Amore e Morte, nella Tragedia Italiana del Seicento di Federico Della Valle




Nota bene: Federico della Valle sarà trattato estesamente in un prossimo post, con tutti i suoi versi più belli. Qui riporto una breve introduzione ai temi tipici della Tragedia Barocca e alla "Iudit".

Alla letteratura tragica italiana manca l'esplosione del grande tema manieristico della pazzia (*) e manca anche il grande personaggio, l'eroe narcisista; unica eccezione, l'"Aristodemo" di Carlo de' Dottori, che rappresenta la sola figura tragica, con la sua vittima Merope, del teatro secentesco italiano, la sola che sopporti di essere analizzata come "personaggio", cioè come sintesi individualizzata dei temi contenuti nella tragedia.

Nota di Lunaria: Carlo de'Dottori sarà trattato in un prossimo pdf; per un'analisi alle tragedie di Vittorio Alfieri, che rappresentano un'evoluzione rispetto alle tragedie dei secoli precedenti, vedi questi link:
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/11/le-pagine-piu-belle-della-maria-stuarda.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/11/il-sangue-e-la-vendetta-i-versi-piu.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/08/il-saul-di-vittorio-alfieri-lemergere.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/vittorio-alfieri-vita-e-commento-alla.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/vittorio-alfieri-commento-al-filippo.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/07/vittorio-alfieri-rime-commento-la-dove.html

Non manca ad Aristodemo il carattere narcisista, nell'egocentrismo della sua progettazione e della sua sfida al destino, nel dispotismo solitario delle sue decisioni, fino all'omicidio, in uno stato di esaltazione che rasenta la follia, e infine il suicidio.
Nel Della Valle non è l'eroe ad essere alienato da se stesso, ma sono tutti i personaggi della stessa tragedia ad essere isolati dal mondo, cosicché i loro gesti appaiono emblematici e assoluti. Da ciò la costante rappresentazione in luoghi chiusi e recintati: una prigione ("La Reina di Scotia"), un accampamento ("Iudit"), una reggia ("Ester"), un'isola ("Adelonda di Frigia"); come il luogo è unico, chiuso, recintato, così il tempo è breve, compreso tra alba e tramonto, simbolicamente sospeso tra la vita e la morte. "Il dramma stesso, come assoluto, garantisce e crea da sé il proprio tempo", per usare la definizione di Szondi.
Talvolta la vittima diviene, nella catarsi, il vendicatore di se stesso e quindi, come rimorso, il carnefice del suo assassino; nella "Reina di Scotia" del Della Valle viene assunta la sola prospettiva della prigioniera vittima; nella "Iudit" quella invece del carnefice, perché la protagonista vendica e libera il suo popolo ricorrendo al tradimento e all'omicidio; nell'"Ester" il persecutore degli ebrei Aman diviene vittima delle sue stesse macchinazioni. Nell'"Adelonda di Frigia" la protagonista, vittima della propria prigionia nell'isola delle Amazzoni, diviene carnefice, conoscendo però l'uomo che ama, e libererà se stessa e le altre, riconducendole all'istituzionale e passivo "ruolo di donne".
In queste tragedie barocche sono riconoscibili l'esaltazione della regalità terrena ma anche la sua dipendenza dallo Stato ("Reina di Scotia"), l'omicidio "giusto" e voluto da Dio ("Iudit"), il rapporto tra i sessi come competizione mortale ("Adelonda"); si potrebbe persino far notare che i personaggi protagonisti di Della Valle sono femminili e che nell'"Adelonda" la donna guerriera prefigura l'eroica favola di Iudit, donna che, al contrario, viene trasformata in guerriera ed omicida. In questa coppia centrale di figure contrarie si sistemano altre e minori opposizioni. L'ossessione della decapitazione, in Della Valle, contiene sempre due significati opposti: la candida gola adorna di perle di Maria Stuarda [ripresa anche da Alfieri. Nota di Lunaria], la superba e gemmata testa di Oloferne, simboli della regalità, cadono sotto la mannaia del carnefice e ammoniscono sulla vanità del potere terreno; il letto d'amore in cui Oloferne aspetta Iudit sarà il suo letto di morte; nell'atto di dare la morte, Adelonda riconosce l'amore.


