"Il Velo di Vasthi", di R.Vivien, in esclusiva tradotto in italiano da Andrea

Un racconto di Renée Vivien (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2021/01/renee-vivien.html), tratto da “La Dame à la Louve”, pubblicato nel 1904, tradotto in italiano, per la prima volta, da Andrea. 

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IL VELO DI VASTHI    (Tratto da "La Dame à la Louve", 1904)

 “Innocente come il Cristo, che è morto per gli uomini, ella si è sacrificata per le donne”,  FLAUBERT “La tentazione di Sant'Antonio”

La regina Vasthi preparò un banchetto per le donne nella casa del re Assuero. La corte del palazzo rifulgeva al pari di un tramonto. Il pavimento di madreperla e di pietre nere era insanguinato di rose. Le colonne di marmo erano inghirlandate di dature. (https://erbemagiche.blogspot.com/2015/03/aconito-e-stramonio.html) Sopra letti d'oro fremevano le cortine verdi, azzurre e bianche, attaccate da cordoni di bisso ad anelli d'argento.

Il banchetto durò sette giorni. Gli schiavi versavano da bere in vasi di malachite, variamente cesellati, e il vino regale scorreva a profusione.

Il settimo giorno, Vasthi, circondata dalle principesse di Persia e di Media e dalle mogli dei grandi e dei capi di provincia, ascoltava le Musicanti. Esse cantavano la potenza e la saggezza delle regine dell'India, che hanno come amanti i serpenti glauchi.

Vasthi era bella in viso come la notte. Le sue orgogliose sopracciglia disegnavano un arco trionfale. Le sue palpebre si abbassavano, solenni come le palpebre violette del Sonno. E i suoi occhi neri, dove l'Etiopia sfavillava tutta intera, erano vasti paesi ignoti. Le Musicanti tacquero. Una vecchia schiava ebrea raccontò la leggenda di Eblis e di Lilith, colei che fu creata prima di Eva e che fu la Prima Donna.

“...E Lilith, sdegnosa dell'amore dell'uomo, preferì l'abbraccio del Serpente. È per questo che Lilith è castigata nei secoli. Qualcuno l'ha vista, nei chiari di luna melanconici, piangere sui serpenti morti. Ella è simile ai sogni sovrannaturali dei solitari. Ella tormenta di sogni il candore dei sonni. Ella è la Febbre, è il Desiderio, è la Perversità. In verità, Lilith è castigata nei secoli, perché niente sazierà mai la sua fame d'Assoluto.” (https://intervistemetal.blogspot.com/2019/08/lilith.html)

“Avrei voluto essere Lilith”, pensò ad alta voce la regina Vasthi.

“Eblis, al pari della sua compagna mortale, è maledetto, oh sovrana. Eblis è l'astro decaduto che sprofonda nelle tenebre. Poiché ha sognato di essere l'Eguale di Dio.” (https://intervistemetal.blogspot.com/2017/07/magia-nera-iblis-e-black-metalla-scena.html)

“Avrei voluto essere Eblis”, pensò ad alta voce la regina Vasthi.

“Eblis è il primo dei vinti, oh sovrana...Poiché Eblis ha voluto l'Impossibile.”

“Amo i vinti,” mormorò Vasthi “Amo tutti quelli che tentano l'Impossibile”.

La vecchia Ebrea che aveva la conoscenza dei tempi sembrava raccogliersi. Vasthi fece a pezzi un loto rosa.

...Uno scoppio di risa scosse le colonne di marmo e fece tremare la madreperla e il porfido del pavimento. Erano i cortigiani, ubriachi per la magnificenza del re. Il re, il cui cuore era rallegrato dal vino, li incoraggiava. Vasthi abbassò le palpebre, per dissimulare il disprezzo in fondo alle sue pupille etiopiche. Le sue membra esalavano le piante aromatiche e l'olio di mirra e i profumi in uso fra le donne. Le cortine verdi, bianche e azzurre si scostarono...Vasthi si coprì il viso con un velo grigio, gemmato di berilli, che sembrava un crepuscolo marino.

I sette eunuchi che servivano davanti al re Assuero entrarono, con il loro passo silenzioso. Le principesse di Persia e di Media cessarono i loro sussurri e i loro mormorii...Essi si inginocchiarono ai piedi della regina Vashti e le comunicarono l'ordine del re Assuero. Vasthi li considerò, attraverso il velo grigio, con i suoi occhi simili agli occhi annoiati dei leoni.

Nel silenzio che seguì le parole dei messaggeri, si sentì sfogliare una rosa.

Vasthi si alzò dal letto d'oro e parlò, in piedi e regale: “Oh principesse di Persia e di Media, il re Assuero ha ordinato a Mehuman, Biztha, Harbona, Bighta, Abaghta, Zethar e Carcas, i sette eunuchi che servono davanti al re Assuero, di recare alla sua presenza la regina Vasthi, cinta della corona reale, per mostrare la sua bellezza ai popoli e ai grandi...”

Ci fu un silenzio ansioso. Quest'ordine del re Assuero era in verità una cosa che non aveva precedenti nella storia dei Persiani e dei Medi, né della storia dell'India, né nella storia degli etiopi. Poiché lo sguardo impuro degli uomini non deve profanare il mistero del volto femminile.

Vasthi continuò con voce molto lenta:

“Ecco la risposta della regina Vasthi al re Assuero: Quando la regina Vasthi ricevette dagli eunuchi l'ordine del re Assuero, la regina Vasthi si rifiutò di venire.”

Gli eunuchi si ritirarono. Tutti i volti erano cambiati. Una principessa persiana lasciò cadere la coppa nella quale aveva bevuto, e il vino del re si sparse sul porfido e sulla madreperla del pavimento...Il vino del re si sparse, rosso come una colata di sangue. La vecchia Ebrea si strappò la veste e si colpì il petto: “Sventura su di te e su di noi, oh regina!”

