Commento al "Vampiro" di John Polidori

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Il vampiro ha legato indissolubilmente il proprio nome a una forma, piuttosto che a un genere letterario, fiorito parallelamente al Romanticismo Inglese, che si affermò verso la metà dell'Ottocento. Ricercandone l'origine, viene naturale pensare a un certo manierismo dell'orrore che, consolidatosi in Inghilterra sul finire del Settecento e in cui confluirono un'immensa varietà di influenze culturali, a partire da Shakespeare e da "Ossian", aveva avuto come massimi esponenti Horace Walpole e Ann Radcliffe.

Nota di Lunaria: vedi http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/05/introduzione-al-castello-di-otranto-di.html
http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/06/le-scrittrici-della-narrativa-horror-la.html
   

Una forma che situatasi tra gli estremi letterari dell'Aufklarung e del Romanticismo, aveva dato vita a quella corrente nota come "novelist of the terrific school". L'impostazione di questi racconti si basava su un rigido schematismo che imponeva elementi e situazioni di obbligo. Il primo racconto che, staccandosi dalla corrente della terrific school, si riavvicinava alle posizioni de romanzo fu senz'altro "The Vampire" di John William Polidori. Di origine italiana, nato a Londra il 7 settembre 1795, Polidori rappresenta una curiosa figura di medico e scrittore. Figlio di Gaetano Polidori (segretario del grande poeta Vittorio Alfieri), compì gli studi a Edinburgo. Fu per gran parte della sua breve vita medico e segretario di Byron, al quale era legato da un rapporto ambivalente: una morbosa amicizia, cui si contrapponeva un odio non meno esasperato: sentimenti, pare, ricambiati da Byron. Dopo la rottura col poeta e ristrettezze economiche, non potendo saldare un debito d'onore, si diede la morte con un veleno di propria composizione nel 1821.

Pur essendo autore di un lungo racconto, di alcuni saggi e poesie, la sua figura nel panorama letterario inglese viene ricordata esclusivamente per "The Vampire", composto ne 1816, che rappresenterà una pietra miliare non solo per quanto concerne l'elaborazione letteraria della figura del vampiro, ma per il suo protagonista destinato a diventare l'archetipo dell'eroe malvagio del romanzo nero. Liberato dalle incrostrazioni folkloriche della credenza slava ed eliminati tutti i contenuti prosaici, il vampiro di Polidori (e in seguito i suoi epigoni) perde tutte le connotazioni rozze e popolari per diventare un raffinato aristocratico, un gentleman alto e smunto, vestito di nero e perennemente assetato di sangue di belle fanciulle. Il viso pallido e lo sguardo terribile e penetrante contribuiscono a conferire a questa figura dannata e solitaria un fascino nuovo e sinistro. Le caratteristiche del personaggio di Polidori diventeranno parte integrante dell'uomo fatale, tanto in voga tra i romantici e ancor prima nei romanzi inglesi dell'orrore. Certi elementi ricorreranno in seguito con insistenza e uniti a quelli tipici del vampiro, ci daranno il perfetto modello del genere, che si incarnerà poi in quello che ne è considerato il capolavoro: il "Dracula" di Stoker.
L'idea del racconto era nata durante il soggiorno a Ginevra, a villa Diodati, in compagnia di Mary e Percy Bysshe Shelley. A causa del tempo uggioso, Byron propose agli amici di scrivere, ciascuno, una storia dell'orrore. L'unica, a impegnarsi seriamente, fu Mary Shelley, che compose il "Frankenstein" mentre Byron abbozzò una storia di vampirismo, che poi abbandonò. Polidori, dopo aver fatto un tentativo con una storia che non riuscì a portare a termine, elaborò il frammento di Byron e infatti il  personaggio-vampiro del racconto, Ruthven, è palesemente ispirato a Byron, dal fisico al carattere, allo stesso nome, preso a prestito dal romanzo "Glenarvon" di Caroline Lamb, ispirato a sua volta a Byron. Il romanzo della Lamb uscì nel 1816: in esso l'autrice, non senza un malcelato rancore, aveva fatto vestire a Byron i panni del crudele Ruthven Glenarvon, assassino delle proprie amanti, che viene infino rapito dal demonio (nota di Lunaria: qui è evidente un rimando a un altro grande romanzo che suscitò scandalo, "Il Monaco" di Matthew G. Lewis, scritto nel 1796). 
In effetti, il personaggio a cui Polidori dette vita divenne l'incarnazione perfetta del Byronic type, una parodia di Byron, con la quale l'autore sembra volersi rivalere delle umiliazioni subite da quest'ultimo.

è interessante la valenza simbolica che viene attribuita a questo personaggio dalla lucida analisi di Punter: "Il più importante dei suoi particolari attributi è che, come i vampiri della leggenda centroeuropea, si tratta di un aristocratico e sarebbe sciocco lasciarsi sfuggire l'ovvia connessione fra questo particolare e il suo potenziale sessuale. [...] Ruthven è in effetti modellato per certi versi su Byron, ma questo è meno importante, Ruthven non è la rappresentazione di un individuo mitizzato ma di una classe mitizzata. Egli è morto e tuttavia non lo è, così come il potere dell'aristocrazia all'inizio del XIX secolo era e non era morto; egli esige sangue perché il sangue è l'occupazione dell'aristocrazia, il sangue sparso n guerra e il sangue di famiglia".

Nella cultura inglese, in Polidori e in Stoker, il vampiro è una figura fondamentalmente antiborghese. Elegante, ben vestito, un maestro dell'arte della seduzione, un cinico, una persona al di fuori dei codici sociali e morali predominanti (Nota di Lunaria: tutti elementi che poi saranno cardine della scena Symphonic Black Metal, vedi nome come i primi Cradle of Filth o Lamia Antitheus)






è ancora Punter ad offrirci un valido aiuto per un'interpretazione in questo senso: "il lungo processo storico dei tentativi compiuti dalla borghesia per capire il significato del sangue nobile giunge all'apoteosi in "Dracula", poiché Dracula è l'ultimo aristocratico [...] Di contro, alla casata che Dracula rappresenta, Stoker pone la famiglia borghese, vista nel momento di massima unione, alla vigilia del matrimonio. Alla forza del vampiro viene contrapposta la forza dei rapporti coniugali e dell'amore sentimentale borghese" (Nota di Lunaria: difatti il vampiro è immaginato come "poligamo" - Dracula ha più mogli, o meglio, concubine, e non è immaginato come monogamo; la monogamia è un concetto tipico del substrato cristiano-moralista patriarcale, perciò il vampiro deve essere poligamo e sessualmente promiscuo ed insaziabile; l'idea di vampiro monogamo è recente: si pensi al vampiro-teen di "Twilight",



per certi versi una figura anti-vampiresca, nel suo "non gustare sangue umano" o nel suo essere "vestito in t-shirt e jeans"; da notare come l'idea anti-proletaria del vampiro, tutto sommato, sia rimasta ancora oggigiorno: difatti "una moda gothic vampiresca" è costosa, i prezzi dei corsetti e degli abiti sono spesso molto alti, quindi non alla portata di tutti:


in tal senso, una vera degenerazione del fenomeno - con tutti i cliché - è incarnata da una band come i Blutengel, specialmente del primo periodo - peraltro è da notare che malgrado la banalità, nell'abuso ostentato degli stereotipi iconografici, la band di Chris Pohl ha comunque creato un proprio "trademark" originale, riconoscibile ed inconfondibile, nel suono






che ha originato, ovviamente, cloni ed epigoni:





"The Vampire" raccolse successo soprattutto al di fuori dell'Inghilterra (dove Byron era sempre più inviso ai suoi connazionali, sempre meno tollerato dopo la relazione con la sorellastra Augusta Leigh). In Germania dopo l'immediata traduzione del libro, gli imitatori di Polidori furono numerosi; in Francia il racconto venne ripreso e parafrasato da Charles Nodier; nel 1820 fu musicato un dramma (in quattro atti) che venne accolto con entusiasmo. Altri tre adattamenti teatrali seguirono a quello di Nodier e di Haeser (musicato da Marschner). Fu Planché ad ambientare la vicenda in Ungheria, conferendo a Lord Ruthven il titolo di boiardo valacco, prefigurando il "Dracula" di Stoker.
Nel 1831 si ebbe la prima edizione italiana a Udine, intitolata erroneamente "Il Vampiro, novella di Lord Byron"




Nel mezzo delle sregolatezze che accompagnano l'inverno londinese, avvenne che comparisse a vari ricevimenti degli esponenti del bel mondo un nobiluomo, degno di attenzione più per le sue stranezze che per il rango. Osservava con sguardo fisso l'allegria che lo circondava, come se non potesse prendervi parte. Quando la gaia risata di una bella fanciulla attirava la sua attenzione, la gelava con uno sguardo, e incuteva paura in quegli animi in cui regnava la superficialità. Coloro che percepivano questa sensazione di timore non riuscivano a spiegarsi da cosa derivasse: alcuni la attribuivano ai suoi occhi color grigio opaco che, fissandosi su un volto, sembrava non riuscissero a penetrarlo e a raggiungere subito i più intimi meccanismi dell'anima, ma ricadevano sulla guancia simili a un raggio pesante come piombo, opprimendo la pelle senza poterla oltrepassare. Grazie a queste sue bizzarrie veniva invitato in tutte le case; tutti desideravano vederlo; quelli abituati a intense eccitazioni, e ora tormentati dalla noia, erano lieti di trovarsi in presenza di qualcosa capace di catalizzare la loro attenzione. Malgrado il pallore mortale del volto, che non assumeva mai una sfumatura più calda né per modestia, né per lo stimolo intenso di una passione, il suo aspetto e il suo profilo erano belli, e molte donne a caccia di notorietà cercavano di catturare la sua attenzione e, almeno, ottenere dei segni che facessero pensare a una manifestazione di affetto. Lady Mercer, che dopo il matrimonio era diventata lo zimbello di tutti i depravati che si incontavano nei salotti, si lanciò alla sua conquista e, tranne indossare gli abiti di un saltimbanco, fece di tutto, ma inutilmente, per attirarne l'attenzione. Quando si trovava in sua presenza, nonostante i suoi occhi fossero palesemente fissi in quelli di lei, tuttavia sembrava che non li vedessero; persino la sua sfrontata imprudenza venne frustata, tanto da farle abbandonare il campo. Ma sebbene la squallida adultera non riuscisse nemmeno a influire sulla direzione del suo sguardo, il sesso femminile non gli era comunque indifferente; l'apparente riserbo con cui si rivolgeva alla moglie virtuosa e alla figlia innocente era tale che pochi sapevano se avesse mai corteggiato una donna. Aveva, comunque, fama di affascinante parlatore; e sia che fosse questo a far superare la paura per il suo singolare carattere, sia che fossero attratte dal suo apparente odio per il vizio, egli si trovava spesso sia tra quelle donne che fanno delle virtù domestiche il vanto del proprio sesso, quanto tra quelle che lo disonorano con i loro vizi.
All'incirca nello stesso periodo, era giunto a Londra un giovane gentiluomo di nome Aubrey: un orfano, i cui genitori erano morti quando lui era ancora un bambino, e lo avevano lasciato con un'unica sorella in possesso di una grande fortuna. Abbandonato a se stesso anche dai suoi tutori - che pensavano fosse loro dovere occuparsi solamente del suo patrimonio, lasciando a subalterni mercenari il più importante compito di prendersi cura della sua mente -, egli aveva coltivato più la propria fantasia che il proprio giudizio. Possedeva quindi quell'alto senso romantico dell'onore e della sincerità, che quotidianamente rovina tanti giovincelli inesperti. Era convinto che tutti apprezzassero la virtù, e riteneva che il vizio fosse mandato dalla Provvidenza esclusivamente per dare un tocco pittoresco alla scena, come si legge nei romanzi. Pensava che la miseria di chi vive nelle casupole consistesse soltanto nell'indossare abiti, che erano sì caldi, ma fatti più per l'occhio del pittore con le loro pieghe irregolari e i rattoppi multicolori. Credeva, infine, che i sogni dei poeti rappresentassero la realtà della vita. Era bello, sincero e ricco: per questi motivi, quando faceva il suo ingresso nei circoli più brillanti, molte madri lo circondavano facendo a gara a chi descriveva con più fantasia le sue languide o vivaci beniamine. Le figlie, al tempo stesso, illuminandosi in volto quando si avvicinava, e guardandolo con occhi scintillanti non appena apriva bocca, subito lo indussero a una falsa opinione delle proprie qualità e dei propri meriti. Legato com'era alle romanticherie delle sue ore solitarie, rimase sorpreso nello scoprire che, tranne per le candele di sego e di cera, che guizzavano non per la presenza di un fantasma, ma perchè avevano bisogno di essere smoccolate, non c'era alcun fondamento nella vita reale per tutta la congerie di immagini e descrizioni piacevoli contenute in quei volumi su cui si era basato per i suoi studi. Trovando, comunque, una certa compensazione nella propria vanità gratificata, era sul punto di rinunciare ai suoi sogni, quando l'essere straordinario che abbiamo prima descritto attraversò la sua strada.
Lo osservò, e poichè la stessa impossibilità di formarsi un'idea del carattere di un uomo completamente assorbito in se stesso, che non dava alcun segno di vedere gli oggetti che lo circondavano se non constatandone l'esistenza con l'evitarne il contatto, permetteva alla sua immaginazione di raffigurarsi tutto ciò che lusingava la sua propensione per le idee stravaganti, egli subito trasformò costui in un eroe da romanzo, ben deciso a considerare il frutto della propria fantasia piuttosto che la persona che gli stava davanti. Ne fece la conoscenza, lo circondò di premure e riuscì a farsi notare a tal punto da lui che la sua presenza non passava mai inosservata. Poco per volta venne a sapere che Lord Ruthven si trovava in difficoltà economiche, e ben presto scoprì da indizi di preparativi in ...Street, che stava per intraprendere un viaggio. Desideroso di procurarsi qualche informazione su questo singolare personaggio, che fino a quel momento aveva solo eccitato la sua curiosità, suggerì ai suoi tutori l'idea che fosse giunto per lui il momento di compiere un viaggio attraverso l'Europa, cosa che per molte generazioni è stata ritenuta necessaria per consentire ai giovani di fare qualche rapido progresso sulla via del vizio, mettendosi così alla pari con gli adulti evitando di cadere dalle nuvole ogni volta che vengono menzionati intrighi scandalosi, per scherzo o per vanto a seconda del grado di abilità dimostrato nel metterli in atto. Essi acconsentirono, e Aubrey, accennando immediatamente le sue intenzioni a Lord Ruthven, rimase sorpreso nel sentirgli fare la proposta di unirsi a lui. Lusingato da tale manifestazione di stima da parte di un uomo, il quale, apparentemente, non aveva niente in comune con gli altri, accettò con gioia l'invito e dopo pochi giorni avevano già lasciato le acque territoriali. Fino a quel momento Audrey non aveva avuto alcuna opportunità di studiare il carattere di Lord Ruthven, e ora scopriva che, sebbene potesse osservare da vicino molte delle sue azioni, i risultati portavano a conclusioni diverse dai motivi apparenti della sua condotta. Il suo compagno era prodigo di doni munifici: il perdigiorno, il vagabondo e l'accattone, ricevevano dalle sue mani più di quanto fosse necessario a soddisfare i loro bisogni immediati. Ma Aubrey non poté esimersi dal notare che non era ai virtuosi, ridotti all'indigenza dalla sorte avversa che a volte si accompagna alla virtù, che egli elargiva le sue elemosine; questi, infatti, erano messi alla porta con sorrisi di scherno a stento repressi. Quando invece era il dissoluto che veniva a chiedere qualcosa, non per alleviare la sua miseria, ma per poter continuare a sguazzare nella lussuria, o per sprofondare ulteriormente nell'iniquità, questo veniva mandato via con una ricca elemosina. Audrey, comunque, attribuiva il tutto al comportamento più importuno del vizioso, che di solito finisce per avere la meglio rispetto alla schiva timidezza del povero virtuoso.
Un particolare nella beneficenza di sua signoria gli era rimasto particolarmente impresso: tutti coloro che ne avevano beneficiato scoprivano inevitabilmente che su di essa pesava una medizione, perchè tutti o finivano sul patibolo o sprofondavano nella più infima e abietta miseria. A Bruxelles e nelle altre città che visitarono, Audrey fu sorpreso dall'apparente accanimento con cui il suo compagno ricercava i centri di tutti i vizi alla moda. Lì entrò nello spirito del tavolo di faraone. (1) 
Scommetteva e giocava d'azzardo sempre con successo, tranne quando il suo antagonista era un baro notorio: allora perdeva anche più di quanto avesse vinto. Ma manteneva sempre lo stesso viso impassibile con cui di solito osservava la gente intorno a sé.
Non era così, invece, quando si imbatteva nel giovane principiante avventato o nello sfortunato padre di una numerosa famiglia; allora il suo stesso desiderio sembrava farsi legge della fortuna, l'apparente indifferenza scompariva e i suoi occhi sprizzavano più scintille di quelli del gatto quando gioca col topo mezzo morto.
In ogni città lasciava un giovane un tempo ricco, strappato alla cerchia di cui era stato ornamento a maledire nella solitudine di una cella il destino che lo aveva fatto incappare in quel demonio; mentre molti padri sedevano affranti tra gli sguardi eloquenti di figli silenziosi e affamati, senza un centesimo della loro immensa ricchezza di un tempo col quale comprare quel poco sufficiente a soddisfare la loro fame di adesso. Tuttavia non prendeva mai denaro dal tavolo da gioco, ma lui, che mandava in rovina tante persone, perdeva subito dopo anche l'ultimo spicciolo che aveva appena strappato alla stretta convulsa dell'innocente.
Ciò poteva essere solo il risultato di una certa esperienza, che però non era in grado di combattere l'astuzia del più esperto. Aubrey desiderava spesso farlo presente all'amico e implorarlo di rinunciare a quelle elemosine e a quegli svaghi che provocavano la rovina di tutti, senza procurargli alcun profitto personale, ma rinviava sempre questo discorso, perchè ogni giorno sperava che il suo amico gli offrisse l'opportunità di parlargli francamente e senza remore. Questo, però, non avvenne mai. Lord Ruthven nella sua carrozza o tra i vari scenari ricchi e selvaggi della natura era sempre lo stesso: i suoi occhi parlavano meno delle sue labbra; e nonostante Aubrey fosse vicino all'oggetto della sua curiosità, tutto quello che riusciva a ricavarne era solo l'eccitazione costante di desiderare invano di penetrare quel mistero, che nella sua immaginazione esaltata aveva cominciato ad assumere l'aspetto di qualcosa di soprannaturale. 


