''La Morte di Artù'' di Alfred Tennyson


Tratto da


Questa è la storia che il coraggioso Sir Bedivere,
primo ad andarsene di tutti i Cavalieri,
raccontò, quando non era più che una voce,
nel bianco inverno della sua vita,
per coloro con cui viveva:
nuove facce, altri spiriti.

Infatti, durante la loro marcia verso occidente,
Bedivere, che camminava lentamente
in mezzo all'esercito addormentato,
udì i lamenti del Re nella sua tenda.

"L'ho trovato nello scintillio delle stelle,
l'ho notato nei campi in fiore,
ma la Sua presenza negli uomini non ho trovato.
Ho condotto le Sue guerre,
e ora muoio.
Oh, povero me! Perché tutto
qui intorno a noi è
come se qualche Dio minore
avesse creato il mondo,
ma non avesse avuto la forza
di modellarlo come voleva,
finché il Grande Dio
non l'ha visto dall'Aldilà,
non vi è entrato,
e non lo ha reso più bello.
O altrimenti come se il mondo
fosso totalmente bello,
ma gli occhi degli uomini
fossero ottusi e ciechi,
e non avessero il potere
di vedere com'è.
Forse perché noi non riusciamo
a vedere da vicino.

Io, essendo un semplice,
ho pensato di mettere in pratica
la Sua volontà, ma ho soltanto
colpito invano con la spada.
E colui su cui avevo fatto affidamento
per mia moglie e per l'amicizia,
ha tradito la mia pace,
e tutto il mio regno
arretra verso uno stato bestiale,
e non esiste più.
Mio Dio, mi hai dimenticato
nel momento della mia morte:
no... Dio mio, Cristo... io muoio,
ma non perirò."

Allora, prima di quell'ultima
mistica battaglia a occidente,
ad Artù venne in sogno,
essendo stato Gawain ucciso
in combattimento da Lancillotto,
il suo fantasma portato
da un vento errabondo e accanto al suo orecchio
mormorò: "Vano, vano è ogni piacere!
Salute, o Re! Domani morirai!
Addio!
Ma c'è un'isola in cui potrai riposare.
Io sono trasportato da un vento errante,
e vano, vano è ogni piacere!"
Poi continuò più debole,
come gli uccelli selvatici
quando cambiano le stagioni
e si lamentano la notte a modo loro.

Da nuvola a nuvola, sulle ali del vento,
il fantasma mormorò ma, nell'avanzare,
si mescolò con grida cupe, lontano,
nella foschia tra le colline
illuminate dalla luna,
come qualche città solitaria
saccheggiata di notte,
quando tutto è perso,
e le mogli e i bambini, tra i lamenti,
passano sotto nuovi Signori.

E Artù si svegliò e gridò:
"Chi ha parlato? Era un sogno?
Oh, luce nel vento!
Tua, Gawain, era la voce, e queste grida cupe
sono tue? O tutti quei rifugi
desolati e selvaggi si lamentano
sapendo che spariranno con me?"

Questo udì il coraggioso Sir Bedivere, e parlò.

"Oh, povero me! Lasciate qualsiasi desiderio,
gli Elfi, e l'innocuo bagliore dei campi:
ma al contrario, il vostro nome e la vostra gloria
resteranno attaccati a tutti i luoghi
come una nuvola dorata
per sempre, e questo
anche se non morirete.
Luce era Gawain in vita,
e luce è Gawain nella morte,
perché il fantasma è come l'uomo.
E non preoccupatevi per il fatto
di averlo sognato, ma alzatevi!
Sento i passi di Mordred a occidente:
c'è con lui molta della vostra gente,
e Cavalieri che una volta erano vostri,
che avete amato
ma, fattisi ingrati quei pagani,
ora sputano sui loro voti e su di voi.
Nel loro cuore sanno perfettamente
che siete il loro Re.
Alzatevi dunque! Mettetevi in viaggio
e conquistateli
come facevate una volta!"

