"I Crisantemi"

I fiori d'autunno hanno una grazia e una delicatezza singolari, e insieme non so qual fascino malinconico da cui si sentono presi anche  gli spiriti meno sentimentali. Portano, inoltre, nel loro colore e nella qualità delle loro foglie un'apparenza di vitalità quasi direi umana, ma di vitalità sofferente; e per questo attraggono più che le ricche e voluttuose fioriture d'estate e risvegliano in chi li contempla una specie di pietà e di tenerezza: la misericordia per gli esseri fragili, solitarii ed infermi.

Ancora mi si leva nella memoria, con una limpida evidenza, l'aspetto d'un orto abbandonato, in una villa lontano, dove io ero giunto da poco, uscito novellamente d'un male.

Erano i giorni placidi e tepidi dell'estate di San Martino; un velo di sopore aleggiava su la campagna gaudente in quegli ultimi abbracci del sole.

Ancor debole, io non usciva che nella prima ora del pomeriggio, sopra una vasta terrazza solatia, rimanendo quasi immobile contro il parapetto, dando la faccia al calore pieno, chiudendo le palpebre, provando un senso tremulo di piacere nella gola a quella blandizia.

Le voci rare che giungevano dai sentieri, il suono delle campane, gli odori della terra umida mi suscitavano visioni confuse, infinite visioni, di mezzo a cui, non so perché, fiorivano certi ricordi vaghi della prima infanzia: il ricordo, per esempio, di tanti gigli che mi assopirono col profumo una sera di giugno nella stanza di mia sorella; il ricordo d'un grappolo di nidi che io feci cadere con una donna dalla grondaia, una mattina di primavera, per rapire alle rondini le piccole uova perlate che si infransero sul balcone.

Quando socchiudeva gli occhi, io vedeva a traverso il tessuto vivente delle mie palpebre un bagliore roseo, e poi come una magica selva rosea fiorire.

In verità, non mai il senso dell'essere è più dolce e più profondo che in tempo di convalescenza; e non mai l'anima è più ferace d'imaginazioni.

Un giorno, poiché per un caso io era solo, mi venne un sùbito ardimento. Discesi piano piano, la scala esterna che si divideva in due rami; e, come fui su lo spiazzo, varcai il cancello e m'incamminai verso la villa di Bellante ch'era discosta mille passi, disabitata in quella stagione.

Da principio il moto mi animò. Su quelle alture i vapori bianchi si sollevavano dal suolo a poco a poco e si fondevano nell'aria; e come le alture si umiliavano al piano, succedeva ai vapori un vivo scintillìo di brina recente. Tutto il terreno pareva sparso di cristalli, e su quel mobile campo di splendori gli alberi nudi sorgevano come fredde forme di pietra. Un branco di pecore stavano con la testa alta, con gli orecchi rosati contro la luce, su l'erbe corte; e due o tre poppanti cercavano irrequietamente i capèzzoli tra le zampe delle madri.

Quando giunsi al limitare dell'orto solitario, io ero già stanco.

Non di meno spinsi il cancello sgangherato ed entrai. Una moltitudine di canne alte ed acute come lance assediava un pozzo, là di innanzi.

Un roseto erasi moltiplicato fuor di misura e chiudeva un sentiero; e tra gl'intrecci dei rami spinosi s'intravedevano una erma tutta quanta vestita di verde dai muschi e dai licheni. Subitamente mi occupò l'animo un'inquietudine misteriosa.

Procedendo con passi cauti, oltrepassai quella prima selva selvaggia e mi ritrovai nel mezzo dell'orto abbandonato. Qua e là cominciava ad apparire qualche fiore alto su lo stelo. I bussi e i lauri facevano ombra. E la luce in quel luogo era così strana e direi quasi soprannaturale, ch'io ripensai il verso di Percy Shelley: "Un paradiso di folte ombre, rischiarato dagli sguardi dei fiori..."

Quei fiori, in fatti, mi guardavano. Come più io avanzava, più diventavan numerosi.

Certi grandi fiori paonazzi si aprivano in forma di coppa, sorgevano da terra su lunghi tubi, senza fogliame. Certe borse, rosee come la pelle umana, si gonfiavano su i gambi contorti.

