Il Sangue e la Vendetta: i versi piu' belli della "Merope" di Vittorio Alfieri



Nota di Lunaria: prima di trascrivere i miei versi preferiti, riporto una breve introduzione e la trama.

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Fra il 3 febbraio 1782 e il primo luglio Alfieri compone la "Merope". Già rappresentata da Euripide, la leggenda di questa donna fu ripresa in latino da Ennio e successivamente tramandata da Apollodoro, Pausania e Igino. Ripresa in tempi moderni (1714) da Scipione Maffei, piacque molto a Voltaire che la verseggiò con raffinata eleganza ed acuta penetrazione dei personaggi. Anche l'Alfieri volle farla sua.

Trama: Ucciso il re Cresfonte, uccisi i due figli di lui, usurpatone il trono, Polifonte regna sulla città. Nell'attesa e nella speranza che il marito venga vendicato, Merope, la vedova del re, vive in un chiuso dolore. Polifonte, per ingraziarsi il popolo, vorrebbe sposare la spodestata regina. Frattanto il giovane terzo figlio di Merope, Egisto, fortunosamente sopravvissuto, giunge alle porte di Messene, e nello scontro con un arrogante straniero, è costretto ad ucciderlo; arrestato dagli uomini di Polifonte, confessa l'assassinio. Sopravviene intanto a corte il servo Polidoro che, avendo trovato, la cintura di Egisto in riva ad un fiume, e temendone la morte, s'incontra con Merope, rivelandole la sua apprensione. Finalmente anche Egisto e Polidoro si incontrano e si riconoscono. Polidoro rivela la reale identità del giovane. Sembra a questo punto che il tiranno Polifonte abbia buon gioco; decide infatti di perdonare l'assassinio compiuto da Egisto a patto che avvengano le nozze tra lui e Merope. La regina, per salvare il figlio, accetta la proposta. Ma Egisto non vuole il sacrificio della madre: mentre sta per compiersi la cerimonia nuziale, strappa la scure dalle mani del sacerdote pronto a immolare un toro, e avventatosi sul tiranno lo uccide. Il popolo esultante lo acclama re.


Atto Primo

Merope:

Merope, a che pur vivi? Ormai più forse
tu non sei madre - A che tre lustri in pianto
ho in questa reggia di dolor trascorsi?
Suddita a che d'un Polifonte infame,
dove sovr'esso io già regnai? D'un mostro,
che il mio consorte, e due miei figli (oh vista!)
Mi trucidò su gli occhi...
[...] L'orrenda notte,
che i satelliti tuoi scorreano in armi
per questa reggia ove tutto era sangue
e grida, e fiamme e minacciar.
[...]  Di me parlo.
Oh, nuovo, inaspettato, orrido oltraggio!
L'insanguinata destra ad orba madre
ardisci offrir tu vil, che orbata l'hai?
Del tuo signore al talamo lo sguardo
innalzar tu, che lo svenasti?
[...]


Polifonte: [...] Eppur, Merope vidi
molti anni addietro, se non lieta, involta
in muto duol, qual di chi cova in petto
speme che adulta ogni dì più si faccia
d'alta vendetta. Or, quasi l'anno parmi,
che oppressa più, cangiò contegno; il pianto,
che in cor premeva, or mal suo grado agli occhi
corre in copia... [...]


Atto Secondo

Egisto: Sì; dei tre figli tuoi, svenati tutti
da rio tiranno, il cui feroce aspetto
fremer mi fea qui dianzi. Assai più grato
m'è in te il rigor, qual sia, che in lui pietade.
[...]


Atto Terzo

Polidoro: ...Donna... conosci... questo... cinto?

Merope: Oh vista!
Di fresco sangue egli è stillante?... Oh cielo!
è di Cresfonte il cinto.... Intendo... Io... manco

Polidoro: In riva al fiume, al raggiornare, or dianzi
io 'l ritrovava sepolto nel sangue:
uomo fuvvi ucciso; ah! non v'ha dubbio; egli era
il figlio tuo.

[...]

Merope: Or via, vieni, o tiranno,
di pianto al suon; di pianto, qual già udivi
in questa reggia stessa, il dì che morte
seguia tuoi passi [...]

Polidoro: A te son noto:
mirami fiso; del tuo re Cresfonte
spesso m'hai visto al fianco. Polidoro
sono io: Messene abbandonai, quand'altri
la serva fronte a usurpator piegava.
Ravvisami: più bianco è ver ch'io reco
degli anni il crine; e più curvato il tergo,
e tinto in morte dagli stenti e angosce
il volto: ma pur sono ognor lo stesso;
ognor nemico a te più fero. [...]

Merope: Se reo
dunque non sei del colpo, in questa reggia
sta fra tue man quell'uccisore infame:
può sol vendetta alcuno istante ancora
me rattenere in vita. Or fa', ch'io il vegga
vittima tosto cader sulla tomba
dell'inulto Cresfonte; ivi l'infida
alma spirar fra mille strazi e mille
fa ch'io il vegga: ed allora...

Aspra [la Giustizia] la voglio, e pronta,
e inaudita, e terribile: null'altro
mai ti chiedei: favore ultimo, e primo,
questo mi fia da te... [...]
Sbramar gli occhi miei
del sangue tutto di quell'uom feroce...
[...] Vendetta
io ne farò, qual non s'intese mai;


Atto Quarto

Merope: [...] Assassin vile, la tua mano impura
bagnata hai tu del mio figliuol nel sangue?
Che mi val tutto il tuo? Solo una stilla
scontar mi può di quello?
[...] Stringete voi que' ferrei lacci; orrendi,
strazj inauditi apprestategli: ei spiri
infra tormenti l'alma. Io vo' mirarlo
piangere a calde lacrime: non ch'una,
mile vo' dargli io stessa orride morti.


Atto Quinto:

Merope: L'universal silenzio orrendo annunzia
chiaro pur troppo il mio destino. - Il figlio,
col mio morir, dunque or si salvi: io 'l debbo. -
O di Cresfonte inulta ombra dolente,
perdona, deh! l'involontario oltraggio:
per te fui madre; e pel tuo figlio io vengo
alle nozze di morte. [...]
Pur rammentando il mio nome; con quest'arti
forse il suo cor tu svolgerai dal sangue.
Chiusa per sempre la tua madre in tomba
vedrai tra breve [...]

Nota di Lunaria: riporto anche la "Merope" di Scipione Maffei (1713)

Dall'Atto Terzo

Polifonte: tu sospetti a ragion: ma io nol credo
a i detti suoi; al suo dolore il credo.
Videla il servo lacerata il crine,
di pianto il sen piena, di morte il volto:
videla sorger furibonda, e a un ferro
dar di piglio, impedita a viva forza
da l'aprirsi nel seno ampia ferita.
Or freme ed urla, or d'una in altra stanza
sen va gemendo, e chiama il figlio a nome:
qual rondine talor, che ritornando
non vede i parti, e trova rotto il nido,
ch'alto stridendo gli s'aggira intorno,
e parte, e riede, e di querele assorda.

Adrasto: Anzi ora è il tempo
di dare ormai con ciò l'ultimo impulso
a i voler vacillanti, e per tal morte
resi dal disperar ver te più miti.
Certo esser dei che acquisterà più lode
quest'apparenza di pietà, che biasmo
cento oscuri misfatti. De l'altera
Merope, dopo ciò, fanne a tuo senno.
Quanto d'atroce sen spargesse, allora
perderà fede presso il volgo, e tutto
maldicenza parrà. Vuolsi non meno
ben tosto ampia innalzar funerea pompa,
e con lugubre onor, con finto pianto
del tuo nimico celebrar la morte:
sì per mostrar d'aver cangiato il core,
come per pubblicar ciò che ti giova. 

Polifonte: Tutto si faccia; e poiché vuol Messene
esser delusa, si deluda. Quando
saran da poi sopiti alquanto e queti
gli animi, l'arte del regnar mi giovi.
Per mute oblique vie n'andranno a Stige
l'alme più audaci e generose. A i vizi,
per cui vigor si abbatte, ardir si toglie,
il freno allargherò.


La "Merope" di Voltaire




Altri post sull'Alfieri:  http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/vittorio-alfieri-vita-e-commento-alla.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/vittorio-alfieri-commento-al-filippo.html
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I versi più belli di Giovanni Battista Marino

tratti da


Per un approfondimento alla Poesia del '600, vedi: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/09/poesia-barocca-del-seicento.html
Per un approfondimento su Preti e Fontanella, vedi: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/la-rosa-la-lucciola-e-la-perla-nella.html
Per un'analisi comparata tra Marino, Petrarca e Tarchetti, vedi: http://intervistemetal.blogspot.it/2017/12/i-capelli-femminili-nellestetica.html 
Per una poesia inedita di Giambattista Marino: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2022/06/giambattista-marino-una-poesia-inedita.html
Per le poetesse del Seicento: https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/le-poetesse-di-fine-cinquecento-e-del.html

Dall'Adone  

per altri approfondimenti vedi: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2018/01/giambattista-marino-i-versi-piu-belli.html



Dall'Adone

Canto I

De la reggia materna il figlio uscito,
con quello sdegno allor se n'allontana
con cui soffiar per l'arenoso lito
calcata suol la vipera africana,
o l'orso cavernier, quando ferito
si scaglia fuor de la sassosa tana
e va fremendo per gli orror più cupi
de le valli lucane e de le rupi.

Sferzato, e pien di dispettosa doglia,
fuggì piangendo a la vicina sfera,
là dove cinto di purpurea spoglia,
gran monarca de' tempi, il Sole impera.
E 'n su l'entrar de la dorata soglia,
stella nunzia del giorno, e condottiera,
Lucifero incontrò, che 'n oriente
apria con chiave d'or l'uscio lucente.

E 'l Crepuscolo seco a poco a poco,
uscito per la lucida contrada
sovra un corsier di tenebroso foco,
spumante il fren d'ambrosia e di rugiada,
di fresco giglio e di vivace croco, (1)
forier del bel mattin, spargea la strada,
e con sferza di rose e di viole
affrettava il camino innanzi al Sole.
[...] Pianse al pianger d'Amor la mattutina
del re de' lumi ambasciadrice stella,
e di pioggia argentata e cristallina
rigò la faccia rugiadosa e bella,
onde di vive perle accolte in brina
poté l'urna colmar l'alba novella,
l'alba che l'asciugò col vel vermiglio
l'umido raggio al lagrimoso ciglio. (2)

(1) è il fiore dello zafferano e sta qui ad indicare l'intenso colore giallo dorato
(2) Preziosismo estremo di immagini: le lacrime di Venere mattutina che si sono fatte perle e il colore dell'alba che si concretizza nella visione del velo vermiglio


Canto III: una delle più famose descrizioni di rosa

Rosa riso d'amor, del ciel fattura,
rosa del sangue mio fatta vermiglia,
pregio del mondo e fregio di natura
de la terra e del sol vergine figlia,
d'ogni ninfa e pastor delizia e cura,
onor de l'odorifera famiglia,
tu tien d'ogni beltà le palme prime,
sovra il vulgo de' fior donna sublime.
[...] Porpora de' giardin, pompa de' prati,
gemma di primavera, occhio d'aprile,
di te le Grazie e gli Amoretti alati
fan ghirlanda a la chioma, al sen monile.
Tu, qualor torna a gli alimenti usati
ape leggiadra o zefiro gentile,
dài lor da bere in tazza di rubini
rugiadosi licori e cristallini.


Canto V: il mito di Narciso al fonte ritorna anche nelle pagine dell'"Adone"

Tra verdi colli (1) in guisa di teatro
siede rustica valle e boschereccia;
falce non osa qui, non osa aratro
di franger gleba o di tagliar corteccia.
Fonticel di bell'ombre algente ed atro,
inghirlandato di fiorita treccia,
qui dal sol si difende e sì traluce
ch'al fondo cristallin l'occhio conduce.

Su la sponda letal di questo fonte,
che i circostanti fior di perle asperge
e fa limpido specchio al cavo monte
che lo copre dal sol quando più s'erge
appoggia il petto e l'affannata fronte,
le mani attuffa e l'arse labra immerge.
[...] Mancando alfin lo spirto a l'infelice,
troppo a se stesso di piacer gli piacque;
depose a piè de l'onda ingannatrice
la vita, e, morto in carne, in fior rinacque;
l'onda, che già l'uccise, or gli è nutrice,
perch'ogn suo vigor prende da l'acque.
Tal fu il destino del vaneggiante e vago
vagheggiator de la sua vana imago.

(1) è la descrizione della fonte presso cui Narciso, specchiandosi si innamora del proprio volto ivi riflesso; morirà nal vano tentativo di avvicinare quel viso al suo.


Van le vergini belle a schiera sparte.
scalze il piè, scinte il seno e sciolte il crine.
Rozza incoltura in lor, beltà senz'arte,
fa de l'anime altrui maggior rapine.
Parte per l'erba va scherzando e parte
tra le linfe argentate e cristalline.
Parte coglie viole ed amaranti
per farne dono ai fortunati amanti.

[...]

Oh dolcezza ineffabile infinita,
soave piaga e dilettosa arsura,
dove quasi fenice incenerita
ha culla insieme il core e sepoltura,
onde da duo begli occhi alma ferita
muor non morendo e 'l suo morir non cura,
e trafitta d'Amor sospira e langue,
senza duol, senza ferro e senza sangue.

Così dolce a morir l'anima impara,
esca fatta a l'ardor, segno a lo strale,
e sente in fiamma dolcemente amara
per ferita mortal morte immortale.
Morte, ch'al cor salubre, ai sensi cara,
non è morte, anzi è vita, anzi è natale:
Amor, che la saetta e che l'incende,
per più farla morir, vita le rende.