Allora Re Artù si rivolse a Sir Bedivere.

"Molto diversa è questa battaglia a occidente
verso la quale ci dirigiamo,
di quando combattevano da giovani,
vincevamo re insignificanti,
e lottavamo per Roma,
oppure scacciavamo i pagani dalle mura romane
e li facevamo tremare spingendoli verso nord.
Cattivo destino è quello mio
di dover combattere contro la mia gente
e i miei Cavalieri.
Il Re che lotta contro la sua gente,
lotta con se stesso.
E, in quanto ai miei Cavalieri,
che una volta mi amavano, il colpo che li uccide
è per me come la mia stessa morte.
Comunque procediamo, e vediamo di trovare una strada
attraverso questa cieca foschia che,
da quando ho visto uno giacere tra la polvere ad Almesbury,
si è chiusa sui paesi del mondo"

Allora il Re si alzò e fece muovere il suo esercito di notte.
E continuò a spingere indietro Sir Mordred,
lega dopo lega, verso il confine,
al crepuscolo di Lyonesse,
una terra salita anticamente dagli abissi
attraverso il fuoco,
per poi sprofondare di nuovo negli abissi
dove vivevano residui di gente dimenticata,
e le alte montagne terminavano
in una costa di sabbia sempre mutevole,
mentre in lontananza
un mare fantasma tutt'intorno
si lamentava.

Lì l'inseguitore non poteva più inseguire,
e colui che fuggiva non poteva più sfuggire al Re.
E lì, quel giorno in cui la grande luce del cielo
bruciò più bassa in quell'anno travagliato,
sulla sabbia accanto al mare desolato
giacquero in molti.

Mai Artù aveva sostenuto una lotta
come quell'ultima e magica battaglia
a occidente.
Una nebbia bianca come la morte
scivolò sulla sabbia e sul mare,
il cui freddo, a chi lo respirava,
prosciugava il sangue,
finché tutto il suo cuore non fu gelato
per una paura senza nome.
E cadde perfino su Artù,
così che l'amico e il nemico
erano ombre nella confusione causata dalla nebbia,
poiché non vedeva chi combattesse.

E l'amico uccise l'amico non sapendo chi uccidesse.
Alcuni ebbero la visione di un giovane dorato,
alcuni videro le facce di vecchi fantasmi
osservare la battaglia e, nella nebbia,
c'erano molti nobili destrieri, molti zoccoli,
e abilità e forza nei singoli combattimenti.
Poi, di tanto in tanto, si udivano
i colpi sferrati da un esercito contro l'altro,
le lance che si frantumavano,
le forti maglie metalliche spaccate,
scudi che si rompevano, il rumore metallico
dei brandi, il fragore delle mazze
sugli elmi fracassati,
e grida d'invocazione a Cristo
da coloro che, cadendo a terra 
alzavano lo sguardo verso il cielo,
ma vedevano soltanto la nebbia.
E le grida dei Cavalieri blasfemi e traditori,
imprecazioni, insulti, oscenità,
e mostruose bestemmie.
Sudore, contorcimenti, angosce,
l'ansito dei polmoni in quella nebbia fitta,
grida che invocavano la luce,
i lamenti di quelli che morivano,
e le voci dei morti.
Alla fine, come accanto a un letto di morte
dopo il lamento della sofferenza,
seguì il silenzio, o la morte,
oppure uno svenimento simile alla morte.
Così, su tutta quella spiaggia,
ad eccezione di qualche sussurro
del mare in subbuglio,
scese una quiete mortale ma,
quando il giorno di dolore
divenne più cupo verso il crepuscoloo,
giunse un vento pungente da nord
che spostò la nebbia,
e con quel vento si alzò la marea.

