Stava scendendo la sera mentre i due uomini procedevano lentamente attraverso il folto bosco di pini e di abeti che copriva le pendici della montagna.
Erano stanchi per la lunga camminata, non essendo più molto giovani, e inoltre quella giornata di luglio era stata particolarmente calda. La piccola locanda cui erano diretti sorgeva più lontano, nella valle, circondata dai frutteti che segnavano il confine fra la foresta e i vigneti.
Non parlavano molto. Il più grosso camminava davanti, portando lo zaino, e il suo compagno, un omino minuto e più anziano, lo seguiva a piccoli passi, evidentemente era il più stanco dei due e, di quando in quando, inciampava su un sasso o su una radice. Un osservatore particolarmente acuto avrebbe notato che non era soltanto la stanchezza a farlo incespicare: infatti era immerso nei suoi pensieri e non prestava molta attenzione al sentiero che stava percorrendo.
"Tutto bene?", chiedeva di quando in quando il più grosso, dandogli un'occhiata frettolosa.
"Eh? Come?", rispondeva l'altro, perso in qualche fantasticheria.
"Cammino troppo in fretta?"
"No, no, sto arrivando."
E poi aggiunse: "Se hai fame vai pure avanti, non tarderò a raggiungerti."
Ma il suo massiccio compagno non mese in pratica il suggerimento e anzi rallentò l'andatura per permettere all'amico di seguirlo. A intervalli ripeteva la stessa domanda e una o due volte si fermò ad osservarlo.
Giunsero così ai margini del bosco. La valle era immersa in un silenzio profondo e più in alto, sopra di loro, i crinali rocciosi su cui si erano faticosamente arrampicati rilucevano spettrali nel cielo vespertino. Il vento della sera sembrava accarezzare la luna, incantato dalla sua bellezza, e i raggi dell'astro, filtrando attraverso i rami, ordivano un fantastico ricamo d'argento sul muschio sottostante.
Si erano firmati per ammirare il paesaggio notturno, quando, improvvisamente, udirono il fruscio di un passo sul soffice tappeto d'aghi e l'omino, più arretrato rispetto al corpulento compagno, si volse di scatto come se qualcuno lo avesse chiamato per nome.
"Ancora quella ragazza!" esclamò, e la sua voce esprimeva piacere, sorpresa e apprensione.
In una piccola radura illuminata dalla luna passò la figura di una ragazza, guardandoli come se volesse fermarsi; poi rise piano e scomparve nelle tenebre circostanti.
La luna aveva tratto uno strano riflesso dai suoi occhi e dai denti, mentre il resto della figura si confondeva con la penombra. Un effetto sorprendente, come se la testa e le spalle fossero sospese a mezz'aria, da sole. E quello smagliante sorriso, presto inghiottito dal buio…
"Vieni qua, per amor del cielo!", gridò l'omone al suo piccolo amico. Il tono della voce esprimeva impazienza, non scortesia. L'altro continuava ad ascoltare assorto, fissando intensamente il punto dove la ragazza era scomparsa.
L'amico lo chiamò di nuovo e, poco dopo, i due sbucavano sulla strada che portava al villaggio vicino.
Potevano già scorgere le prime luci e la foresta, alle loro spalle, era già coperta dal nero mantello della notte.
Per alcuni minuti continuarono a camminare in silenzio e il più grosso si fermò ad aspettare il compagno che era rimasto indietro un'altra volta.
"Francamente, questa valle del Giura mi sembra... uhm, c'è qualcosa di misterioso, ecco", disse sistemandosi meglio lo zaino sulle spalle con un gesto vigoroso che esprimeva quasi un'inconscia ribellione a questa constatazione.
"Sì, qualcosa di stregato o di soprannaturale", aggiunse riprendendo a camminare di buon passo.
"E di tremendamente bello..."
"Sembra attiri più te che me"
"Qui sopravvivono ancora superstizioni pittoresche", osservò ancora l'uomo con lo zaino.
"Riescono a turbarti a dispetto di te stesso."
Seguì una pausa durante la quale l'omino cercò di allungare il passo. Evidentemente, per qualche ragione, l'argomento lo aveva innervosito.
"Forse", rispose. "Ma credo sia soltanto un effetto della singolare solitudine di questi posti. Pensa, ci troviamo nel bel mezzo dell'Europa, eppure sembra di vivere in un angolo dimenticato di mondo. è un contrasto sconcertante. Persino il ritocco dell'orologio del campanile, ormai siamo quasi arrivati al villaggio, ha un alcunché di irreale. Anche il tempo qui perde ogni significato."
Sorrise quietamente, continuando su questo tono. L'amico, borbottando, annuiva con convinzione e, di quando in quando si guardava furtivamente alle spalle. In lontananza, la montagna si stagliava nitidamente sullo sfondo del cielo stellato.
"Curioso", disse, "ma non vedo quella fattoria dove ci siamo fermati a bere il latte. Eppure dovremmo vederla benissimo da qui."
"Già. Con questo chiaro di luna. Era uno strano posto", soggiunse. Non poteva certo negare l'atmosfera misteriosamente suggestiva della zona, cercava semplicemente di trovare una qualche spiegazione.
