"Romantiche Esequie Campestri" (Racconto Necroromantico)

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"Romantiche Esequie Campestri"

L'Etisia l'aveva già condotta nelle braccia del sonno eterno; ma era ancora bella: dai tratti distesi, tutta rifulgente d'un candore niveo, come se dormisse. I suoi arti già rigidi, avvolti dal sudario bianco. 

Già fredda, ma solo un poco.

L'aveva sollevata dal letto e trasportata avvolta nelle sue braccia, fuori, in giardino.

Così aveva scavato per lei una bella fossa, in campagna, un tumulo degno di lei, poco distante dai Gigari (1) e dalle Dulcamare (2) che avevano allietato la sua vita: così avrebbe riposato per sempre tra il verde smeraldo delle foglie, le bacche rosse e quel fulgido viola, i suoi fiori preferiti, Gigaro e Dulcamara. 

Quanto aveva amato distendersi lì, l'ampia gonna vaporosa di tulle nero, aperta a ventaglio, nel meriggiare! In mezzo all'Erba Morella (3), dai candidi fiori bianchi alternati alle bacche nere che pendevano a grappoli. 

Poco distante, l'Aconito, (4) dai lunghi fusti turchini e il Giusquiamo, (5) con quegli orridi fiori screziati da un reticolo di vene, che cresceva nei pressi di un vecchio muro di mattoni ormai quasi pericolante, avrebbero tenuto lontano chiunque... ma lei amava quelle piante nefaste, foriere di morte; contemplava la fosca bacca della Belladonna, (6) come una cavità, l'orbita oscura del teschio; e tra le foglie orride del Giusquiamo, le ragnatele riflettevano raggi di luce scintillanti.

E si chiedeva perché dei fiori così appropriati non venissero portati nei cimiteri; chi, più di loro, poteva essere Imago Mortis?

Chi, più della Mandragora, (7) che cresceva rigogliosa sotto i cadaveri degli impiccati? 

Del resto, la Digitale Purpurea non era… Fior di…? 

Morte, sì, cara, 

come disse il Poeta? (8) 

E l'Etisia l'aveva falciata, non facendola sopravvivere all'Estate, fredda, dei Morti. (9) L'aveva fatta fiorire quel poco, da giugno ad agosto, giusto il tempo per farle vedere quei fiori a ditale, di un bel rosa porporino, gocciato di bianco, eppur tosco. 

Ecco, la Digitale era stato il suo ultimo fiore.

E ora lui la contemplava così, poggiando le sue mani ora sul bordo della fossa, con quella terra soffice che franava e un poco già la ricopriva come pulviscolo sul candido manto (e lui pensò, per un attimo, a Dirce, Dirce che nella tragedia del Monti (10) appariva nel sudario, ravvolta in manto sepolcral, tutto stillante nera tabe, Dirce resuscitata, fuoriuscita dal sepolcro! Ma poi, nel vederla così immota, circondata dai fiori, pensò ad Ophelia, Ophelia che dormiva sull'acque immemoriali...) (11), dolcemente, la toccava, sentendo al di sotto del sudario le sue creste iliache così sporgenti, il suo femore… 

Accarezzandoli, si ricordò della risata argentina di lei, mentre lui la deponeva sul talamo e quando al crepuscolo lei guardava le falene ondeggiare sui cippi tombali, alla luce rossastra dei lumini...

Così bella, adagiata nella soffice terra della fossa che lui aveva scavato con tanta devozione in suo onore, tutta attorniata dai gigli. 

Quelli aveva voluto, a coronamento della sua salma. (12)

Gigli freschi, per il suo corpo che diventava sempre più freddo.

Così bella e così in attesa di un ultimo amplesso con lui.

Sollevato leggermente il sudario, come un fiore che sbocciasse petalo dopo petalo mostrando la corolla, denudò le sue gambe; le toccò prima la caviglia (così sottile, che quasi stava tutta nella sua mano, eppure, le gambe erano così lunghe!), stringendola intensamente, poi risalì toccandole il ginocchio e ancora più su, tastandola per bene, la pelle già tesa sulle ossa sporgenti.