Il pallido Re lanciò un'occhiata
sul campo di battaglia,
ma nessun uomo si muoveva:
non si udiva né il grido di un cristiano
né quello di un pagano.
Solo l'onda tremula faceva irruzione
tra le facce pallide,
avanti e indietro,
agitando le mani inermi, e su e giù
rovesciando gli elmi vuoti
di coloro che erano caduti,
e faceva rotolare i brandi
che una volta avevano combattuto per Roma,
spingendoli lungo la spiaggia tetra.
Era la voce dei giorni passati,
e di quelli futuri.

Allora Artù parlò a Sir Bedivere e,
più bianco della nebbia che per tutto
quel giorno aveva avvolto
il campo di battaglia,
era il Re.

"Hai sentito questa possente voce
che scuote il mondo, devasta lo stretto regno
verso cui ci muoviamo,
e colpisce le facce dei morti:
dei miei morti,
come quelle di coloro che non sono morti per me?
Oh, Bedivere, sul mio cuore è scesa
una gran confusione,
al punto che non so più chi sono,
né da dove vengo,
né se sono un Re.
Guarda: sembro soltanto un Re di morti!"

Così replicò il coraggioso Bedivere

"Mio Re! Re ovunque! E, se mai è dato
che i morti abbiano dei Re,
allora anch'io vi onorerò come Re,
Tuttavia la vostra vita è ancora integra,
così come sono ancora vivo io che vi amo.
Ma chi vi odia, colui che ha riportato
i pagani tra di noi, eccolo laggiù:
Mordred, incolume,
il traditore della vostra famiglia!"

Allora il Re parlò.

"La mia famiglia è stata la mia rovina.
Ma non definire un traditore della mia famiglia
colui che ha vissuto sotto lo stesso tetto con me.
La mia famiglia è rappresentata piuttosto
da coloro che mantennero i miei voti.
Sì anche quando li infrangevano,
mi riconoscevano come loro Re.
Ed è un bene per te che parli nella mia ora oscura,
quando tutta la potenza del mio trono
è venuta meno,
che, vivo o morto che sia,
tu mi consideri un Re.
Re io sono, quali che siano le loro grida,
e un ultimo anno da Re
vedrai prima che muoia!"

E, pronunciando queste parole,
il Re fece una smorfia a Mordred:
questi allora colpì il suo Signore
forte su quell'elmo che molte spade pagane avevano colpito debolmente,
mentre Artù, con un solo colpo,
vibrando l'ultimo fendente con Excalibur,
lo uccise e, colpito a morte anche lui,
stramazzò al suolo.

Così, per tutto il giorno,
il rumore della battaglia rotolò tra le montagne
accanto al mare invernale,
finché la Tavola di Re Artù,
uomo dopo uomo,
non cadde a Lyonesse intorno al suo Signore.
Poi siccome la sua ferita era profonda,
il coraggioso Sir Bedivere lo sollevò,
e lo portò in una cappella
vicina al campo di battaglia.
Si trattava di un coro e un presbiterio
in rovina con una croce rotta,
che si trovava su uno scuro
lembo di terra arida:
da un lato si stendeva l'oceano,
dall'altro una grande distesa d'acqua limpida,
e la luna era piena.

Ancora Re Artù parlò a Sir Bedivere.

"Gli eventi odierni hanno distrutto
la più bella Compagnia di famosi Cavalieri
di cui il mondo abbia testimonianza.
In un sonno profondo sono scesi
tutti gli uomini che amavo.
Credo che, in un tempo futuro,
non delizieremo più il nostro spirito
con narrazioni delle gesta dei Cavalieri,
camminando per i giardini e i saloni
di Camelot, come nei giorni che furono.
Muoio accanto a queste persone
alle quali ho giurato
che, attraverso Merlino,
sarei tornato a governare ancora una volta."