Rigida, e simile a una statua di marmo dagli occhi di pietre nere, Vasthi parlò così alle regine di Persia e di Media:

“Non mi scoprirò la fronte sacra davanti alla folla dei cortigiani ubriachi. Lo sguardo impuro degli uomini non deve profanare il mistero del mio volto. L'ordine del re Assuero è un oltraggio al mio orgoglio di donna e di regina”.

La vecchia Ebrea, afferrando un bruciaprofumi, si cosparse di cenere la testa bianca, e si lamentò. “La ribellione è una cosa funesta, oh regina! Pensa alla ribellione di Eblis... Pensa alla ribellione di Lilith...Pensa all'eterno castigo di Lilith e di Eblis!”

“Che importa!” disse allora la regina Vasthi.

Quindi pronunciò queste parole solenni:

“Non è solo pensando al re Assuero che ho agito...Poiché la mia azione giungerà a conoscenza di tutte le donne, ed esse diranno: Il re Assuero aveva ordinato che si recasse in sua presenza la regina Vasthi, ed ella non vi è andata. E, da quel giorno, le principesse di Persia e di Media sapranno che non sono più le serve dei loro sposi, e che l'uomo non è più il padrone in casa sua, ma che la donna è libera e padrona alla pari del padrone in casa sua.”

Le principesse di Persia e di Media si alzarono e si guardarono con occhi nuovi, dove sfavillava l'orgoglio dell'essere affrancato.

La vecchia Ebrea si lamentava sempre...

Le cortine verdi, bianche e azzurre si scostarono una seconda volta. E i sette eunuchi del re Assuero riapparirono.

I sette eunuchi, Mehuman, Biztha, Harbona, Bighta, Abaghta, Zethar e Carcas, parlarono così alla regina Vasthi:

“Oh regina, quando il re udì la risposta della regina Vasthi al re Assuero, il re fu molto irritato, fu infiammato di collera. Allora il re si rivolse ai saggi che possedevano la conoscenza dei tempi. Aveva accanto a sé Carschena, Schethar, Admatha, Tarsis, Meres, Marsena, Memucan, sette principi di Persia e di Media, che vedono il volto del re e sono i primi nel suo regno. “Quale legge, disse, bisogna applicare alla regina Vasthi per non avere eseguito ciò che il re Assuero le ha ordinato per mezzo degli eunuchi?” Memucan rispose davanti al re e ai principi: “Non è solo riguardo al re che la regina ha agito male, è anche verso tutti i principi e tutti i popoli che sono in tutte le province del re Assuero. Poiché l'azione della regina giungerà a conoscenza di tutte le donne e le porterà a sdegnare i loro sposi. Esse diranno: ''Il re Assuero aveva ordinato che si recasse alla sua presenza la regina Vasthi, ed ella non è andata.'' E da quel giorno, le principesse di Persia e di Media conoscendo l'azione della regina Vasthi la riporteranno su tutti i capi del re: da qui, molto disprezzo e molta collera. Se il re lo trova buono, si pubblichi da parte sua e si iscriva fra le leggi dei Persiani e dei Medi, con proibizione di trasgredirla, un'ordinanza reale per mezzo della quale Vashti non apparirà più davanti al re Assuero, e il re darà la dignità di regina a un'altra che sia migliore di lei. L'editto del re sarà conosciuto in tutto il regno, per quanto grande sia, e tutte le donne renderanno onore ai loro sposi, dal più grande al più piccolo.”

Questo bando fu approvato dal re e dai principi.

Le principesse di Persia e di Media piangevano in silenzio.

Vasthi si alzò, e, con un gesto altezzoso, si tolse dai capelli la corona reale. Si tolse egualmente le perle dal collo, gli zaffiri pallidi dalle dita, i berilli dalle braccia e gli smeraldi dalla cintura. Si spogliò dei vestiti di bisso e di porpora, e indossò la tunica lacera della vecchia Ebrea. Poi si cinse la fronte di loti rosa, e si avvolse tutta nel suo velo crepuscolare.

“Dove vai, Padrona?” singhiozzò la vecchia Ebrea prosternata.

“Vado verso il deserto dove gli esseri umani sono liberi come i leoni.”

“Nessun uomo è mai tornato dal deserto, Padrona, e mai una donna vi si è avventurata.”

“Vi morirò forse di fame. Vi morirò forse sotto il dente delle bestie selvagge. Vi morirò forse di solitudine. Ma, dalla ribellione di Lilith, sono la prima donna libera. La mia azione giungerà a conoscenza di tutte le donne, e tutte quelle che sono schiave al focolare del loro marito o del loro padre mi invidieranno in segreto. Pensando alla mia ribellione gloriosa, esse diranno: Vasthi sdegnò di essere regina per essere libera.”

E Vasthi se ne andò verso il deserto dove i serpenti morti rivivono sotto i raggi della luna.


Renée Vivien

Su segnalazione di Andrea, che l'ha trascritta (come ha fatto anche per "Zofloya" https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/10/zofloya-di-charlotte-dacre.html), riporto uno stralcio di Renée Vivien; fu una poetessa francese vissuta nei primi anni del Novecento, amica di Colette. Il suo unico romanzo, "Donna m'apparve", che descrive la sua relazione con l'aristocratica Natalie Clifford Barney, è stato pubblicato in Italia solo nel 1988.

Qui trovate un suo racconto, tradotto da Andrea: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2021/01/il-velo-di-vasthi-di-rvivien-in.html

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“Vieni stasera...Sono avida di stelle”, vergai in fretta. Già vedevo gli occhi ironici di Vally attraverso i grappoli di orchidee azzurre che le ricadevano sulla fronte. Al breve scritto accompagnai un bouquet di fiori invernali che lei ama tanto, i fiori dell'arte, ignari delle libere esplosioni nell'aria assolata.