[...]

Ma già fugge la luce e l'ombra riede,
e s'accosta a Marocco il sole intanto.
Imbrunir d'oriente il ciel si vede,
cangia in fosco la terra il verde manto.
Già cede al grillo la cicala, e cede
il rosignuolo a la civetta il canto,
che garrisce le stelle e dice oltraggio
del bel pianeta al fuggitivo raggio.


Dagli Idilli Pastorali

"La bruna pastorella": Lilla e Lidio sono i due protagonisti di questo idillio pastorale: nel vagheggiare la bellezza della donna amata, le attenzioni di Lidio si concentrano sugli occhi di lei, che lo avvincono e lo innamorano. Il discorso procede con giochi di argutezze barocche, mentre viene stabilita una serie di paragoni, a significare l'inimitabile splendore delle brune pupille.
Infine, Lilla, subentrando all'amato nel dialogo, osserva discendere le ombre della sera interrotte dalle luci fugaci e balenanti delle lucciole notturne.

Lidio:

O de la bella mora,
[...] negri sì ma leggiadri,
foschi sì ma lucenti,
occhi dolci e ridenti
[..] O luci tenebrose,
tenebre luminose, occhi divini,
dal brillar de' cui giri
ne l'Indo orientale
qualunque gemma più pregiata e chiara
a scintillare impara;
vostre brune pupille
sembran carboni spenti,
ma vostri vaghi sguardi son faville
vigorose e cocenti.
Quel notturno colore
scolora l'alba e move invidia al giorno;
quel vostro smalto oscuro
al zaffiro fa scorno, ingiuria a l'oro;
quel brun, quel negro vostro
è puro e vivo inchiosto,
onde con l'aureo strale
scrive Amor la sentenza
de la mia dolce e fortunata morte.


Lilla:

Già l'ombra de la terra
si dilata per tutto. Ecco, d'intorno
un denso umido velo
la gran faccia del cielo
ricopre, e folta nebbia
occupando le piagge imbruna i colli.
Vedi la luccioletta
fiaccola del contado
e baleno volante,
viva favilla alata,
viva stella animata [...]


Lidio:

Andiam, bella mia fiamma,
ch'io tra l'ombre e gli orrori
de la notte e del bosco
altra per guida mia non curo o cheggio
né lucciola né luce:
sol mi basta quel sol che mi conduce.

Altri versi di Marino:

"Delirio amoroso"

Serpe sembri al feria che ben ascose stan sovente le serpi in fra le rose...


"Al Sonno"

O del silenzio figlio, e de la notte,
padre di vaghe immaginate forme,
sonno gentil, per le cui tacite orme son l'alme al ciel d'amor spesso condotte.
Or che'n'grembo a le levi ombre interrotte
ogni cor, fuor che'l mio, riposa e dorme,
l'erebo oscuro, al mio pensier conforme lascia ti prego
e le cimmerie grotte, e vien col dolce tuo tranquillo oblio
e col bel volto in ch'io mirar m'appago,
a consolare il vedovo desio
ché se ite (1) la sembianza,
onde son vago, non m'è dato goder,
godrò pur io
de la morte, che bramo, l'imago.

(1) andate
 

"Eco"

Le mie parole ascolta da quest'ombrosa grotta.
Ma non ridere altrui ciò ch'io ragiono.
Tu, da le membra sciolta, voce flebile e rotta,
accogli pur de le mie voci il suono:
ma se care ti sono,
teco le chiudi e serba.
E questa pietra oscura, che a te fu sepoltura
e de la pena tua grave ed acerba
ancor freme e rimbomba del mio dolor ti sia tomba.


"La lucciola"

Già l'ombra de la terra si dilata per tutto.
Ecco, d'intorno un denso umido velo,
la gran faccia del cielo ricopre
e folta nebbia occupando le piagge imbruna i colli.
Vedi la luccioletta, fiaccola del contado
e baleno volante.
Viva favilla alata,
viva stella animata
pur come ne le piume abbia il focile vibrando
per le siepi ali d'argento
e foco alternar le scintille.
è tempo ormai verso l'ovile,
a passi corti e lenti, di ricondur gli armenti.


"Era già notte"

Era già notte, e lo stellato velo
coprian le nubi d'ogn'intorno accolte,
e fioccando cadean dall'alto cielo
falde di neve in mille giri avvolte,
e Borea (1), il crudo apportar del gelo,
avea le briglie al suo furor disciolte,
onde in quel punto, al tempestar del verno,
parea la notte un tenebroso inferno.
Ed era ormai vicin l'ora fatale,
che la mia bella mi promise un giorno
di dar ristoro al mio dolor mortale,
pria che l'alba facesse in ciel ritorno;
quindi lava al mio cor piaga letale
il ciel, che, tempestoso d'ogni intorno,
parea che oscuro e d'atra invidia pieno
gir (2) mi negasse a la mia cara in seno.
Ma, giunta l'ora, invan l'aria tempesta,
invan soffiano i venti e le procelle,
che punto l'andar mio già non arresta
furor d'inverno e oscurità di stelle;
là me ne vo, dove aspettando desta
Lilla sen sta con due fidate ancelle,
e, giunto alfin, con un sospir cocente
dò il segno che m'impose ed ella il sente. [...]
Tocca l'avida man le mamme (3) intatte,
e si riscalda dentro quel sen cocente,
e le dita dal gel quasi disfatte
vengon di fuoco a meraviglia ardente,
e mentre impressa in quell'eburneo latte
or l'una mamma stringo, ed or sovente
provo dolcezza tal, che il cor vien meno
tra gli alabastri di quel bianco seno.

(1) vento di settentrione
(2) andare
(3) mammelle


Commento alla Rosa

Il dialogo tra Mopso e Tirsi propone un argomento comune nella storia della poetica barocca: l'elogio dei fiori, in questo caso, della rosa. Sarà Tirsi in particolare a cantarne le virtù, ricollegandosi a quanto della rosa viene detto nell'"Adone": il fiore bellissimo che acquistò il suo colore di rubino allorché Venere, punta da una spina, lo cosparse del proprio sangue. La celebrazione procede con un crescendo di morbidezza nella disposizione delle immagini ed alternando il ricordo storico-mitologico alla raffinatezza lessicale del linguaggio barocco. Singolarmente curate nell'uso attento dei vocaboli le strofe in cui il poeta vagheggia lo schiudersi della rosa dal "verde nodo del bocciolo". Riecheggianti invece l'eco melanconica di alcuni momenti della poesia del Quattrocento le parole conclusive  di Mopso: lo spegnersi del sole e il languire della rosa che sono tutt'uno con il declinare delle gioie e della bellezza. Lorenzo Il Magnifico e il Poliziano avevano pure fatto rivivere liricamente questa emozione: più sottilmente amara, forse, penetrata di una melanconia più profonda. 

Fama è che Citerea
col suo leggiadro Adone
ne l'acerba stagione
cacciando un dì correa,
quando a la vaga dea
spina nocente e cruda
punse del bianco piè la pianta ignuda.
Ne la bella ferita
la rosa allor s'intinse
e 'l suo candor dipinse;
mentre la dea smarrita
de la guancia fiorita
discolorò le rose,
fe' di novo color l'altre pompose.
Di sanguinose brine
le belle foglie asperse
allor la rosa aperse;
e di gemme più fine
mostrò ricche le spine,
che d'ostro umide e molli
pompa aggiunsero ai prati e fregio ai colli.
D'atti cotanti audaci
la diva non si dolse,
anzi in lei lieta accolse
mille e mille vivaci
amorosetti baci,
e con l'acceso labro
doppio l'accrebbe ardor, doppio cinabro.
"E tu", disse, "sarai
il mio fior più gradito;
del mio sangue vestito,
de' fior lo scetro avrai;
tu di Pesto i rosai,
tu gli orti indi ed iblei
farai felice, e gli arabi e i sabei."
[...]
Già imbruna le contrade
il sol, che cede e langue,
e seco a un tempo essangue
langue la rosa e cade.
O d'umana beltade
gloria caduca e leve,
o diletto mortal, come se' breve!




Approfondimento: Le rose in Girolamo Preti http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/la-rosa-la-lucciola-e-la-perla-nella.html

"Rose impallidite"

Ite (1) in dono a colei, pallide rose,
a cui l'alma donai senza mercede;
e poi che'l mio penar non cura, o crede,
siate del mio morir nunzie amorose.
Vidi voi d'ostro (2) già tinte e pompose;
d'ostro che 'l labro suo forse vi diede.
Ora il pallor di Morte in voi si vede,
imitatrici del mio duol pietose.
Dite se pur vi mira e se v'accoglie
ch'io son mal vivo e sarò tosto esangue come voi,
moribonde aride foglie;
e se'l vostro color pallido langue,
ella ravvivi l'odorate spoglie
con l'onda del mio pianto e del mio sangue.

(1) andate
 (2) color porpora












''La cuccetta superiore'' di Francis Marion Crawford

Qualcuno chiese i sigari. Avevamo chiacchierato a lungo, e la conversazione cominciava a languire; il fumo del tabacco aveva impregnato i pesanti tendaggi, il vino era arrivato fino al cervello, intorpidendolo, ed era chiaro ormai che, se qualcuno non avesse fatto qualcosa per sollevare i nostri spiriti depressi, la riunione sarebbe giunta presto al suo epilogo naturale, e noi - gli ospiti - saremmo tornati a casa in fretta per andare a letto, con ottime probabilità di piombare in un sonno profondo.
Nessuno aveva detto cose notevoli, forse perché nessuno aveva cose notevoli da dire. Jones ci aveva raccontato in tutti i più piccoli particolari la sua ultima avventura di caccia nello Yorkshire. Il signor Tompkins, di Boston, ci aveva spiegato a lungo e dettagliatamente i principi in base ai quali la Atchinson, Topeka e Santa Fè Railroad, non solo estendeva il suo territorio, allargava la sua influenza e trasportava bestiame senza farlo morire di fame prima del giorno della consegna vera e propria, ma era riuscita anche per anni a ingannare quei passeggeri che acquistavano i biglietti nella fallace convinzione che la suddetta Compagnia fosse realmente in grado di trasportare vite umane senza distruggerle. Il signor Tombola aveva cercato di persuaderci con argomenti che non c'eravamo presi la briga di demolire, che l'unità del suo paese non assomigliava affatto al tipo corrente di siluro moderno, progettato con la massima cura, costruito con innegabile abilità dai più grandi arsenali europei, ma, una volta costruito, destinato ad essere guidato da mani inette in una regione dove, senza che nessuno lo vedesse, lo udisse o se ne spaventasse, sarebbe al di là di ogni dubbio, esploso nelle sconfinate distese del caos politico.
Non reputo necessario fornire ulteriori particolari. La conversazione aveva assunto proporzioni che avrebbero annoiato Prometeo incatenato alla sua roccia, che sarebbero state sufficienti a distrarre Tantalo, e che avrebbero respinto Issione a cercare riposo nel semplice ma istruttivo dialogo di Herr Ollendorf piuttosto che sottomettersi al ben più grave pericolo di ascoltare i nostri discorsi. Eravamo seduti a tavoli da ore; eravamo annoiati, stanchi, e nessuno accennava a muoversi.
Qualcuno domandò dei sigari. Istintivamente ci voltammo tutti verso colui che aveva parlato. Brisbane era un uomo sui trentacinque anni, notevole per quelle doti che soprattutto attraggono l'attenzione. Era un tipo robusto. Le proporzioni della sua figura non denotavano nulla di insolito all'occhio comune, anche se la sua statura era superiore alla media. Era alto più di un metro e ottantacinque e piuttosto largo di spalle; non appariva grasso, ma, d'altra parte nemmeno lo si sarebbe potuto dire magro; la testa, piccola, era appoggiata su un collo forte e muscoloso; le mani, grandi ed energiche, sembravano dotate della particolare abilità di rompere le noci senza l'ausilio di un comune schiaccianoci e, guardandolo di profilo, non si poteva fare a meno di notare la straordinaria ampiezza delle sue maniche e l'insolita misura del suo petto. Era uno di quei tipi che, come si suol dire, ingannano, vale a dire che, per quanto apparisse forte, era in realtà ancora più forte di quanto apparisse. Non credo opportuno dilungarmi sui suoi lineamenti: testa piccola, capelli sottili, naso lungo, due baffi appena accennati e la mascella quadrata. Tutti conoscevano Brisbane e, quando chiese un sigaro, tutti lo guardarono.
"è una questione molto singolare", disse Brisbane.
Tutti smisero di parlare. La voce di Brisbane non era alta, ma aveva la caratteristica di insinuarsi nella conversazione generale e di tagliarla come un coltello. Tutti si fecero attenti. Quando si accorse di essere riuscito ad accaparrarsi l'interesse generale, Brisbane accese il sigaro con tutta tranquillità.
"è una questione molto singolare quella dei fantasmi", continuò. "Tutti chiedono sempre se qualcuno ha visto un fantasma. Ebbene, io l'ho visto."
"Chi? Voi? Che cosa volete dire, Brisbane? Via, un uomo della vostra intelligenza..."
Un coro di esclamazioni accolse la straordinaria affermazione di Brisbane. Tutti chiesero sigari, e Stub, il maggiordomo, si materializzò improvvisamente da chissà dove con una nuova bottiglia di champagne secco. La situazione era salva; Brisbane stava per narrarci qualcosa.