Tutta rigida, in dolce rigor mortis, ma ancora così bella! 

Con quei bei capelli corvini disciolti sulle sue spalle, che risaltavano nel cianotico pallore di morte e nelle pieghe del sudario.

Si avvicinò maggiormente a lei.

Le scostò una ciocca, per tastarle meglio le clavicole.

Poi afferrò la sua mano, rigida, fredda, per baciarla. (13)

Infine le spostò la gamba sinistra, divaricandola solo un poco. 

Rigida ovunque, ma lì ancora cedevole e soffice... e così invitante.


Poi, ebbe solo un pensiero, una citazione di una poesia "Qui dorme Pia Gigli, Fanciulla...", sepolta dietro le spighe di tasso, tra i rovi e i convolvoli abbarbicati, mentre in lontananza si spegneva l'eco dell'ultima campana. (14)

E così mormorò: "I rintocchi della campana salutano il giorno che muore\nell'aere opaca il raggio vespertino\e dalla torre ammantata d'edera, il gufo verso la luna alzar lo strido", questi versi di Thomas Gray, così appropriati. (15)

Oh, quanto aveva amato le elegie campestri! 

Ella viveva solo di poesia, e di brughiera. 

Di muri diroccati, di precipizi, (16) di noviluni! (17)

E lui le aveva offerto delle Romantiche Esequie Campestri.

Al Crepuscolo e al Suo Abbraccio, (18) l'aveva anche amata un'ultima volta, discendendo, solo un poco, nella fossa, adagiandosi su di lei, fredda, ma già riscaldata da lui, per farle sentire l'anelito della Vita e della Passione, un'ultima volta!


Poi, improvvisamente, lei aprì i suoi occhi chiari e gli sorrise.


Note:

(1) https://erbemagiche.blogspot.com/2020/10/gigaroarum-maculatum-italicum.html

(2) https://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/dulcamara-ed-erba-morella.html

(3) https://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/dulcamara-ed-erba-morella.html

(4) https://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/aconito-e-stramonio.html

(5) https://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/il-giusquiamo.html

(6) https://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/la-terribile-belladonna.html

(7) https://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/lurlo-della-mandragora.html

(8) https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2018/06/la-natura-e-la-morte-nella-poesia-di.html

(9) Dalla poesia "Novembre" di Pascoli

(10) https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/06/vincenzo-monti-i-miei-versi-preferiti.html

(11) https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/08/ophelia.html

(12)


(13)


(14) Dalla poesia "Lapide" di Pascoli https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2013/05/dietro-spighe-di-tasso-barbasso-tra-un.html

(15) https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2013/06/thomas-gray-elegia-scritta-in-un.html

(16)

John Martin "The Bard"

(17) https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2018/02/gabriele-dannunzio-le-poesie-e-le.html

(18) 


***

"Ophelia Sepolcrale"

Era il 1880 e spesso all'imbrunire mi recavo, in solitudine, sulla riva più alta della vallata scavata dallo scorrere del fiume; fu solo nel 1881 che venne rinvenuta, proprio in quella zona, la necropoli; io lo conoscevo da molto tempo: camminavo per ore all'imbrunire, spesso anche durante la notte, per quei campi, un'antica strada romana. Avevo esplorato quella zona e sapevo che di tanto in tanto, quando le terra dei campi e dei fossati era smossa dalla furia dei temporali riaffioravano frammenti di ceramica e di ossa che punteggiavano con il loro lucore bianco i campi sotto i raggi della luna.

Passavo anche nei pressi del cimitero ormai in disuso e abbandonato, tanto che i cardi e le ombrellifere erano cresciuti allo stato brado coprendo alcune lapidi; tutto era così fatiscente ed instillava nel mio animo un desiderio torbido di solitudine e misantropia; non potevo sopportare la compagnia degli esseri umani.