(1) Gioco d'azzardo a carte, tra un numero illimitato di giocatori dei quali uno tiene il banco. Era molto in voga nel XVIII secolo.

Ben presto giunsero a Roma e per un certo periodo Aubrey perse di vista il suo compagno; lo lasciò frequentare quotidianamente le matinée di una contessa italiana, mentre lui se ne andava alla ricerca dei monumenti di una città diversa quasi deserta. Mentre impegnava così il suo tempo, gli giunsero alcune lettere dall'Inghilterra che aprì con viva impazienza. La prima era di sua sorella, e traboccava d'affetto; le altre erano dei suoi tutori, e queste lo riempirono di stupore. Se già prima si era insinuato nella sua mente il sospetto che un potere maligno allignasse nel suo compagno, esse sembravano fornirgli motivi quasi sufficienti a crederci. I suoi tutori facevano pressione affinché abbandonasse immediatamente il suo amico, insistendo sul fatto che il suo carattere era terribilmente vizioso, e gli irresistibili poteri di seduzione di cui era in possesso rendevano i suoi costumi licenziosi ancora più temibili per la società. Si era scoperto che il suo disprezzo per l'adultera non era originato dall'avversione per il carattere della donna, ma perchè, per aumentare il suo piacere, aveva voluto che la sua vittima, la compagna della sua colpa, precipitasse dalla vetta di una virtù immacolata fin nel più profondo abisso dell'infamia e dell'abiezione; infine, tutte quelle donne che lui aveva ricercato, apparentemente per la loro virtù, dopo la sua partenza avevano gettato la maschera e avevano esibito in pubblico, senza alcuno scrupolo, tutta la sconcezza dei loro vizi. Aubrey decise di lasciare una persona il cui carattere non aveva ancora mostrato un solo aspetto positivo, degno di attenzione. Decise di cercare un pretesto plausibile per abbandonarlo definitivamente, proponendosi nel frattempo di controllarlo più da vicino perché nemmeno il più insignificante particolare passasse inosservato. Entrò nello stesso circolo frequentato da Lord Ruthven, e subito notò che sua signoria stava tentando di circuire l'inesperta figlia della signora cui frequentava più assiduamente la casa. In Italia è raro incontrare in società una fanciulla non ancora maritata, perciò era costretto a portare avanti i suoi piani segretamente. Ma lo sguardo di Aubrey lo seguiva in tutti i suoi andirivieni, e presto scoprì che era stato fissato un appuntamento che molto probabilmente sarebbe finito con la rovina della fanciulla innocente, anche se sconsiderata. Senza por tempo in mezzo, entrò nella stanza di Lord Ruthven e gli chiese bruscamente le sue intenzioni riguardo la ragazza, informandolo allo stesso tempo che era a conoscenza del fatto che avrebbe dovuto incontrarla proprio quella notte.
Lord Ruthven rispose che le sue intenzioni erano quelle che ognuno avrebbe avuto in una simile circostanza, e sollecitato a rispondere se avesse in animo di sposarla, si mise semplicemente a ridere. Aubrey si ritirò e immediatamente gli scrisse un biglietto, comunicandogli che da quel momento si sentiva in dovere di rifiutare di accompagnare sua signoria per il resto del viaggio progettato, e diede ordini al proprio servitore di cercare un altro appartamento. Si fece ricevere dalla madre della fanciulla, e la informò di tutto ciò di cui era a conoscenza, non solo riguardo alla figlia ma anche a proposito del carattere di sua signoria. L'appuntamento fu impedito. Il giorno dopo Lord Ruthven si limitò a inviare il suo domestico da Aubrey per informarlo che era completamente d'accordo sulla separazione, ma non avanzò il minimo sospetto che i suoi piani fossero stati vanificati grazie al suo intervento.
Lasciata Roma, Aubrey diresse i suoi passi verso la Grecia e, attraversata la penisola, giunse ben presto ad Atene. Prese alloggio nella casa di un greco, e subito si dedicò a rintracciare le testimonianze sbiadite dell'antica gloria su monumenti che, vergognosi di raccontare le gesta degli uomini liberi solo a degli schiavi, si erano apparentemente nascosti, riparandosi sotto terra o sotto licheni multicolori. Sotto il suo stesso tetto viveva una creatura così bella e delicata che avrebbe potuto fare da modella a un pittore desideroso di ritrarre sulla tela la speranza promessa al fedele nel paradiso di Maometto, tranne che i suoi occhi rivelavano troppa intelligenza perchè si potesse pensare che appartenesse alla schiera di coloro che non hanna anima. Quando avanzava come danzando nella pianura, o scendeva saltellando lungo il pendio del monte, si poteva pensare che la gazzella fosse soltanto una povera copia della sua bellezza; chi, infatti, avesse scambiato il suo sguardo, quello della natura animata, con lo sguardo sonnolento e lussurioso dell'animale, avrebbe potuto essere soltanto qualcuno con il gusto di un epicureo. Il passo lieve di Iante accompagnava spesso Aubrey nella sua ricerca di antichità, e spesso, mentre insenguiva una farfalla del Kashmir, fluttuando come se fosse trascinata dal vento, mostrava inconsapevolmente tutta la bellezza del suo corpo allo sguardo attento di lui, il quale dimenticava le lettere appena decifrate su una tavoletta quasi cancellata dal tempo nella contemplazione della sua figura di silfide. Spesso le trecce che le ricadevano sulle spalle, mentre volteggiava leggera, mostravano ai raggi del sole tonalità così delicatemente luminose e rapidamente cangianti, da giustificare la negligenza dell'archeologo, il quale dimenticava quell'elemento che poco prima aveva ritenuto di vitale importanza per la giusta interpretazione di un passo di Pausania. Ma perchè cercare di descrivere un fascino che tutti percepivano, eppure nessuno poteva valutare? Era l'innocenza, la gioventù e la bellezza non contaminate da salotti affollati e balli soffocanti.
Mentre disegnava quelle vestigia, di cui desiderava conservare un ricordo per le sue ore future, lei gli stava accanto, osservando il magico effetto della sua matita che tracciava le scene del suo paese natio. Gli descriveva poi la danza in circolo nell'aperta pianura e gli rappresentava, con tutti i colori smaglianti della sua giovane memoria, un corteo nuziale che ricordava di aver visto nell'infanzia. Infine, passando ad argomenti che evidentemente le erano rimasti maggiormente impressi, gli raccontava tutte le storie soprannaturali narratele dalla sua nutrice. La serietà e la convinzione che metteva nel narrarle suscitavano anche l'interesse di Audrey e spesso, mentre lei gli raccontava la storia del vampiro vivente, che aveva trascorso anni tra i suoi amici e le persone a lui più care, costretto ogni anno a nutrirsi della vita di una graziosa fanciulla per prolungare la sua esistenza nei mesi a venire, gli si gelava il sangue nelle vene mentre cercava di distoglierla ridendo da queste assurde e orribili fantasie. Ma Iante gli citava i nomi di certi vecchi che alla fine ne avevano scovato uno che viveva tra di loro, dopo che parecchi dei loro figli e dei loro parenti più stretti erano stati trovati segnati dal marchio dell'appetito di questo demonio. E quando avvertiva la sua incredulità, lei lo pregava di prestarle fede, perchè era stato notato che coloro i quali avevano osato mettere in dubbio la loro esistenza, ne avevano sempre avuto una prova che li aveva obbligati, con dolore e strazio, ad ammettere che era vero. Lei gli fece una descrizione dettagliata dell'aspetto tradizionale di questi mostri, e il suo orrore aumentò udendo una descrizione che era il ritratto perfetto di Lord Ruthven. Aubrey, comunque, continuava ancora a cercare di persuaderla che non poteva esserci verità nelle sue paure, sebbene, al tempo stesso, si meravigliasse delle molte coincidenze che contribuivano a convincerlo del potere soprannaturale di Lord Ruthven.