Uscii nella pioggia del crepuscolo, inebriandomi dell'alitare della meravigliosa tristezza di quell'acquerugiola serale. In cuore avevo una malinconia febbrile.

“Vally”, mormorai nella nebbia, “Vally”... Il suo nome si rompeva sulle mie labbra come un singhiozzo.

Ricordavo quel tempo già lontano quando la incontrai per la prima volta e il brivido che mi pervase quando i miei occhi incontrarono i suoi di acciaio mortale, i suoi occhi blu e acuminati come una lama. Mi prese allora l'oscuro presentimento che quella donna mi stesse intimando l'ordine del destino e che il suo aspetto fosse quello inevitabile del mio futuro. Vicino a lei provavo vertigini di luce e il richiamo di acque abissali. Il fascino del pericolo era in lei e lei m'attirava inesorabilmente.

Neanche tentai di sfuggirle, sarebbe stato più facile sfuggire alla morte stessa.



Capitolo IX. 

“La incoerenza delle ore che seguirono mi stupì e mi spaventò. Camminai a lungo nella notte, a tentoni, come chi viene colpito all'improvviso dall'amaurosi.
Mi ricordo che, nella mia camera, i profumi, dolci come veleni, mi bruciavano le narici e la gola...Non vedevo altro che la smisurata fronte di Ione...Il battito delle mie palpebre irritava i miei occhi malati...Mi assopii in un torpore pesante, ottuso, come quello di un ubriaco buttato sul selciato.
...Mi svegliai...La camera era blu di tenebre. Uno stupore rigido immobilizzava i miei pensieri smarriti.
...Ione leggeva ai piedi del mio letto, contemplava le sue mani, in quel modo strano che le era familiare. Senza rivolgermi lo sguardo, indietreggiò e nell'angolo si perse in un chiarore di nebbia e di sogno.
Con uno sforzo penoso, tentai di alzarmi per andarle incontro...Ma scivolai, cadendo in un flusso di lava ardente che ribolliva ai piedi del mio letto. Avrei voluto gridare aiuto ma il fiume fumante mi trascinava come un fuscello di paglia perso in quelle onde di fuoco. Su ognuna delle rive del torrente, delle anziane donne facevano cuocere delle uova e del riso sulla fiamma liquida. La luna era di rame, come un sole invernale. La cenere cadeva dall'alto come fitta grandine.
Avevo il palato e la gola arsi da una sete abominevole.
...I miei occhi si aprirono su di un tempio da cui fuoriusciva un alito infuocato come quello di una fornace...Un trono di rubini imporporava l'ombra come un astro cadente. E, dall'alto di quel trono, la dea Kalì mi osservava con una ferocia religiosa. Lasciò cedere un teschio che stava stritolando come una cagna affamata, e mi sorrise con i suoi denti rossi...
Lo scirocco mi avvolgeva, in un turbine di sabbia bruciata e di polvere gialla. La sabbia e la polvere riempivano atrocemente i mei polmoni feriti. Spalancai la bocca, e un rantolo soffocato mi squarciò il petto...sabbia e polvere mi soffocavano, mi accecavano, mi seppellivano.
Gridai, ad una notte senza stelle.
Alcune sacerdotesse con le dita impregnate di nardo ritmavano mistiche danze. Erano per metà velate da un tessuto color blu notte. L'ombelico era impreziosito da un grosso smeraldo, e il loro sesso scoperto bruciava di oro e di rame...Ed io ero una piuma di pavone che una di loro agitava in una danza lasciva. Questo movimento rituale mi scuoteva senza pietà...
Dalla finestra aperta della casupola si sentivano le voci delle passanti e con queste voci, da quella finestra aperta entrava l'infinito dell'ignoto. Ma io non le ascoltavo. Fissavo una rosa bianca che ondeggiava in alto, sulla volta.
E poi un paesaggio puerilmente artificioso come quelle illustrazioni inglesi nei racconti di fate norvegesi o tedeschi. Alberi dalle foglie dipinte si susseguivano lungo un viale più liscio della chioma di una bimbetta.
Uno scroscio di cascate...Il sibilo di serpenti perso nel mormorio del fogliame...
E mi ritrovai davanti al cadavere di Vally...Vally che galleggiava su di una palude stagnante. I due seni smorti parevano due ninfee azzurre. I suoi occhi rovesciati GUARDAVANO ME...Capì che ero stata io ad annegarla, nella palude stagnante. Galleggiava con i capelli intrecciati da alghe ed iris, come una Ofelia perversa. L'avevo uccisa per un motivo senza senso. Ora i suoi occhi senza sguardo mi avrebbero contemplato in eterno...
Percepii sul mio viso l'alito freddo di un sepolcro. Mi trovavo in piedi in mezzo a quattro bare. La più grande era quella di un uomo. Aveva qualcosa di massiccio e di imponente. Capii allora che doveva essere la bara di un uomo di prestigio, - forse un politico o un diplomatico...Fiori senza poesia erano sparsi in ampie macchie d'ombre: le immortali, pesanti viole del pensiero, petali di velluto cremisi.
Vicino a questa massa, tenue ed esile c'era una bara embrionale, una bara da larva, bagnata dal crepuscolo del limbo...Delle corone incolore, dal profumo molto sottile, appassivano in semplicità. Questa bara per bambini era tragica e insipida, come quella di qualsiasi altra cosa.
Un'altra bara striminzita era ricoperta da orribili vetri funebri, con il legno solcato di rughe simili a tele di ragno. Quelle detestabili corone di perle nere e gialle stavano senz'altro a perpetuare la memoria di una vecchia borghese dalla voce tetra.
E là, nella parte più in ombra, circondata dalla fervida e perpetua adorazione dei ceri, una bara virginale profumata di violette bianche...Capii che quella era la bara di Ione....
In quel silenzio tanto misterioso persino i battiti del mio cuore avevano taciuto...
Ma, più spaventoso delle trombe del giudizio, si udì la crepa del legno della grande bara. Era il fermentare della putrefazione...
Un rantolo, un rantolo, un ultimo rantolo...Avevo cessato di esistere. Ero un'anima privata del corpo, una massa informe indistinta, senza contorno, senza consistenza, che ondeggiava, con l'unica sensazione di freddo e di nudità.
Una preghiera ondeggiava su quel vuoto cosciente di sé: “Una personalità! Un corpo! Un nome! O! Ridiventare qualcuno! Essere quello che fui, sebbene io lo abbia dimenticato!”
L'ombra...il nulla...