"Sono un vecchio marinaio", disse Brisbane, "e devo traversare l'Atlantico abbastanza spesso. Come è logico, ho le mie preferenze. Quasi tutti gli uomini hanno le loro preferenze. Ho visto un tale aspettare in un bar di Broadway per tre quarti d'ora una certa vettura pubblica che gli riusciva particolarmente gradita. Credo che dalle preferenze di costui il proprietario del bar derivasse almeno un terzo del suo reddito.
Ho l'abitudine di aspettare certe determinate navi quando sono obbligato ad attraversare l'oceano. Forse sarà un pregiudizio, ma in vita mia ho sempre avuto buone traversate, con un'unica eccezione. La ricordo benissimo: era una tiepida mattina di giugno, e gli ufficiali di dogana, in attesa di un transatlantico che già stava risalendo da Quarantine, avevano un'aria indaffarata e pensierosa. Il mio bagaglio non era granché; non mi porto mai appresso molto.
Mi unii alla folla dei passeggeri, dei facchini e di quegli ossequiosi individui in giacca azzurra e bottoni di ottoni che sembrano spuntare come funghi dal ponte di una nave all'ancora per offrire i loro non richiesti servigi ai passeggeri dotati di spirito di indipendenza. Ho notato spesso con un certo interesse l'evoluzione spontanea di questi signori. Non ci sono quando arrivate; cinque minuti dopo che il pilota ha gridato "Avanti!" essi, o almeno le loro giacche azzurre e i loro bottoni di ottone, sono scomparsi dai ponti e dalle passerelle nella maniera più assoluta, quasi fossero stati tutti quanti chiusi in quello stanzino che la tradizione attribuisce unanimemente a Davy Jones. Ma, al momento della partenza, eccoli, rasati di fresco, con tanto di giacca azzurra, smaniosi di intascarsi una mancia.
Mi affrettai a salire a bordo. Il Kamtschatka era una delle mie navi preferite. Dico era perché ci tengo a sottolineare che ora non lo è più. Non posso infatti immaginare allettamento in grado di convincermi a fare un altro viaggio su quella nave. Sì, so che cosa volete dire. è pulitissima, ha un tonnellaggio tale da assicurare la stabilità e le cuccette inferiori sono per la maggior parte doppie. Presenta un mucchio di vantaggi, ma io non farò più traversate con essa.
Scusate la disgressione. Salii a bordo, dunque, e subito venni avvicinato da uno steward, il cui naso rosso e i cui baffi ancora più rossi mi erano ugualmente familiari.
"Centocinque, cuccetta inferiore", dissi, con il tono disinvolto, caratteristico di chi considera una traversata dall'Atlantico una faccenda normale come quella di prendere un cocktail da Delmonico, in centro.
Lo steward prese la mia valigia, il mio cappotto e il mio plaid. Non dimenticherò mai l'espressione del suo viso. Non che si facesse pallido. I più celebri maghi sostengono che neppure i miracoli possono mutare il corso della natura. Non esito a dire che non diventò pallido, ma, dalla sua espressione, pensai che fosse sul punto di piangere, o di starnutire, o di lasciare cadere la mia valigia. Dato che quest'ultima conteneva due bottiglie particolarmente pregiate di sherry che mi erano state offerte in omaggio per il viaggio dal mio vecchio amico Snigginson van Pickyns, mi sentivo estremamente nervoso. Ma lo steward non fece nulla di quanto temevo.
"Bene, che sia dannato!", disse a bassa voce, e mi precedette.
Pensai che il mio Mercurio, quello che mi stava guidando verso la zona degli Inferi, avesse bevuto un po' troppo grog, ma non dissi nulla e lo seguii. La centocinque era sulla sinistra della nave, verso poppa. Non c'era nulla di insolito nella cabina. La cuccetta inferiore, come quasi tutte quelle del Kamtschatka, era doppia. C'era molto spazio; il lavabo, di forma insolita, sembrava fatto apposta per dare l'idea del lusso a un indiano del Nord America; c'erano le solite, inutili mensole di legno scuro che potranno magari servire ad attaccare un ombrello ma che non sono assolutamente in grado di reggere un comune spazzolino da denti. Sul poco invitante materasso era ripiegate quelle coperte che un grande umorista moderno ha giustamente paragonato a pasticcini di carne fredda.
La questione degli asciugamani era affidata in tutto e per tutto all'immaginazione. Le brocche di vetro erano piene di un liquido trasparente lievemente venato di scuro, dal quale però giungeva alle narici, meno lieve e niente affatto piacevole, qualcosa che ricordava lontanamente l'olio di macchina. Tendaggi di colore cupo nascondevano per metà la cuccetta superiore. La vaga luce di giugno diffondeva un chiarore incerto su quella piccola scena di desolazione. Uh! Come odiavo quella cabina.
Lo steward depositò i miei bagagli e mi guardò come se volesse fuggire, probabilmente in cerca di altri passeggeri e di altre mance. è sempre buona politica quella di accattivarsi la simpatia di simili personaggi, e io, di conseguenza, non esitai a fargli scivolare in mano alcune monete.
"Farò del mio meglio perché possiate trovarvi comodo", osservò, mentre metteva in tasca le monete. Ma nella sua voce c'era un tono di dubbio che mi sorprese. Forse la tariffa delle sue mance era cresciuta e non si sentiva soddisfatto; ma, tutto sommato, ero incline a pensare che, come si sarebbe probabilmente espresso lui, aveva bevuto "un goccio di troppo". Ma mi sbagliavo, e devo riconoscere che gli facevo torto.