Aubrey cominciava ad affezionarsi sempre più a Iante: la sua innocenza in così netto contrasto con tutte le false virtù delle donne tra le quali aveva cercato il suo ideale romantico, conquistò il suo cuore; e mentre sorrideva all'idea di un giovane dalle abitudini inglesi sposato a una fanciulla greca priva di istruzione, si sentì, tuttavia, sempre più legato alla figura quasi fatata che aveva di fronte. A volte si strappava a forza da lei e, messo a punto un programma per qualche ricerca archeologica, si allontanava, deciso a non tornare prima di aver raggiunto il suo scopo. Ma scopriva che gli era impossibile concentrarsi sulle rovine che lo circondavano perchè nella mente era sempre presente un'immagine che sembrava essere la sola e legittima proprietaria dei suoi pensieri. Iante era inconsapevole del suo amore, e continuava a essere sempre la fanciulla ingenua e schietta che Aubrey aveva conosciuto all'inizio. Sembrava che ogni volta si separasse da lui con riluttanza, ma ciò era dovuto al fatto che non aveva più nessuno con cui visitare i suoi luoghi preferiti, mentre il suo amico era impegnato a disegnare o riportare alla luce qualche frammento sfuggito alla mano distruttrice del tempo. Lei si rivolse ai propri genitori per la questione dei vampiri, e questi, assieme a molti altri, ne confermarono l'esistenza, pallidi di paura al solo sentirne pronunciare il nome. Subito dopo, Aubrey decise di compiere un'escursione che lo avrebbe impegnato per alcune ore, ma quando pronunciò il nome del luogo in cui aveva intenzione di recarsi, tutti insieme lo implorarono di non far ritorno di notte, perchè doveva necessariamente attraversare un bosco in cui nessun greco sarebbe mai rimasto dopo il tramonto, per nessuna ragione.
Lo descrissero come il ritrovo dei vampiri nelle loro orge notturne, ed enumerarono le terribili sciagure che minacciavano chi osasse attraversare loro la strada. Aubrey presee alla leggera queste loro raccomandazioni, scherzandoci sopra nel tentativo di far cambiare loro idea; ma quando li vide rabbrividere per aver osato schernire a tal punto una potenza infernale superiore, il cui solo nome sembrava far gelare loro il sangue nelle vene, tacque.
La mattina seguente, Aubrey partì da solo per la sua escursione, ma restò sorpreso nel vedere il viso triste dell'oste e si accorse con dispiacere che le sue parole, deridendo la credenza di quei terribili demoni, avevano suscitato in loro un tale terrore. Mentre era in procinto di partire, Iante si avvicinò al suo cavallo e lo pregò con aria seria di tornare prima che la notte permettesse al potere di quegli esseri di entrare in azione: Aubrey promise. Fu, però, così preso dalle sue ricerche, da non accorgersi che la luce del giorno stava declinando e che all'orizzonte si intravedevano alcune di quelle piccole nuvole che nei climi caldi si raggruppavano rapidamente fino a formare una massa spaventosa e scatenano tutta la loro furia sulla campagna indifesa. Alla fine, comunque, montato in sella, decise di recuperare il tempo perduto lanciandosi a galoppo: troppo tardi. Il crepuscolo in questi climi meridionali è quasi sconosciuto: il sole tramonta all'improvviso ed è subito notte; così, aveva percorso appena un tratto di strada che la furia del temporale già incombeva su di lui. I tuoni si susseguivano senza pausa; la pioggia battente lo costrinse a passare sotto il fogliame che formava una sorta di volta, mentre fulmini lividi zigzagando sembravano cadere e irradiarsi proprio ai suoi piedi. Improvvisamente il cavallo si spaventò, ed egli fu trasportato a folle velocità attraverso l'intricata foresta. Alla fine l'animale, stremato dalla fatica, si fermò, e Aubrey scoprì, alla luce di un lampo, di trovarsi nei pressi di una casupola che spuntava appena al di sopra della massa di foglie morte e cespugli che la circondavano. Smontò da cavallo, e si avvicinò nella speranza di trovarvi qualcuno che potesse guidarlo fino in città, o confidando almeno di trovare riparo dalla furia del temporale. Mentre si avvicinava, una pausa momentanea dei tuoni gli permise di udire urla terrificanti di donne mescolate a una risata beffarda ed esultante, che si confusero in un unico suono quasi ininterrotto. Era spaventato; ma sospinto dal tuono che rombava di nuovo sul suo capo, con uno sforzo repentino sfondò la porta della capanna. Si trovò immerso nel buio più completo, ma i suoni, comunque, lo guidarono. Sembrava che la sua presenza non fosse stata notata, perchè nonostante chiamasse, i suoni continuavano e nessuno si accorgeva di lui.  All'improvviso, andò a sbattere contro qualcuno che egli afferrò immediatamente, quando una voce gridò: "Di nuovo perplesso"; seguì una fragorosa risata e si sentì abbrancare da una persona che sembrava dotata di forza sovrumana; decise di vendere la vita a caro prezzo e lottò, ma inutilmente. Venne sollevato in aria e scagliato con violenza a terra: il suo nemico gli si avventò sopra e, puntandogli le ginocchia sul petto, gli aveva già stretto le mani intorno alla gola, quando il bagliore di molte fiaccole penetrò attraverso l'apertura che di giorno dava luce alla capanna, mettendolo in allarme. S'alzò immediatamente e, abbandonata la preda, si lanciò di corsa attraverso l'uscio e in un attimo non si udì più nemmeno il rumore dei rami spezzati che produceva aprendosi a forza un varco attraverso il bosco. La tempesta si era placata e Aubrey, incapace di muoversi, fu subito udito dalle persone che stavano fuori.  