Poesie, tratte da: “Èvocations” (1903)

ALLA STREGA


Il risveglio sta per turbare la pace delle tue palpebre.

La lucciola in lontananza ha guarnito di luci

I prati, e l'asfodelo ha aliti d'amore.

Viene la notte: affrettati, mia strana compagna,

Poiché la luna ha rinverdito l'azzurro della montagna,

Poiché la notte è per noi quel che per altri è il giorno.


Non odo, in mezzo alle foreste taciturne,

Che il fruscio della tua veste e delle ali notturne.

E il fiore d'aconito dischiuso sotto i tuoi passi,

Esala i suoi profumi di veleno e d'ebbrezza.

I tuoi capelli sciolti ti fanno, o mia Amante!

Una porpora di sangue che le regine non hanno.


E poiché il mio Desiderio ti incalza e vuole la sua preda,

Che il tuo singulto risponda alle mie lacrime di gioia!

Gli occhi d'oro dei gufi sono simili ai tuoi occhi

Che sondano gli spiriti, che scrutano le tenebre,

Che vedono nell'avvenire le funebri aurore,

E l'ombra della morte sul letto degli Dei.


Da: ”Cendres et poussières” (1902)

SOMIGLIANZA INQUIETANTE


Ho visto sulla tua bassa fronte l'incanto del serpente,

Le tue labbra hanno sorbito il sangue di una ferita.

E qualcosa in me si nausea e si pente,

Quando il tuo freddo bacio mi dardeggia il suo morso.


Uno sguardo di vipera è nei tuoi occhi socchiusi,

E la tua testa furtiva e piatta si raddrizza

Più minacciosa dopo il languore del riposo.

Ho sentito il veleno in fondo alla tua carezza.


Durante i giorni d'inverno fiacchi e freddolosi,

Tu sogni ai tepori delle profonde vallate,

E si pensa, vedendo il tuo lungo corpo sinuoso,

A scaglie d'oro lentamente dispiegate.

Ti odio, ma la tua morbida e splendida bellezza

Mi prende, mi affascina e mi attira senza posa,

E il mio cuore, pieno di spavento davanti alla tua crudeltà,

Ti disprezza e ti adora, o Rettile e Dea!



EPITAFFIO

Dolcemente passasti dal sonno alla morte,

Dalla notte alla tomba e dal sogno al silenzio,

Come dilegua il singhiozzo di un accordo

Nell'aria di una sera d'estate che muore di torpore.

In fondo al Crepuscolo dove sprofondano i colori,

Dove il mondo impallidito sfuma in fondo al sogno,

Sembri ascoltare il riflusso della linfa

Mormorare, musicale, nelle vene dei fiori.

Il velluto della terra dalle mute carezze

Ti rinserra, e sulla tua fronte piangono le viole.



DESIDERIO

Ella è stanca, dopo tante estenuanti lussurie.

Il profumo emanato dalle sue membra straziate

È pieno del ricordo dei lenti lividi.

La dissolutezza ha scavato i suoi smorti occhi azzurri.


E la febbre delle notti avidamente sognate

Rende ancor più pallidi i suoi pallidi capelli biondi.

I suoi atteggiamenti hanno dei languori spossati.

Ma ecco che l'Amante dalle crudeli unghie lunghe


D'improvviso la riafferra, e la stringe, e l'abbraccia

Con un ardore così selvaggio e così dolce a un tempo

Che il bel corpo spezzato si offre, implorando grazia,

In un rantolo d'amore, di desiderio e di spavento.


E il singhiozzo che sale con monotonia,

Esasperandosi per eccesso di voluttà,

Urla come si urla nei momenti dell'agonia,

Senza speranza di intenerire l'immensa sordità.


Poi, l'atroce silenzio, e l'orrore che arreca,

Il brusco soffocamento della querula voce,

E sul collo, simile a morti steli,

Impallidisce il segno verde e sinistro delle dita.


Immagini a tema, che mi piacciono 





Nuovi commenti all'Opera del Foscolo


Info tratte da





Quando scrisse i "Sepolcri" (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2013/05/dei-sepolcri-i.html) nell'autunno del 1806, Ugo Foscolo aveva 28 anni; viveva a Milano, la capitale della Repubblica Cisalpina, che era il luogo d'incontro dei più validi esponenti del mondo artistico e letterario italiano.
L'opera fu scritta in breve tempo, quasi di getto, anche se la stesura definitiva occupò per vari mesi il poeta, tanto che la prima edizione uscì solo nell'anno seguente.
La spinta a questa breve, ma intensa fatica poetica venne dall'entrata in vigore della legge di Saint-Cloud, che stabiliva un nuovo ordinamento in materia di sepolture (proibizione di seppellire chiunque all'interno degli abitati e uniformità di lapidi e di iscrizioni per tutti). 


La spinta, ma non l'ispirazione: perché i temi espressi nei "Sepolcri" furono quelli che da sempre costituivano il nucleo del suo pensiero e della sua poesia.
Foscolo non era un poeta occasionale, se si fosse limitato solo a quell'argomento, se avesse scritto i "Sepolcri" solo per commentare una legge, avrebbe scritto dei buoni versi, ma non un capolavoro.