Durante quel giorno non accadde nulla che fosse particolarmente degno di nota. Lasciammo il molo all'ora stabilita, ed era piacevole trovarsi in viaggio, perché il tempo era diventato caldo e soffocante e il movimento della nave provocava una brezza deliziosa. Tutti sanno com'è il primo giorno di mare. Si passeggia sui ponti, ci si guarda a vicenda e ogni tanto si incrocia qualche vecchia conoscenza di cui si ignorava la presenza a bordo.
Non si sa ancora se quanto verrà servito a tavola sarà buono, cattivo o indifferente, ma dopo i primi due pasti questo interrogativo è risolto; non si può prevedere che tempo farà fino a quando la nave non è arrivata bene al largo della Fire Island. I tavoli sono affollati, ma poi, improvvisamente, ci si trova in pochi. Gente dal viso pallidissimo schizza su dalla sua sedia e si precipita verso la porta, e ogni vecchio marinaio respira più liberamente quando il vicino indisposto si allontana precipitosamente del suo fianco, lasciandogli maggior spazio per i gomiti e il dominio incontrastato del barattolo della mostarda.
Tutte le traversate dell'Atlantico si assomigliano, più o meno, e noi che battiamo spesso questa rotta non facciamo certo il viaggio per provare qualche sensazione nuova. Balene e iceberg sono sempre oggetto di interesse, ma, in ultima analisi, una balena è molto simile a un'altra balena, ed è raro il caso che si riesca a vedere da vicino un iceberg.
Per la stragrande maggioranza di noi il momento più delizioso della giornata a bordo di un transatlantico è quello in cui, dopo aver fatto l'ultimo giro del ponte, dopo aver fumato l'ultimo sigaro, e dopo essere riusciti a stancarci, ci sentiamo autorizzati a ritirarci in tutta tranquillità.
La prima sera di quel viaggio mi sentivo particolarmente pigro, e andai a letto nella centocinque più presto di quanto non sia mia abitudine. Entrando, notai con stupore di avere un compagno. In un angolo c'era una valigia, molto simile alla mia, e sulla cuccetta superiore si vedevano una coperta di viaggio accuratamente ripiegata, un ombrello e un bastone.
Avevo sperato di essere solo, e mi sentii deluso; ma mi chiesi chi mai poteva essere il mio compagno di cabina e decisi di dargli almeno un'occhiata.
Mi ero appena coricato quando arrivò. Era, per quanto potevo vedere, un uomo molto alto, pallido e magro, dai capelli e dai baffi brizzolati, e dagli occhi di un grigio scialbo. Ebbi la precisa
impressione che avesse qualcosa di ambiguo: era, insomma, il tipo di individuo che si vede a Wall Street senza essere in grado di dire con precisione che cosa faccia lì, il tipo di individuo che frequenta sempre il Café Anglais, che sembra sempre solo e che beve champagne; lo si può incontrare sui campi di corse, ma neppure lì si capisce bene che cosa faccia. Un'eleganza un po' troppo vistosa, un po' troppo eccentrica. A bordo di ogni transatlantico oceanico si incontrano tre o quattro persone di questo tipo.
Giunsi alla conclusione che non mi interessava fare la sua conoscenza, e decisi di dormire dicendomi che avrei studiato attentamente le sue abitudini per essere in grado di evitarlo. Se si fosse alzato presto, io mi sarei alzato tardi; se si fosse coricato tardi, io mi sarei coricato presto. Non avevo desiderio alcuno di far conoscenza. I tipi del genere, conosciuti una volta, sono tutti uguali. Poveretto! Era inutile che mi preoccupassi tanto per ciò che lo riguardava perché, dopo quella prima notte nella cabina centocinque, non ebbi più occasione di vederlo.
Stavo dormendo profondamente, quando fui d'un tratto svegliato da un rumore molto forte. A giudicare dal rimbombo, il mio compagno di cabina doveva essere caduto dalla cuccetta superiore sul pavimento. Udii che si stava dando da fare con la serratura e il catenaccio della porta, che riuscì ad aprire quasi subito, poi avvertii il suo scalpiccio nel corridoio, come se corresse al limite delle sue possibilità; si era lasciato la porta aperta alle spalle. La nave stava rollando un poco, e mi aspettavo di sentirlo inciampare o cadere, ma quello correva come se fosse in gioco la sua stessa vita.
Il battente cigolava sui cardini, seguendo il movimento dello scafo, e quel rumore mi dava maledettamente sui nervi. Mi alzai per chiudere, poi tornai, con andatura ondeggiante, alla mia cuccetta, nelle tenebre. Subito piombai di nuovo nel sonno, ma non ho neppure la più lontana idea del tempo che dormii.
Quando mi risvegliai faceva ancora buio, ma avvertii una spiacevole sensazione di freddo e mi sembrava che l'aria fosse umida. Conoscete anche voi il sentore caratteristico di una cabina che è stata impregnata di acqua di mare. Mi coprii come meglio potevo e mi appisolai subito, mentre preparavo  le lamentele che avrei dovuto esporre l'indomani e sceglievo gli epiteti più efficaci della nostra lingua.
Udii il mio compagno di cabina che si voltava e si rivoltava nella cuccetta superiore. Probabilmente era tornato mentre dormivo. A un certo momento mi parve di sentirlo gemere, e giunsi alla conclusione che doveva soffrire di mal di mare. è questo un particolare molto spiacevole, quando ci si trova a dormire nella cuccetta inferiore. Ma, ciò nonostante, mi appisolai di nuovo e dormii fino alle prime luci dell'alba.
La nave stava rollando forte, più della sera precedente, e la luce grigia che filtrava dal portello cambiava di intensità ad ogni momento, a seconda del mutevole angolo di inclinazione che il beccheggio faceva assumere al vetro. Faceva molto freddo, un freddo assurdo, se si pensava che si era nel mese di giugno. Girai la testa, guardai il portello e vidi, con profonda sorpresa, che era aperto e rovesciato verso il basso. Imprecai ad alta voce, credo, poi mi alzai per chiuderlo.
Tornando, diedi un'occhiata alla cuccetta superiore. I tendaggi apparivano perfettamente chiusi; con ogni probabilità, il mio compagno di cabina aveva sentito freddo, come me. Avevo la precisa impressione di aver dormito più che a sufficienza. La cabina era quanto mai scomoda, anche se, strano a dirsi, non avvertivo più l'umidità che tanto mi aveva infastidito nel corso della notte. Il mio compagno dormiva ancora profondamente, il che rappresentava un eccellente occasione per evitarlo; di conseguenza mi vestii subito e salii sul ponte.
La giornata era tiepida e nuvolosa, e sulla distesa delle acque gravava un pesante sentore oleoso. Erano le sette quando uscii dalla cabina... molto più tardi di quanto avessi immaginato. Incontrai il medico di bordo, che già si era alzato per respirare una prima boccata d'aria del mattino. Era un giovane dell'Irlanda occidentale, un tipo robusto, dagli occhi azzurri e dai capelli neri che già mostrava un accento di pinguedine; aveva un'espressione sana e allegra che lo faceva apparire simpatico a prima vista.
"Una splendida mattina!", osservai, per attaccare discorso.
"Bene", rispose guardandomi con un improvviso interesse, "è una bella mattina e non è una bella mattina. Se proprio vi va di conoscere il mio parere, non è un granché."
"è vero, no, non è precisamente una bella mattina", ammisi.
"è quello che chiamerei un tempo variabile", precisò il medico.
"Ho avuto l'impressione che facesse molto freddo stanotte", osservai. "Ma quando mi sono guardato intorno, mi sono accorto che il portello era spalancato. Non me n'ero accorto quando mi ero coricato. E la cabina era, per di più, umida."
"Umida?", fece. "Dove vi hanno messo?"
"Alla centocinque."
Con mia grande sorpresa, il medico sussultò in maniera più che visibile e mi guardò fissamente.
"Che c'è?", domandai.
"Oh, niente", mi rispose. "Solo che nel corso degli ultimi tre viaggi, tutti si sono lamentati di quella cabina."
"Me ne lamenterò anch'io. Per prima cosa, non è aerata come si deve. è una vera vergogna."
"Credo che le vostre proteste saranno inutili", rispose il medico. "Sono convinto che c'è qualcosa... bene, non sta certo a me impaurire i passeggeri."
"Non dovete temere di spaventarmi", replicai. "Posso sopportare tutta l'umidità di questo mondo. Se mi buscherò un brutto raffreddore, mi rivolgerò a voi."
Offrii un sigaro al mio interlocutore, che lo accettò e lo esaminò con aria molto critica.
"Non si tratta precisamente di umidità", osservò. "Ma credo che riuscirete a cavarvela benissimo. Avete un compagno di cabina?"
"Sì, un tipo curioso, che esce nel cuore della notte e lascia la porta aperta."
Ancora una volta il medico mi guardò con un'espressione strana.
Poi accese il sigaro, e il suo volto assunse un'espressione grave.
"è tornato?", chiese dopo qualche istante.
"Sì. Dormivo, ma mi sono svegliato e ho sentito che si muoveva. Poi ho avvertito una sensazione di freddo e mi sono addormentato di nuovo. Questa mattina ho trovato il portello aperto."
"Sentite", disse il Dottore, adagio, "non è che questa nave mi interessi più di tanto. La sua reputazione non mi riguarda. Ma adesso vi dirò che cosa farò. Ho a mia disposizione una cabina molto spaziosa. La dividerò con voi, anche se è la prima volta che vi incontro."
Una proposta del genere mi sorprese moltissimo. Non riuscivo a immaginare come mai dimostrasse un così improvviso interesse per il mio benessere. Ma, quando aveva parlato dalla nave, la sua voce aveva assunto un tono curioso.
"Siete davvero molto gentile, dottore", dissi. "Ma in tutta sincerità, credo che la cabina possa essere aerata o ripulita, o qualcosa di simile. Perché la nave non vi interessa?"
"Nella nostra professione non siamo superstiziosi, signore", mi rispose, "ma in genere il mare ha la caratteristica di rendere tale la gente. Non intendo far nascere pregiudizi in voi, e neppure intendo spaventarvi , ma, se volete accettare il mio consiglio, fareste meglio a trasferirvi nella mia cabina."
Poi, con la massima serietà, aggiunse: "Perché dovete tener presente che chi dorme nella centocinque, si tratti di voi o di un altro, finisce in mare."
"Mio Dio! e perché?", domandai.
"Per il semplice fatto che nel corso degli ultimi tre viaggi coloro che hanno dormito là sono finiti realmente in mare", rispose con tono grave.
La notizia era sbalorditiva e terribilmente spiacevole, lo ammetto. Guardai fissamente il medico per vedere se si stava prendendo gioco di me, ma la sua espressione era più seria che mai. Lo ringraziai calorosamente per la sua offerta, ma gli dissi che intendevo rappresentare l'eccezione alla regola in base alla quale chi dormiva in quella particolare cabina finiva in mare. Egli non insistette ma, sempre serissimo, mi fece intendere che, prima del termine della trasversata, avrei probabilmente avuto modo di riprendere in considerazione la sua proposta.
Quando scendemmo per la prima colazione, alla quale faceva onore solo un numero davvero esiguo di passeggeri, notai come un paio degli ufficiali che mangiavano con noi avessero un'aria turbata. Terminato di mangiare, scesi nella mia cabina a prendere un libro. Le tendine della cuccetta superiore erano ancora strettamente accostate. Il silenzio era assoluto. Con ogni probabilità il mio compagno di stanza stava ancora dormendo.
Uscendo, incontrai lo steward che aveva l'incarico di badare a servirmi. Mi bisbigliò che il Capitano desiderava vedermi, poi sgattaiolò via giù per il corridoio, come se fosse particolarmente ansioso di evitare domande da parte mia. Mi diressi verso la cabina del Capitano e lo trovai che mi aspettava.
"Signore", disse, "vorrei chiedervi un favore."
Risposi che ero dispostissimo a fargli cosa gradita.
"Il vostro compagno di cabina è scomparso. Risulta che si è ritirato presto ieri sera. Avete per caso notato qualcosa di strano nel suo atteggiamento?"
La domanda, che veniva a confermare nella maniera più esatta i timori che il medico mi aveva espresso non più tardi di mezz'ora prima, mi lasciò piuttosto scosso.
"Non vorrete dire che è finito in mare, vero?", chiesi.
"Temo proprio di sì", rispose il Capitano.
"è la cosa più straordinaria...", cominciai.
"Perché?", mi interruppe.
"In tal caso è il quarto, vero?"
In risposta a un'altra domanda del Capitano, spiegai, senza accennare al medico, che avevo saputo tutto ciò che riguardava la centocinque. Parve molto seccato quando seppe che ero già al corrente. Gli raccontai allora che cosa era accaduto nel corso della notte.
"Quanto mi dite corrisponde quasi esattamente a quello che mi è stato detto dai compagni di cabina di due degli altri tre. Sono saltati giù dalla cuccetta e si sono precipitati di corsa nel corridoio. Due di loro sono stati visti buttarsi in mare dagli uomini di guardia; ci siamo fermati e abbiamo calato le scialuppe, ma non siamo riusciti a trovarli. Ma nessuno ha visto o sentito colui che è andato perduto stanotte... ammesso che sia andato realmente perduto. Lo steward, che forse è un tipo superstizioso, e che si aspettava che qualcosa non andasse per il suo giusto verso, è andato a dargli un'occhiata stamane e ha trovato la cuccetta vuota, ma c'erano invece gli abiti, proprio come lui li aveva lasciati. Lo steward era il solo a bordo che lo conoscesse di vista, e lo ha cercato dappertutto. è scomparso! Ora, signore, vorrei pregarvi di non far cenno di questa circostanza agli altri passeggeri: non voglio che la nave si faccia una cattiva fama, e per un transatlantico non c'è nulla di peggio di una tradizione di suicidi. Potrete scegliervi fra le cabine degli ufficiali, la mia compresa, quella che preferite, per tutto il resto della traversata. La proposta vi sembra equa?"
"Certo", risposi, "e ve ne sono grato. Ma dato che sono solo e ho l'intera cabina a mia disposizione, preferirei non muovermi. Se lo steward porterà via le cose di quel disgraziato, vorrei rimanere dove sono. Non dirò una sola parola su questa faccenda, e credo di potervi promettere che non seguirò il mio compagno di stanza."
Il capitano fece del suo meglio per farmi cambiare idea, ma io
preferivo di gran lunga avere una cabina da solo piuttosto che trovarmi sistemato con un qualsiasi ufficiale di bordo. Non so se mi sono comportato da sciocco, ma se avessi seguito il suo consiglio, ora non avrei altro da raccontare. Sarebbe rimasta la spiacevole coincidenza di diversi suicidi che si erano verificati tra coloro che avevano dormito nella stessa cabina, ma questo sarebbe stato tutto.
Invece la storia non finì lì, no di certo. Ostinato come sono per natura, decisi di non lasciarmi turbare da racconti del genere, anzi, arrivai al punto di discutere la questione con il capitano. C'era qualcosa che non andava in quella cabina, dissi. In primo luogo, era umida. La notte precedente, il portello era stato lasciato aperto. Forse il mio compagno di stanza era già ammalato quando era salito a bordo, o forse, dopo essersi coricato, era stato colto da una crisi di delirio. Era possibile che si nascondesse da quache parte e che più tardi si riuscisse a trovarlo. Era necessario aerare la stanza e aggiustare il fermo del portello. Se il Capitano mi autorizzava, avrei provveduto io a fare in modo che quanto giudicavo necessario venisse fatto immediatamente.
"Avete naturalmente il diritto di rimanere dove preferite", mi rispose, piuttosto irritato; "ma, per ciò che mi riguarda, sarei più soddisfatto se sloggiaste e mi lasciaste chiudere quella cabina, in modo da mettere termine a questa lugubre storia."
Ma i nostri punti di vista non coincidevano, e lasciai il Capitano dopo avergli promesso il più assoluto silenzio circa la comparsa del mio compagno. Quest'ultimo non aveva conoscenze a bordo, e nel corso della giornata nessuno si accorse della sua mancanza. Verso sera, incontrai di nuovo il Dottore, il quale mi chiese se avevo cambiato parere. Gli risposi di no.
"Allora lo cambierete prima che non sia passato molto tempo", disse, con tono quanto mai grave.
Giocammo a whist quella sera, e mi coricai tardi. Confesserò ora che provai una sensazione niente affatto piacevole quando entrai nella mia cabina. Non potevo fare a meno di pensare all'uomo alto che avevo intravisto la sera precedente e che ora era morto annegato, e veniva sballottato qua e là dalle onde, due o trecento miglia alle nostre spalle. Il suo viso mi si stagliò chiaramente davanti mentre mi spogliavo, e arrivai fino al punto di scostare le tendine della cuccetta superiore, quasi a persuadermi che era realmente scomparso.
Avevo chiuso a chiave la porta della cabina. Improvvisamente notai che il portello era aperto e affrancato verso il basso. Era una cosa, questa, che non potevo sopportare. Mi infilai in fretta e furia la vestaglia ed andai a cercare Robert, lo steward del mio corridoio. Ero furibondo, lo ricordo e, quando lo trovai, lo trascinai piuttosto rudemente fino alla soglia della centocinque e lo spinsi verso il portello aperto.
"Si può sapere perché diavolo lasciate aperto il portello tutte le sere, briccone che non siete altro? Non sapete che una cosa del genere è contraria ai regolamenti? Non sapete che se la nave si inclina e l'acqua comincia ad entrare, nemmeno dieci uomini riuscirebbero più a chiuderlo? Denuncerò al Capitano che voi mettete a repentaglio la nave, delinquente!"
Ero letteralmente fuori di me. L'uomo si fece pallidissimo, tremante, poi cominciò a chiudere la spessa lastra di vetro tondo dalla pesante intelaiatura di ottone.
"Perché non mi rispondete?", chiesi rudemente.
"Se permettete, signore, nessuno a bordo riesce a tenere chiuso di notte questo portello. Potete provarci voi. Io non intendo restare più a bordo di questa nave, no certo, signore. Ma, se fossi al vostro posto, me la batterei subito e andrei a dormire con il Dottore, questo farei. Guardate, signore, vi pare o no che sia chiuso come si deve? Provate a vedere se riuscite a muoverlo di un solo millimetro."
Afferrai energicamente il portello e dovetti riconoscere che era saldo come una rupe.
"Bene, signore", continuò Robert, trionfante, "scommetto la mia reputazione di steward di prima categoria, che entro mezz'ora sarà di nuovo aperto; e assicurato in basso, per di più signore, questo è lo strano... assicurato in basso."
Esaminai la grande vite e il dado a gancio che la completava.
"Se si apre stanotte, Robert, vi darò una sovrana. Non è possibile! Potete andare."
"Una sovrana avete detto? Molto bene, signore. Grazie, signore. Buona notte, signore. Un tranquillo riposo, signore, e sogni dorati di ogni genere."
Robert sgattaiolò via, lieto di essere stato congedato. Naturalmente, pensavo che cercasse di giustificare la propria negligenza con una qualsiasi storia sciocca, che intendesse spaventarmi, e non credevo a una sola parola di quanto aveva detto. La conseguenza fu che egli si intascò la sua sovrana e io passai una notte particolarmente spiacevole.
Andai a letto, e mi ero avvolto nelle coperte da meno di cinque minuti, quando l'inesorabile Robert spense la luce che ardeva ferma dietro la lastra di vetro vicino alla porta. Giacqui immobile nelle tenebre, cercando di prendere sonno, ma in breve mi accorsi che la cosa mi riusciva impossibile.
La sfuriata con lo steward mi era servita da sfogo, ed era valsa anche a cancellare la spiacevole sensazione che avevo provato all'idea dell'annegato che era stato mio compagno di stanza; ma non avevo più sonno, e rimasi sveglio per diverso tempo, gettando ogni tanto un'occhiata al portello che potevo appena vedere dal punto dove stavo disteso e che al buio sembrava un sottopiatto vagamente luminoso sospeso nelle tenebre.
Credo di essere rimasto così per circa un'ora, e ricordo che mi stavo appisolando, quando fui scosso da una ventata d'aria fredda e dalla precisa sensazione di spruzzi di schiuma soffiati sulla mia faccia. Balzai in piedi e, non tenendo conto al buio del beccheggio della nave, fui subito catapultato attraverso la cabina sul divano collocato sotto il portello. Ma mi ripresi subito e mi misi in ginocchio. Il portello era ancora spalancato e affrancato verso il basso!
Ora, questi sono i fatti. Ero ben sveglio quando mi ero alzato, e poi, ammesso che fossi stato ancora mezzo addormentato, la caduta mi avrebbe certo risvegliato. Inoltre, mi ero ammaccato malamente i gomiti e le ginocchia, e le ammaccature erano lì il mattino seguente a testimoniare il fatto, nel caso ne avessi dubitato. Il portello era spalancato e affrancato verso il basso... una cosa tanto inspiegabile che, ricordo, quando lo notai, provai non tanto paura quanto stupore.
Tornai subito a chiuderlo, e assicurai con tutte le mie forze il dado a vite. Faceva molto scuro nella cabina. Pensai che il portello doveva essersi aperto nel giro di un'ora dal momento in cui Robert lo aveva chiuso, e decisi di sorvegliarlo, per vedere se si sarebbe aperto di nuovo. Le intelaiature di ottone sono molto pesanti e non è certo facile muoverle; difficile credere che tutta questa massa fosse stata rovesciata dalla semplice scossa di una vite. Rimasi ad osservare attraverso lo spesso cristallo le strisce alternate di mare bianche e grigie che spumeggiavano lungo i fianchi della nave. Devo essere restato immobile lì per un quarto d'ora circa.
Improvvisamente udii, nella più chiara delle maniere, qualcosa che si muoveva dietro di me in una delle cuccette, e un attimo dopo, mentre d'istinto mi voltavo a guardare - anche se, naturalmente, non potevo vedere nulla nelle tenebre - udii un debole gemito. Attraversai con un salto la cabina, scostai le tendine della cuccetta superiore allungai le mani avanti per accertarmi se c'era qualcuno lassù. Qualcuno c'era.
Ricordo che, mentre mettevo le mani avanti, la sensazione fu quella che avrei provato se le avessi immerse nell'aria di una cantina umida, e da dietro le tendine venne un soffio di vento che puzzava in maniera orribile di acqua marina stagnante. Afferrai qualcosa che aveva la forma di un braccio umano, ma era scivoloso, umido, e di un freddo gelido. Poi, improvvisamente, mentre davo uno strappo, la creatura si precipitò violentemente verso di me: era una massa gelatinosa, melmosa, mi parve, pesante e bagnata, eppure dotata di una forza sovrumana.
Retrocedetti barcollando attraverso la cabina, e dopo un istante la porta si aprì e la "cosa" corse fuori.
Non avevo avuto il tempo di spaventarmi e, ripresomi subito, mi slanciai anch'io oltre la porta e iniziai la caccia al massimo della mia velocità, ma era ormai troppo tardi. Potevo vederla una decina di metri davanti a me... sono sicura di averla vista... un'ombra scura che si muoveva nel corridoio scarsamente illuminato, rapida come la sagoma di un veloce cavallo proiettata davanti a un calesse dalla lanterna in una notte scura. Ma un attimo dopo era sparita, e io mi trovai a stringere il lucido corrimano della paratia, là dove il corridoio svoltava verso l'osteriggio. Avevo i capelli dritti in testa, e un sudore gelido mi colava giù per la faccia. Non mi vergogno affatto di dirlo: ero terribilmente spaventato.
Ma dubitavo ancora dei miei sensi, e mi scossi. Era assurdo, pensai. Certo non avevo digerito il formaggio gallese che avevo mangiato: avevo avuto un incubo. Raggiunsi di nuovo la cabina e vi entrai a prezzo di un certo qual sforzo. Tutta la stanza sapeva di acqua marina stagnante come quando mi ero svegliato la mattina precedente. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per andare a cercare fra le cose mie una scatola di cerini.
Mentre accendevo una lanterna che porto sempre con me nel caso voglia leggere dopo che le luci sono state spente, mi accorsi che il portello era di nuovo aperto, e allora cominciò a impadronirsi di me una specie di raccappricciante orrore che non avevo mai provato e che non desidero mai più provare. Ma riuscii ad accendere la lanterna, e mi accinsi ad esaminare la cuccetta superiore, convinto di trovarla fradicia di acqua di mare.
Invece rimasi deluso. Qualcuno aveva dormito in quel letto e il puzzo di mare era forte, ma le coperte erano quanto di più asciutto si possa immaginare. Pensai che forse Robert non aveva avuto il coraggio di rifare il letto dopo l'incidente della notte precedente...che tutto era stato un brutto sogno. Scostai le tendine al massimo ed esaminai la cuccetta con la cura più scrupolosa. Era perfettamente asciutta. Ma il portello era di nuovo aperto.
In preda a una specie di intontito sbalordimento e di orrore, lo chiusi e lo avvitai, poi infilai il mio massiccio bastone sotto il gancio di ottone e lo spinsi con tutte le mie forze, fino a quando, sotto la pressione, lo stesso metallo prese a incurvarsi. Poi agganciai la lanterna al velluto rosso dello schienale del divano, e mi misi a sedere per ritrovare il mio equilibrio, se mi fosse riuscito. Rimasi seduto lì tutta la notte, incapace di pensare al riposo... incapace di pensare, semplicemente. Ma il portello rimase chiuso, e io credevo che ora non si sarebbe di nuovo aperto senza l'intervento di una forza considerevole.
Comparvero finalmente le prime luci del mattino, e mi vestii allora adagio, pensando a tutto quanto era accaduto nel corso della notte.
Era una bella giornata, e salii sul ponte, lieto di godermi i primissimi raggi del sole, e di avvertire il sentore della brezza che soffiava sulle acque azzurre, così diverso dal puzzo malefico, stagnante, della mia cabina. Istintivamente mi diressi a poppa, verso la cabina del medico. E lo trovai là, la pipa stretta fra i denti, a godersi il fresco del mattino, proprio come il giorno precedente.
"Buongiorno", disse tranquillamente, ma mi fissava con evidente curiosità.
"Dottore, avevate perfettamente ragione. C'è qualcosa che non va in quella stanza."
"Immaginavo che avreste cambiato parere", rispose, trionfante.
"Avete passato una brutta notte, eh? Devo farvi bere qualcosa di stimolante? Ho una ricetta che è veramente straordinaria."
"No, grazie", esclamai. "Ma vorrei raccontarvi che cosa è successo."
Cercai allora di riferire con la massima precisione e con la massima chiarezza possibili quanto era avvenuto, senza trascurare di confessare di aver provato la peggiore paura che avessi mai avuto in vita mia. Indugiai soprattutto sul fenomeno del portello, il che era un fatto che potevo dimostrare, ammesso che tutto il resto fosse stato un'illusione. Lo avevo chiuso due volte durante la notte, e la seconda volta avevo addirittura piegato l'ottone forzandovi sotto il mio bastone. Credo di aver insistito molto su questo punto.
"A quanto sembra, credete che io possa dubitare della storia", disse il medico, sorridendo al mio particolareggiato resoconto sullo stato del portello. "Non ne dubito affatto invece. Anzi, vi rinnovo il mio invito. Trasportate la vostra roba qui e prendetevi metà della mia cabina."
"Venite invece voi ad occupare metà della mia per una notte", replicai. "Aiutatemi ad arrivare in fondo a questa faccenda."
"Arriverete in fondo a qualcos'altro, se ci riproverete", rispose il medico.
"In fondo a che cosa?", domandai.
"In fondo al mare. Io sto per lasciare questa nave. Non mi va."
"Allora non volete aiutarmi a scoprire?..."
"Io no di certo", si affrettò a interrompermi il medico. "Il mio dovere è di tenermi bene in forma e aggiornato... non quello di andare a stuzzicare fantasmi o altre cose del genere."
"Credete davvero che sia un fantasma?", domandai, piuttosto sprezzante. Ma, mentre parlavo, ricordavo ancora benissimo l'orribile sensazione soprannaturale che si era impadronita di me durante la notte. Il medico mi guardò fissamente.
"Siete in grado di dare qualche ragionevole spiegazione di cose del genere?", chiese. "No, assolutamente. Bene, voi dite che finirete per trovare una spiegazione. Io dico che non la troverete, signore, per il semplice fatto che non c'è."
"Ma, mio caro Dottore", replicai, "siete proprio voi, un uomo di scienza, a dirmi che le cose del genere non possono essere spiegate?"
"Sì", rispose seccamente. "E, anche ammesso che fosse possibile, la loro spiegazione non mi riguarderebbe."
Non mi sorrideva l'idea di passare un'altra notte da solo nella cabina, ma ero fermamente deciso ad arrivare alla radice di quegli strani avvenimenti. Credo non siano molti gli uomini che avrebbero dormito là da soli, dopo aver passato due notti come quelle che avevo passato io. Ma ero risoluto a tentare, se non fossi riuscito a trovare qualcuno disposto a condividere la mia veglia. Il medico non aveva evidentemente inclinazione alcuna per un esperimento del genere. Disse che era un chirurgo e che, se si fosse verificato un incidente a bordo, lui doveva essere subito disponibile. Non poteva correre il rischio di farsi trovare con i nervi sconvolti. Forse aveva ragione, ma sono incline a pensare che tanta preoccupazione fosse dettata soprattutto dal fatto che non aveva nessuna voglia di restarmi accanto. A una mia precisa domanda, rispose che ben difficilmente a bordo avrei trovato qualcuno disposto a coadiuvarmi nelle mie ricerche, e allora, dopo un altro breve scambio di frasi, mi congedai da lui. Poco dopo incontrai il Capitano e gli narrai la mia storia. Dissi che, se nessuno accettava di passare la notte con me, avrei pregato di lasciare la luce accesa in continuità, e avrei tentato da solo.
"Sentite", mi rispose, "voglio dirvi che cosa intendo fare. Veglierò io con voi, e vedrò cosa succede. Sono convinto che, assieme, riusciremo a svelare il mistero. Può darsi che a bordo ci sia qualcuno il quale, per guadagnarsi un passaggio gratuito, spaventa i passeggeri. O magari è possibile che ci sia qualcosa di strano nell'attrezzatura di quella cuccetta."
Suggerii di ordinare al falegname di bordo di andare a dare un'occhiata all'incastellatura, ma non vi nascondo che l'offerta del Capitano di passare la notte con me mi riempì di gioia. Lui andò a chiamare il carpentiere e gli disse di fare ciò che avevo suggerito.
Scendemmo subito. Avevo fatto togliere tutte le coperte dalla cuccetta superiore, ed esaminammo il locale con la massima cura per vedere se c'era un'asse allentata o un pannello che poteva venire aperto o scostato. Saggiammo dappertutto la parete, battemmo il pavimento, svitammo le varie parti della cuccetta inferiore e le smontammo; in altre parole, non ci fu un solo centimetro quadrato della cabina che non venisse osservato e messo alla prova. Tutto era nel più perfetto ordine, e rimettemmo ogni cosa al suo posto. Stavamo terminando il nostro lavoro, quando Robert bussò e mise dentro la testa.
"Bene, trovato qualcosa, signore?", chiese, con un sorriso cupo.
"Avevate ragione per ciò che riguarda il portello, Robert", dissi, e gli diedi la sovrana che gli avevo promesso. Il carpentiere sbrigava le sue mansioni in silenzio e con innegabile abilità, seguendo le mie indicazioni. Solo quando ebbe terminato, parlò.
"Sono un uomo qualunque, signore", disse. "Ma secondo me, fareste meglio a raccogliere tutta la vostra roba e a permettermi di chiudere la porta di questa cabina con viti da dodici centimetri. Non c'è mai stato niente di buono qui, signore, e questo è quanto. Che io ricordi, quattro vite sono andate perduto qua dentro, e questo in quattro viaggi. Al vostro posto rinuncerei, signore... rinuncerei senz'altro."
"Voglio provare per una notte ancora", replicai.
"Io al vostro posto rinuncerei, signore, rinuncerei... è molto meglio. è un'impresa molto pericolosa", ripeté il manovale, e, riposti gli attrezzi nel sacco, uscì dalla cabina.
Ma l'idea di avere la compagnia del Capitano mi aveva ridato coraggio in misura considerevole, e decisi che nulla doveva dissuadermi dall'andare a fondo di quella strana faccenda. Quella sera rinunciai al formaggio gallese e al grog, e non partecipai neppure alla solita partita di whist. Volevo essere ben sicuro dei miei nervi, e la mia vanità mi rendeva ansioso di fare una bella figura agli occhi del Capitano.