[si noti che Della Valle in "Iudit", "Ester" e "Adelonda" pare quasi divertirsi ad "invertire i ruoli": la donna diventa sacerdotessa o guerriera, l'uomo viene escluso dalla dimensione sacerdotale o diviene vittima sacrificale; alla fine i ruoli vengono ristabiliti "come natura insegna"; basterebbe citare queste definizioni per Adelonda "la bella sacerdote/di reina carnefice fu fatta"; le amazzoni che la accettano come loro sacerdotessa per i riti sacrificali degli uomini forestieri che capitano sulla loro isola sono descritte come "donne son ne le membra, ma gli spirti e l'alma han di crudo guerrier"]
Ogni tragedia di Della Valle propone e accumula tutti i temi: la vita è prigionia e la morte è libertà, l'amore è vita e morte, il fasto polvere, il potere impotente di fronte alla morte, la donna dà la vita e la morte, uccide per liberare, assume il ruolo dell'uomo. L'azione tragica, infine, precipitata e rappresa tra le pallide luci dell'alba e il chiaroscuro del tramonto.

(*) Tema, invece, rappresentato da Shakespeare


dove esplode il grande tema tragico della pazzia nelle sue molteplici variazioni: dalla buffoneria clownesca di origine medioevale, del fool, alla malinconia dell'intellettuale, alla pazzia derivante dalla grandezza, la solitudine dell'individuo tragico, quindi del suo carattere narcisistico. Potremmo citare, oltre agli eroi shakespeariani, il Don Chisciotte, il Faust di Marlowe, il Don Giovanni di Tirso de Molina.

Riporto anche "Maria Stuarda" nella versione di Alfieri in confronto con Della Valle


Lamorre: Oh nuova figlia d'Acàb!
Già l'urla orride sento,
già di rabidi cani ecco ampie canne,
cui tuoi visceri impuri esser den pasto
[...]
Ma no, non vivi: ecco la orribil falce,
che l'empia messe abbatte. Morte, morte...
Sue strida io sento, e già venir meno la miro.
Oh vendetta di Dio, deh, come sconti
ogni delitto!... Il ciel trionfa: è tolta,
ecco, è strappata la perfida donna
dalle braccia d'adultero marito...
[...]
Ma qual vista novella?... Oh tetra scena!
Negri addobbi sanguigni intorno intorno
a fero palco?... E chi sovr'esso ascende?
Oh! Sei tu dessa? O già superba tanto,
or pure inchini la cervice altera
alla tagliente scure? Altra scettrata
donna il gran colpo vibra (*)
Ecco l'infido
sangue in alto zampilla; e un'ombra accorre
sitibonda, che tutto lo tracanna.
Deh, pago in ciò fosse il celeste sdegno!
Ma lunga striscia la trista cometa
dietro a sè trae. Del fianco alla morente
donna, ecco uscir molti superbi e inetti
miseri re. Già in un col sangue in loro
del re dei re la giusta orribil ira
scorre trasfusa...
[...]
Già già tornar nell'aere cieco in folla
veggio gli spettri - Oh! chi se' tu, che quasi
desti pietade?... Ah! sovra te la cruda
bipenne piomba!... Io miro entro a vil polve
rotolar tronco il coronato capo!...
[...] Spaventare... tremar;... quante a vicenda
regali scorgo ombre minori! Oh schiatta
funesta altrui, come a te stessa! I fiumi
fansi per te di sangue... E il merti?
[...]
Secura statti. D'Arrigo è la magion disvelta
fin da radice, dalla incesa polve:
ei fra l'alte rovine ha orribil tomba.


