L'Orrore in Guy de Maupassant


L'orrore è un sentimento complicato e complesso, al punto che persino un eccellente dizionario analogico (quello di Paul Robert) benché incline per la sua propria natura a separare d'una parola i grandi valori di significato, è costretto per amor di verità a darne una definizione unitaria e insieme duplice: impressione violenta causata dalla vista o dal pensiero di una cosa spaventevole. Vista e pensiero, spavento e ignominia non sono in questo caso termini antitetici, ma elementi correlati ed entrambi indispensabili per penetrare i caratteri, gli aspetti, gli oggetti di una sensazione estrema, che sta a tutte le altre nello stesso rapporto che isola il nero dagli altri colori.
I veri scrittori dell'orrore, da Poe a Lovecraft, da Bierce a d'Aurevilly, a Villiers de l'Isle-Adam, sono tutti consapevoli delle inscindibilità di questi termini e ottengono risultati più persuasivi quando - ciascuno nella diversa misura del proprio talento - riescono a far combaciare pensiero e vista, ignominia e spavento.
Sino a mezzo secolo fa sarebbe stato impensabile avvicinare a questi nomi quello di Maupassant. Ma sul finire degli anni '40 un saggio di Alberto Savinio, "Maupassant e l'Altro", riuscì a farci vedere per la prima volta il vero volto di Maupassant. "Perché a noi questo importava dire, e, che finora nessuno dei tanti che si sono occupati di Maupassant aveva detto, che a un certo momento in Maupassant nacque un altro Maupassant"
In questo gruppo di racconti si è dato il posto d'onore a "Le Horla" (nota di Lunaria: uno dei migliori racconti horror mai scritti) che risulta essere una summa di altri tre racconti. "Le Horla" è senza dubbio uno dei testi fondamentali della narrativa dedicata all'Orrore "opera unica nel suo genere, di una tragicità assoluta: l'autore vi ha condensato un sentimento di angoscia sino ad allora sconosciuto in tutte le letterature moderne" (M. Ersch)
In un suo articolo, "Le Fantastique", Turgenev scrive "Lo scrittore racconta quel che ha provato e soprattutto come l'ha provato, lasciando percepire il turbamento profondo del suo animo, l'angoscia di trovarsi di fronte a ciò che non può comprendere e quella sensazione straziante di un orrore che avviene davanti a noi e svanisce come un soffio sinora sconosciuto che ci arriva da chissà quale mondo"
In "Le Horla" la presenza dell'Invisibile, dello Sconosciuto "dietro la porta, dietro la vita apparente" è evocata esattamente con quell'aura di vergognoso terrore, che abbiamo veduto essere la caratteristica precipua di questo genere letterario.
Da questa capacità di rendere irrealee la realtà pur riproducendola quanto più esattamente, è possibile deriva la naturale propensione dello scrittore verso il Fantastico e l'Orrifico, verso sogni-incubi affrancati da stretti legami spaziali e di causalità. L'altra spinta irrecusabile verso l'orrore nasceva in Maupassant da due sentimenti preponderanti: la crudeltà assoluta e la sensualità: da fedele lettore di Schopenhauer anche per Maupassant la vita si identifica col desiderio e solo a pochi eletti è concesso affrancarsi da questa schiavitù innata nell'uomo. Anche nel racconto "Bel-Ami" la sensualità è una sensualità commista al dolore, alla consapevolezza di qualcosa che rende precaria e ingannevole tale gioia.
Un saggio di Micheline Besnard-Coursodon ha rintracciato la struttura dominante di quasi tutti i racconti permeati di orrore e di angoscia: la trappola in cui l'uomo è prigioniero senza possibilità di uscita se non nella follia e nella morte. E prima? Prima c'erano ancora altre trappole mortali: la speranza, la logica... I racconti dell'orrore di Maupassant, quelli ancorati alla realtà e quelli allucinati, sono tutti dei trattati di disperazione ragionata, di incomprensibili terrori. L'orrore è per lui: la paura della paura.