Il Capitano era uno di quegli splendidi esemplari di marinai spericolati e allegroni che, grazie al loro coraggio, alla loro perspicacia e alla loro calma nelle situazioni difficili, finiscono per arrivare a posizioni di altissima responsabilità. Non era uomo da lasciarsi spaventare da una sciocca diceria, e il semplice fatto che fosse disposto a starmi accanto nelle mie ricerche stava a dimostrare, in tutta evidenza, come fosse convinto che ci fosse qualcosa che assolutamente non andava, qualcosa che né poteva essere spiegato con le teorie correnti né poteva venire irriso come una banale superstizione. In un certo senso c'erano in gioco anche la sua reputazione e la reputazione della nave. Non è una sciocchezza perdere passeggeri che finiscono in mare, e lui lo sapeva.
Verso le dieci di quella sera, mentre stavo fumando un ultimo sigaro, mi raggiunse e mi portò fuori dal flusso degli altri passeggeri che stavano passeggiando sul ponte nella tiepida notte.
"La questione è piuttosto seria, signor Brisbane", disse. "Dobbiamo essere pronti alle due eventualità: a quella di rimanere delusi, o a quella di affrontare momenti molto difficili. Capite benissimo che non posso permettermi di prendere la cosa sottogamba, e devo chiedervi di firmare una dichiarazione, qualunque cosa possa succedere. Se non succede niente stanotte, proveremo di nuovo domani e dopo domani ancora. Siete pronto?"
Scendemmo assieme ed entrammo nella cabina. Passando vidi Robert, lo steward, che si teneva in fondo al corridoio e ci guardava con il suo solito sorriso, quasi fosse sicuro che di lì a poco sarebbe successo qualcosa di spaventoso. Il Capitano chiuse la porta alle nostre spalle e diede un giro di chiave.
"Forse sarà bene che mettiate la vostra valigia davanti alla porta", mi suggerì. "Uno di noi due potrebbe sedercisi sopra. In questo modo niente potrà uscire. Il portello è assicurato con la vite?"
Lo trovai come lo avevo lasciato al mattino, anzi, sarebbe stato impossibile aprirlo senza fare ricorso ad un leva. Scostai le tendine della cuccetta superiore per essere in grado di sorvegliarla meglio. Su consiglio del Capitano, accesi la lanterna, e la piazzai in modo che il raggio cadesse sulle coperte bianche.
Insistette per essere lui a sedersi sulla valigia, affermando che desiderava poter giurare di essere rimasto seduto davanti alla porta.
Poi mi chiese di ispezionare la cabina, operazione questa che non richiese molto tempo, perché mi fu sufficiente guardare sotto la cuccetta inferiore e sotto il divano piazzato davanti al portello. Non c'era assolutamente niente.
"è impossibile che un qualsiasi essere umano entri qui o apra il portello", dissi.
"Molto bene", disse il Capitano, calmissimo. "Se adesso vediamo qualcosa, deve trattarsi o di immaginazione o di qualcosa di soprannaturale."
Mi misi a sedere sul bordo della cuccetta inferiore.
"La prima volta che è successo", disse il Capitano, accavallando le gambe e appoggiandosi con la schiena alla porta, "è stato in marzo. è risultato che il passeggero che dormiva qui, nella cuccetta superiore, era un pazzo... o almeno, era noto per essere un po' tocco, e aveva intrapreso la traversata senza nemmeno avvertire i suoi amici. Si è precipitato fuori nel cuore della notte e si è buttato in mare, prima che l'Ufficiale di Guardia riuscisse a bloccarlo. Ci siamo fermati e abbiamo calato in mare una scialuppa: era una notte di bonaccia, una di quelle notti che precedono le tempeste; ma non siamo riusciti a trovarlo. Naturalmente, più tardi, il suicidio è stato attribuito alla forma di pazzia che lo tormentava."
"è una cosa che capita abbastanza spesso, vero?", domandai, distrattamente.
"Non spesso, no", rispose il Capitano. "è la mia prima esperienza in materia, anche se ho saputo di casi simili avvenuti a bordo di altre navi. Bene, come stavo dicendo, è successo in marzo. Proprio nel viaggio seguente... Che cosa state guardando?", chiese, interrompendo bruscamente la sua storia.
Non gli risposi, credo. Avevo gli occhi come inchiodati al portello. Mi pareva che il dado di ottone stesse cominciando a girare molto lentamente sulla vite... tanto lentamente che non ero neppure sicuro che si muovesse. Lo sorvegliai con la massima attenzione, fissandomi bene in mente la sua posizione, e cercando di accertarmi se cambiava. Come si accorse di quello che stavo guardando, anche il Capitano guardò.
"Si muove!", esclamò, in tono convinto. "No, non si muove", aggiunse dopo un minuto.
"Se la vite fosse spanata", dissi, "il portello si sarebbe aperto durante il giorno; stasera invece l'ho trovato chiuso perfettamente, come l'avevo lasciato stamattina, tale e quale."
Mi alzai e provai il dado. Era allentato, certo, perché con un piccolo sforzo riuscii a girarlo con le mani.
"Lo strano è", disse il Capitano, "che il secondo uomo che è andato perduto dovrebbe essersi buttato proprio da quel portello. Abbiamo passato momenti difficili quella volta. Si era nel cuore della notte e il tempo era molto burrascoso; è stato trasmesso l'allarme che uno dei portelli era aperto e che la nave imbarcava acqua. Sono sceso e ho trovato inondato dappertutto. Siamo riusciti a chiudere, ma l'acqua aveva avuto il tempo di fare qualche altro danno. Da allora, ogni tanto la cabina puzza di acqua di mare. Siamo giunti alla conclusione che il passeggero doveva essersi buttato, anche se solo Dio sa come possa aver fatto. Lo steward continuava a ripetermi che non riusciva a tener chiuso niente qui. Parola mia, adesso riesco a sentire quella puzza! E voi?", domandò, annusando l'aria con espressione sospettosa.
"Sì, e molto bene", risposi, e fui scosso da un brivido mentre lo stesso odore di acqua marina stagnante si faceva più forte nella cabina. "Ora, per puzzare a questo modo, la cabina dev'essere fradicia", continuai; "eppure, quando l'hanno esaminata con la massima cura stamattina, assieme al carpentiere, era perfettamente asciutta. è la più straordinaria... Attenzione!"
La lanterna che era stata collocata sulla cuccetta superiore si era improvvisamente spenta. Filtrava ancora luce sufficiente dalla lastra di vetro vicina alla porta, dietro la quale si intravvedeva la lampada regolamentare. La nave rollava pesantemente e le tendine della cuccetta superiore ondeggiarono, sollevandosi fin quasi al centro della cabina, per poi tornare al loro posto. Mi alzai di scatto dal bordo del letto e, nello stesso istante, il Capitano balzò in piedi con un alto grido di sorpresa. Mi ero voltato con l'intenzione di prendere la lanterna per esaminarla quando udii la sua esclamazione e, subito dopo, il suo grido di aiuto. Mi precipitai verso di lui. Stava lottando con tutte le sue forze
con l'intelaiatura di ottone del portello. Ma sembrava che, malgrado i suoi sforzi, il portello gli piegasse indietro le mani. Afferrai allora il mio bastone, una pesante mazza di quercia che ho l'abitudine di portare sempre con me, lo infilai nell'anello e mi appoggiai sopra con ogni mia energia. Ma quel legno massiccio si spezzò bruscamente e io caddi sul divano. Quando mi sollevai, il portello era spalancato, e il Capitano stava in piedi, appoggiato alla porta, pallido come un morto.
"C'è qualcosa in quella cuccetta!", esclamò, con voce strana, gli occhi che quasi gli schizzavano dalla testa. "Sorvegliate la porta, mentre io guardo... Non ci sfuggirà, qualunque cosa sia!"
Ma, invece di prendere il suo posto, saltai sul letto inferiore e afferrai qualcosa che giaceva nella cuccetta superiore.
Era qualcosa di fantasmagorico, di indescrivibilmente orribile, e si agitava nella mia stretta. Era come il corpo di un uomo annegato da molto tempo, eppure si muoveva, e aveva la forza di dieci uomini vivi; ma io stringevo con tutte le mie energie... Quella cosa era scivolosa, viscida, orribile... i suoi bianchi occhi morti sembravano fissarmi nella penombra; aveva addosso l'odore putrido dell'acqua marina stagnante, e i lucidi capelli le ricadevano in strani riccioli fradici sul viso morto. Lottai con quella cosa putrida; si appoggiò a me e spinse indietro, e mancò poco mi rompesse le braccia; poi mi passò le sue braccia cadaveriche intorno al collo, quel morto vivente, e mi sopraffece, tanto che alla fine caddi con un gran grido e lasciai la presa.
Mentre cadevo, la cosa mi scavalcò e parve buttarsi sul Capitano. Quando lo vidi l'ultima volta in piedi, aveva il viso pallidissimo e le labbra rigide. Mi parve che allungasse un violento pugno a quell'essere morto, poi cadde anche lui in avanti, sulla faccia, con un inarticolato grido di orrore.
La cosa indugiò un istante, parve aleggiare sul suo corpo prostrato e, se avessi avuto ancora voce, avrei gridato in preda a un terrore allo stato puro. Poi l'essere svanì improvvisamente, e parve ai miei sensi turbati che fosse uscito dal portello aperto, anche se è inspiegabile come ciò fosse possibile, se si tengono presenti le ridotte misure di quell'apertura. Rimasi a lungo disteso sul pavimento, mentre il Capitano giaceva accanto a me. Alla fine riuscii a riprendermi, almeno in parte, e subito seppi di avere un braccio rotto... l'ossicino dell'avambraccio sinistro, vicino al polso.
Riuscii faticosamente a rimettermi in piedi e con la mano sana cercai di sollevare il Capitano. Egli gemette, si mosse e finì per riprendere i sensi. Non era ferito, ma sembrava terribilmente stordito.
Bene, che cosa volete sapere ancora? Non c'è altro. Qui termina la mia storia. Il carpentiere ebbe la soddisfazione di piantare una mezza dozzina di viti da dodici centimetri nella porta della centocinque; e se mai avrete occasione di viaggiare sul Kamtschatka, potete chiedere una cuccetta in quella cabina. Vi risponderanno che è già occupata sì... è occupata da quella cosa morta.
Terminai il viaggio nella cabina del medico. Mi curò il braccio rotto e mi consigliò di non "stuzzicare fantasmi e altre cose del genere", mai più. Il Capitano era molto taciturno, e non navigò più su quella nave, che è ancora in attività di servizio. Per ciò che mi riguarda, anch'io non metterò più piede su quella nave. è stata un'esperienza molto spiacevole, e ho provato una paura terribile, il che è una cosa che non mi piace affatto. Questo è tutto. Ecco come ho visto un fantasma... ammesso che fosse un fantasma. Ma era un morto, ad ogni modo.