(*) Nota di Lunaria: passaggio che ci fa venire in mente questo sonetto del 1778:

Bieca, O Morte, minacci? e in atto orrenda,(1)
l'adunca falce a me brandisci innante?
Vibrala, su: me non vedrai tremante
pregarti mai, che il gran colpo sospenda.
Nascer, sì, nascer chiamo aspra vicenda,(2)
non già il morire, ond'io d'angosce tante (3)
scevro rimango; (4) e un solo breve istante
de' miei servi natali (5) il fallo ammenda.
Morte, a troncar l'obbrobriosa vita,
che in ceppi io traggo, io di servir non degno,
che indugi ormai, se il tuo indugiar m'irrita?
Sottrammi ai re, cui solo dà orgoglio e regno
viltà dei più, ch'a inferocir gli'invita,
e a prevenir dei pochi il tardo sdegno. (6)

1) In atto orrenda = con aspetto terribile
2) Chiamo aspra vicenda = considero la vita come una fatica sfiancante, dura, insopportabile
3) Angosce tante = tutte le angosce e le fobie che provoca l'idea della morte
4) Scevro rimango = resto immune, privo
5) Servi natali = corregge l'errore di essere nato in tempi servili
6) A prevenir = a impedire che si manifesti, incarcerandoli o uccidendoli.


Qui riporto anche un estratto da "La Reina di Scotia" di Federico della Valle (1628)

Monte è ne l'aria e il sostengon nembi,
al cui penoso piè s'aggiran spirti;
spirti, che stolti e lenti
errando già fra voi, foglie cadenti,
trassero i falli lor dal giorno e l'anno
senza sentirne affanno;
alfin con un sospiro
di consigliato senno
falli e vita finiro:
or piangono l'error e la tardanza
in disperato duol, ma con speranza.
Di gente tal, di region sì ignota
è questa, ch'or udite e mal vedete,
ombra o spirto o fantasma.
[...]  Ma che giovò? Cesser tributi e scettri
a poca terra oscura,
chiamata sepoltura; orrida stanza, pur tanto ha di degno,
che 'n lei riposan cheti
mendicitate e regno, aspri contrari
ai riposi mortali.

I dialoghi tra la Regina e la sua Cameriera:

Reina: Mia vittoria sarà la sepoltura!
Ivi alzerò il trofeo
de l'altrui crudeltade e del mio danno
con poca terra oscura.

Cameriera: Splenda ancora una volta, un giorno il sole
al fortunato ben, ch'or fingo e formo,
e chiuda Morte poi rapida o lenta
i languidi occhi in sempiterna Notte;
ché soave fiè 'l Sonno e caro letto
il feretro e 'l sepolcro.

Reina: "O se fia mai ch'io giunga a riveder i campi de la mia patria amata del regno, ove già lungo antico rivo del sangue mio ben glorioso corse fra scettri e fra corone, ove'l cenere giace di tant'ossa onorate ond'ebber carne queste carni stanche, che dirò? Che farò? Qual sarà il core? Qual saranno i pensieri?"

Qui viene descritta la morte della Regina di Scozia, decapitata :

Cameriera: [...] Or t'ha tronco aspro ferro ( = spada), e tetro sangue
t'è orrido monile!

Maggiordomo: Indi con sol duo passi s'è accostata
a la terribil falce, che 'n mirarla
spirava orror, sì ampia e sì radente,
e ginocchion s'è posta.

COMMENTO ALLA "IUDIT"

Due tra le opere più famose di della Valle sono "La Reina di Scotia" e "Iudit": la prima efficacemente positiva soprattutto per la contenuta e profonda poesia che informa la figura della protagonista stessa, la seconda per la drammaticità dell'azione che occupa il testo.
Umanità viva ed intensa raccolta nell'anima di Maria Stuarda: e dall'anima essa si sprigiona a chi è intorno, ne satura l'ambiente; mobilità continuamente presente e grave nella pagine della "Iudit".
Maria di Scozia è peraltro la regina ingiustamente condannata a morte e che affronta con regale dignità la morte; Iudit, tratta dalla storia biblica, ha i caratteri dell'eroina liberatrice: dalle mura di Betulia, illuminate sinistramente per la luce delle armi, risuona la sua voce di vittoria che annuncia la sconfitta del tiranno Oloferne. è proprio in questa tragedia e nella figura di Oloferne, che Federico della Valle concludeva non solo il tema del tiranno barbaro, appreso dal teatro del Rinascimento e dalla meditazione politica del Cinquecento, ma più intimamente l'esplorazione condotta nella cerchia del suo capolavoro "Maria la Reina di Scozia": la regalità che non si consacra e non si redime in un atto sacrificale precipita nella grottesca inumanità.

