"I sogni ebbero inizio proprio quella sera, tormentandomi non solo di notte ma anche di giorno. Mi svegliavo di soprassalto, urlando in maniera orribile per qualche incubo terrificante: erano visioni che non osavo neanche immaginare quando ero sveglio. Quei sogni, quegli incubi spaventosi, erano popolati di cose spettrali e disgustose; tombe notturne, cadaveri che strisciavano nell'ombra, e anime dannate che vorticavano in uno spaventoso caos di abissi tenebrosi. Ma soprattutto, ero turbato dal mostruoso realismo di quelle visioni: sembrava che una perversa e recondita influenza, annidata nel mio stesso animo, provocasse quegli incubi agghiaccianti, nonché l'insopportabile visione di pietre tombali e cimiteri cupi sotto la luna beffarda, di interminabili catacombe, di abissi insondabili e di lapidi scoperchiate."
"Trascinatomi nella tomba, le sensazioni di essere tornato a casa divenne ancora più intensa, insieme a quella estraneità che provavo per il mio corpo. Ma analizzai le mie emozioni soltanto in seguito, quando l'orrore della mia situazione mi travolse in tutta la sua sconvolgente realtà. Avevo trovato la mia lapide intuitivamente, perché l'erba cresceva rada sulle zolle del tumulo. In preda a una frenesia febbrile, cominciai a scavare nella terra umida, strappando via l'erba e le radici contorte, allargando la fossa, raspando e raschiando disperatamente. Non so per quanto tempo continuai a scavare nel suolo, finché le mie dita incontrarono il coperchio della bara: ero tutto un bagno di sudore, e avevo le unghie spezzate e sanguinanti. Alla fine spostai l'ultimo strato di terra e, tremando, diedi uno strattone al pesante coperchio della cassa. Non oppose resistenza, e ormai l'avevo sollevato quasi del tutto, quando mi investì un fetore disgustoso e nauseabondo (...) Barcollando ed imprecando, scesi un'altra volta in quella cavità oscura e, alla tremula luce di un fiammifero, sollevai completamente il coperchio della bara. A quel punto la fiammella svanì, come se fosse stata spenta da una mano diabolica, e allora uscii come un folle da quella fossa maledetta, aggrappandomi alla terra smossa di fresco, e urlando in preda ad un parossismo di disgustoso terrore."


Ispirato al racconto di Lovecraft: "Esumazione Romantica"
Il sogno ebbe inizio proprio quella sera, dopo che l'avevo sepolta: mi appariva bella, algida, così ben conservata nel suo bianco sudario.
Mi svegliai di soprassalto, invocando il suo nome: era una visione che popolava la mia mente di passione erotica.
Quel sogno, quel sogno dove la concupivo sulla sua tomba, il grigiore monotono del marmo con il suo nome inciso per tutta l'eternità, quella tomba ravvivata da rose e violette.
Grandi foglie smeraldine di Arum maculatum crescevano ai lati, disposti a raggiera, tutto intorno il tumulo.
Vagheggiavo di scoperchiare la sua tomba.
In preda a una frenesia febbrile, il giorno dopo, di notte, cominciai a scavare nella terra umida, strappando via l'erba e le radici contorte, allargando la fossa, raspando e raschiando, con passione.
Non so per quanto tempo continuai a scavare nel suolo, finché le mie dita incontrarono il coperchio della bara. Alla fine spostai l'ultimo strato di terra e, con gioia, diedi uno strattone al pesante coperchio della cassa: ormai l'avevo sollevato quasi del tutto.
Alla tremula luce del fiammifero che avevo acceso la vidi lì distesa: un leggero strato di polvere le rendeva la pelle iridescente sotto i raggi della luna. La guardai incantato per un attimo e a quel punto, con una forza dettata solo dalla mia volontà di estrarla del tutto, sollevai completamente il coperchio della bara.
Finalmente! Eccola in tutta la sua rigida bellezza!
Mi aggrappai al legno scuro e ben lucidato della sua cassa, nella quale io stesso l'avevo deposta solo qualche ora prima.
La coroncina di fiori che portava sul capo, il suo bel sudario vaporoso tutto intorno, l'abito aderente, contribuirono ad accendermi di desiderio.
Di nuovo mia! La toccai poggiando la mano sul seno sodo e rigido (un seno che, anche quando era stata viva, riuscivo a racchiudere completamente nella mia mano) e nel farlo, sulla candida veste rimase la mia impronta, perché avevo ancora le mani sporche di terra, la terra che avevo scavato freneticamente, per riportarla alla luce, estraendola dalla fossa...
Ormai non potevo più trattenermi e la toccai con bramosia facendo scorrere le mani su tutta la sua fisionomia: gli zigomi leggermente sporgenti, le clavicole dure già esposte alla vista, la sua bella cassa toracica dentro la quale il cuore aveva battuto fino al giorno prima… Poi mi chinai a baciarle la fronte (così fredda) e poi giù, dolcemente, il collo (ancora più freddo)
Solo un giorno prima l'avevo fatta gemere di passione… Percepii ancora il suo piacere, che da viva l'aveva fatta sospirare, imporporandole le guance, docilmente distesa sul talamo nuziale quando io mi ero accostato a lei con gentilezza e cortesia.
Perché non ora, perché non più?
Perciò, decisi che quella notte, prima che la rugiada fosse stillata sui fiori ancora freschi della sua tomba, il suo sarebbe stato un Dolce Sepolcro di Passione.