Il libro contiene:

Le Horla, La mano scorticata, Pazzo?, La paura, L'orribile, Il tic, Diario di un magistrato, La morta. Sono tutti racconti eccellenti, ma i miei preferiti restano Le Horla, Pazzo?, Diario di un magistrato.

Il titolo "Le Horla" è controverso; potrebbe essere "Horloribo" (personaggio di una pantomima), "Hurlubleu" (un racconto di Charles Nodier); metatesi sillabica di "Lahor" (pseudonimo del dottor Cazalis, amico di Maupassant); l'incipit di "Hors l'Eglise pas de salut" di Eugène Sue. Marie Claire Bancquart propone una derivazione da "Horsain" che nel patois di Normandia significa "Lo straniero, l'estraneo"; potrebbe essera la fantasia slavizzante che vede in "Orla" l'accusativo della parola russa "Oriol"; potrebbe essere anagramma di "Choléra" (l'epidemia di colera che apre e chiude il racconto); potrebbe anche essere la contrazione di "Hors-là", come qualcosa che è al di fuori, all'altro, all'estraneo, allo straniero.

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8 maggio. Che splendida giornata! Ho passato tutta la mattina sdraiato sull'erba, davanti a casa mia, sotto l'enorme platano che le offre riparo, protezione, ombra. Mi piace questo paese e mi piace viverci perchè qui sono le mie radici, radici profonde e sottili, che legano un uomo alla terra dove sono nati e morti i suoi antenati e lo legano anche ai pensieri, ai pasti, alle usanze e agli elementi, alle locuzioni del posto, alle intonazioni degli abitanti, agli odori della terra, dei villaggi e persino dell'aria! Mi piace la casa dove sono cresciuto. Dalle finestre vedo scorrere la Senna lungo il giardino dietro la strada, quasi presso di me, la grande e larga Senna, che va da Rouen a Le Havre, affollata da battelli che passano.
Laggiù a sinistra c'è Rouen, la grande città dai tetti azzurrini, sotto l'aguzza moltitudine di campanili gotici. Sono un'infinità, slanciati o tozzi, dominati dalla guglia  ferrigna della cattedrale e stipati di campane, che rintoccano nell'aria turchina delle belle mattinate, rimandano sino a me il loro lieve, lontano ronzio metallico, il loro canto bronzeo che la brezza mi fa giungere, ora più forte, ora più debole, a seconda che stia ridestandosi oppure assopendosi.
Come si stava bene, quella mattina! Verso le undici, un lungo convoglio di imbarcazioni, trascinate da un rimorchiatore  grande come una mosca e che rantolava  dalla fatica vomitando un fumo denso, sfilò davanti alla mia cancellata. Dietro due golette inglesi con la bandiera rossa ondeggiante contro il cielo, veniva un superbo tre alberi brasiliano, tutto bianco, ammirevolmente pulito e lucido. Senza saper perchè gli feci un cenno di saluto tanto mi fece piacere vederlo.

12 maggio. Da qualche giorno ho un po' di febbre, non mi sento bene,  o meglio mi sento triste. Da dove derivano queste suggestioni misteriose che mutano la nostra felicità  in scoraggiamento e la nostra fiducia in debolezza? Si direbbe che l'aria, l'aria invisibile sia satura di inconoscibili Potenze, di cui subiamo la misteriosa influenza. Mi sveglio allegro, con la voglia di cantare nella gola. Perchè? Scendo a passeggiare lungo il fiume e subito faccio ritorno a casa  dopo pochi passi, desolato, come se m'attendesse lì qualche sciagura.  Perchè?  Forse un brivido di freddo, sfiorandomi la pelle, m'ha scosso i nervi, m'ha rabbuiato l'anima? La forma delle nuvole  o la luce della giornata o il vario colore delle cose che mi passano davanti agli occhi han turbato i miei pensieri? Chi lo sa? Tutto quel che c'è attorno, tutto quello che vediamo senza guardarlo, tutto quello che sfioriamo senza conoscerlo o tocchiamo senza palparlo, tutto quel che incontriamo senza distinguerlo, ha su di noi, sui nostri sensi e attraverso essi sulla nostra mente, persino sul nostro animo, effetti rapidi e sorprendenti e inesplicabili? Com'è profondo questo mistero dell'Invisibile! Non possiamo sondarlo coi nostri miserevoli sensi, con gli occhi che non riescono a percepire né ciò che è troppo piccolo, né troppo grande, né il troppo vicino, né il troppo lontano e nemmeno gli abitanti d'un astro o d'una goccia d'acqua...con le orecchie che ci ingannano, trasmettendo le vibrazioni dell'aria come note sonore. Sono le fate che compiono il miracolo di cangiare in rumore il movimento e con questa metamorfosi fanno nascere la musica che riesce a cantare la muta animazione della natura...con l'olfatto più debole di quello d'un cane...col gusto che a stento discerne l'età di un vino! Ah! se avessimo altri organi capaci di compiere a nostro vantaggio altri miracoli, quante cose ancora potremmo
scoprire intorno a noi!