Nota di Lunaria: qui riporto i passi più celebri di "Iudit": vittoriosa su Oloferne, Iudit parla al popolo dall'alto delle mura di Betulia; figura ardente di vigore, infiammata dal trionfo, carica di fierezza, ella riempie le pagine della tragedia della propria dinamicità incontenibile. La sua personalità irrompente concentra su di sé l'attenzione del popolo e crea nella storia evolutiva del dramma momenti di sospesa tensione, sullo sfondo di un paesaggio che si delinea esso pure fortemente inquieto come l'animo della protagonista.
Più mossa dal punto di vista dell'azione, della "Reina...", questa tragedia di della Valle vive proprio soprattutto per l'intensa forza segreta che anima e dirige i movimenti di Iudit.

Iudit: Lodate, o di Giacob stirpe fedele,
santa gente, lodate il nostro Dio,
che le speranze nostre in lui fermate
non have abbandonate!
Ed adempiendo quel ch'egli promise
di bene e di salute ad Israelle,
con questo braccio mio,
feminil braccio imbelle,
ha ferito, ha percosso
il fier nemico dal Levanto mosso
ad incendio, a ruina
de la santa Città (1), del sacro Altare (2),
ove benigna spaventando appare
la Somma (3) de le glorie eterne.
Vinto è Oloferne, è vinto!
Ed eccone la testa alta e superba!
Questa ha tronco il gran Dio da l'empio busto
per la man mia, con la spietata spada
che balenava già focosa e fiera
sovra noi tutti, sovra torri e mura
de la nostra Betulia, pria vicina
ad esser piaggia di virgulti e d'erba.
[...]

Ozia: O donna eccelsa oltre ogni eccelsa, e chiara
figlia già di Merari, or più al gran Dio
figlia diletta e cara:
benedetta sei tu più ch'altra mai,
e ne l'eterno giro anco degli anni
benedetta sarai!
Tu, gloriosa aita ai nostri danni,
da la divina mano
animata, condotta,
hai percosso, hai ferito
il rubello di Dio, crudo, feroce,
ch'osò con empia voce
negar l'eccelsa maestà regnante
e tentar arrogante
seggio egual, culto eguale
al Santo, a l'Immortale.
[...]
E 'n questo giorno
il tuo bel nome ha adorno
di corone di glorie alte, lucenti,
sì che l'ammirin poi
nei secoli a venir gli anni e le genti,
dicendo: "Iudit bella, Iudit forte,
il bianco sen di tenerezza armato
oppose, offerse, porse
a mille orride schiere
di genti inique e fiere
al coltel de la morte,
ed animosa aspro nemico vinse,
che la sua patria cinta
tenea di mortal rischio
e l'avea quasi estinta:
tanto in molle bellezza
ebbe ardir e fortezza!"

Iudit: Or udite, fratel, quel che ci resta
di tanta impresa ancor [...]
questa testa sanguigna si sospenda,
e da le mura penda [...]e entrando
nel padiglion sua stanza,
il miserabil tronco ritrovando
giacer in sangue involto,
perduta ogni speranza,
sorgerà tema e orrore, e cieca fuga
si farà in lor furore.

1) Gerusalemme
2) l'Arca dell'Alleanza dove erano le tavole date a Mosè.
3) Si riferisce alla potenza di Jahvè, terribile, buono e temuto, come la concezione biblica lo presenta

Per approfondire le Poetesse del Seicento: https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/le-poetesse-di-fine-cinquecento-e-del.html