Mi appoggiavo spesso ai mattoni rossi degli imponenti pilastri dell'ingresso; un cancello arrugginito con l'estremità a lancia, un catenaccio sciolto, un clangore sinistro ogni volta che varcavo la soglia quando mi inoltravo, vagando per ore tra le lapidi erose dal tempo e sommerse dal muschio e dai cardi spinosi. Osservavo affascinato, stagione dopo stagione, la polvere che si accumulava sulle tombe e le foglie secche che il vento alzava in mulinelli spettrali. Posavo la mano per imprimervi l'impronta, sul bel marmo, per rivendicarlo e lasciare traccia di me: lì ero l'unico vivo.  

E fu proprio durante una delle mie solitarie traversate, poco prima del crepuscolo settembrino, che la trovai, già rigida, riversa in un avvallamento del terreno: la terra soffice le faceva da giaciglio e il suo bel corpo, leggermente immerso nel terreno, aveva lasciato il solco del suo contorno.

Bella, bellissima, pensai, come l'Ophelia di Millais, adagiata come se dormisse.

Indossava corsetto e gonna nera con tournure, perciò non poteva essere una contadina… Avevo già visto signore alla moda ma solo nelle grandi città.

Mi avvicinai, osservando le forme del suo corpo, rese così evidenti dall'abito di velluto nero che le aderiva perfettamente al corpo; portava un cappellino con veletta sul viso e i capelli raccolti sulla sommità della nuca, col volto leggermente inclinato verso il terreno; così, il mio primo gesto fu quello di sollevarle dolcemente il viso con la mano destra, afferrandola per la bella mandibola delicata, mentre con la sinistra le liberavo i capelli raccolti: subito le belle ciocche corvine fluirono liberamente incorniciandole il viso.

La guardai incantato e poi osai sollevare una delle sue palpebre socchiuse: l'occhio celeste, contornato dalle belle ciglia soffici, mi guardò fisso.

Le richiusi l'occhio e subito mi venne il desiderio ardente di aprirle la bocca per tastarle i denti; con un po' di difficoltà riuscii a divaricarle la bocca: le labbra portavano ancora traccia di rosso ma la pelle era candida, quasi azzurrina e livida, come cristallo. 

E così, osando, animato concupiscenza, le tastai, prima con un dito poi con due, i piccoli denti e il palato. Nonostante la rigidità, così accogliente!

Improvvisamente, fui colto da un desiderio erotico che mi divampò ovunque. 

Impossibile resistere alla sua bellezza! Da poco trapassata, ancora così bella!

E così, tastandola ovunque con passione, mi adagiai su di lei, trasmettendole un poco del mio calore corporeo.

Ella continuava a restare rigida, immobile, un poco riscaldata dal mio corpo. Le appoggiai la bocca sul bel collo niveo, alitandole addosso per riscaldarla, mentre le tastavo la testa.

Le belle fattezze regolari del suo capo!

Ardevo di desiderio per un connubio che placasse la passione che mi aveva suscitato e chiedendole il permesso, con cortesia, per l'amplesso, lì, a contatto con la terra consacrata di sepoltura, la feci mia, la mia Ophelia sepolcrale, che aveva vagato tra le lapidi per poi adagiarsi come se fosse in attesa di me, graziosamente riversa tra i fiori campestri, dolcemente deceduta al camposanto.

Quando ebbi finito di amarla intensamente, decantando la sua bellezza incorrotta, la bellezza di quel suo bel corpo candido adagiato, con grazia, su quella terra scura che offriva eterna dimora alla dissoluzione dei corpi e che in quell'istante era allietata da lei, lì, tutta riversa per farsi adorare da me... giacqui ancora, nuovamente, a lungo, con lei. 

Così esile, potevo stringerle con facilità le articolazioni rigide, tastando le sue belle ossa che percepivo sotto la sua pelle eburnea.          

Era settembre, un settembre ancora mite, e le cetonie dorate dalle belle livree verdi metalliche ronzavano attorno ai cespugli di rosa canina ancora in fiore, che erano cresciute poco più avanti.