In un primo tempo egli intendeva comporre solamente un'epistola in versi, limitandosi a trattare l'argomento della legge sui cimiteri in una forma volutamente ristretta; ma, appena cominciò a scrivere, l'impeto stesso della sua poesia lo portò a lasciare quel progetto per abbandonarsi a un canto in cui potesse esprimere tutta la sua anima di pensatore, di cittadino e poeta.
Fu per questa esigenza interiore e per la necessità stilistica che nasceva da essa che Ugo Foscolo scelse per i Sepolcri la forma poetica più libera, quella del carme.
Questa parola significa letteralmente "composizione poetica": la poesia che si esprime attraverso essa non è arginata da limiti e da schemi di alcun genere.
Il poeta stesso l'aveva definita come la più adatta al suo temperamento: era perciò naturale che vi ricorresse in quel particolare momento di pienezza spirituale e immaginativa.

La poesia dei "Sepolcri"

295 endecasillabi, non rimati né divisi in strofe: una lunga, compatta cascata di versi, nei quali è espresso tutto il fremente mondo interiore del poeta.
Il fascino e la meravigliosa forza evocatrice dei "Sepolcri" nascono appunto da questa pienezza e dalla profonda unità dell'armonia che la esprime.
Non c'è, in tutta la letteratura italiana, un'opera poetica che abbia insieme una così splendida perfezione formale e un così elevato contenuto di pensiero in uno spazio altrettanto breve.
295 versi, e non una similitudine, non uno di quegli artifici ai quali ricorrono spesso anche i grandi poeti: morbido o fremente, squillante o tormentato, il verso fluisce con una capacità espressiva così suggestiva, così pienamente aderente all'idea dell'autore, che qualsiasi arricchimento sarebbe superfluo.

Si può pensare ai "Sepolcri" come a una sinfonia mesta e insieme gloriosa, che prorompe senza sosta nel cuore del poeta.
Analizzando il carme si può scomporlo in varie parti, ma non si tratta di episodi separati, perché tutto è legato da una grandiosa unità di pensiero e di stile.
Proprio come in una grande sinfonia vi sono i vari "tempi" così nei "Sepolcri" si possono distinguere degli ideali capoversi: ma non c'è frattura tra l'uno e l'altro. 

Un grande critico ha definito i "Sepolcri" come un canto essenzialmente religioso. (1)
Foscolo non era credente, eppure la definizione di quel critico coglie la natura del carme.
Anche se non aveva un fede, Foscolo aveva una concezione della vita e della morte, dell'uomo e della storia, che può essere detta una "religione" per la passione e l'ardore con cui egli sentiva e viveva le sue idee.
E nei "Sepolcri", che sono una specie di summa lirica del suo pensiero, noi ritroviamo tutti i temi fondamentali di esso, quelli che possono essere definiti i "dogmi" della sua fede terrena.

LA MORTE: è per Foscolo, la "fatal quiete", il termine ultimo di ogni cosa, un oblio senza fine in cui l'uomo si annulla. Ma non c'è orrore in questa visione che può apparire così pessimista: la morte è accettata nobilmente e serenamente, come un limite inevitabile che, anzi, rende ancor più ardente la passione di vivere.

L'EROISMO: il breve spazio di tempo che ci è concesso dalla vita non deve essere disperso in azioni futili e vane.
Compiendo, sorretto dalla sua libera volontà, gesta nobili e generose, l'uomo si rende cosciente del proprio valore e della sola possibilità che gli è offerta di sollevarsi al di sopra dei bruti.
Questo eroismo come regola di vita non è una semplice esaltazione dell'atto temerario e clamoroso, ma un vigoroso ideale civile e patriottico, un invito ad operare con tutte le forze per il bene della società, che ogni uomo ha il dovere di rendere più libera e più giusta.

LA BELLEZZA: Insieme all'amore, di cui è la fonte, essa è il sale della vita, la forza divina che non è solo stimolo dei sensi, ma alimento di nobili sentimenti. è il concetto pagano della bellezza, già espresso dai poeti dell'antica Grecia, ai quali Foscolo si sente legato non soltanto per la sua cultura imbevuta di Classicismo, ma per una profonda affinità spirituale.

LA POESIA: pur condannato, secondo Foscolo, a scomparire nel nulla, l'uomo possiede ugualmente un mezzo per giungere all'immortalità: la Poesia, che può eternare la sua memoria nei secoli, come i sepolcri, altari della pietà e della gloria, conservano i suoi resti mortali.
è evidente che questo concetto di immortalità non ha nulla in comune con quello cristiano dell'immortalità dell'anima; esso possiede, tuttavia, un fascino profondo per la suggestione poetica che ne emana: la Poesia, che vince di mille secoli il silenzio, appare come un dono divino, una forza capace di far trionfare l'uomo sulla morte stessa.


(1) Commento del Momigliano ai Sepolcri:

"Su tutto il carme si stende la religiosa pace di un cimitero... Qui gli uomini e la terra sono veduti, più che come vivi e dimora dei vivi, come ombre auguste e lontane e come ricetto sacro di queste ombre; e la vita acquista la sua santità dalla morte, e solo perché noi abbiamo dietro di noi una schiera di grandi morti pare che noi dobbiamo vivere o operare. Il carme si svolge in mezzo ad un remoto silenzio, dove i morti parlano e i vivi ascoltano riverenti. La Morte semina di infinite ossa la terra e il mare, una forza operosa avvicenda senza tregua i nati e gli istinti, la potenza si tramuta di popolo in popolo, le sembianze della terra e del cielo si cambiano perennemente; in mezzo a questa fiumana triste ove tutto si trascolora, si dissolve, si cancella, una cosa sopravvive, immortale: 
la magnanimità dell'uomo, meglio - la poesia che canta la magnanimità dell'uomo: vince di mille secoli il silenzio"


Un paio di pensieri di Ugo Foscolo...