Certe bocche, tinte di scarlatto cupo, emettevano stami simili a piccole lingue giallicce. I petali avevano quasi il viscidume dei funghi; gl'involucri sparsi di cavità parevano favi di cera.

Alcune delle piante da cui sgorgavano tali fiori erano composte di grosse foglie carnose, d'un color bruno pendente nel violetto, consparse di pelurie come di una muffa; o pure partorivano ramificazioni nane, ignude, simili a rettili morti e a bruchi enormi; e si dividevano in lame piatte di un color verde pallido; rigate di bianco e maculate come il dorso delle rane o delle salamandre di acqua.

Le vitalbe sembravano viluppi di ragni pelosi o mazzi di piume grigiastre.

I crisantemi erano in copia grande; gialli, ma così lievemente che apparivano bianchi, e con l'estremità dei petali appena appena soffusa di viola; e rammentavano il pallore della carne d'una bimba assiderata.

E tutti quei fiori mi guardavano; e mi mettevano nel cuore una immensa pietà e una immensa tristezza.

Io mi chinai non di meno a cogliere i crisantemi.

Come gli steli erano tenaci, io li recideva con l'unghia.

Dopo qualche minuto, avevo la punta delle dita agghiacciata. E d'un tratto mi prese uno sbigottimento; poiché io sentiva a poco a poco le forze diminuire e il freddo giungermi ai precordii.

Allora lasciai i fiori, e mi mossi per uscire dall'orto.

Le ginocchia, ad ogni passo, mi si piegavano; ma, pensando che se fossi caduto sarei rimasto là senza spiriti a morire nell'umidità della sera, feci uno sforzo sovrumano e giunsi alle canne.

Anzi mi abbracciai alle canne per sostenermi, e l'urto propagò alle prossime in giro un fremito singolare.

Come volse agli occhi, vidi la muta erma verde drizzarsi tra le spine e n'ebbi quasi paura, poiché mi parve che si mettesse a vivere e mi saettasse con occhi ostili.

Varcato con ultimo sforzo il cancello, udii voci note su la strada, che mi chiamavano; e ripresi animo.

Ieri, su la mensa d'un'amica bella e benigna, si levava un gran mazzo di crisantemi, gialli ma così lievemente che apparivano bianchi e con l'estremità dei petali soffusi di viola a pena a pena. Io, in tutto il tempo che durò il pranzo cortese, non potei distaccare gli occhi dalla coppa d'argento. 

E mi ritornava alla memoria l'orto abbandonato.












😍😍😍


Uso apotropaico del Sangue di Vampiro nel Folklore

Info tratte da

Pagina 101 e 102

Si sono sviluppate varie pratiche per tenere lontano un cadavere che si è trasformato in vampiro; [oltre a mettere l'aglio nella tomba o appeso al collo delle persone] molti racconti dei secoli scorsi suggeriscono che il sangue del presunto revenant è una difesa contro gli attacchi degli altri revenant.

Si diceva che sia il sangue del revenant sia la terra della sua tomba avessero tale funzione; in Pomerania si raccomandava di immergere parte del sudario nel sangue del revenant, far colare il sangue nel brandy e bere la mistura per proteggersi contro il revenant.

L'esame dell'uso del sangue nel folklore europeo ci porterebbe lontano ma potrei osservare che in Europa il sangue era considerato un amuleto portafortuna. In uno studio sui costumi dei prussiani orientali, Lemke rilevò che il sangue di un giustiziato era considerato prezioso per la sua capacità di assicurare buona fortuna (...) In Pomerania se un mercante riusciva solo a raccogliere con il fazzoletto il sangue di un assassino decapitato, poteva aumentare la clientela; tra gli abitanti della Sassonia orientale tale sangue, bevuto fresco, era ritenuto efficace contro le malattie gravi.

