Introduzione ai Racconti Fantastici di Kipling

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Joseph Rudyard Kipling nacque a Bombay in India il 30 dicembre 1865.



La sua infanzia fu sommamente infelice. Cresciuto in India nel periodo del massimo splendore della dominazione britannica, a sei anni venne ricondotto in Patria perché potesse avere una corretta educazione inglese, e fu affidato a una coppia di bigotti. Vessato e represso, trascorse anni di torture mentali e fisiche, lontano da ogni affetto familiare, in totale avvilimento e completo abbandono morale. Ne uscì minato nella salute e con la vista indebolita. Unico suo sollievo, in quegli anni era stata la lettura, cui aveva dedicato ogni attimo del proprio tempo. In seguito lasciò una descrizione straziante dei suoi tormenti in una delle sue storie più famose  "Baa, Baa, Black Sheep" (1888): "Quando labbra infantili hanno bevuto a fondo le acque amare dell'odio, del sospetto e della disperazione non basterà tutto l'amore del mondo a cancellare interamente quella conoscenza". Dopo un breve interludio con i genitori, venne iscritto a un collegio del Devon: vi conobbe tutti i rigori dell'educazione ottocentesca inglese, nella quale l'insegnamento andava di pari passo con un turbine di violenze inflitte dagli insegnanti, ma anche dagli alunni più anziani e dai coetanei prepotenti. Anche questa esperienza ebbe riscontro in un'opera narrativa, "Stalky and Co." Una delle critiche principali che il benpensantismo vittoriano rivolse in seguito agli scritti di Kipling fu la costante tessitura della brutalità, al limite della violenza più crudele, sottesa alla maggior parte di essi: fu la critica moderna a ricondurre tale atteggiamente narrativo al ricordo indelebile del ragazzo taciturno e malaticcio, dagli occhiali spessi e il corpo piegato, costretto precocemente a ingaggiare una vera e propria aspra lotta per la sopravvivenza.
Kipling ritornò in India nel 1882. Ottimo conoscitore dei dialetti locali, divenne un osservatore attento del mondo pulsante e multiforme dell'India nativa, alla quale si sentiva legato da un sentimento misto d'effetto e di paternalistica superiorità. In breve cominciò a riempire i giornali locali di liriche e racconti nei quali tracciava la sua tematica fondamentale: la saga dell'uomo bianco il cui "fardello" consiste nel recare la civiltà, attraverso una forma illuminata di colonialismo, presso le popolazioni altrimenti condannate alla barbarie. Il sentimento imperialista dell'Inghilterra di fine Ottocento si trovò ben rappresentato e giustificato in questi racconti. Quando tornò in patria nel 1889, Kipling trovò che la sua fama di narratore lo aveva preceduto: in meno di un anno si vede acclamato come uno dei più brillanti prosatori del suo tempo. Dopo aver sposato un'americana, si stabilì nel Vermont, pubblicando qui i romanzi più famosi: "Capitani coraggiosi" (1897), "Kim" (1901), i due "Libri della giungla" (1894-1895). La sua celebrità era ormai sconfinata, al punto che molti assegni da lui firmati non vennero mai presentati all'incassi: il suo autografo era oggetto di culto. Nel 1907 gli venne conferito il Premio Nobel per la letteratura ma il successo non incrinò la sua tendenza alla solitudine, retaggio della giovinezza infelice. Morì nel 1936, amareggiato per la morte dell'unico figlio nella Prima Guerra Mondiale. Fu sepolto nell'Abbazia di Westminster.
Scomparso il suo mondo, spenta la gloria di qualsivoglia impero, dimenticato "il fardello dell'uomo bianco", che cosa rimane di Kipling, di un autore che ai suoi tempi fu pagato, letto, ascoltato come nessun altro?
Resta il segno di una potenza evocatrice capace di far saltare su, come da un cerchio magico, le figure di una commedia umana che nessuno prima di lui si era sognato di descrivere: indù, malesi, neri, cinesi, gurka, sikh, giapponesi, afghani. Figure richiamate da ogni più remoto angolo del globo, nello scenario più vasto che mai scrittore abbia tentato: dall'Egitto all'Arabia, dall'India e dal Tibet, all'America del Nord, alla Groenlandia, all'Africa e all'Europa. Sfaccettature di una umanità incredibilmente diversa: ufficiali dei famosi reggimenti britannici di cavalleria, funzionari, ingegneri, rajah, costruttori di ponti, macchinisti delle ferrovie indiane, mendicanti, mercati, bazar, santoni, principi e selvaggi.
Resta il sogno di una fantasia romantica temperata da uno stile vigorosamente realistico, capace di far registrare gli animali della giungla, far assumere il ruolo di protagoniste a cobra e manguste, far parlare navi e locomotive. Una fantasia grazie alla quale si intrecciano e convivono coerentemente mondi diversi e opposti: determinismo occidentale e fatalismo orientale, cultura scientifica e magia, passato e futuro, sogno e realtà. Resta, infine, la perfezione di una prosa narrativa che ne fa ancora una specie di "pietra di paragone" fra gli scrittori di lingua inglese. Tutto ciò che Kipling descrisse è scomparso, e se vive ancora, lo fa con nomi diversi, entro confini diversi. Mowgli, Rikki-Tikki-Tavi, Kim, sono ormai patrimonio del nostro originario collettivo, e hanno una consistenza più tenace di tanti altri simboli rovesciati quotidianamente su di noi dalla civiltà dell'immagine. I mondi cambiano, ma la fantasia rimane.
Tra i numerosi generi letterari frequentati dallo scrittore, non mancano quelli legati alle tematiche non realistiche. Fu un precursore della moderna Fantascienza. Nei racconti fantastici di Kipling fanno la loro comparsa fantasmi d'oriente e d'occidente, mostri emersi dagli abissi, voci arcane provenienti da un misterioso altrove. Nel multiforme universo di Kipling hanno anche loro un posto. La loro apparenza è forse più diafana di quella dei pirati malesi e brahmini, ma l'impronta nel fondo della nostra mente è certo più duratura e profonda.