloro che eran stati sepolti là d'attorno, vittime della gran pestilenza del 1630; e che avevan voluto, e procurato coi loro lasciti, prima di partire per il gran viaggio, i mezzi affinché sorgesse la chiesa, in perenne memoria del tragico avvenimento che sconvolse la pacifica vita del borgo."
"E fu un bel giorno del 1940 che mi decisi di fare un'esplorazione dietro la chiesetta di San Gregorio, in quell'angusto tratto di terreno chiuso tra l'abside ed il muricciolo di cinta che separa ancora il luogo sacro dall'attuale giardino pubblico. Da quando avevo notato la scomparsa della colonna, m'era sorta la curiosità di sapere dove fosse andata a finire; ma quel giorno ebbi l'intuizione insistente che avrei potuto forse ritrovarla dietro la chiesa. Pensavo infatti che, avendola inavvedutamente rimossa gli amministratori del borgo, essi non avevano neppure sospettato che cosa ricordasse; ed un rudere inutile non lo si porta lontano. L'idea più ovvia ai demolitori avrebbe dovuto, secondo me, esser quella di gettarla in un cantone, dove si trovavano anche altri avanzi marmorei del vecchio cimitero. Sarebbe quindi stata facile l'identificazione, e più facile rimediare all'incuria di coloro che l'avevano rimossa. L'intuizione si rivelò esatta. Mi inoltrai tra quello sterpeto, e la rinvenni semisepolta tra le erbacce ed il terreno, proprio dove avevo supposto di trovarla, tra i frammenti di lapidi dell'antico cimitero. Provai allora, con la soddisfazione di chi ritrova cosa cara, il rammarico di constatare, ancora una volta, come gli uomini sian facili all'oblio delle più gravi vicende della loro stessa storia, sopraffatti e quasi incalzati dalle impellenti esigenze del presente. (...) Queste ed altrettali considerazioni, mi vennero in quel momento, mentre contemplavo la colonna e cercavo con un bastone di districar quel rudere dagli sterpi."
"Ritenni allora di riferirne al sindaco del borgo, e mi recai con lui, una domenica, dopo la messa in San Gregorio, a rivedere quella colonna che anch'egli ben ricordava quand'era al suo posto. Gli feci presente che c'era una precisa notizia, intorno all'erezione della colonna, con data e descrizione della consacrazione del luogo a lazzaretto degli appestati ed al loro cimitero, in un documento che travavasi a Copenaghen, allegato al manoscritto anonimo della "STORIA DELLA PESTE AVVENUTA NEL BORGO DI BUSTO ARSIZIO, 1630" e che sarebbe stato molto opportuno ripristinare tosto al suo luogo la colonna, cimelio storico non trascurabile. Egli mi assicurò, lietissimo del rinvenimento, che senz'altro avrebbe provveduto, e m'incaricò anzi di curare che sul basamento fosse incisa la data indicata dal documento stesso, e quella del ripristino. Ciò che feci coll'iscrizione "Populus Bustiensis\Anno Domini MDCXXX\Aedificavit\Anno Domini MCMXL\Restituit"
"Il terreno idoneo alla pietosa necessità di un lazzaretto improvvisato, e di un cimitero, fu dunque trovato appena al di fuori della cinta, e fu benedetto solennemente, con messa celebrata in Basilica, processione e discorso del prevosto di S.Giovanni: "Postea vero eo ipso die cantata et celebrata missa de requiem pro defuntis; cui interfuerunt Capitulum Collegiatae, cum toto Clero, cum interventu satis frequentis Populi; post missam, de more solito, instituta processione, deventum est ad agrum illum ad peragendam benedictionem" (...) Il Prevosto Armiralio (...) chiama attorno a sé tutti, in quel luogo che sarà presto pieno di dolore e di pianto, per dare il nome a quel campo: "Nuncupatus fuit ager ille sub titulo Sancti Gregorii in Campo Sancto". Non fu scelto a caso, il nome a cui dedicare il campo del Lazzaretto, la colonna e la cappelletta. Il papa Gregorio I era stato eletto alla sede pontificia nell'anno 590 in cui una tremenda pestilenza devastava Roma e l'Italia. Narra la leggenda che mentre stava rientrando in San Pietro alla processione da lui ordinata per implorare gli aiuti celesti, un angelo apparve sulla cima del mausoleo di Adriano. Papa Gregorio passò, nel culto, come il santi protettore dalle pestilenze e come tale fu venerato ed invocato. La pala dei Lampugnani, dietro l'altare di S.Gregorio, incorniciata dagli affreschi di Biagio Bellotti verso la metà del '700, rievoca questo episodio: accanto al papa, la devozione popolare volle che figurasse inginnocchiato anche San Carlo, il vescovo protettore della diocesi, che si trovò pure a dover affrontare la peste del 1575, la quale fu chiamata, dal suo nome, e ancora nella diocesi milanese è ricordata come la peste di S.Carlo."




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