"Quella fattoria è un esempio calzante; non mi piaceva neanche un po', eppure non saprei dirti perché. Mi faceva sentire a disagio, ecco. Ti ricordi come la ragazza è apparsa improvvisamente? Avremmo giurato che non ci fosse nessuno. E il suo silenzio era ancora più strano. Perché non ha risposto alle nostre domande? Sai, in fondo sono contento di non aver bevuto latte. Mi piacerebbe sapere dove diavolo l'aveva preso, perché non c'era neanche l'ombra di una mucca o di una capra!"
"Io invece il mio l'ho bevuto, anche se aveva uno strano gusto", rispose l'omino sorridendo dell'improvviso nervosismo dell'amico.
Poi, ad un tratto, questi si volse fissandolo intensamente. Era un effetto del chiaro di luna o davvero era impallidito?
"Senti, vecchio mio", gli disse con un tono grave e serio, "chi credi fosse quella ragazza? E perché diavolo ci ha seguiti?"
"Penso stesse seguendo me", rispose calmo l'altro.
Quelle parole, e l'accento convinto con cui erano state proferite, turbarono palesemente l'uomo con lo zaino, che già era dispiaciuto di aver parlato con tanta franchezza delle sue impressioni. Con un compagno tanto fantasioso, impressionabile e suggestionabile era stato poco saggio. Così accelerò l'andatura e raggiunse la locanda cinque minuti prima dell'amico che vi arrivò ansante e trafelato, come se avesse corso.
"Sai, credo proprio che mi piacerebbe fare una puntatina in Svizzera domani o dopodomani", se ne uscì fuori quella notte, nell'oscurità della stanza a due letti che dividevano.
"Non ti pare che ne abbiamo avuto abbastanza di questo posto? Eh? Che ne dici?"
Dal letto vicino non giunse alcuna risposta perché il suo occupante dormiva della grossa.
"Stanco morto!", borbottò fra sé e sé e si girò su un fianco per seguire il suo esempio. Ma non riusciva a prender sonno. Strani, inquietanti pensieri si insinuavano nella sua mente, impedendogli di dormire. Pensieri sgradevoli, che raramente l'avevano sfiorato in precedenza. Per quanto si desse dell'idiota, non c'era verso di dormire. Si rigirava nel letto, cercando di convincersi che non prendeva sonno perché troppo stanco.
Le bizzarre sensazioni che lo tenevano sveglio forse non erano facilmente spiegabili, ma non aveva dubbi su un fatto: erano state provocate dall'immagine dello chalet disabitato, appollaiato sul crinale della montagna dove avevano sostato poche ore prima per ristorarsi. Era una piccola fattoria, cadente e sudicia, ed il suo nome spiccava in grandi lettere nere sullo sfondo celeste della parete sopra la porta:
"La Chenille". Non avevano visto un'anima: porte e finestre erano sbarrate; dal camino non filtrava una voluta di fumo; ovunque sporcizia e disordine testimoniavano dell'evidente abbandono della casa.
Poi, proprio quando stavano per andarsene, dopo aver vanamente bussato alla porta, per un istante era apparso un volto ad una finestra che aveva uno scuro aperto. Il suo compagno l'aveva visto per primo ed aveva dato una voce.
Il volto annuì in risposta e subito dopo una ragazza era sbucata da dietro un angolo della casa, apparentemente da una porta sul retro, e si era fermata poco discosto da loro osservandoli.
Proprio da quell'istante, per quanto rammentava, quegli strani pensieri si erano insinuati nella sua mente: una sensazione indefinibile di paura, diffidenza, apprensione.
Ripensandoci al calduccio, nel suo letto, gli si rizzarono i capelli. C'era qualcosa in quella ragazza che gli gelava il cuore.
Eppure era deliziosa, seducente e affascinante, ancorché i suoi occhi e movimenti ricordassero vagamente quelli d'un serpente. Non rispose alle loro domande.
Si limitò a sorridere quando le chiesero qualcosa per ristorarsi; anche senza proferire una sola parola, dava l'impressione di essere stranamente volitiva e sicura di sé, una persona che avrebbe potuto diventare assai temibile, se solo l'avesse voluto.
Nonostante il suo innegabile fascino, la giovinetta evocava sensazioni sinistre.
Anche lui le aveva rivolto la parola, ma essa aveva regalato un sorriso soltanto al suo amico. Lo fissava senza distogliere lo sguardo e, scivolata pian piano vicino a lui, gli aveva sfiorato un braccio.
La cosa più buffa era che, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare com'era vestita, o di che colore fossero i suoi occhi ed i capelli.
Era come se avesse sentito, piuttosto che visto, la sua figura aggraziata.
Il latte - dopo essere sparita dietro l'angolo era ricomparsa con un bricco e due tazze di legno - era, beh, aveva un gusto talmente strano che non era riuscito ad inghiottirlo e lo aveva rovesciato a terra.
Il suo amico invece aveva vuotato la tazza fino all'ultima goccia, bevendo in fretta per poterlo assaporare, mentre la ragazza lo fissava negli occhi.
Da quel momento qualcosa nel suo amico era cambiato.
Strada facendo, aveva fatto strani discorsi, insoliti per lui, parlando soprattutto della "Chenille", della ragazza, e di quel latte dal gusto delicato; ma le sue frasi suonavano in qualche modo bizzarre, poco familiari, perfino sgradevoli.
Benché si sforzasse di ricordarle, gli fuggivano, nonostante serbasse la precisa impressione del disagio e della vaga apprensione che gli aveva suscitato. E la notte accentuava questi ricordi spiacevoli.
[continua...]