Ormai stava calando la sera.

E così, rialzatomi, andai verso gli arbusti e colsi alcune corolle di rose candide, fusti d'edera e gli ultimi papaveri di stagione; intrecciata una ghirlanda funebre la adagiai sul suo seno, afferrando le sue braccia sottili e le sue piccole mani scarne e fredde ed incrociandole a suggello di quel dolce amplesso funebre.

Poi, per renderle la fossa più comoda radunai intorno al suo bel corpo esanime delle foglie secche dalle tonalità bronzee, aranciate e cremisi, che le facessero da elegante sudario, così appropriato per il suo avello campestre.    

La salutai un'ultima volta imprimendo un bacio sulla sua mano gelida. 

***

"Necroerotica"

  Sapevo che stava per morire, la consunzione le aveva reso la pelle così diafana, sottile, tanto che potevo vederne tutte le ossa che risaltavano, inframezzate dal reticolato delle vene azzurrine.

Mi aveva invitato, quel pomeriggio, nella sua villa e presto la conversazione tra noi assunse toni macabri, nel mentre passeggiavamo per i viali del giardino.

"Voi sapete", mi disse, "che la tisi mi porterà presto alla tomba." Il tono della sua voce era così dolce e rassegnato, e niente lasciava intendere che ella fosse veramente dispiaciuta di morire così giovane.

Mi osservò, con lo sguardo fermo. Forse si aspettava frasi di circostanza. 

Io tacqui. Non sapevo che dirle. Non sembrava triste, ma placidamente serena, come se l'idea di morire non la sconvolgesse.  

"Non temete", proseguì, "non ne soffro. Anzi, è meglio così. Non sopporterei di diventare vecchia, di perdere la mia bellezza." Tacque. Distolse lo sguardo da me, volgendo i suoi occhi chiari verso il muro di cinta, tutto infestato da un fogliame fitto ed intricato di edera; sulle tele di ragno erano rimaste in sospensione gocce di rugiada. 

"Venite, voglio mostrarVi il luogo dove sarà edificata la mia tomba. Ho già lasciato disposizioni."

Mi prese per mano, conducendomi sul sentiero. 

Presto arrivammo a quello che sarebbe stato il luogo del suo eterno riposo: il terreno era già stato liberato dall'erba, delle pietre disposte intorno, a mo' di recinto, servivano a delimitare in forma provvisoria, il perimetro della cappella.

"Sì, sarò calata nella nuda terra". La indicò con un cenno. Il contorno della fossa era visibile, con il terriccio smosso di recente. 

"Verrà edificata anche una cappella", ed ella guardava poco distante dalla fossa, figurandosi quella che sarebbe stata la sua eterna dimora. 

Raccolsi un fiore, simile ad un bianco crisantemo, e lo sistemai, come un diadema, sul capo di lei; ella portava quei suoi capelli nerissimi raccolti, morbidamente. 

"Amatemi! Qui! Ora!", implorò ella. "Prima che...!", singhiozzò, non riuscendo più a parlare.

E così, sapendo che presto la morte l'avrebbe fatta scendere nell'avello, spegnendo la bellezza del suo corpo, rendendola così fredda e rigida, mi infiammai di desiderio e mi accostai ad essa.

La feci adagiare sulla nuda terra, già smossa, mentre ella, accasciata, reclinava il capo e si offriva alla mia libidine. Ed ecco, l'abito nero che indossava mi parve già il presagio di un sudario.

Cercai di riscaldare quel corpo che mi si offriva, ancora vivo e tuttavia gelido, rigido (le sue articolazioni, probabilmente doloranti, si muovevano meccanicamente, come se ogni movimento le costasse un grande sforzo di volontà) già ghermito dalla morte incipiente.

Mentre la concupivo, già figurandomela calata nella fossa, nella bara ricoperta di fiori, la sentii rantolante: ella si abbandonava, al pari di me, a quella passione tra eros e thanatos.