"Il mio nome significa luce (fos) e bile (cholos)... di volto non bello ma stravagante, e d'una aria libera, di crini non biondi ma rossi, di naso aquilino e grosso ma non picciolo e non grande... nella mia fanciullezza fui tardo, caparbio: infermo spesso per malinconia, e talvolta feroce, e insano per ira..." (dalle "Lettere")

Io odo la mia patria che grida: "Scrivi ciò che vedesti, manderò la mia voce dalle rovine, e ti detterò la mia storia. Piangeranno i secoli su la mia solitudine; e le genti s'ammaestreranno nelle mie disavventure. Il tempo abbatte il forte: e i delitti di sangue sono lavati nel sangue." 
 
***

"I monumenti, inutili ai morti, giovano ai vivi, perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene; solo i malvagi... immeritevoli di memoria, non la curano; a torto dunque la legge accomuna le sepolture... degli illustri e degli infimi. (...) Le reliquie degli eroi destano a nobili imprese, e nobilitano le città che le raccolgono. Esortazione agli italiani a venerare i sepolcri dei loro illustri concittadini; quei monumenti ispireranno l'emulazione agli studi e l'amore della patria, come le tombe di Maratona nutrivano nei Greci l'aborrimento dei barbari. Anche i luoghi dov'erano le tombe dei grandi, sebbene non ne rimanga vestigia, infiammano la mente dei generosi."

è questo il riassunto dei Sepolcri, delineato dal poeta stesso in una sua lettera polemica contro il critico Guillon.

Vediamo qualche verso di rara bellezza del carme di Foscolo:

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
né da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né più nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dì perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme
ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
tutte cose l'oblio nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.





Originariamente pensato come epistola in versi all'amico Ippolito Pindemonte (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/07/ippolito-pindemonte-introduzione-ai.html) e subito trasformato in un carme eroico, questo poemetto fu composto nel 1806 ed è uno dei primi esempi di "letteratura patriottica di sfondo storico".
Il motivo occasionale del carme fu l'editto di Saint-Cloud del 1804 sulla regolamentazione delle sepolture a cui si aggiunge un colloquio col Pindemonte che in quei giorni stava pensando a un poemetto sui Cimiteri, le radici vere e sentimentali dei Sepolcri vanno ricercate in una esperienza umana e poetica ben più profonda: la poesia sepolcrale, diffusa nella letteratura preromantica verso la fine del '700.
La lunga meditazione sul significato della morte condotta dal poeta negli anni precedenti, come rivelano l'Ortis e i sonetti, la combattiva amarezza che lo stato politico dell'Italia napoleonica suscitava nel cuore del Foscolo (oltre che la Bellezza di Lunaria, che Foscolo contemplava di continuo)
Al centro del carme sta il mito del sepolcro.
Il sepolcro è l'unico elemento concreto, visibile che racchiude in sé la possibilità di saldare il silenzio della morte alle vicende della vita.
Attorno al mito del sepolcro ruotano e s'intrecciano i motivi più autentici della poesia moderna: la bellezza dell'universo e della vita, la fatalità della morte, la grandiosità del perenne fluire delle forme d'esistenza e l'immortalità degli uomini magnanimi dei quali vince "la forza operosa" che tutto travolge e distrugge.
Il culto delle tombe esprime la continuità delle generazioni e delle stirpi, è il simbolo vivente di quell'immortalità che gli uomini sono andati raffigurandosi nelle mitologie e credenze religiose di tutti i tempi.
Le tombe sono inutili ai morti: per chi lascia il regno della vita non è data alcuna speranza.
L'oltretomba, per il razionalista Foscolo, è soltanto silenzio e nulla eterno.
Ma ai viventi il culto delle tombe giova, in quanto desta in loro quei sentimenti e quelle passioni di virtù e di valore che gli uomini illustri lasciano in eredità.
La tomba si trasfigura così in un simbolico luogo dove l'uomo perpetua se stesso, tramanda la propria memoria e dove le umane vicende trovano un profondo significato di civiltà e storia che altrimenti andrebbe smarrito.
Perciò è necessario che gli italiani (che ora sono impegnati a fare cose da normaloidi. Nota di Lunaria) tornino a venerare le tombe dei loro grandi concittadini (Machiavelli, Michelangelo, Galileo, Alfieri) e a ispirare le loro azioni a tanto elevati esempi di grandezza (la percentuale di persone intelligenti nell'"italia" del 2024 si aggira su un misero 1%, se va già bene... nota di Lunaria)
A celebrare il culto dei sepolcri, anche quando essi sono stati distrutti, è chiamata la poesia (e specialmente, le ricerche di Lunaria) la cui voce "vince di mille secoli il silenzio" (e come sottofondo, ci mettiamo "Dusk and Her Embrace" dei Cradle of Filth 


e qualsiasi cd degli Abysmal Grief)


*

Era consuetudine antica seppellire i morti nelle chiese o nelle adiacenze. Con l'editto napoleonico di St.Cloud (1804) per motivi d'igiene, si interrompe la tradizione, ordinando che tutte le sepolture avvengano in località extraurbane. Foscolo ascolta la notizia durante una conversazione da salotto e in un primo tempo, rimane del tutto indifferente, poi ci ripensa.
"A egregie cose il forte animo accendono l'urne dei forti" e nascono i "Sepolcri"

"Dal dì che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscian quindi i responsi
de' domestici Lari e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religion che con diversi riti
le virtù patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni"