Ma che sia ciò che deve essere:
io sono stato colpito sull'elmo così forte,
che senza aiuto non riuscirò
a sopravvivere sino al mattino.
Perciò prendi la mia spada Excalibur,
che era il mio orgoglio.
Ricordo come, in quel tempo remoto,
un meriggio d'estate
un braccio uscì dalla superficie del lago
coperto di sciamito bianco,
mistico, meraviglioso,
tenendo la spada,
e come remai, la presi e la cinsi,
simile a un Re.
Ma dovunque canteranno o narreranno
la mia storia in futuro,
anche questo si saprà.
Ora non indugiare oltre:
prendi Excalibur e gettala in mezzo al lago.
Quindi osserva quello che vedi e riferiscimi"

Gli rispose il coraggioso Bedivere:

"Non è opportuno, mio Re,
lasciarvi in queste condizioni,
inerme, solo, e colpito sull'elmo.
La più piccola cosa potrebbe nuocere
a un uomo così ferito.
Tuttavia farò quello che mi avete chiesto:
osserverò quello che accadrà, e vi riferirò."

Così dicendo uscì dal santuario in rovina,
e nella luce sanguigna
vide il luogo delle tombe
dove giacevano le ossa di possenti
uomini antichi, e di vecchi Cavalieri.
Su di esse fischiava il vento dal mare,
acuto, freddo, con dei fiocchi di spuma.
Scendendo quindi lungo sentieri ricurvi
e sporgenze di rocce appuntite,
giunse infine alla superficie del lago.

Lì estrasse la spada Excalibur.
E su di lui che la estraeva, la luna invernale,
che illuminava i margini di una vasta nuvola,
corse avanti e risplendette con fiamme di gelo
sopra l'impugnatura.

Tutta l'elsa brillava di scintille di diamanti,
di miriadi di luci di topazi,
e lavori della gioielleria più fine.
La fissò così a lungo,
che entrambi i suoi occhi erano confusi
mentre stava immobile, indeciso,
con questa via e l'altra che dividevano
la sua volontà
nell'atto di lanciare la spada.
Ma alla fine gli parve meglio
lasciare Excalibur nascosta lì
tra le lastre di pietra piene di sporgenze
che fischiavano rigide e aride
vicino all'acqua.
Poi tornò lentamente dal Re ferito.

Allora Re Artù chiese a Sir Bedivere:

"Hai portato a termine la missione
che ti ho affidato?
Cos'hai visto? O cos'hai sentito?"

E il coraggioso Sir Bedivere rispose:
"Ho sentito le onde passare tra le canne
e l'acqua impetuosa lambire il dirupo."

Al che rispose Re Artù, debole e pallido:

"Hai tradito la tua natura e il tuo nome
non dando una risposta vera
come si addice alla tua fedeltà,
non come un nobile Cavaliere.
Perché sicuramente avrebbe dovuto esserci
un segno, o una mano, o una voce,
oppure un movimento del lago.
è vergognoso per gli uomini mentire.
Comunque, ora ti affido questo compito:
vai di nuovo in fretta,
perché mi sei amato e caro,
e fai quanto ti ho detto.
Poi osserva e riferiscimi."
Allora Sir Bedivere andò una seconda volta:
attraversò la cresta
e camminò accanto al lago,
contando i ciottoli rugiadosi
immerso nei suoi pensieri.
Ma, quando vide quella meravigliosa
impugnatura, e quanto stranamente e singolarmente
fosse lavorata, battè il palmo delle mani
uno contro l'altro e gridò:

"Se gettassi veramente via il brando -
sicuramente un oggetto prezioso,
degno di nota -
sarebbe perso per sempre alla terra
questo tesoro che avrebbe potuto
procurar piacere
agli occhi di molti uomini.
E quale bene ne verrebbe
se ciò fosse fatto?
E quale male se non venisse fatto?
Non è bene disobbedire,
visto che l'obbedienza è il fondamento
e il vincolo della legge.
Sarebbe quindi meglio obbedire
se un Re chiede un atto senza scopo,
contro se stesso?
Il Re è ferito, e non sa quello che fa.
Quale testimonianza o reliquia
del mio Signore
ci sarebbe in futuro,
se non soltanto vuote parole,
pettegolezzi e dubbi senza fine?
Ma, se invece questa spada fosse conservata,
rinchiusa in una qualche stanza del tesoro
di re potenti,
qualcuno potrebbe mostrarla in un torneo
dicendo: "Ecco la spada di Re Artù, Excalibur,
creata dalla solitaria Fanciulla del Lago.
Per ben nove anni la costruì,
seduta nelle profondità,
o nelle caverne nascoste sulle colline."
Così qualche vecchio potrebbe in futuro
parlare a tutta la gente,
ottenendo onore e rispetto,
Ma ormai molto onore e molta fama
sarebbero andati persi."

Così parlò, annebbiato dalla sua idea,
e nascose Excalibur una seconda volta.
Poi tornò lentamente dal Re ferito.

Re Artù gli chiese allora respirando a fatica:

"Cos'hai visto? O cosa hai sentito?"

E il coraggioso Sir Bedivere gli rispose:

"Ho sentito l'acqua lambire il dirupo,
e le onde passare tra le canne".

Al che Re Artù replicò, assai adirato:
"Ah, miserabile, crudele e bugiardo!
Cavaliere indegno e traditore!
Me misero!
L'autorità si dimentica di un re morente,
privato di quel potere dei suoi occhi
che fa piegare la volontà!
Ti vedo per quello che sei, giacché tu,
l'ultimo rimasto di tutti i miei Cavalieri,
e nel quale dovrebbero accentrarsi
i doveri di tutti,
sei pronto a tradirmi
per quella preziosa impugnatura,
o per il desiderio dell'oro,
oppure come una ragazza che dà valore
solo al vertiginoso piacere di ciò che vede.
Tuttavia, siccome un uomo
può fallire nel suo compito due volte
e la terza avere successo, vai:
ma, se farai a meno di gettare
Excalibur nel lago,
mi alzerò e ti ucciderò
con le mie stesse mani"

Allora Sir Bedivere si alzò in fretta e corse.
Poi, saltando con leggerezza sui crinali,
affondò tra i cespugli di giunchi
e, afferrata la spada,
la fece girare sul proprio capo con forza,
e poi la lanciò.
Il grande brando produsse dei lampi
nello splendore lunare
e, girando, lampeggiando e roteando
fino a formare un arco, saettò
come un'aurora boreale a nord,
vista quando le isole sono scosse
dalle onde invernali di notte,
nel fragore del mare settentrionale.

Così balenò per un istante
e poi ricadde la spada Excalibur
ma prima, che colpisse la superficie dell'acqua,
si alzò un braccio coperto di sciamito bianco,
mistico, meraviglioso,
e la prese per l'impugnatura,
la brandì tre volte,
e la portò sotto il lago.
Allora Bedivere tornò tranquillo dal suo Re.

Così gli parlò Artù, tirando un respiro rauco:
"Ora vedo dai tuoi occhi
che ciò che ti ho detto è stato fatto!
Parla chiaro: cos'hai visto o sentito?"

E il coraggioso Sir Bedivere rispose:

"Maestà, ho chiuso gli occhi affinché le gemme
non accecassero la mia volontà,
perché non ho mai visto,
né vedrò mai qui o in qualasiasi altra parte,
finché non morirò, anche se dovessi vivere
tre vite degli uomini mortali,
una meraviglia come quella impugnatura.
Allora, con entrambe le mani,
l'ho lanciata facendola roteare ma,
quando ho guardato di nuovo,
ho visto un braccio coperto
di sciamito bianco, mistico, meraviglioso,
che l'ha presa per l'impugnatura,
l'ha brandita tre volte,
e l'ha portata poi sotto al lago."

E Re Artù rispose, respirando affannosamente:

"La mia fine si avvicina: il momento
in cui me ne sarò andato.
Allarga le spalle per ricevere il mio peso,
e portami sulla riva.
Tuttavia temo che la mia ferita
abbia preso freddo, per cui morirò."