16 maggio. Sto sicuramente male. Ero in buona salute appena un mese fa! Ho la febbre, una febbre atroce, o piuttosto un'agitazione febbrile, che mi fa soffrire nell'animo come nel corpo! Ho in continuazione la spaventosa sensazione che un pericolo mi sta minacciando, l'apprensione per una sciagura che è il segno della morte vicina, il presentimento d'un morbo sconosciuto che germina nel mio sangue e nella mia carne.

18 maggio. Sono stato a consultare il medico, perchè non riuscivo più a dormire. Ha trovato che ho il polso rapido, occhio dilatato, nervi vibranti, ma non sintomi allarmanti. Devo curarmi con docce frequenti e bromuro di potassio.

23 maggio. Nessun miglioramento. Davvero il mio stato di salute è inconsueto. Man mano che s'avvicina il buio, mi sento invaso da un'incomprensibile ansia, come se la notte fosse per me una terribile minaccia. Ceno in fretta, poi cerco di leggere; ma non capisco le parole, distinguo appena i caratteri tipografici. Allora cammino su e giù per il salotto, oppresso da una paura confusa e irresistibili, la paura del sonno e la paura del letto.
Verso le dieci salgo in camera mia. Appena entrato do due mandate di chiave alla porta e tiro il chiavistello; ho paura... di che? ...Non avevo timori sino a questo momento...apro i due armadi, guardo sotto il letto; ascolto... ascolto.... che cosa? Non è strano che un lieve malessere, forse un disturbo circolatorio, l'irritazione d'un nervo, una leggera congestione, insomma, un piccolo turbamento nella funzionalità così imperfetta e così delicata della nostra macchina vitale, possa trasformare una persona allegra in un essere malinconico, un coraggioso in un vile? Poi mi metto a letto e aspetto il sonno come si attenderebbe il carnefice. Aspetto che venga con apprensione e intanto il cuore mi batte, le gambe tremano e tutto il corpo trasale pur nel tepore delle coltri sino al momento in cui cado all'improvviso in un profondo sopore, così come cadrei per annegarmi in un abisso d'acqua stagnante. Non lo sento arrivare, come m'accadeva una volta, questo perfido sonno, che è nascosto in me, pronto a spiarmi, che m'afferra alla testa, mi chiude gli occhi, mi annienta.
Dormo -a lungo- due o tre ore-poi un sogno -no- un incubo mi afferra. Io sento d'esser a letto, sento che sto dormendo...lo sento...e lo so...ma sento pure che qualcuno si avvicina a me, mi guarda...mi tocca, sale sul letto, si inginocchia sul mio petto, mi prende tra le mani il collo e stringe...stringe...con tutte le sue forze per strangolarmi.
Io tento di lottare, inchiodato da quell'atroce impotenza che ci paralizza nei sogni: vorrei gridare, non ci riesco; cerco di dimenarmi, non posso; cerco, ansimando e con grandi sforzi, di girarmi, di respingere quell'essere che mi schiaccia e mi soffoca...non posso!
Di colpo mi ridesto, smarrito, sudato. Accendo una candela. Sono solo. Dopo questa crisi, che si ripete ogni notte, finalmente riesco a dormire fino all'aurora, placato.