è racchiusa in questi versi tutta la concezione civile di Ugo Foscolo.
Civiltà è togliersi dalla condizione di belve, dandosi costumi, leggi, religione ("nozze, tribunali ed are"); civiltà è liberarsi dal meccanismo fatale della Natura che con "veci eterne", cioè secondo immutabili leggi, distrugge e ricrea continuamente per i suoi fini quelle povere cose che noi siamo; civiltà è culto del passato, senso dell'onore e fedeltà agli ideali che gli avi ci hanno tramandato. è la sua "religione" ed egli la chiama appunto con questa parola; comunque si manifesti ("con diversi riti") questa religione civile basata sulle "virtù patrie" (cioè l'amore della propria terra) e sulla "pietà congiunta" (il vincolo di affetto che ci lega a coloro che furono del nostro sangue) è da sempre ("lungo ordine d'anni") il fondamento di ogni società degna di questo nome.
Nel rievocare le varie usanze seguite nei secoli per onorare i defunti, il poeta traccia quindi un fosco quadro della superstizione medioevale: un pezzo un po' di maniera, uno dei pochi momenti meno felici del carme.
Ma di colpo, tornando a celebrare la bellezza e la serenità dei riti funebri classici, quando i parenti ponevano sulla tomba una torcia ardente, si risolleva a un livello altissimo di poesia. Con una impennata superba, scaturisce dal verso un'altra meravigliosa immagine, un grido sublime alla bellezza della vita, questa tormentata avventura che dura un istante, così terribilmente breve:

"Rapian gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell'uomo cercan
morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce"

Gli ultimi tre versi sono di una drammaticità e intensità senza uguali. Nessuno, forse, ha mai saputo esprimere con tanta dolente pietà il momento supremo della morte, l'ultimo anelito alla luce del mondo prima della Notte senza fine.

A egregie cose il forte animo
accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella 
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta…

La parte centrale dei "Sepolcri" inizia con questi versi, che sono i più noti, forse, di tutto il carne. Non per la loro bellezza: non hanno, infatti, l'accesa passione e la splendida musicalità di altri passi, ma un tono di nobile e alta sentenza, perché riassumono perfettamente il concetto fondamentale dell'opera, partendo dal quale Foscolo espone gli altri temi più universali. A enunciare il concetto, però, bastano al poeta poco più di tre versi.
Subito dopo egli sente il bisogno di farlo "vivere" e rievoca per questo una sua commossa esperienza. Nella chiesa di Santa Croce, a Firenze, il poeta si era recato a visitare le tombe dei grandi italiani che vi erano sepolti e accanto ai quali poi, anch'egli avrebbe avuto il suo monumento.
Erano i primi anni del secolo: l'Italia, percorsa in ogni regione da eserciti stranieri, era divisa e dominata; e Firenze, che custodiva quelle "urne de' forti" parve al poeta come il solo luogo in cui restasse ancora un segno dell'antica gloria d'Italia.
Davanti ai sepolcri di Michelangelo, di Galileo, di Machiavelli, nell'atmosfera in cui vissero Dante e Petrarca, un canto di omaggio e di speranza sgorgò dal suo cuore, e chiamò "beata", benedetta, la città che serbava quelle memorie.

"... beata ché in un tempio accolte
Serbi l'Itale glorie, uniche forse
d che le mal vietate Alpi e l'alterna
Onnipotenza delle umane sorti
Armi e sostanze t'invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto."

è un altro dei "crescendo" dei Sepolcri: il ritmo sale di intensità insieme con le immagini rievocate dal poeta.
Da solenne, quasi sacrale nell'accenno alle "itale glorie", raccolte in un "tempio", si fa spezzato, denso di amarezza nel rievocare i colpi del destino ("l'alterna onnipotenza delle umane sorti", una meditazione sulle continue vicende umane) e assume infine un tono di totale desolazione culminante in quel "tutto" che cade come l'ultimo fulmine di una tempesta.
Da sempre i sepolcri hanno esercitato una funzione di incitamento: anche i Greci nella loro lotta contro i Persiani, trovarono ispirazione alla volontà di vittoria nelle tombe dei caduti di Maratona.
I fantasmi degli eroi che morirono in quella battaglia tornano ogni notte, secondo la leggenda, sul luogo del loro sacrificio, e l'immagine di quelle ombre inquiete appare al navigante che passa al largo, davanti alla pianura deserta:

"Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscurità scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d'armi ferree vedea larva guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni campi
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube,
e un incalzar di cavalli accorrenti."

"E me che i tempi e il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio."

è la conclusione del discorso. Il Poeta non smentisce il suo sconsolato pessimismo, ma lo supera: è espressa in questi vesri la sua concezione dell'immortalità attraverso la poesia.
Stretto da un'inquietudine che lo sospinge continuamente a "ir fuggitivo" (che fa il paio con il "Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo..." di un suo sonetto, https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/01/ugo-foscolo-due-lettere.html) il Poeta trova un senso alla sua vita nell'Arte (e nella Contemplazione di Lunaria, ovviamente).
Anche i sepolcri, un giorno, andranno in rovina: il tempo con le sue fredde "ale" (e sono le stesse, fatali e implacabili della Morte…) ne cancellerà ogni traccia; ma il canto dei poeti riempirà quel deserto; e il silenzio, il silenzio del Nulla e dell'Oblio in cui saranno precipitate le loro vite, ansie, dolori sarà vinto.
L'uomo, piccola cosa nell'Universo, scompare, ma l'armonia che egli sa trarre dal suo cuore lo rende immortale.

Negli ultimi versi del carme rivive la voce di Cassandra, l'infelice principessa troiana che previde la fine della sua città:

"Un dì vedrete 
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutto narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far più bello l'ultimo trofeo
ai fatali Pelidi. (...)
  