Anche determinati oggetti possono tenere lontano i vampiri, in particolare quelli appuntiti (per esempio, infilzando il terreno attorno alla tomba del presunto vampiro con un paletto. Nota di Lunaria) Tali oggetti possono essere collocati anche sulla soglia di casa, per impedire al vampiro di entrare. Un resoconto suggerisce che in Serbia una croce di legno, piazzata sullo stipite della porta, assolve la stessa funzione (...) Reiter dice che il catrame, spalmato a forma di croce sulla porta di casa era ugualmente efficace (il catrame si trova come metodo apotropaico anche in Marocco)


E ovviamente non posso non mettere l'iconica foto dei BlutEngel! 😍💜🍷


https://www.youtube.com/watch?v=p8AMPHm_kvk


"Si incontravano, lungo i sentieri, delle croci... erano uguali a quelle del Camposanto"

Per sentieri antichi, lungo muretti a secco e siepi di more, si può camminare intorno al Podere.

Dalle colonnine della cinta sono caduti alcuni capitelli.

I magri alberi da frutta non sono progrediti molto; non ho più trovato il pioppo uccellatore. I campi mi sono parsi meglio coltivati; ma si vedevano i segni della siccità.

Io sapevo che il vento che passa lassù non si sente altrove.

Solo un soffio mi raggiungeva sul sentiero.

Per quel vento soprattutto avevo amato il Podere; era più sensibile sulla cima, tra i cespi della lavanda, ai quali portava via un poco del loro forte odore.

Mi piaceva trovarmi là quand'era, come adesso, il crepuscolo; e quel vento arrivava da paesi, da mondi lontani.

Allora si incontravano, lungo i sentieri, delle croci: contro i muretti, sotto le siepi spioventi, scarmigliate. Erano uguali a quelle del Camposanto: nere, coperte da un tettuccio di latta sfrangiata. Su ognuna un cartiglio di latta inchiodata sul legno recava un nome e una data. Erano nomi di contadini, caduti (ubriachi) nella neve una sera di festa.

La desolazione di quelle croci solitarie aveva per me qualcosa di confortante, di dolce. Perché non c'erano più? è vero che le piccole borgate a capo dei sentieri sono state quasi tutte abbandonate.

Uno di quei sentieri è quello della Madonna del Pino. L'ho cercata e l'ho vista spuntare, in cima al costone alto; e dietro la chiesa il pino, vecchio e storto.

[..] Lungo quei sentieri ho ritrovato la casa isolata che mi metteva paura. Era una casa civile, tinteggiata di chiaro, eppure sinistra: era vuota, porte e finestre sfondate.

Il suo mistero, nel sole tra i campi di grano e le sassaie, era più strano e perciò più reale. Il silenzio che la circondava non era quello consueto dei campo, ma di ciò che ha subito una violenza segreta.

 

"Il Male bussa alla porta": recensione


Trama: Cynda è rimasta sconvolta dall'abbandono del padre, che se n'è andato per vivere in un'isolata locanda del Maine, e adesso che deve passare alcuni mesi con lui è inevitabilmente gelosa della giovane matrigna, Susan, e di Todd, il fratellastro. Poi, in una tempestosa notte d'inverno, alla porta della locanda bussa un bellissimo sconosciuto, che non tarda ad ammaliare sia Cynda sia il suo fratellino. Ma a volte può essere un'imprudenza accogliere in casa propria qualcuno come Vincent Morthanos, che porta con sé la velenosa essenza del Male…


Commento di Lunaria: anche se è stato pensato per un target di lettori "adolescenti", "Il Male bussa alla porta" ben prima di "Twilight" e con toni decisamente più inquietanti, racconta la seduzione e la corruzione dell'innocenza usando la figura del vampiro come allegoria e del vampirismo con il suo tributo di sangue (femminile) da versare come metafora della perdita della verginità che viene "carpita" con l'inganno ("giocando" nel sottointeso del simbolismo dei denti del vampiro "che penetrano" per "far uscire il sangue" come "prova d'amore che Cynda deve affrontare" e ancor prima con il dettaglio del vino rosso versato sul tovagliolo bianco, "come gocce di sangue sulla neve", appena Cynda è entrata in camera di Vincent, portandogli la cena sul vassoio...) Altri temi sono l'incapacità di comunicare tra "genitori e figli", le scelte degli adulti (il divorzio) che ricadono su chi non ha voce in capitolo (i bambini nati da matrimoni poi interrotti, e colpevolizzati dai genitori perché "non accettano il divorzio e nuovi rapporti familiari") (1) e il dolore esistenziale incomunicabile (per quanti sforzi faccia, Cynda non riesce a far capire a suo padre, troppo distratto, che sta morendo per "l'infezione vampiresca" che Morthanos le ha trasmesso, tessendo intorno a lei una rete di inganni, seducendola e poi ricattandola, ritorcendole contro il padre e la matrigna) e persino l'abuso sui bambini, "aleggiano" su tutto il romanzo (il cui punto di forza, oltre al paesaggio cupo da "locanda dispersa nella brughiera, a confine con un dirupo" (2), è la caratterizzazione dei personaggi e il "diabolico triangolo" che viene intessuto tra Morthanos, Cynda e poi il piccolo Todd) anche se "non detti" (e forse non solo per "adattare la storia per un pubblico adolescenziale" ma anche per rendere molto più efficace la suspense, lasciando l'orrore "solo suggerito, sussurrato")