Il Satana Miltoniano

Tratto da


Indubbiamente Satana è la più grande creazione del genio miltoniano, il più imponente, aggressivo, affascinante dei personaggi del Paradiso Perduto; al punto da giocare un brutto scherzo al suo creatore: far credere che proprio lui, il puritano John Milton, fosse dalla sua parte, non solo simpatizzando, ma addirittura identificandosi col grande ribelle infernale. Cosa che non passò mai per il capo di Milton; se poi una certa dose di simpatia sia sfuggita al suo autocontrollo, se sia stato il suo subconscio ad identificarsi con Satana, a noi non è dato di indagare.
Quando riemerge dal lago ardente e s'avvia alla spiaggia, riscotendosi dopo la caduta dal Cielo, Satana non ha perso ancora, se non in piccola parte, lo splendore della sua natura angelica. La sua luce è come quella del sole, velata però dalle nebbie del mattino o come quella della Luna, oscurata in parte da un'eclissi.
Quando, passate in rassegna le sue schiere, convoca il gran concilio strategico di Pandemonium, Satana siede in trono, circondato da mille semidei su seggi d'oro. Ma col procedere del dibattito la favolosa impotenza del Titano comincia a ridursi a dimensioni più umane e col decrescere della gigantesca statura, emergono caratteristiche e atteggiamenti simili piuttosto a quelli di uno scaltro, abilissimo leader politico o di un potente condottiero. La sua forza è più che umana, ma già costretta in schemi che ci sono familiari: per la prima volta si attenua l'atmosfera mitica, sovrannaturale, che aleggiava intorno alla sua figura. Il ribelle acquista però ben presto una nuova grandezza, quella di un coraggio smisurato come il suo orgoglio.




Quando affronta il viaggio attraverso il vasto spazio sconosciuto per raggiungere il Paradiso Terrestre, è il nuovo spazio di Copernico e Galileo quello in cui Satana si avventura: lo spazio senza limiti, senza confini, dove tempo, luogo, dimensioni, sono concetti senza senso: il vuoto, dove non v'è mare, né coste, né aria, né fuoco ma il Caos. Il Gran Nemico lo osserva, dall'orlo dell'inferno: un lungo momento di esitazione, finché la sua tempra indomabile ha il sopravvento, e il suo orgoglioso coraggio affronta gli inquietanti misteri del Nulla.  Eppure il re dei demoni non è poi così forte ed incrollabile come sembra: ha i suoi momenti di stanchezza, i suoi ripensamenti, conosce i dubbi, le incertezze, anche la paura. E nell'inferno della sua anima si succedono le esitazioni, la feroce determinazione, l'ira ribollente per la propria debolezza, l'invidia inconfessata e quindi l'odio più cupo per l'Uomo, così felice e puro e innocente. Una ridda di abiezioni, in mezzo alle quali s'aprono ancora, tuttavia, spiragli di luce, specialmente quando paragona, con infinita amarezza, il suo stato attuale a quello di un tempo, e a quello, inesorabilmente peggiore, che verrà. E quando ammette, sia pur a denti stretti, che sua soltanto, e non di Dio, è stata la colpa di quanto è successo, sa che potrebbe forse tornare al Cielo e indugia sul quel pensiero. Ma non è certo uno scrupolo del genere a trattenere il ribelle: la molla che lo fa agire è l'orgoglio, l'incoercibile orgoglio: per tornare a Dio dovrebbe pentirsi, sottomettersi. Impossibile, intollerabile! "Male, sii tu il mio Dio!", il grido blasfemo ribadisce la condanna. Satana ha scelto ancora una volta, deliberatamente, inesorabilmente: sarà l'eterno nemico, l'antagonista di Dio; è il primo passo verso la degradazione. Il suo pallido volto si sfigura tre volte, d'ira, d'invidia, di disperazione. E sottilmente, attraverso un gioco di similitudini, il poeta ne sottolinea anche il decadimento fisico. L'angelo caduto viene paragonato sempre più frequentemente ad animali sempre più bassi, fino al serpente. Tuttavia riesce difficile al poeta dimenticare l'affascinante figura del ribelle, la gloria torbida, la tenebrosa maestà delle sue prime apparizioni: il grande Satana in disfacimento ha ancora dei sussulti di grandezza. Per esempio, quando l'angelo Ituriele lo scopre, nel Paradiso Terrestre, e lo tocca con la sua lancia, il Nemico si erge improvviso in tutta la sua statura, lo fronteggia con l'antica baldanza. Come una vampata d'incendio improvvisa, suscitata da una favilla sprizzata su polveri piriche.    

***

Qualche verso del "Paradiso Perduto" di John Milton! E siccome mi piace l'Inglese antico, riporto anche il testo originale, che fa molto Cradle of Filth 😁

Qualche info sull'Autore:


John Milton nacque a Londra nel 1608; poeta di educazione puritana (sì, in effetti qua e là nell'Opera appaiono leggeri cenni di "misoginia", con una garrula e felicemente obbediente Eva...comunque sorvolando sui difetti dell'opera, Milton resta sicuramente uno dei massimi Poeti Inglesi!), compì un lungo viaggio in Italia (1638-1639) ma tornò in Patria allo scoppio della guerra civile, durante la quale fu partigiano di Cromwell. Oltre ai Poemetti giovanili "L'allegro" e "Il pensieroso", all'Idillio Pastorale "Comus", all'Elegia "Lycidas", ai Sonetti ("Sulla mia cecità" il più noto), scrisse trattati teologici e polemici, anche se la sua fama è legata al Poema "Paradiso Perduto", seguito da "Paradiso Riconquistato" (io però non l'ho mai trovato in giro...) e la Tragedia "Sansone Agonista". Morì nel 1674.  