Così dicendo si alzò da terra lentamente,
con dolore, appoggiandosi al braccio del Cavaliere,
e appariva pensieroso con i suoi
enormi occhi blu, simile a un quadro,
Sir Bedivere lo guardò attraversò le lacrime,
pieno di rimorsi,
e avrebbe voluto parlare,
ma non trovò le parole.
Poi lo prese con cura
e, appoggiando un ginocchio a terra,
lo tirò su entrambe le spalle per le mani
abbandonate e, sollevatosi,
lo trasportò attraverso il luogo
delle tombe.

Ma, mentre camminava, Re Artù ansimò forte,
come uno che ha un incubo nel suo letto
quando tutta la casa è silenziosa.
Poi il Re gli fece un cenno,
borbottando e mormorandogli all'orecchio:
"Presto! Presto! Temo che sia già troppo tardi,
e sto per morire"
Ma Bedivere passò rapidamente
da crinale a crinale,
avvolto dal suo respiro, e apparendo
mentre camminava sulle colline ghiacciate,
più grosso di un uomo.

Udì il mare dietro di lui,
e un grido sul davanti.
La sua volontà lo guidò come un pungolo.
Urtò con l'armatura nelle caverne
coperte di ghiaccio e nei dirupi sterili.
A sinistra e a destra,
la rupe spoglia risuonò con fragore
intorno a lui,
mentre poggiava i piedi
su delle sporgenze del dirupo scivoloso, 
che risuonavano, battute bruscamente
dai colpi dei talloni
coperti dall'armatura.
E improvvisamente, ecco!
La superficie del lago e le lunghe glorie
della luna invernale.

Videro allora che si stava avvicinando
una grande e cupa barca a remi,
scura come una fascia da funerale
dalla prua alla poppa.
Mentre scendevano, si resero conto
che tutto il ponte era pieno
di figure imponenti vestite di nero,
con i cappucci neri, come in un sogno.
Tra queste vi erano tre Regine
con corone d'oro,
e da loro si levò un grido che fece tremare
anche le stelle tremule poi,
come se fosse una voce sola,
un'agonia di lamenti simile a un vento
che urla tutta la notte in una terra
desolata dove nessuno viene,
o è mai venuto,
dalla creazione del mondo.

Mormorò allora Artù:
"Mettimi sulla barca".
Così giunsero alla barca.
La le tre Regine protesero le mani,
poi presero il Re e piansero.
Ma una, la più alta di tutte,
e la più bella,
poggiò la testa dell'uomo sul proprio grembo,
gli tolse l'elmo spaccato,
gli strofinò le mani e lo chiamò per nome,
lamentandosi forte
e facendo cadere amare lacrime
sulla sua fronte striata di sangue scuro.

Bianca era la sua faccia e senza colore,
come la luna avvizzita colpita
dai nuovia raggo del sole nascente.
Le sue gambiere e i cosciali
erano coperti dalle ammaccature
dei colpi ricevuti nella battaglia,
e i suoi riccioli luminosi e lustri
- che rendevano la sua fronte
simile al fulgore dorato del sole
alto sul suo podio - erano
inariditi dalla polvere oppure,
raggrumati in alcuni punti
o sciolti che penzolavano,
erano mischiati con la barba da Cavaliere
che gli ornavano le labbra.

Così, come una colonna diruta
era disteso il Re.
Non come quell'Artù che, con la lancia in resta,
dallo sperone alla piuma del cimiero
era una stella dei tornei,
trapassava gli scudi a Camelot,
e caricava davanti agli occhi
delle dame e dei re.