Entrarono; la luce delle loro torce cadde sulle pareti di fango e sul tetto di paglia, di cui ogni singolo filo era coperto da spessi strati di fuliggine. Sollecitati da Aubrey, si misero a cercare la donna che lo aveva attirato con le sue grida, e lui fu lasciato di nuovo nell'oscurità. Ma quale fu il suo orrore nel vedere, quando la luce delle fiaccole riapparve all'improvviso, la figura leggiadra della sua bella guida ridotta a un corpo senza vita. Chiuse gli occhi, sperando che fosse solo una visione dovuta alla sua immaginazione turbata; ma quando li schiuse, rivide la figura distesa al suo fianco. Non v'era colore sulle sue guance, e nemmeno sulle sue labbra; tuttavia aleggiava una calma sul suo viso che sembrava quasi le si addicesse quanto la vita che un tempo vi aveva albergato. C'era sangue sul collo e sul petto, e sulla gola si vedevano i segni di denti che avevano inciso la vena. Fu proprio questo che gli uomini additarono, gridando all'unisono in preda all'orrore: "Un vampiro! Un vampiro!".Venne costruita rapidamente una barella e Aubrey fu steso al fianco di colei che era stata negli ultimi tempo l'oggetto di tanti suoi sogni vividi e fantasiosi, ora infranti insieme al fiore della vita che si era spento in lei. Aveva i pensieri confusi; la sua mente era paralizzata e sembrava evitare ogni riflessione, cercando rifugio nel torpore. In mano stringeva quasi senza accorgersene un pugnale senza fodero di una particolare fattura, che era stato trovato nella capanna. Presto si imbatterono in diversi gruppi di persone, impegnati nella ricerca della fanciulla, che una madre aveva prematuramente perduta. I loro pietosi lamenti, mentre andavano avvicinandosi alla città, preannunciavano ai genitori l'orribile disgrazia. Sarebbe impossibile descrivere il loro dolore: quando accertarono la causa della morte della figlia, fissarono Aubrey additando il cadavere. Erano inconsolabili, e morirono entrambi di crepacuore.
Aubrey, dopo essere stato messo a letto, venne colpito da una febbre violentissima, spesso accompagnata da delirio, durante il quale invocava Lord Ruthven e Iante; per qualche inspiegabile associazione sembrava implorare il suo compagno di un tempo di risparmiare la fanciulla che amava. Altre volte scagliava terribili maledizioni sul suo capo e lo accusava di averla uccisa.
Si dette il caso che in quello stesso periodo Lord Ruthven giungesse ad Atene; qualunque ne fosse il motivo, e, venuto a sapere dello stato di Audrey, prese immediatamente alloggio nella stessa casa, prestandogli assiduamente le sue cure. Quando Aubrey si riprese dal delirio rimase inorridito e allarmato della presenza di un uomo di cui aveva ormai associato l'immagine a quella di un vampiro. Ma Lord Ruthven, con parole gentili, che stavano quasi a dimostrare un pentimento per la colpa che era stata causa della loro separazione, e ancor più grazie all'attenzione, alla premura e alla cura che mostrava, ben presto lo fece ricredere sul suo conto. Sua Signoria sembrava affatto cambiato: non appariva più come l'essere apatico che tanto aveva meravigliato Aubrey; non appena però la sua convalescenza cominciò a fare rapidi progressi, si chiuse di nuovo gradualmente all'atteggiamento di un tempo, tanto che Aubrey non riusciva a percepire alcuna differenza rispetto all'uomo di prima, tranne il fatto che a volte sorprendeva il suo sguardo intensamente fisso su di sé mentre un sorriso di gioia maligna gli affiorava sulle labbra: non sapeva perchè, ma quel sorriso lo ossessionava. Durante l'ultima fase della convalescenza del malato, Lord Ruthven fu apparentemente impegnato a contemplare le onde calme, sollevate dalla brezza fresca, o a osservare il percorso degli astri che, come il nostro mondo, girano intorno al sole immobile; in verità sembrava desiderasse sottrarsi agli occhi di tutti.
La mente di Aubrey, dopo quella violenta emozione, si era molto indebolita, e l'elasticità di spirito che un tempo lo aveva caratterizzato, sembrava ora svanita per sempre. Era diventato amante del silenzio e della solitudine quanto Lord Ruthven; ma, sebbene desiderasse la solitudine, il suo spirito non riusciva a trovarla nei dintorni di Atene. Se la cercava tra le rovine che prima era solito frequentare, la figura di Iante gli era sempre accanto; se la cercava nei boschi gli sembrava di sentire il passo leggero di lei che vagava nel sottobosco alla ricerca dell'umile violetta; poi, voltandosi all'improvviso, lei, con un mite sorriso sulle labbra, mostrava alla sua immaginazione stravolta il volto pallido e la gola ferita. Decise, quindi, di fuggire da quei luoghi, dove ogni aspetto contribuiva a creare nella sua mente associazioni tanto dolorose.
Propose a Lord Ruthven, al quale si sentiva legato per le affettuose cure prestategli durante la malattia, di visitare quei posti della Grecia che nessuno dei due aveva ancora veduto. Viaggiarono per ogni dove, cercando ogni luogo al quale fosse possibile ricollegare antiche memorie. Ma, sebbene si spostassero rapidamente da un luogo all'altro, sembravano non badare a ciò che contemplavano. Sentirono spesso parlare di briganti, ma poco per volta cominciarono a non far più caso a queste voci, immaginando che fossero solo invenzioni di gente interessata a sollecitare la generosità di coloro che proteggevano da presunti pericoli. Di conseguenza, ignorando i consigli degli abitanti del luogo, una volta si trovarono a viaggiare solo con alcune guardie, che dovevano servire più da guida che da difesa. Entrando, però, in una gola molto stretta, sul fondo del quale era il letto di un torrente, in mezzo a grossi massi di roccia precipitati dai dirupi sovrastanti, ebbero modo di pentirsi della propria noncuranza. Infatti, l'intero gruppo aveva appena imboccato lo stretto passaggio, quando fu sorpreso dal sibilo di pallottole che passavano vicino alle loro teste dal riecheggiare di molti colpi di fucili. In men che non si dica le loro guardie li avevano abbandonati, e, postesi al riparo di alcune rocce, avevano cominciato a sparare nella direzione da cui provenivano gli spari. Lord Ruthven e Aubrey, imitandone l'esempio, si ripararono per un po' dietro una curva della gola; ma vergognandosi di essere bloccati in questo modo da un avversario che con grida ingiuriose li invitava a venire allo scoperto, e rendendosi conto di essere esposti a un sicuro massacro se uno dei briganti si fosse arrampicato prendendoli alle spalle, decisero subito di lanciarsi avanti e stanare il nemico. Avevano appena abbandonato il riparo offerto dalla roccia, quando Lord Rutheven fu colpito a una spalla e cadde a terra. Aubrey si affrettò a prestargli soccorso e, senza più badare al combattimento né al pericolo che correva lui stesso, fu sorpreso nel trovarsi poco dopo circondato dalle facce dei briganti. Infatti le guardie, visto che Lord Ruthven era stato ferito, avevano immediatamente gettato le armi e si erano arrese.