Libro I

"Chi fu che li sedusse per primo all'insana rivolta?
Il Serpente infernale; fu lui che con malizia,
accecato da invidia e vendetta, trasse in inganno la madre
di tutti gli uomini, al tempo che il suo orgoglio
l'aveva esiliato dal cielo con tutte le sue schiere
di angeli ribelli, con il cui aiuto aspirava a levarsi
più in alto della gloria dei suoi pari, convinto
di poter uguagliare l'Altissimo, se gli si fosse opposto;
e in ambizioso disegno un'empia guerra mosse
nei cieli contro il seggio ed il regno di Dio.
Ma la lotta orgogliosa fu inutile. Poichè l'Onnipossente
lo gettò capofitto fiammeggiante dall'etereo cielo
con orrenda rovina riarso in quella perdizione senza fondo,
dove dimora in catena di adamante, nel fuoco della pena,
colui che aveva osato sfidare alle armi il Dio Onnipotente.
Nove volte lo spazio che il giorno e la notte misura
agli uomini mortali, con la sua orrenda ciurma fu sconfitto,
e cadde rotolando nel golfo di fuoco, travolto, sebbene immortale.
Ma il destino altra pena doveva riservargli; il pensiero della felicità perduta e insieme del dolore interminabile
ancora lo tormenta, e così getta attorno i suoi sguardi funesti,
che testimoniano immensa afflizione, e sgomento
commisto a odio tenace, e inflessibile orgoglio. Per quanto è dato agli angeli distendere lo sguardo, egli subito osserva quell'aspro e pauroso e desolato luogo, quella prigione orribile e attorno fiammeggiante come una grande fornace, e tuttavia da quelle
fiamme nessuna luce, ma un buio trasparente, una tenebra
nella quale si scorgono visioni di sventura, regioni di dolore e ombre d'angoscia, e il riposo e la pace non vi si troveranno, né mai quella speranza che ogni cosa solitamente penetra; e solo una tortura senza fine urge perenne, e un diluvio di fiamme nutrito di zolfo sempre ardente, mai consunto: tale è il luogo che la Giustizia Eterna aveva preparato per quei ribelli; qui la prigione era stata ordinata nella tenebra esterna, e lo spazio assegnato tanto lontano da Dio e dalla luce del cielo tre volte la distanza dal centro del polo estremo."

Book I

"Who first seduced them to the foul revolt? Th'infernal Serpent; he it was whose guile, stirred up with envy and revenge, deceived the mother of mankind, what time his pride had cast him out from heav'n, with all his lost of rebel angels, by whose aid aspiring to set himself in glory above his peers, he trusted to have equaled the Most High, if he opposed; and with ambitious aim against the throne and monarchy of God raised impious war in heav'en and battle proud with vain attempt. Him the Almighty Power hurled headlong flaming from th'ethereal sky with hideous ruin,and combustion down to bottomless perdition, there to dwell in adamantine  chains and penal fire, who durst defy th'Omnipotent to arms. Nine times the space that measures day and night to mortal men, he with his horrid crew lay vanquished, rolling in the fiery  gulf confounded though immortal. But his doom reserved him to more wrath; for now the thought both of lost happiness and lasting pain torments him; round he throws his baleful eyes, that witnessed huge affliction and dismay mixed with obdùrate pride and steadfast hate. At once as far as angels ken he views the dismal situation waste and wild a dungeon horrible, on all sides round as one great furnace flamed, yet from those flames no light, but rather darkness visible served only to discover sights of woe, regions of sorrow, doleful shades, where peace and rest can never dwell, hope never comes that comes to all; but torture without end, still urges, and a fiery deluge, fed with ever-burning sulphur unconsumed: such place Eternal Justice ha prepared for those rebellious, here their prison ordained in utter darkness, and their portion set as far removed from God and light of heav'n as from the center thrice to th'utmost pole."


Riporto anche la traduzione di Lazzaro Papi (una traduzione che sconsiglio, se non si conosce già bene l'Opera, perchè lo stile di Papi è troppo aulico e, a tratti, difficile, se non incomprensibile! è meglio prima accostarsi ad una traduzione in italiano corrente dell'Opera di Milton, e poi magari leggersi, giusto per curiosità, o anche per apprezzare "l'Italiano Antico", quella di Lazzaro Papi)

"Al turpe eccesso chi sedusse gl'ingrati?
Il Serpe reo d'Inferno fu. Mastro di frodi e punto
da livore e vendetta egli l'antica
nostra madre ingannò, quando l'insano
orgoglio suo dal ciel cacciato l'ebbe
con tutta l'oste de' rubelli Spirti.
Su lor coll'armi loro alto a levarsi
ambìa l'iniquo e d'agguagliarsi a Dio
pensò superbo rivolgendo in mente,
incontro al soglio del Monarca eterno
mosse empia guerra e a temeraria pugna
venne, ma invan. L'onnipossente braccio
tra incendio immenso e orribile ruina
fuor lo scagliò dalle superne sedi
gù capovolto e divampante in nero,
privo di fondo disperato abisso;
ove in catene d'adamente stretto
a starsi fu dannato e in fiamme ultrici
qual tracotato sfidator di Dio,
e già lo spazio che fra noi misura
la notte e'l dì, nove fiate scorse,
che con l'orrida ciurma avvolto ei stava
nell'igneo golfo, tutto sbigottito
benchè immortal.Pur lo serbava ancora
a maggior pena il suo decreto. Intanto
l'aspro pensiero del perduto bene,
e del futuro interminabil danno
il cruccia alternamente. Intorno ei gira
le bieche luci una profonda ambascia
spiranti e un cupo abbattimento misto
d'odio tenace e d'indurato orgoglio:
ed in un punto, quanto lungi il guardo
d'un Angelo si stende, ei l'occhio manda
su quell'atroce, aspro, diserto sito;
carcere orrendo, simile a fiammante
fornace immensa; ma non già da quelle
tetre fiamme esce luce; un torbo e nero
baglior tramandan solo, onde si scorge
la tenebrosa avviluppata massa
e feri aspetti e luride ombre e campi
d'ambascia e duol, dove non pace mai,
non mai posa si trova, e la speranza
che per tutto penétra, unqua non scende.
Quivi è tormento senza fin, che ognora
incalza più, quivi si spande eterno
un diluvio di foco, ognor nudrito
da sempre acceso e inconsumabil solfo.
Tal la Giustizia Eterna a quei ribelli
aveva apparecchiata orrenda chiostra
d'esterno tenebror, remota tanto
dalla luce del ciel quant'è tre volte
lontan dal centro della terra il polo
dell'Universo."

Riporto qualche stralcio del discorso che Satana, appena caduto, rivolge alla sua cerchia di fedeli; è un monologo tutto intriso di eroismo, per quanto disperato, un eroismo puro, che pur sapendo benissimo della sua inevitabile sconfitta, non esita a erigersi come ribelle e condottiero: ad essere esaltato, a mio parere, è proprio lo sforzo del tentativo alla rivolta, che per quanto disperata e votata allo scacco e alla sconfitta, è vista come totale affermazione del Sé. è la parte più celebre del Poema, citatissima nel periodo del Romanticismo da tutti gli artisti ribelli alla società, che si identificavano con il Satana miltoniano; Dio, secondo questa interpretazione romantica era quindi lo Stato, la Chiesa Dogmatica, la società opprimente che soffoca il genio del singolo, in perenne lotta per affermarsi o farsi accettare "in un mondo massificato"; e se era così nel 1800, pensiamo a come sia la nostra società attuale, dove tutto è "piattificato"!
In questo brano di Milton, compaiono a mio avviso, due grandi temi legati al libero arbitrio: il proprio io, la propria mente, vista come inferno, o come stato perenne, che non può non rimandare al concetto di Swedenborg, oltre che ai successivi Goethe e Schiller, (e rifacendoci molto liberamente a Kierkegaard, potremmo persino dire "Non sei tu che mi perdoni Dio, sono io che non perdono me stesso, e non so che farmene del tuo perdono, se io a me stesso non perdono la mia disperazione") e il regnare, come proprio Dio, persino su un regno orribile o d'oscurità totale, la cui unica luce è proprio quella dell'Orgoglio e della Superbia Fiera di Se Stessi, perché è meglio essere padroni di se stessi in un luogo oscuro e desolato, piuttosto che essere servi - senza aver voluto essere creati - in una prigione dorata.
Viene quasi da sorridere, pensando che una delle più belle rappresentazioni letterarie di Satana, venga proprio da uno scrittore cristiano di educazione puritana!
 

Libro I

"Che importa se il campo è perduto? Non tutto
è perduto; la volontà indomabile, il disegno
della vendetta, l'odio immortale e il coraggio
di non sottomettersi mai, di non cedere: che altro
significa non essere sconfitti?"

What though the field be lost?
All is not lost: the unconquerable will,
and study of revenge, immortal hate,
and courage never to submit or yield:
and what is else not to be overcome?

" [...] Strappata dal Peloro, o dal fianco squarciato
dell'Etna che rintrona, le viscere sempre nutrite
di combustibile e pronte a concepire fuoco
sublimato di furia minerale porgono aiuto ai venti
e lasciano un fondale abbruciacchiato, ravvolto
di fumo e di fetore: simil era il terreno sul quale
posavano le piante dei piedi maledetti.
Lo seguiva il compagno più prossimo, entrambi gloriandosi
di essere sfuggiti al gorgo dello Stige
simili a dei, recuperate ormai tutte le forze,
e non perchè era il potere più alto ad averlo voluto.
"è questa la regione, è questo il suolo e il clima"
disse allora l'Arcangelo perduto, "è questa sede che
abbiamo guadagnato contro il cielo, questo dolente buio
contro la luce celestiale? Ebbene, sia pure così
se ora colui che è sovrano può dire e decidere
che cosa sia il giusto: e più lontani siamo
da lui e meglio è, da lui che ci uguagliava per ragione
e che la forza ha ormai reso supremo
sopra i suoi uguali. Addio, campi felici
dove la gioia regna eternamente! E a voi salute, orrori,
mondo infernale; e tu, profondissimo inferno, ricevi
il nuovo possidente: uno che tempi o luoghi
mai potranno mutare la sua mente. La mente è il proprio luogo,
e può in sé fare un cielo dell'inferno, un inferno del cielo.
Che cosa importa dove, se rimango me stesso; e che altro
dovrei essere allora se non tutto, e inferiore soltanto a lui
che il tuono ha reso il più potente? Qui almeno
saremo liberi; poichè l'Altissimo non ha edificato
questo luogo per poi dovercelo anche invidiare,
non ne saremo cacciati: vi regneremo sicuri, e a mio giudizio
regnare è una degna ambizione, anche sopra l'inferno:
meglio regnare all'inferno che servire in Paradiso."


Torn from Pelorus, or the shatterd side
of thund'ring Etna, whose combustible
and fueled entrails thence conceiving fire,
sublimed with mineral fury, aid the winds,
and leave a singèd bottom all involved
with stench and smoke: such restig found the sole
of unblest feet. Him followed his next mate,
both glorying to have scaped the Stygian flood
as gods, and by their own recovered strenght,
not by the sufferance of supernal power.
"Is this the region, this the soil, the clime,"
said then the lost Archangel, "This the seat
that we must change for heav'n, this mournful gloom
for that celestial light? Be it so, since he
who now is sovran can dispose and bid
what shall be right: fardest from him is best,
whom reason hath equaled, force hath made supreme
above his equals. Farewell, happy fields,
where joy for ever dwells! Hail, horrors, hail,
infernal world, ant thou, profundest hell,
receive thy new possessor: one who brings
a mind not to be changed by place or time.
The mind is its own place, and in itself
can make a heav'n of hell, a hell of heav'n.
What matter where, if I be still the same,
and what I should be, all but less than he
whom tunder hath made greater? Here at least
we shal be free; th'Almighty hath not built
here for this envy, will not drive us hence:
here we may reign secure, and in my choice
to reign is worth ambition, though in hell:
better to reign in hell than serve in heav'n."


Libro IV

"E quindi maledetto quel suo amore, se l'amore o l'odio
essendo ormai per me la stessa cosa mi procura solo
un eterno dolore. Ma no, maledetto piuttosto
tu che liberamente scegliesti la tua volontà
contro la sua volontà, e così giustamente ti rammarichi.
Me miserevole! per quale varco potrò mai fuggire
l'ira infinita, e l'infinita disperazione?
Perchè dovunque fugga è sempre inferno: sono io l'inferno;
e nell'abisso più fondo un altro abisso
ancora più profondo si spalanca, e minaccia
di divorarmi, e a confronto l'inferno che subisco
mi sembra essere un cielo."


Be then his love accurst, since love or hate,
to me alike, it deals eternal woe.
Nay cursed be thou, since against his thy will
chse freely what it now so justly rues.
Me miserable! which way shall I fly
infinite wrath, and infinite despair?
Which way I fly is hell; myself am hell;
and in the lowest deep a lower deep
still threat'ning to devour me opens wide,
to which the hell I suffer seems a heav'n.


"Mi adorano sul trono dell'inferno
con diadema e scettro
così elevati, e proprio mentre cado
sempre più in basso, supremo ormai solo nella miseria -
essendo questa la gioia che dona l'ambizione."