Qui e lì compaiono citazioni a Coleridge e Shakespeare e non poteva mancare "l'antefatto misterioso" delle morti delle fanciulle che lascia presagire la maledizione che grava sulla locanda e che si abbatterà anche su Cynda... (3)

Poco conosciuto, "Il Male bussa alla porta" l'ho letto in due giorni (non è molto lungo: 154 pagine) e lo ritengo tra i migliori romanzi horror che ho letto nel 2025, decisamente più ammaliante di tanti "Urban Fantasy" strombazzati dal marketing, asettici e scritti in serie come "La Setta dei Vampiri".

Con scene erotiche "più esplicite" nel descrivere il rapporto tra Cynda e Morthanos (4) e qualche dettaglio horror in più, (5) sarebbe stato, a tutti gli effetti, un romanzo horror-vampiresco erotico per adulti.


(1) "Dopo colazione, papà propose una passeggiata in riva all'oceano, che era poco distante dalla locanda. Nonostante il freddo, non vedevo l'ora di stare da sola con lui. Forse saremmo finalmente riusciti a trovare le parole per recuperare gli anni in cui eravamo vissuti separati"

(2) "Più andavamo avanti, più buia e solitaria sembrava la notte. Nessun negozio, nessuna casa in vista ma una cassetta postale ogni tanto, all'inizio di un vialetto. Campi nevosi e boschi. Un muro di pietra. Un vecchio granaio. Solo la luna ci illuminava la strada, entrando e uscendo dalle nuvole, come una regina incoronata di stelle. (...) Diversi minuti più tardi, papà si fermò su un'altura che sovrastava i campi candidi. L'oceano luccicava all'orizzonte. "Eccola", disse. "Locanda Underhill." Sotto di noi, alla fine di un lungo vialetto, si stagliava un edificio di pietra a tre piani. Il fumo usciva dai doppi camini. A ogni finestra brillava una candela, e quelle erano le uniche luci nell'oscurità avvolgente. "è una tradizione delle vecchie locande", spiegò papà. "Candele per guidare i viaggiatori esausti, anche se d'inverno ne capitano ben pochi, da queste parti. Pensai che in un giorno d'estate, tra campi fioriti e alberi verdi, la locanda doveva sembrare accogliente. Ma in una notte di gennaio  sotto la luce della luna, aveva un aspetto severo, cupo." (...) "Quando raggiungemmo la cima della scogliera (...) papà indicò la costa sotto di noi, le piccole isole che sembravano puntini sull'oceano e il cielo terso sopra le nostre teste. Mi avvicinai al dirupo più che potevo e abbassai lo sguardo sulle onde che s'infrangevano sugli scogli."

(3) "La locanda è piuttosto spettrale", concordai, "soprattutto di notte." "Oh, si tratta proprio di questo, già" (...) La stanza era velata dalle ombre, l'aria ferma e fredda (...) Fece una pausa, come se stesse cercando le parole giuste. Finalmente mi guardò. "Una ragazza è stata assassinata proprio qui, sessanta o settant'anni fa. Mio padre era uno dei pescatori che la trovarono in fondo alla scogliera. Uno spettacolo terribile: era rimasta in acqua così a lungo che non aveva più una goccia di sangue nelle vene, comunque era evidente che qualcuno le aveva tagliato la gola, prima di buttarla in mare." (...) Fissai le ombre che si allungavano. Dopo pranzo il tempo era cambiato, e il breve giorno invernale stava affogando in uno smorto, grigio tramonto."