Con la promessa di una grossa ricompensa, Aubrey li persuase ben presto a trasportare l'amico ferito in una vicina capanna, ed essendosi accordato sul prezzo del riscatto si liberò della loro presenza, poiché quelli si contentarono di star di guardia presso l'ingresso della capanna fino a quando il loro compare non sarebbe tornato con la somma promessa, per la quale aveva con sé disposizioni ben precise. La forze di Lord Ruthven intanto scemavano rapidamente; nel giro di due giorni sopraggiunse la cancrena e la morte sembrò avanzare a grandi passi. Il suo comportamento e il suo aspetto non erano affatto cambiati; nei confronti del dolore mostrava lo stesso distacco che mostrava verso gli oggetti che lo circondavano; ma sul finire dell'ultima sera sembrò diventare inquieto, e il suo sguardo si fissava spesso su Aubrey, che si sentiva spinto a prestare la propria assistenza con più assiduità del solito.  
"Aiutami! Tu puoi salvarmi... puoi fare anche di più... Non mi riferisco alla mia vita, non do più importanza alla fine della mia esistenza che a quella del giorno che fugge, ma tu puoi salvare il mio onore, l'onore del tuo amico."
"Come? Dimmi come! Farò qualsiasi cosa", rispose Aubrey.
"Non mi occorre molto... la mia vita fugge via in fretta... non posso spiegarti tutto... ma se tu tenessi segreto tutto quel che sai di me, il mio onore sarebbe libero di ogni macchia agli occhi del mondo... e se la mia morte fosse ignorata per un po' di tempo in Inghilterra... io.... io... ma la mia vita..."
"Nessuno lo saprà."
"Giura!" gridò il moribondo, sollevandosi con violenza, mostrando la sua esultanza, "Giura su ciò che hai di più sacro, su ciò che temi, giura che per un anno e per un giorno non rivelerai in alcun modo ad alcun essere ciò che sai dei miei misfatti o della mia morte, qualunque cosa accada o qualunque cosa tu possa vedere."
Gli occhi sembravano uscirgli dalle orbite.
"Lo giuro!" disse Aubrey.  Lord Ruthven si lasciò cadere ridendo sul guanciale e smise di respirare.
Aubrey andò a riposare, ma non gli riuscì di dormire: gli vennero in mente tutte le circostanze connesse, con i suoi rapporti con quell'uomo, senza riuscire a spiegarsene il perché; e quando si ricordò del giuramento un brivido gelido lo percorse, come il presentimento che qualcosa di orribile lo attendesse. La mattina seguente, alzatosi di buon'ora, stava per entrare nella capanna dove aveva lasciato il cadavere, quando gli venne incontro un brigante ad informarlo che il corpo non era più lì; infatti, quando Aubrey era andato a riposare, lui stesso con l'aiuto dei suoi compari lo aveva trasportato sulla vetta di un monte vicino, in ossequio a una promessa fatta a sua signoria, di esporre il cadavere al primo freddo raggio della Luna sorta dopo la sua morte. Aubrey rimase stupito, e presi con sé parecchi uomini, decise di andare a seppellirlo nel luogo in cui giaceva. Ma, giunto sulla vetta, non trovò alcuna traccia del cadavere, né dei suoi vestiti, nonostante i briganti giurassero di avergli indicato proprio la stessa roccia su cui avevano deposto il corpo. Per un po' di tempo si perse in mille congetture, ma alla fine fece ritorno, convinto che i briganti avessero occultato il cadavere per impossessarsi degli abiti.
Stanco di un paese dove si era imbattuto in tante orribili disgrazie, in cui tutto sembrava concorrere a rafforzare quella malinconia superstiziosa che si era impadronita della sua mente, decise di partire e in breve tempo arrivò a Smirne. Mentre era in attesa di una nave che lo trasportasse a Otranto o a Napoli, si dedicò a mettere in ordine gli oggetti appartenuti a Lord Ruthven che aveva portato con sé. Tra le altre cose c'era una cassetta contenente varie armi da offesa, più o meno capaci di assicurare la morte della vittima. C'erano diversi pugnali e yatagan. Mentre li sistemava e ne esaminava le fogge curiose, quale fu la sua sorpresa nel trovare un fodere che sembrava ornato nello stesso stile del pugnale rinvenuto nella fatale capanna. Rabbrividì; ansioso di ottenere ulteriori prove, trovò l'arma, e si può immaginare il suo orrore quando scoprì che si adattava alla perfezione, nonostante la sua foggia molto particolare, al fodero che teneva in mano. I suoi occhi sembravano non aver bisogno di altre certezze, parevano fissare il pugnale come se non potessero più staccarsene. Non voleva ancora crederci: ma la foggia particolare, le stesse tinte sull'impugnatura e sul fodero, di eguale splendore su entrambi, non lasciavano adito a dubbi. Inoltre, sia sul pugnale che sul fodero c'erano macchie di sangue.
Lasciò Smirne e, a Roma, sulla via del ritorno, chiese innanzitutto notizie della fanciulla che aveva cercato di sottrarre alle arti seducenti di Lord Ruthven. I suoi genitori erano in grande angoscia, il loro patrimonio in rovina, e non avevano più notizie di lei dal giorno della partenza di sua signoria. Aubrey si sentì quasi spezzare il cuore da tutto questo susseguirsi di orrori: temeva che questa fanciulla fosse caduta anch'ella vittima dell'assassino di Iante. Si fece cupo e silenzioso, e non faceva altro che spronare postiglioni e correre più in fretta, come se stesse andando a salvare la vita di una persona che gli era molto cara. Giunto a Calais, una brezza che sembrava obbediente al suo volere lo sospinse in breve sulle coste inglesi. Da qui si affrettò a raggiungere la magione dei suoi antenati, e là per un momento sembrò cancellare ogni ricordo del passato, tra gli abbracci e le carezze della sorella. Se prima la sorella aveva conquistato il suo affetto con carezze infantili, ora che cominciava a sbocciare la donna, era una compagna ancor più avvincente.
La signorina Aubrey non possedeva quella grazia irresistibile che attira gli sguardi e gli elogi nei ricevimenti a corte. Non c'era nulla in lei di quella vivacità spensierata che si incontra solo nell'atmosfera surriscaldata di una sala affollata. I suoi occhi azzurri non si illuminavano mai di quella frivolezza. C'era in lei un fascino malinconico, che non sembrava dovuto ad avversità, ma a qualche intima sensazione che pareva rivelare un'anima consapevole di un regno più luminoso. Il suo passo non era l'incedere leggiadro che si smarrisce dietro una farfalla o che viene attirato da un colore; era composto e raccolto. Nelle ore di solitudine, il suo volto non era mai illuminato da un sorriso di gioia; ma quando il fratello le sussurrava il suo affetto e dimenticava in sua presenza le angosce che lei sapeva distruggevano la sua pace, chi avrebbe mai scambiato il suo sorriso per quello di una libertina? Sembrava che quegli occhi, quel volto, fluttuassero nella luce del loro ambiente natio. Aveva allora soltanto diciotto anni e non era stata ancora presentata in società, perchè i suoi tutori avevano ritenuto fosse più opportuno che il suo debutto fosse rimandato fino al ritorno dal continente del fratello, che avrebbe potuto farle da accompagnatore. Perciò, si era stabilito che l'occasione adatta per il suo ingresso in società sarebbe stato il prossimo ricevimento a corte, di lì a pochi giorni. Aubrey avrebbe preferito restarsene nel palazzo dei suoi antenati a covare la malinconia che lo opprimeva. Non riusciva a provare alcun interesse per le frivolezze di stranieri alla moda, quando il suo animo era stato così lacerato dagli eventi di cui era stato testimone; decise, comunque, di sacrificare il proprio benessere per accompagnare la sorella. Giunsero presto in città e si prepararon per il giorno successivo, in cui era stato annunciato un ricevimento a corte. C'era una gran folla: non si era tenuto un ricevimento a corte da molto tempo, e tutti coloro che anelavano a bearsi nello splendore della famiglia reale vi si erano precipitati. Aubrey vi si era recato con la sorella. Mentre se ne stava tutto solo in un angolo, dimentico di ciò che lo circondava, rammentando che la prima volta che aveva visto Lord Ruthven era stato proprio in quel luogo, si sentì all'improvviso afferrare per un braccio, e una voce che riconobbe fin troppo bene gli disse all'orecchio: "Ricorda il tuo giuramento!".