Quei campi dopo la battaglia...☠️

è dal 2019 che studio la storia del territorio tra Melegnano, San Giuliano Milanese, Pedriano e Mezzano (https://intervistemetal.blogspot.com/2019/12/san-giuliano-milanese.html) (purtroppo gli altri paesi confinanti a questi non sono ancora riuscita a raggiungerli 😭 e difatti non so che darei per vedere anche Rancate, Dresano, Mulazzano, Casalmaiocco, Tavazzano ecc., so già che li adorerei dal vivo 😍) e ho quasi finito di impaginare tutti gli appunti che presi nel 2019, quando riuscivo ad andare spesso in biblioteca. 

Oggi rileggevo la cronaca della Battaglia di Marignano, e ho selezionato questi stralci, soprattutto corredati da foto "vintage" che adoro 😍

Info tratte da

"In quella notte, secondo la testimonianza di Pasquie Le Moine, il Re, stesosi su un affusto di un cannone per riposare, fece voto di erigere in quei luoghi un tempio a ricordo dei caduti, da dedicare alla Regina delle Vittorie. Alzatesi le brume del nuovo mattino, gli svizzeri si schierarono nuovamente a battaglia ed avanzarono in tre distinti corpi. Il primo con le insegne di Zurigo, marciò verso il centro dello schieramento avversario. Venne frenato da una terribile scarica di artiglieria che atterrò molti uomini, ma ciò non fu sufficiente a bloccare l'assalto degli intrepidi elvetici, i quali, superati gli spalti eretti a protezione dei cannoni, seminarono strage, uccidendo molti capi nemici, tra i quali Jacopo di Condé, Arrigo Ricurt e il Sasseo, mettendo in fuga i superstiti. A questo punto entrò in azione la cavalleria francese (tenuta sino ad allora di riserva) guidata dal Connestabile di Borbone e dal Trivulzio, che riuscì a fermare l'avanzata svizzera. Intanto sulla sinistra, nei campi verso Mezzano e Pedriano, le truppe reali guidate dal Duca d'Alençon, vennero messe in rotta dalla violenza dell'urto del secondo corpo svizzero; lo sfondamento di questo settore costituì per tutto lo schieramento francese un gravissimo pericolo, esponendolo alla possibilità di un facile aggiramento e del conseguente attacco alle spalle. La fine della feroce battaglia, che aveva mosso il Maresciallo Trivulzio a dire che quella era stata non d'uomini, ma di giganti, aveva fatto subentrare una cupa calma sui campi, cosparsi di giovani vittime immolatesi per interesse altrui. I morti non si poterono mai contare; le cifre tramandate dalla tradizione sono discorsi, a seconda delle fonti, ma si valuta con sufficiente esattezza possano essere di circa 12.000 morti, ripartiti in misura uguale tra svizzeri e francesi. Cifra spaventosamente enorme per quei tempi. Questa battaglia, senz'altro la più sanguinosa d'allora, segnò la fine di un'epoca nel modo di condurre la guerra: quella in cui prevaleva il valore singolo del combattente, per dare inizio ad un periodo nuovo, quello dell'uso su larga scala dell'artiglieria, la vera vincitrice della battaglia di Marignano (...) alle fiamme, case e cascinali sparse nelle campagne un cumulo di rovine e gli abitanti, terrorizzati, fuggiti. Per molto tempo le campagne di S.Giuliano furono un tetro scenario di morte e desolazione, regno incontrastato di lugubri uccellacci che si cibavano dei resti dei combattenti che, mal sepolti, affioravano qua e là. Tutto ciò sino a che, costruito il Monastero della Vittoria, si poté, con l'ausilio dei frati Celestini, raccogliere interamente quei miseri resti e dar loro definitiva sepoltura. Bonificato in tal modo il terreno, i contadini ebbero il coraggio di tornare a riprendere i lavori nei campi incolti da anni. Il marchese Brivio, che fu tra i più danneggiati, godette, a titolo di riparazione, una diminuzione delle tasse e più tardi fece ricostruire le case distrutte di Zivido ed il castello, ponendo mano al rifacimento della rocca, semidistrutta. Questi avvenimenti hanno fatto scorrere fiumi di inchiostro; e chi volesse maggiormente approfondire l'argomento, inquadrato in un'ampia visione storica, può leggere "La Battaglia di Marignano" scritta dal Dott. Gerosa Brichetto in occasione del 450° anniversario dello storico fatto d'arme. Nessuno meglio di lui [a giudizio di chi scrive la fonte che sto consultando. Nota di Lunaria] è riuscito a far rivivere quei lontani, tristi giorni del settembre 1515."