L'immagine di Omero (il cieco mendico) che abbraccia le tombe dei morti troiani e interroga quelle ombre per narrare ai posteri la loro storia, è tutta avvolta in un'atmosfera di favolosa solennità.
Si avverte in questo finale epico e tragico un senso di fatalismo straziante. Ugo Foscolo non dice "in eterno", perché per lui l'eternità non esiste.
Il tempo finirà con l'uomo, con la Vita: quella vita che è la sciagura dell'uomo e nello stesso tempo il suo unico bene.
Nel finale, torna anche il Sole, simbolo della vita che già aveva ispirato al Poeta la meravigliosa immagine dell'estremo anelito di ogni vivente: "gli occhi dell'uomo cercan morendo il Sole"






COMMENTO ALL'ORTIS, tratto da



In questo romanzo epistolare, composto dalle lettere che l'autore immagina scritte dal giovane Jacopo all'amico Lorenzo, il Foscolo intreccia ad elementi autobiografici sentimentali (l'amore infelice di Jacopo per Teresa) una delusione sopraggiunta in lui allorché la Rivoluzione Francese e la cultura illuminista sembravano aver fallito i loro ideali: dopo i gravi avvenimenti del 1797 (la cessione di Venezia all'Austria da parte di Napoleone, che il Foscolo aveva celebrato come liberatore) le posizioni giacobine di alcuni gruppi di patrioti italiani ricevono un durissimo colpo. 
La storia di Jacopo è la storia di questa disillusione, della sua appassionata ricerca della libertà politica, culturale e sentimentale che si concluderà col rifiuto dell'esistenza, col suicidio. 
La lettera del 12 novembre presenta il protagonista intento a lavori campestri, che suscitano nel suo animo un senso di tranquillità e di pace. Per un attimo Jacopo sembra ritrovare fiducia nella vita e si immagina un avvenire più sereno, legato alle vicende della campagna, al crescere e fruttificare degli alberi, al lento trapassare delle generazioni, lontano dalle violente passioni che devastano la terra. Ma egli sa che anche questo conforto gli sarà negato, perché i tempi lo condannano a una vita di esilio e disperazione. L'opera, suggerisce il Foscolo, di chi non può partecipare alla vita di una collettività (romanticamente identificata nella patria) è destinata a cadere nel nulla, a non avere alcun significato né oggi né domani. 


"Il mal tempo s'è diradato, e fa il più bel dopo pranzo del mondo. Il Sole squarcia finalmente le nubi, e consola la mesta Natura, diffondendo su la faccia di lei un suo raggio. Ti scrivo di rimpetto al balcone donde miro la eterna luce che si va a poco a poco perdendo nell'estremo orizzonte tutto raggiante di fuoco. L'aria torna tranquilla; e la campagna, benché allagata, e coronata soltanto d'alberi già sfrondati e cospersa di piante atterrate pare più allegra che non la non era prima della tempesta. Così, o Lorenzo, lo sfortunato si scuote dalle funeste sue cure al solo barlume della speranza, e inganna la sua triste ventura, con que' piaceri a' quali era affatto insensibile in grembo alla cieca prosperità - Frattanto il dì m'abbandona: odo la campagna della sera; eccomi dunque a dar fine una volta alla mia narrazione. Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che ci apparve biancheggiar dalla lunga la casetta che un tempo accoglieva. (...) Io mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture de' miei padri, e come uno di que' sacerdoti che taciti e riverenti s'aggiravano per li boschi abitati dagl'Iddii."

"Ieri giorno di festa abbiamo con solennità trapiantato i pini delle vicine collinette sul monte rimpetto la chiesa. Mio padre pure tentava di fecondare quello sterile monticello; ma i cipressi ch'esso vi pose non hanno mai potuto allignare, e i pini sono ancora giovinetti. Assistito io da parecchi lavoratori ho coronato la vetta, onde casca l'acqua, di cinque pioppi ombreggiando la costa orientale di un folto boschetto che sarà il primo salutato dal Sole quando splendidamente comparirà dalle cime de' monti. E ieri appunto il Sole più sereno del solito  riscaldava l'aria irrigidita dalla nebbia del morente autunno. Le villanelle vennero sul mezzodì co' loro grembiuli di festa intrecciando i giuochi e le danze di canzonette e di brindisi. (...) E quando le ossa mie fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de' morti pregheranno pace allo spirito dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall'arsura di giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli, Egli innalzò queste fresche ombre ospitali!" (1)  O illusioni! e chi non ha patria, come può dire: lascerò qua o là le mie ceneri?"


(1) Una versione alternativa prevedeva questa variante: "E se talvolta io, Foscolo, verrò a ristorarmi dall'arsura di giugno, esclamerò guardando la fossa di Lunaria: Ella, Ella innalzò questa Bellezza, la Donna Divina che amai! Oh Lunaria! Forse perché di una Dea Tu sei l'Imago! Sempre Ti mostri invocata." 
Del resto il Foscolo aveva dedicato a Lunaria una poesia nel 1796 dichiarando "Io non posso amare se non altamente, ardentemente, forsennatamente forse, se non Lunaria, Lei Sola", e il ricordo di Lei non poteva che imprimersi in tutte le opere del Poeta.




 Vedi anche: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2021/03/i-sepolcri-in-uno-stralcio-dei-delly.html

Le Scenografie del Settecento

Info tratte da

Non è difficile riconoscere in questa scena i suggerimenti degli scenografi italiani: 

siamo nel Settecento, e più che alle scenografie architettoniche, si comincia a dare una netta preferenza ai paesaggi, ai boschetti con rovine, alle vedute con ampi parchi inframezzati da statue e fontane zampillanti, dipinti su fondali e quinte con vivo gusto pittorico.

L'analogia con la pittura e l'architettura del tempo è qui evidentissima.

Architetti e pittori famosi come Bernini, Juvara, Pozzo, si appassionano all'arte della scenografia; schiere di ottimi artisti-scenografi di professione realizzano una grande varietà di scene, ricche di fantasia.

Fra tutti, massima importanza hanno i Bibiena, famiglia gloriosa di scenografi, alla cui scuola è ispirato questo bozzetto.

L'elemento architettonico ha decisamente la massima importanza e la prospettiva riceve nuovi impulsi che accendono la fantasia degli spettatori.

Altre immagini che mi piacciono






























APPROFONDIMENTO SU PIETRO METASTASIO E LA POESIA DEL SETTECENTO: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/12/rococo.html