(4) "Arrivata in cima alla scogliera guardai giù ansiosamente, aspettandomi di scorgere il corpo della ragazza morta che galleggiava sulla superficie dell'acqua, ma vidi solo le onde che andavano a infrangersi a riva. Una folata di vento gelido mi scompigliò i capelli e mi girai dall'altra parte. Era un posto triste e solitario, e adesso che avevo sentito la storia della signora Bigelow mi appariva addirittura sinistro. Scesi con cautela il sentiero che portava alla spiaggia e camminai per alcuni chilometri, godendomi la solitudine e la possibilità di riflettere tranquillamente. Quando tornai indietro, il sole era quasi tramontato e striava di rosso il cielo. All'orizzonte, il mare si fondeva con le nuvole scure e la schiuma delle onde brillava appena nella luce declinante. Proprio davanti a me, una figura indistinta emerse dalla foschia. La notte scendeva rapidamente e la luna era già visibile, piccola e velata. A un tratto ebbi paura. Non avrei dovuto allontanarmi così, né fermarmi a raccogliere conchiglie e rocce; avevo dimenticato quanto fossero brevi le giornate invernali. "Cynda, sei tu?" "Vincent!" "Sollevata, corsi verso di lui." "Cosa fai qui tutta sola?", domandò "è quasi buio, dovresti essere a casa" (...) Camminavamo uno accanto all'altra, in silenzio. Le onde si infrangevano e si ritiravano, e in lontananza, in fondo alla scogliera, riuscivo appena a scorgere le candele della locanda. (...) "Non volevo farti paura, Cynda." Mi prese per mano e proseguimmo. "Quando mi conoscerai meglio", disse, "alcuni lati del mio carattere potrebbero non piacerti." Alzai lo sguardo e lo fissai, eccitata dalla sua vicinanza e dal tocco della sua mano."

"Chiuse il libro, reclinò indietro la testa e sospirò. Che ragazza era Bess. Capace di amare fino alla morte. Se tu amassi qualcuno, saresti capace di morire per lui?" "Sì", bisbigliai, fissandolo. "Credo che ne sarei capace." (...) Mi accarezzò lievemente una guancia. Le dita erano fredde, il tocco leggero. "Sei così giovane", bisbigliò. "Così fiduciosa... sei proprio una cara ragazza, Cynda. Temo che potrei innamorarmi di te." Si piegò su di me e sfiorò le mie labbra con le sue."

"Circa un'ora più tardi, Vincent uscì dalle ombre della casa ed entrò nella luce lunare. (...) Mano nella mano, camminammo verso l'oceano. (...) Quando raggiungemmo la cima della scogliera, Vincent si girò verso di me. Il vento gli gettò indietro i capelli, il lungo cappotto si gonfiò come un mantello. "Non ti fa paura essere qui fuori con me, da sola, in questo posto deserto?" (...) Mi baciò ancora una volta e mi allontanò dalla scogliera, dal mare nero orlato di schiuma, dalla luna che veleggiava da nuvola a nuvola come un galeone fantasma. Tornammo alla locanda e, dopo avermi aiutata a entrare dalla finestra, lui rimase fuori, tenendo le mie mani fra le sue. "Promettimi di non parlare a nessuno dei nostri incontri", bisbigliò. "Se tuo padre o Susan lo sapessero, mi manderebbero via."

"Ricordati, sei tu che l'hai voluto", sibilò Vincent nel mio orecchio. "Non è nella mia natura resistere alle tentazioni." Senza fare nessuno sforzo per attenuare il dolore con un bacio, mi affondò i denti nella gola. Cercai di urlare, di scappare, ma lui era troppo forte. Mi tenne stretta e la stanza si rabbuiò."