Gridò allora forte Sir Bedivere:
"Ah, mio Signore Artù, dove andrò ora?"
Dove nasconderò la fronte e gli occhi?
Perché ora vedo che i buoni tempi antichi
sono morti,
quei tempi in cui ogni mattina
portava una nobile avventura,
e ogni avventura
un nobile Cavaliere.
Tempi simili non sono più esistiti
da quando la luce portò gli antichi Santi
con il dono della mirra.
Ma ora è sciolta l'intera Tavola Rotonda,
che era l'immagine di quel mondo possente,
e io, l'ultimo,
proseguo senza più compagni,
mentre i giorni si oscurano intorno a me,
e gli anni,
tra nuovi uomini, facce estranee
e altre menti.

E Artù rispose lentamente dalla barca:
"Muta l'ordine antico
lasciando il posto al nuovo,
e Dio si realizza in molti modi,
affinché un qualche genere di vita
non corrompa il mondo.
Non essere triste, quale conforto ho io?
Ho vissuto la mia vita,
e quello che ho fatto
possa Lui renderlo meritevole!
Ma tu, se non dovessi vedere mai più la mia faccia,
prega per la mia anima.
Più cose vengono create dalla preghiera
di quanto questo mondo possa immaginare.
Quindi alza la voce al Signore per me
come un fantasma, giorno e notte.
Per cosa gli uomini sono migliori
delle pecore e delle capre
che nutrono una vita ottusa
dentro al cervello se,
conoscendo Dio,
non sollevarono le mani nella preghiera,
sia per se stessi che per coloro
che chiamano amici?
Perché così tutta la terra rotonda
è legata da catene dorate
ai piedi di Dio.
Ma ora addio.
Sto per compiere un lungo viaggio
con costoro che vedi,
se poi parto davvero
(perché la mia mente è annebbiata dai dubbi)
per l'isola-valle di Avilion,
dove non cade grandine, né pioggia, né neve,
e il vento non soffia mai forte,
ma giace coperta di prati, felice, bella,
con frutteti e vallate ombrose
coronate dal mare estivo.
Là guarirò dalla mia grave ferita."

Così disse, e la barca, con i remi e la vela,
si mosse dalla spiaggia
come un cigno pettoruto che,
emettendo un canto selvaggio
prima della sua morte,
si arruffa le piume pure e fredde,
e segue il corso dell'acqua con bruni piedi palmati.
Sir Bedivere rimase a lungo
a rimuginare antichi ricordi,
finché lo scafo non sembrò
un puntino nero contro la linea dell'aurora.
E sul lago il lamento svanì.

Ma quando quel lamento fu cessato per sempre,
la calma di quell'alba invernale della terra
di morti, lo stupì e gemette:
"Il Re è morto!"
E con questo gli venne in mente una strana rima:
"Da una grande profondità è giunto,
e in una grande profondità va"

Al che si voltò e salì lentamente
gli ultimi erti passi di quell'alto dirupo
quindi notò lo scafo nero muoversi ancora
e gridò:
"Ora va per essere Re tra i morti ma,
dopo essere guarito della sua grave ferita,
verrà di nuovo.
Ma, se non dovesse venire più, allora,
povero me!
Possono quelle scure regine in quella barca nera,
che gridavano e si lamentavano,
essere le tre che abbiamo visto
quell'importante giorno quando,
vestite di vivida luce,
davanti al suo trono stavano in silenzio,
amiche di Artù,
che dovranno aiutarlo?"
Poi, all'alba, parvero giungere,
deboli come se venissero dai confini del mondo,
come l'ultima eco nata
da un grande grido,
dei suoni, quasi che una bella città
fosse una sola voce
attorno a un Re che tornava dalla guerra.

Al che, ancora una volta,
Bedivere si mosse
e salì più in alto che potè.
Vide, o pensò di vedere, sotto
un arco formato dalla sua mano
e sforzando gli occhi,
il puntino che trasportava il Re
lungo le vaste acque
che si aprivano nelle profondità
da qualche parte in lontananza,
continuare a procedere e diventare
sempre più piccolo,
per poi svanire nella luce.
E il sole si levò
portando seco il nuovo anno.


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