Trovò a stento il coraggio di voltarsi, temendo di vedere uno spettro che lo avrebbe annientato, quando notò a poca distanza la stessa figura che aveva attirato la sua attenzione in quel medesimo luogo al suo primo ingresso in società. La fissò fino a quando le gambe quasi rifiutarono di sostenerlo e fu costretto ad appoggiarsi al braccio di un amico; poi, facendosi largo tra la folla, si precipitò nella sua carrozza e si fece riportare a casa. Qui giunto, cominciò a misurare a grandi passi la stanza, prendendosi la testa tra le mani, quasi temesse che i pensieri gli facessero scoppiare il cervello. Lord Ruthven di nuovo dinnanzi a lui... gli avvenimenti gli si pararono dinanzi in un ordine terrificante... il pugnale, il giuramento... Si scosse, non poteva crederci... il morto resuscitato! Accusò la sua fantasia di aver evocato l'immagine impressa nella sua mente. Era impossibile che fosse un essere reale e decise quindi di ritornare al ricevimento; ma, sebbene cercasse notizie di Lord Ruthven, il nome gli restava bloccato sulle labbra, e non riuscì ad avere alcuna informazione. Qualche sera dopo si recò con la sorella a una riunione presso un parente stretto e, lasciandola sotto la protezione di una matura signora, si ritirò in un luogo appartato, assillato dai suoi angosciosi pensieri. Alla fine, vedendo che molti ospiti se ne stavano andando, si scosse e, entrato in un'altra stanza, vide la sorella circondata da alcune persone, apparentemente impegnate in una seria conversazione. Cercò di farsi largo e di avvicinarsi a lei, quando un uomo, al quale aveva chiesto di fargli posto, si girò, rivelando quei lineamenti che aborriva più di qualsiasi cosa al mondo. Balzò in avanti, afferrò la sorella per un braccio e a passi veloci la sospinse verso la strada. Sulla porta si trovò ostacolato dalla ressa di domestici in attesa dei rispettivi padroni, e mentre li superava udì di nuovo quella voce sussurrargli vicino: "Ricorda il giuramento!".
Non ebbe il coraggio di voltarsi ma, sollecitando la sorella, presto giunse a casa. Aubrey aveva quasi smarrito la ragione. Se prima la sua mente era stata assorbita da un'unica idea, quanto più sconvolta era adesso la certezza che il mostro fosse ritornato in vita sequestrava tutti i suoi pensieri! Nemmeno le premure della sorella riuscivano ad attirare la sua attenzione, e invano lei lo supplicava di spiegarle quale fosse la causa del suo comportamento sgarbato. Pronunciò solo poche parole che bastarono a terrorizzarla. Quanto più lui ci rifletteva, tanto più ne era disorientato. Il suo giuramento lo spaventava: doveva, dunque, permettere a questo mostro di aggirarsi, portando la rovina tra chi gli era più caro senza poterlo fermare? Sua sorella stessa poteva essere stata contattata da lui. 
Ma anche se avesse infranto il suo giuramento e svelato i suoi sospetti, chi gli avrebbe creduto? Pensò di liberare con le proprie mani il mondo da un tale miserabile, ma poi si ricordò che la morte era già stata beffata una volta. Rimase in questo stato per giorni, chiuso nella sua stanza, senza vedere nessuno e mangiando solo quando veniva la sorella che con gli occhi pieni di lacrime lo supplicava di sopperire per amor suo ai bisogni della natura. Infine, incapace di sopportare più a lungo il silenzio e la solitudine, lasciò la propria casa ed errò da una strada all'altra, desideroso di sfuggire all'immagine che lo perseguitava. Cominciò a trascurare il suo abbigliamento e si aggirava senza meta, esponendosi tanto al sole di mezzogiorno quanto all'umidità della notte. Era diventato irriconoscibile. I primi tempi tornava a casa la sera, ma alla fine cominciò a mettersi a giacere ovunque venisse sopraffatto dalla stanchezza. La sorella, preoccupata per la sua sicurezza, assunse delle persone che lo seguissero, ma lui, fuggendo da un inseguitore più veloce di qualunque altro - la sua ossessione - presto faceva perdere le sue tracce.  
La sua condotta, però, mutò tutto a un tratto. Colpito dall'idea di aver lasciato con la sua assenza tutti i suoi amici in balìa di un demonio del quale ignoravano la presenza, decise di ritornare in società per tenerlo d'occhio da presso, ansioso di avvisare in tempo, malgrado il giuramento, tutti coloro che venivano avvicinati da Lord Ruthven con una certa intimità. Ma quando entrava in una stanza, il suo aspetto sparuto e sospettoso era così impressionante, i suoi fremiti d'orrore così palesi, che infine la sorella fu costretta a implorarlo di astenersi, per amor suo, dal cercare compagnie che tanto lo turbavano. Quando, però, le rimostranze si dimostrarono inutili, i tutori ritennero opportuno intervenire e, temendo che stesse uscendo di senno, pensarono che fosse giunto il momento di riassumersi quelle responsabilità che era stata loro affidata in passato dai genitori di Aubrey. Ansiosi di proteggerlo dai danni e dalle sofferenze cui era stato esposto quotidianamente nei suoi vagabondaggi e di impedirgli di mostrare agli occhi del mondo i sintomi di ciò che essi ritenevano pazzia, assunsero un medico che si stabilisse nella sua casa prendendosi costantemente cura di lui. Egli sembrò quasi non accorgersene, tanto la sua mente era del tutto assorta in un unico, terribile pensiero. Alla fine la sua incoerenza divenne così grave che si videro costretti a confinarlo nella sua camera. Lì giaceva spesso per intere giornate senza che nulla potesse scuoterlo. Era divenuto emaciato e gli occhi avevano assunto una lucentezza vitrea. Sembrava riacquistare la memoria e provare affetto solo quando entrava la sorella: allora talvolta si alzava e, afferrandole le mani, con uno sguardo che la turbava profondamente, la implorava di non toccarlo. "Oh, non toccarlo... se il tuo amore per me ha qualche valore, non avvicinarti a lui!". Ma quando lei gli chiedeva a chi si riferisse, la sua unica risposta era: "è vero! è vero!", e sprofondava di nuovo in uno stato da cui nemmeno lei riusciva a scuoterlo. Andò avanti così per molti mesi: poco per volta però - era quasi trascorso un anno -, le sue stranezze si rarefacevano, e la sua mente si sbarazzò di una parte della sua depressione, mentre i suoi tutori notavano che più volte al giorno si metteva a contare sulle dita fino a un certo numero, e poi sorrideva. Il tempo era quasi scaduto, quando l'ultimo giorno dell'anno uno dei tutori, entrando nella sua stanza, cominciò a parlare con il medico rammaricandosi del fatto che Aubrey si trovasse in uno stato così terribile, visto che la sorella si sarebbe sposata il giorno dopo.