2 giugno. Le mie condizioni di salute si sono aggravate. Che cos'ho? Il bromuro non fa effetto e così le docce. Poco fa, per stancare il corpo, pur se già fiacco, sono andato a fare una passeggiata nella foresta di Roumare. Ho creduto in un primo tempo che l'aria fresca, leggera e piacevole, piena di odori d'erbe e di foglie mi potesse versare nelle vene sangue nuovo e nel cuore una nuova energia. Ho preso una grande strada di caccia e poi ho piegato verso il villaggio di La Bouille, percorrendo un viale chiuso da due fitti schieramenti di alberi, smisuratamente alti, che mettevano tra me e il cielo uno spesso tetto verde. Improvvisamente rabbrividii: non per il freddo, ma per una indefinibile angoscia. Affrettai il passo, inquieto per il fatto che ero solo nel bosco, intimorito senza motivo, anzi stupidamente, da quella assoluta solitudine. Ad un tratto ebbi l'impressione che qualcuno mi stesse seguendo, camminasse dietro di me, abbastanza vicino da potermi toccare.
Mi volsi di colpo. Ero solo. Non vidi alle mie spalle che il largo viale fiancheggiato dagli alti alberi e vuoto, paurosamente vuoto; si stendeva a perdita d'occhio anche nell'altra direzione, sempre uguale, spaventoso. Chiusi gli occhi. Perchè? E mi misi a girare su me stesso, velocemente, come una trottola. Stavo per cadere e allora riaprii gli occhi, gli alberi parevano danzare, il suolo si ondulava: dovetti sedermi a terra. E poi, ah!, non sapevo più da che parte ero arrivato lì.  Bizzarra idea! Bizzarra! Bizzarra idea! Non lo sapevo più. Andai dalla parte che si trovava alla mia destra e tornai sul gran viale che m'aveva condotto in mezzo alla foresta.

3 giugno. Notte orribile. Vado via per qualche settimana. Un breve viaggio certamente mi farà tornare sano.

2 luglio. Ritorno a casa, sono guarito. E inoltre ho fatto una splendida escursione. Ho visitato il monte San Michele, dove non ero stato mai. Che vista, quando, con me, s'arriva ad Avranches al tramonto! La città è posta su una collina; mi condussero al parco pubblico, in cima alla città vecchia. Lanciai un grido di stupore. A perdita d'occhio si apriva davanti a me una baia immensa, tra due coste solitarie, perdendosi in lontananza tra le brume; al centro di questa immensa baia gialla, sotto un cielo bianco e oro, si alza sopra la sabbia un monte di forma inconsueta, molto scuro e appuntito. Il sole era appena tramontato e sull'orizzonte ancora purpureo si disegnava il profilo di questo fantastico ammasso di rupi, che aveva proprio in cima un edificio altrettanto fantastico. All'aurora del giorno seguente mi mossi in quella direzione. C'era bassa marea, come il giorno prima al tramonto. Man mano che avanzavo la sorprendente abbazia cominciava a delinearsi davanti a me. Dopo parecchie ore di cammino, raggiunsi l'enorme blocco di pietra che sorregge una piccola rocca dominata dalla grande chiesa. Inerpicatomi su per la ripida stradina, entrai nella più mirabile dimora gotica costruita per Dio sulla terra, vasta come una città, affollata di cappelle schiacciate sotto le volte e di alte gallerie sostenute da esili colonne. Entrai in questo gigantesco gioiello di granito, leggero come una trina, fiancheggiato da torri e da minuscoli campanili, verso i quali salgono scale ritorte, e che lanciano nel cielo azzurro dei giorni e in quello nero delle notti, le loro cupole bizzarre, irte di chimere, di diavoli, di bestie fantastiche, di fiori mostruosi, collegate l'una all'altra da svelti archi ricchi di fregi.
Quando arrivai in cima, dissi al monaco che mi accompagnava: "Padre, come si deve vivere bene quassù!". Lui rispose: "C'è parecchio vento, Signore"; e ci mettemmo a chiacchierare mentre guardavamo la marea salire, correre sulla sabbia e rivestirla d'una corazza color dell'acciaio.
Il monaco mi raccontò alcune storie, tutte le vecchie storie del posto, e leggende, nient'altro che leggende. Una di queste mi colpì in modo particolare. Gli abitanti della zona, quelli della rocca, pretendono che di notte si sentano voci sulla spiaggia, e inoltre che si possano sentire anche due capre che belano, una con voce robusta, l'altra con voce più flebile. Gli increduli sostengono che si tratta delle strida degli uccelli marini, rassomiglianti appunto a belati o anche, talora, al lamento d'un uomo; ma i pescatori che lavorano anche la notte giurano di aver incontrato, girando per la spiaggia, tra una marea e l'altra, attorno alla rocca così isolata dal resto del mondo, un vecchio pastore, con la testa nascosta dal mantello, che guidava, camminando avanti a loro, un montone col viso d'uomo e una capretta col viso di donna, tutti e due con lunghi capelli bianchi e parlando in continuazione in una lingua sconosciuta. Ogni tanto smettevano di litigare tra loro e cominciavano a belare quanto più forte potevano. Dissi al monaco: "Ci credete?" Mormorò: "Non lo so". Allora io ribattei: "Se sulla terra esistessero altri esseri oltre a noi, come mai in tanto tempo non li avremmo mai conosciuti? Come mai, non li avreste visti, voi? Come mai avrei potuto non vederli io?" Mi rispose: "Forse che vediamo la centomillesima parte di tutto ciò che esiste? Prendiamo il vento, la più potente delle forze della natura, capace di abbattere uomini e case, sradicare alberi, sollevare l'acqua del mare in ondate alte come montagne, distruggere scogliere, far naufragare grandi bastimenti, il vento che uccide, che fischia, che geme, che romba -l'avreste mai veduto, voi? E potete vederlo? Eppure esiste". Di fronte a questo semplice ragionamento, tacqui. Forse quell'uomo era molto saggio, o forse uno sciocco. Non avrei saputo dare un parere certo, ma tacqui. Quel che aveva detto, io l'avevo pensato spesso.