Ebbene sì, il fascino di questi campi consiste proprio nella storia che si portano dietro... 💀😍 
Ho adorato camminare per quei campi desolati https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2025/10/storia-di-pedriano-con-foto-del-2025-e.html se potessi lo farei anche all'imbrunire, con sottofondo adeguato (https://www.youtube.com/watch?v=YAUUZTRBqzw) (o il nuovo in arrivo https://www.youtube.com/watch?v=DRJxOH80-pA) 😍💀💜 
Tutti questi campi da "Brughiera Funesta" 🥰💀⚰️😘
Senza normaloidi nei paraggi (considerato che sono paesi che nessuno o quasi considera, men che meno la gente si interessa alla loro storia), con queste atmosfere necro-bucoliche alla "Elegia Campestre" (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2013/06/thomas-gray-elegia-scritta-in-un.html) per romantici scenari con i fuochi fatui 👻💀... 🥰


Ossario di Milano, nell'attesa del nuovo album degli Abysmal Grief! ☠️😍☠️

 che esce il 25 dicembre https://www.youtube.com/watch?v=DRJxOH80-pA 😍💀


Ritorno attesissimo di una delle mie band preferite 😍😍😍 e difatti giunge proprio "al momento giusto" visto che sono stata a vedere l'Ossario di Milano (la mia prima volta! 😍 un momento speciale ⚰️😘)






 (copertina stupenda, poi, che rende al meglio le loro atmosfere)

🥰💀




Alla destra della chiesa c'è una cappella ossario, ricostruita nel 1695: sulle pareti, dentro riquadri, lungo i pilastri e le porte, vi è una macabra decorazione di teschi e ossa umane, provenienti dai cimiteri aboliti alla fine del '600.
"Sotto l'altare, vi è una scena che sorpassa l'immaginazione più macabra. Sono carcasse umane accatastate che la corruzione della materia ha riunito in un solo masso: smarrite le sembianze, si confondono le forme e tornano terra. Al di sopra di quella dissoluzione giace un corpo quasi intero che la morte ha rispettato più degli altri e convertito in mummia. Stende questa le braccia ischeletrite sui morti che le stan di sotto e rovescia all'indietro la testa come in una convulsione suprema..."

Stralcio tratto da



Grandiosamente monumentale ☠️😍☠️ anche se amo moltissimo anche i piccoli ossari di campagna, quelli più sconosciuti, forse perché "meno barocchi" e anche più "intimi" (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2025/03/il-prato-dei-morti-e-lossario.html)(https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2025/10/storia-di-pedriano-con-foto-del-2025-e.html), meno rovinati dal transitare di normaloidi insopportabili 😡






La Cappellina dei Morti

Info tratte da una pubblicazione locale di storia del territorio che ho trovato in chiesa 

A Lambrugo, prima che fosse costruito l'oratorio di S.Carlo, i morti erano sepolti nel terreno antistante la chiesa del monastero o dentro.

Con l'edificazione della chiesa di S.Carlo, i morti vennero sepolti intorno alla chiesa, anche sotto il pavimento.

Un certo Pietro Giussani, colpito dalla peste, nel testamento del 1630 obbliga gli eredi a costruire una cappellina, addossata al lato esterno di levante della chiesa, per la sua sepoltura e per i discendenti.