L'attenzione di Aubrey fu attratta immediatamente da queste parole e chiese ansiosamente chi fosse il futuro sposo della sorella. Lieti di notare con questa osservazione il ridestarsi in lui dell'intelletto, di cui temevano fosse stato privato, fecero il nome del conte di Marsden. Credendo che costui fosse un giovane conte che lui stesso aveva incontrato in società, Aubrey sembrò rallegrarsene e li stupì ulteriormente quando espresse l'intenzione di essere presente alle nozze e di vedere la sorella.
Gli risposero negativamente, ma nel giro di pochi minuti sua sorella fu da lui. Egli sembrò di nuovo in grado di essere influenzato dal suo affettuoso sorriso; se la strinse al petto e le baciò le gote bagnate di lacrime che le scendevano copiose al pensiero che suo fratello fosse di nuovo conscio del suo affetto. Aubrey cominciò a parlare con tutto il consueto calore e a rallegrarsi per il suo matrimonio con una persona così distinta per il rango e per le sue doti. Quando a un tratto notò un medaglione sul suo petto; si può ben immaginare quale fu la sua sorpresa quando lo aprì e vide il volto del mostro che così a lungo aveva influenzato la sua vita. Afferrò il ritratto in un parossismo d'ira e lo calpestò.
Quando lei gli chiese perchè avesse distrutto l'immagine del suo futuro sposo, la guardò come se non capisse; poi, afferrandole entrambe le mani e fissandola col viso stravolto da un'espressione folle, le ordinò di giurargli che non avrebbe mai sposato quel mostro, poiché lui... ma non potè proseguire... sembrava che quella voce gli imponesse ancora di ricordarsi del suo giuramento... si girò di scatto, pensando che Lord Ruthven fosse lì vicino, ma non c'era nessuno. Nel frattempo i tutori e il medico, che avevano udito tutto, pensando a un riacutizzarsi della sua malattia, entrarono e lo allontanarono a forza dalla sorella, e pregarono lei di lasciarlo. Egli cadde in ginocchio davanti a loro, li supplicò, li scongiurò di rinviare il matrimonio anche di un solo giorno. Essi, attribuendo tutto ciò alla follia che credevano si fosse impadronita di nuovo della sua mente, cercarono di placarlo e se ne andarono.
La mattina dopo il ricevimento, Lord Ruthven si era recato a casa di Aubrey per una breve visita, ma, come ad altri, non gli era stato permesso di entrare. Quando gli riferirono della cattiva salute di Aubrey, comprese subito di esserne la causa; ma quando poi fu informato che si pensava fosse impazzito, riuscì a stento a nascondere il piacere e l'esultanza a coloro da cui aveva ricevuto quella notizia. Si diresse in gran fretta verso la casa del compagno di un tempo e con la sua costante presenza, fingendo di nutrire grande affetto per il fratello e di interessarsi alla sua sorte, piano piano trovò ascolto presso la signorina Aubrey. Chi avrebbe potuto resistere al suo potere? Aveva pericoli e tribolazioni da narrare... poteva parlare di sé come di un undividuo che non provava tenerezza per nessun essere umano, tranne per colei alla quale si stava rivolgendo.
Poteva dirle come, sin dal momento che l'aveva conosciuta, la sua esistenza fosse cominciata a sembrargli degna di essere vissuta, non foss'altro che per ascoltare le sue parole consolatrici. Insomma, seppe usare così bene l'arte del serpente, oppure tale era il volere del destino, che riuscì a conquistarne l'affetto. Spettando infine a lui il titolo del ramo più antico della sua famiglia, ottenne un incarico presso un'importante ambasciata, il che servì da pretesto per affrettare le nozze (nonostante la malattia mentale del fratello di lei), che avrebbero dovuto aver luogo il giorno prima della sua partenza per il continente.
 Quando Aubrey fu lasciato solo dal medico e dai tutori, cercò invano di corrompere i domestici. Chiese carta e penna, e quando gli furono date scrisse una lettera alla sorella, scongiurandola, se teneva alla propria felicità, al proprio onore e all'onore di coloro che adesso erano nella tomba ma che un tempo avevano tenuto tra le braccia lei, la loro speranza e la speranza del casato, di differire anche solo di poche ore quel matrimonio, a cui prediceva le più gravi sciagure. I domestici promisero di consegnargliela e la dettero invece al medico, il quale ritenne fosse meglio non turbare ulteriormente l'animo della signorina Aubrey con quelli che riteneva fossero soltanto vaneggiamenti di un pazzo.
La notte trascorse senza riposo per gli indaffarati abitanti della casa e Aubrey udì, con un orrore che è più facile immaginare che descrivere, i rumori dei preparativi in cui erano affaccendati. Giunse il mattino, e con esso gli giunse all'orecchio il rumore delle carrozze. Aubrey divenne quasi furioso. La curiosità dei domestici alla fine ebbe la meglio sulla vigilanza: pian piano tutti se ne andarono quatti quatti lasciandolo affidato a una debola vecchia. Il giovane colse subito l'occasione e con un balzo fuggì dalla stanza, raggiungendo in un attimo la sala dove erano tutti riuniti. Lord Ruthven fu il primo ad accorgersi della sua presenza; subito gli si avvicinò e, stringendogli il braccio con violenza, lo condusse in tutta fretta fuori dalla sala, muto per la rabbia. Quando furono sulle scale, Lord Ruthven gli sussurrò all'orecchio: "Ricordati del tuo giuramento, e se oggi tua sorella non sarà mia sposa, sappi che sarà disonorata. Le donne sono fragili!" Così dicendo, lo spinse verso i suoi guardiani, i quali, messi in allarme dalla vecchia, erano corsi a cercarlo. Aubrey non resse più; la sua rabbia, non trovando sfogo, aveva rotto un vaso sanguigno, e fu necessario metterlo a letto. Tutto ciò non fu riferito alla sorella, che non si trovava lì quando era entrato, poiché il medico temeva di metterla in agitazione. Celebrate le nozze, gli sposi lasciarono Londra.
La debolezza di Aubrey aumentò sempre di più; il versamento di sangue provocò i sintomi di una morte imminente. Egli volle che fossero chiamati i tutori della sorella e, quando scoccò la mezzanotte, raccontò loro con calma quel che il lettore già sa e, subito dopo, spirò.
I tutori si precipitarono in soccorso della signorina Aubrey, ma quando giunsero era ormai troppo tardi. Lord Ruthven era scomparso e la sorella di Aubrey aveva appagato la sete di un VAMPIRO!


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