While they adore me on the throne of hell,
with diadem and scepter high advanced,
the lower still I fall, only supreme
in misery; such joy ambition finds.


E ora, l'altra traduzione, ad opera di Lazzaro Papi!

"Intorno Ei gira
le bieche luci una profonda ambascia
spiranti e un cupo abbattimento misto
d'odio tenace e d'indurato orgoglio:
ed in punto, quanto lungi il guardo
d'un Angel si stende, Ei l'occhio manda
su quell'atroce aspro, diserto sito;
carcere orrendo, simile a fiammante
fornace immensa; ma non già da quelle
tetre fiamme esce luce; un torbo e nero
baglior tramandan solo, onde si scorge
la tenebra avviluppata massa
e feri aspetti e luride ombre e campi
d'ambascia e duol, dove non pace mai,
non mai posa si trova, e la speranza
che per tutto penétra, unqua non scende.
Quivi è tormento senza fin, che ognora
incalza più, quivi si spande eterno
un diluvio di foco, ognor nudrito
da sempre acceso e inconsumabil solfo."


Un commento, all'Opera di Milton 😁

"L'antitesi irriducibile Dio-Satana torna ad essere il motivo ispiratore del "Paradiso Perduto", di John Milton (1608-1674). Satana, l'angelo ribelle, precipita assieme a quelli che l'hanno voluto seguire nel caos, ma non si arrende. Ha udito in cielo una profezia a proposito della creazione di un nuovo mondo, la Terra, e di un essere, l'Uomo, e decide di saperne di più. Da qui prende il via una serie di eventi drammatici: il Figlio offre se stesso per la salvezza dell'umanità, destinata a essere tentata e pervertita dal Demonio. Satana assume la forma di angelo minore e penetra, tra dubbi e timori, nell'Eden; Eva viene tentata una prima volta da Satana perché mangi il frutto della scienza nonostante la proibizione divina, ma interviene l'arcangelo Raffaele e racconta la storia della battaglia fra angeli buoni e angeli ribelli... Ma Satana non demorde. Tornato al Cielo, l'arcangelo ritorna nell'Eden sotto forma di nebbia, si insinua nel serpente, e si avvicina nuovamente a Eva. Blandendola scaltramente, la induce a mangiare il frutto proibito, e ad offrirlo ad Adamo. Dio allora pronunzia una servera condanna contro la prima coppia, che scaccia dal Paradiso terrestre. La Morte e la Colpa, incoraggiate dal successo di Satana, decidono di salire nel mondo abitato dall'uomo, ma l'arcangelo Michele predice l'incarnazione, la morte e la resurrezione del Figlio di Dio per la salvezza dell'umanità. La partita ora si gioca sulle virtù teologali della Fede e della Speranza, ma le porte del Paradiso terrestre si sono chiuse per sempre, e una schiera di cherubini si pone alla guardia del divino giardino.

Con Milton, suo malgrado, Satana assume definitivamente un aspetto di bellezza irrimediabilmente decaduta, e, quindi, di inconsolabile nostalgia (già il titolo del Poema è estremamente significativo). Solo chi ha rivestito questa bellezza fulgente può amaramente rimpiangerla e dare, nel suo non arrendersi, una potente caratterizzazione del Male, che è come dire  della disperazione.
"Un Lucifero come quello di Dante, ficcato immobile in mezzo alla terra, non può ricevere un aspetto epico, ma se un poeta sviluppa il mito di Lucifero come protagonista di una poema solenne, la figura stessa del Diavolo deve necessariamente assurgere all'altezza dell'Epica: così Milton alla fine nobilita il suo Satana-Lucifero con la Grandiosità stessa del compito che gli fa assumere, e la serietà con la quale egli cerca di condurlo a effetto."  (A.S.Nulli)


Nota di Lunaria: dal punto di vista letterario, oltre ai capolavori di Lermontov
( https://ildemonelermontov.blogspot.it/ ) ed Eminescu http://poesiamondiale.blogspot.it/2015/08/mihai-eminescu.html ,


si può citare anche il Caino, il Lucifero e il Manfred di Byron http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/09/byron-commento-al-manfredi-caino.html

''Il Re delle Tenebre'' di Nikolaj Rajnov https://intervistemetal.blogspot.com/2019/05/nikolaj-rajnov-gli-stralci-piu-belli.html


Il "Faust" di Goethe


Oltre a Carducci e al suo "Satana scientifico",


si può citare anche Lèo Taxil

"Vieni, Lucifero, vieni! O calunniato dai preti e dai re! Vieni, che noi ti abbracciamo, che noi ti stringiamo sul nostro petto! E’ molto tempo che noi ti conosciamo e tu conosci noi! Le tue opere, o benedetto del nostro cuore, non sono sempre belle e buone, agli occhi degli ignoranti, ma esse sole danno un significato all’Universo. Tu solo animi e fecondi il lavoro. Tu nobiliti la ricchezza; tu servi di essenza all’autorità; tu metti il suggello alla virtù … E tu, Adonai, dio maledetto, noi ti rinneghiamo! Il primo dovere dell’uomo intelligente e libero è quello di scacciarti dal suo spirito e dalla sua coscienza. Perché tu sei essenzialmente ostile alla nostra natura, e noi non dipendiamo per nulla dalla tua autorità. Noi giungiamo alla scienza tuo malgrado, alla prosperità tuo malgrado, alla società tuo malgrado; ciascuno dei nostri progressi è una vittoria nella quale schiacciamo la tua divinità.
Spirito mendace, Dio imbecille, il tuo regno è finito: cerca fra i bruti altre vittime. Ora, eccoti detronizzato e distrutto. Il tuo nome per troppo tempo ultima parola del sapiente, sanzione del giudice, forza del principe, speranza del povero, rifugio del colpevole penitente, questo nome incomunicabile Padre Eterno, Adonai e Jehovah, d’ora in poi votato al disprezzo e all’anatema, sarà dileggiato tra gli uomini.
Il tuo nome è goffaggine e viltà, ipocrisia e menzogna, tirannia e miseria. Fintanto che l’umanità si inginocchia davanti al tuo altare, l’umanità schiava dei re e dei preti sarà riprovata; fintanto che un uomo, nel tuo nome esecrabile riceverà il giuramento di un altro uomo, la società sarà fondata sullo spergiuro e la pace e l’amore saranno banditi fra i mortali …
Dio, ritirati! poiché sino da oggi, guariti dal tuo timore e divenuti sani, giuriamo, con la mano sollevata verso il tuo cielo, che tu non sei se non il carnefice della nostra ragione e lo spettro della nostra coscienza!"

e Mario Rapisardi



Anche  "La Bas (L'Abisso)" di J.K. Huysmans è un classico del "Satanismo letterario", anche se l'opera di Huysmans dà spazio a scene quasi grottesche di blasfemia e manca del fascino poetico degli autori che ho citato qui sopra... piuttosto, è pregno di una vena quasi pessimistica e di disgusto della condizione umana... ( http://intervistemetal.blogspot.it/2017/08/la-blasfemia-black-metal-la-sua-origine.html )


Per una visione moderna e romantica del mito dell'angelo della morte, vedi la "Touched Saga"



Infine, anche se il tema meriterebbe un commento molto più esteso, ricordiamo che Satana può diventare metafora anche delle battaglie e delle rivolte contro i tiranni e le dittature: il Titanismo lo celebrava come colui che si era ribellato al dio padre, simbolo di ordine pre-costituito e dittatoriale, e in senso metaforico, come simbolo della lotta contro la dominazione straniera (ideali risorgimentali) o il dominio papista, o ancora, come metafora del Singolo Io (Stirneriano) che si ergeva al di sopra della mediocrità della massa-gregge di pecore obbedienti e belanti. In una prospettiva parzialmente femminile (*), Satana diventa il simbolo della lotta contro il patriarcato monoteista misogino: la donna ribelle a tale ordine è "satanica" proprio perché non obbedisce: NON SERVIAM. Peraltro si noti che nel Satanismo, contrariamente al monoteismo, la donna è sacerdotessa tanto quanto l'uomo.


(*) Parzialmente femminile, perché Satana è ipostatizzato al maschile, rappresentando un concetto maschile di divinità, esattamente come il cristo o il dio padre; pertanto, non può simboleggiare la donna dal punto di vista fisico (Ipostasi del Corpo Fisico Femminile Magnificato) ma solo dal punto di vista del pensiero e dell'azione (la ribellione all'autorità dittatoriale). Più propriamente, per riferirsi ad un'Ipostasi del corpo femminile e all'identità psichica della donna che non dipendi o parta da presupposti maschili (ovvero per sviluppare una prospettiva ginocentrica alla questione-donna), si deve ricorrere agli archetipi delle Dee.


APPROFONDIMENTO SU SATANA IN TASSO, MARINO E MILTON



tratto da


Nella "Gerusalemme Liberata" di Tasso, Satana conserva l'orripilante maschera medioevale:

Orrida maestà nel fero aspetto
terrore accresce e più suberbo il rende;
rosseggian gli occhi, e di veneno infetto,
come infausta cometa, il guardo splende;
gl'involge il mento, e su l'irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende;
e in guisa di voragine profonda
s'apre la bocca d'atro sangue immonda.

Qual i fiumi sulfurei ed infiammati
escon di Mongibello, e 'l puzzo e 'l tuono,
tal de la fera bocca i negri fiati,
tale il fetore e le faville sono.


Non molto diverso appare il Satana del Marino, nella "Strage degli Innocenti":

Negli occhi, ove mestizia alberga e morte,
luce fiammeggia torbida e vermiglia.
Gli sguardi obliqui e le pupille torte
sembran comete, e lampadi le ciglia.
E da le nari e da le labbra smorte
caligine e fetor vomita e figlia;
iracondi, superbi e disperati,
tuoni e gemiti son, folgori i fiati.

è interessante che il Marino abbia introdotto un nuovo elemento, la mestizia: "Negli occhi, ove mestizia alberga e morte".
Il Satana del Marino è mesto perché prima di tutto sente d'essere un angelo caduto.
"Misero, e come il tuo splendor primiero
perdesti, o già di luce Angel più bello!"

è un fuligginoso Narciso, un Fetonte degli abissi.

Il Marino insiste con l'aspetto prometeico di Satana:

"E se quindi il mio stuol vinto cadeo,
il tentar l'alte imprese è pur trofeo"

e, sulla bellezza del suo essere d'un tempo:

"Ah, non se' tu la creatura bella,
principe già de' fulguranti Amori,
del matutino Ciel la prima stella,
la prima luce degli alati cori?"

"Lasso, ma che mi val fuor di speranza
a lo stato primier volger la mente?"

"Ma qual forza tem'io? già non perdei
con l'antico candor l'alta natura"

Questo aspetto di Satana Milton lo ebbe presente, quando nel Primo Libro del Paradiso Perduto si accinse a descrivere il concilio infernale. Milton conosceva la traduzione che del Primo Canto della "Strage degli Innocenti" aveva fatto Richard Crashaw, e conosceva l'originale italiano. Il Crashaw aveva reso il passo:

"Misero o come il tuo splendor primiero
perdesti, o già di luce Angel più bello!"

con

"Disdainefull wretch! how hath one bold sinne cost
Thee all the Beauties of thy  once bright eyes?"

Per Milton questo "splendor primiero" non è del tutto perduto; Lucifero è cambiato, sì:

"...Oh qual caduto! oh come
cangiato sei da quel che ne i felici
regni di luce, sovra tante e tante
miriadi benché fulgide, splendevi
di trascendente lucidezza cinto!"

"Ei su'l resto in statura e in portamento
torreggiava superbo: ancora sua Forma
perduto non avea tutto il nativo
scintillante fulgore, e comparia
nulla men che un Arcangel rovinato
e che di gloria un oscurato eccesso:
come allor quando il novo Sol traluce
per l'aere orizontal caliginoso
privo di raggi o quando tutto il copre
il dosso della Luna in buia eclisse:
disastroso crepuscolo che affosca
mezze le Nazioni, e di vicenda
i gran Monarchi nel timor sospende.
Pur benché avvolto di sì fosco velo
l'Arcangel rifulgea su gli altri tutti,
ma la sua faccia avean di solchi piena
del fulmin le profonde cicatrici:
sta l'atra Cura su la smorta guancia,
ma sotto ciglia di coraggio intrepido
e di considerato orgoglio invigila
alla vendetta"

Anche negli occhi del Satana di Milton albergano mestizia e morte:

"...round his baleful eyes
that witness'd huge affliction and dismay
mixt with obdurate pride and stedfast hate"

Se fu Milton a conferire alla figura di Satana tutto il fascino del ribelle indomito che già apparteneva alle figure del Prometeo eschileo e del Capaneo dantesco, non va dimenticato che il Marino l'aveva preceduto su quella strada.
Comunque, in Milton, Satana assume definitivamente un aspetto di decaduta bellezza, di splendore offuscato da mestizia e da morte.
La bellezza maledetta è attributo permanente di Satana.

Nota di Lunaria: potremmo far notare che il Satana di Lermontov è ancora più tormentato, giacché egli ama ancora, anzi, forse ama ancor più di prima.  https://ildemonelermontov.blogspot.it/



Inoltre, benché sia un romanzo e non un poema in versi, suggerisco anche la lettura della "Touched Saga",


che pur lontana dal "Satana innamorato", riprende comunque l'idea di "angelo caduto e innamorato", ed è di gran lunga superiore, per stile e trama, al molto-più-strombazzato-in-giro "Fallen", che, pur con una buona trama, specialmente nel finale, resta impaludato in uno stile adolescenziale "teen-ageriale" a tratti davvero basso.