Durante i lavori di ampliamento dell'oratorio del secolo XIX, le ossa rinvenute sono sistemate nella cappella mortuaria dei Giussani e parte in una fossa scavata in fondo alla chiesa.

Don Emilio Mauri, nel 1923, abbattendo il campanile e la navata destra per ricavare i locali tuttora esistenti, trasferirà le ossa in un altare, conservato nella navata sinistra.

Quando l'oratorio di San Carlo nel 1936 sarà trasformato in asilo, le ossa saranno spostate nella cappella che don Edoardo farà costruire accanto all'ingresso della casa parrocchiale: questi resti sono detti ancora "Ossa di San Carlo" perché provenienti dalla vecchia casa di S.Carlo, ma non hanno niente a che vedere con la peste di S.Carlo del 1576.

A quel tempo, la chiesa vecchia non esisteva e i morti erano sepolti presso il monastero. Secondo cronache del tempo, i morti venivano sepolti nella navata destra dell'oratorio, avvolti in un lenzuolo.

Il cimitero venne costruito dopo l'editto di Saint-Cloud di Napoleone per la regolamentazione delle sepolture.

La prima scelta del luogo cade su una vigna posta sulla collina sopra l'oratorio di S.Carlo, ma viene scartata; si decide per un terreno situato nella campagna detta Garbagnana, dove attualmente si trovano un bar e ristorante. Anche questa scelta è contestata e finalmente si decide per la via per Rogolea, dove oggi si trova il Parco della Rimembranza.





La Peste e altre malattie infettive a Legnano

 

Tratto da

Nei "Promessi Sposi" il Manzoni descriveva con dovizia di particolari la peste che nel XVII colpì Milano e il territorio circostante. A Legnano, dai documenti del Prevosto Pozzo, risulta che i morti furono circa il 90% della popolazione.

Per seppellire le salme degli appestati furono costruite tre fosse comuni chiamate "fopponi" e ubicate in quella che allora era la "via Ponte Carrato" e oggi è nota come via Corridoni; nei dintorni del macello e nel campo retrostante della Chiesa "Madonna delle Grazie".

Nota di Lunaria: tutte tre queste vie hanno edicole votive:












Nel secolo successivo Legnano fu colpita da altre epidemie come il vaiolo, la difterite, il tifo e la scarlattina. Particolarmente virulenta fu l'epidemia di colera nel 1836 che fece strage tra i legnanesi e che tornò anche nel 1849, però con solo 25 morti; quella del 1854 provocò più di 200 vittime.
Nel XIX fu la scrofola a colpire il borgo legnanese. Per provvedere alla cura dei bambini colpiti dal morbo si costituì il "Comitato pro scrofolosi poveri", nel 1879. 
Il 1887 vide il ritorno del vaiolo e del colera: la chiesa campestre di S.Giorgio, sorta nel Medioevo (Non più esistente. Nota di Lunaria), 

posta sulla sommità di una collinetta tra S.Martino e Castellanza, venne trasformata in Lazzaretto; dietro la chiesetta venne scavato un foppone, cioè una fossa comune per seppellire i morti.

Nel 1911 il Comune, per prevenire le epidemie di colera, costruì un "Lazzaretto", nei pressi di quello che oggi è l'ex ospedale, nel tratto confinante con via S.Erasmo, che fungesse da padiglione per l'isolamento dei malati. 

Nota di Lunaria: anche lì c'è una nicchia, una delle pochissime che si è conservata a Legnano:




Venne inaugurato nel 1913  ma non venne mai usato; poco lontano da questo "Lazzaretto" fu costruita sempre in via S.Erasmo una stazione di disinfezione con impianti di sterilizzazione che all'epoca erano considerati all'avanguardia.
Nota di Lunaria: aggiungo anche via Volta (sempre con nicchia votiva) dove vennero ritrovati dei morti di peste (ne parla il Sutermeister  https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2023/07/la-via-della-peste-legnano-o-la-madonna.html )







IL CAPOLAVORO SUBLIME: 😍💀💜