(5) Compaiono anche i fantasmi delle fanciulle morte, che tentano di avvisare Cynda: "Il vento calò, la sua voce diventò un basso lamento. Fredde dita mi accarezzarono il viso e mi lisciarono i capelli. "è venuto da te", bisbigliò il vento. "Da me, da tutte noi..." Una ragazza pallida come la schiuma del mare era in piedi davanti a me, appena visibile nella neve che si muoveva vorticosamente.


Romantiche Sepolture in un Cimitero Inglese

 😘...💀









Dolcemente trasportata 😍























"Due Bottiglie Nere"

Per celebrare l'uscita del loro nuovo Capolavoro! 😍


che ho già sentito in "streaming" ma che ovviamente devo avere IN FORMATO FISICO e deve arrivarmi (spero) il 27! 

Ecco un racconto "a tema", con belle atmosfere lugubri e sepolcrali 😍💀

"Una mattina Foster era stato visto scavare una fossa nel punto in cui il campanile gettava la sua ombra serale, prima che il sole tramontasse dietro i monti e lasciasse il villaggio immerso nella luce del crepuscolo. Più tardi la campana della chiesa, silenziosa ormai da mesi, aveva scandito mezz'ora di rintocchi solenni. Al tramonto, i curiosi che guardavano da lontano avevano visto Foster trascinare fuori dalla canonica una bara su una carriola; poi l'aveva calata nella tomba senza tante cerimonie, e aveva riempito la fossa."

"Camminavo da poco meno di due minuti quando vidi la brughiera di cui aveva parlato Haines. La strada fiancheggiata da uno steccato dipinto di bianco, oltrepassava la grande palude, ricoperta di grossi arbusti intrecciati che affondavano le radici in una melma malsana e vischiosa. Un lezzo di cose morte e marcite riempiva l'aria, e perfino nella luce del pomeriggio piccole volute di vapore esalavano da quella distesa insalubre. Giunto dall'altra parte della brughiera, feci una brusca svolta a sinistra come m'era stato indicato, imboccando un viottolo che si diramava dalla strada principale. (...) Il viottolo passava sotto i rami di enormi salici piangenti, che nascondevano quasi completamente la luce del sole. Avevo ancora nelle narici il lezzo dei miasmi della palude, l'aria era umida e fredda. Affrettai i miei passi per uscire al più presto da quella tetra galleria. Finalmente mi trovai di nuovo nella luce. Il sole era sospeso sulla cresta della montagna come una palla rossa e cominciava a tramontare, quand'ecco, a una certa distanza e immersa in un alone scarlatto, la chiesa solitaria. Mi sembrò di percepire il tocco di mistero cui accennava Haines, la sensazione di timore reverenziale che faceva sì che la gente di Daalbergen evitasse il posto. La tozza struttura di pietra della chiesa, con il campanile senza cuspide, sembrava un idolo a cui le lapidi, tutt'intorno s'inchinavano in adorazione, ciascuna con la sommità arcuata come le spalle di una persona in ginocchio e sovrastata dalla cornice squallida e grigia che incombeva come uno spettro. Osservando la scena avevo rallentato l'andatura. Il sole affondava dietro la montagna molto rapidamente e l'aria umida mi faceva rabbrividire. Tirai su il colletto della giacca e ripresi a camminare a passi spediti. Quando rialzai gli occhi qualcosa attirò la mia attenzione. Nell'ombra del muro della chiesa c'era qualcosa di bianco, ma non aveva una forma definita. Mi avvicinai aguzzando gli occhi e mi accorsi che era una croce di legno, nuova, piantata sopra un tumulo di terra fresca. La scoperta mi fece rabbrividire di nuovo. Capii che quella doveva essere la tomba dello zio, eppure qualcosa mi disse che non era come le altre tombe: non aveva l'aspetto di una tomba morta. Per qualche ragione inesplicabile sembrava viva, ammesso che si possa dire una simile cosa d'una fossa. Mi avvicinai ancora e vidi che accanto ce n'era un'altra, un tumulo antico con una lapide cadente sulla sommità. La tomba del reverendo Slott, pensai, ricordando il racconto di Haines. Non c'erano segni di vita. Nella luce crepuscolare salii sull'altura dove sorgeva la canonica e bussai con insistenza al portone. Nessuna risposta. Feci il giro dell'edificio e sbirciai dalle finestre: sembrava disabitato."

"Tutto era immobile e silenzioso. Non tirava un alito di vento e non si sentivano i rumori degli animali di notte. Per qualche tempo avevo dimenticato i miei timori, ma in presenza di quel silenzio di tomba mi sentii nuovamente inquieto. Immaginai che l'aria fosse infestata da spiriti spaventosi che si affollavano intorno a me, rendendola irrespirabile."

"Mi alzai lentamente e aprii una finestra per far uscire i fumi del whisky e l'odore stantio di cose morte. La luce pallida della luna appena sorta mi permetteva di vedere abbastanza chiaramente ogni particolare. Dalla finestra del campanile si vedeva la tomba del reverendo Vanderhoof, e nel guardarla sbattei le palpebre. La croce era inclinata! Ricordavo di averla vista dritta non più tardi di un'ora prima. La paura si impadronì ancora di me. (...) Quando giunsi ai piedi dell'altura dove sorgeva la chiesa, all'inizio della lugubre galleria sotto i rami dei salici, udii uno spaventoso boato alle mie spalle. Mi volsi a guardare la chiesa: il muro rifletteva la luce della luna, e stagliata su di esso un'ombra gigantesca e abominevole, che saliva dalla tomba di mio zio e avanzava barcollando in direzione della chiesa."


La Visione delle Ossa (+ Doom Metal)

Info tratte da

La pagina più famosa del libro di Ezechiele è quella della visione delle ossa aride.

Il profeta, da un'altura, contempla la distesa di una valle. La contrapposizione è tra l'alto (dove sta il profeta) e il basso della valle, simbolo di morte, tenebra, oscurità, inferi. La valle è completamente lastricata di cadaveri, di scheletri, che alludono ad una morte irreversibile.

Il profeta viene invitato da Dio a gridare, pronunciando una sorta di esorcismo, quasi una formula magica.

"Dai quattro venti vieni, o Spirito" (Me' arba' ruchot bo' i haruach)

Ruach corrisponde al greco Pneuma, vento o spirito.

Ma i quattro venti sono i punti cardinali e il profeta immagina una specie di colata di vento che passi sulla pianura. Tutto questo è rafforzato dall'imperativo "Bo' i": "Vieni!" Subito dopo il profeta avverte il cigolare della vita sulle ossa aride.

Le ossa prendono carne, lentamente, su di esse fioriscono carne, tendini e pelle.

Alla fine, un'immensa armata in piedi.

Questo brano è legato alla restaurazione di Israele.

Si pensava "ormai siamo un popolo morto, non c'è speranza, siamo dispersi per il mondo, la nostra terra promessa è un manto ininterrotto di morti e rovine." E il profeta replica: "Il signore può far rinascere."

Il tema della rinascita nazionale si innesta sul tema della risurrezione.

Ezechiele spera nella risurrezione dell'uomo nella sua integralità: per questo il brano progressivamente si vela di speranza.

"La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt'intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite.  Mi disse: Figlio dell'uomo, potranno queste ossa rivivere? Io risposi: Signore Dio, tu lo sai. Egli mi replicò: profetizza su queste ossa e annuncia loro: (1) "Ossa inaridite, udite la parola del Signore: dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò ricrescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: saprete che io sono il Signore.  Io profetizzai come mi era stato ordinato e mentre io profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento tra le ossa che si accostavano l'uno all'altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai al di sopra di essi i nervi, la carne cresceva e la pelle li ricopriva, ma non c'era spirito in loro. Egli aggiunse: "Profetizza allo spirito, profetizza figlio dell'uomo e annunzia allo spirito: "Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano". Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato. Mi disse: "Figlio dell'uomo, queste ossa sono tutta la gente di Israele. Essi vanno dicendo: "Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò profetizza e annunzia loro: "Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d'Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L'ho detto e l'ho fatto. Oracolo del Signore Dio." (2)

(1) è l'unico esempio di un oracolo destinato a delle ossa dei morti, per dei cadaveri.

(2) La frase finale è "Dibbarti we' asiti", "io l'ho detto e l'ho fatto": la mia parola è azione.