3 luglio. Ho dormito male. Certamente c'è qui un epidemia influenzale perchè anche il mio cocchiere è stato male come me. Mentre tornavamo a casa, ieri, avevo notato che era molto pallido. Gli chiesi: "Che cos'avete Jean?" "Non riesco più a dormire, Signore. Le notti mi consumano i giorni. Da quando lei è partito, Signore, questo male mi perseguita. Tuttavia gli altri servitori godono di buona salute. Io ho una gran paura d'una ricaduta".

4 luglio. Sto di nuovo male. Sono tornati gli stessi incubi. La notte scorsa ho sentito qualcuno accovacciato sopra di me, con la bocca contro la mia: mi beveva la vita attraverso le labbra. Sì, l'aspirava dalla mia gola, come una sanguisuga. Poi, s'è alzato, sazio, e io mi sono svegliato, talmente fiacco e malconcio che non ce la facevo a muovermi. Se continuerà in questo modo ancora per qualche giorno, ripartirò sicuramente.

5 luglio. Ho perduto la ragione? Quel che è accaduto, quel che ho visto la scorsa notte è talmente strano che, se ci penso, la mente si smarrisce! Come è ormai mia abitudine serale, avevo chiuso a chiave la mia porta; poi, avendo sete, ho bevuto un mezzo bicchiere d'acqua; è così ho fatto caso al particolare che la caraffa era piena sino all'altezza del tappo di cristallo.
Poi mi sono coricato e sono caduto in uno dei miei spaventosi torpori da cui sono stato tratto circa due ore dopo da uno choc ancora più orribile.
Immaginate un uomo addormentato che viene assassinato nel sonno, e che, destatosi, s'accorge d' avere un coltello conficcato in un polmone. Coperto di sangue, rantola, senza riuscire a respirare. Sta per morire e non comprende cos'è accaduto -ecco.  
Riprese le mie facoltà mentali, ebbi di nuovo sete; accesi una candela e andai verso il tavolino su cui avevo appoggiato la caraffa. La sollevai inclinandola verso il bicchiere, non ne uscì una goccia. Era vuota! Completamente vuota! Da principio rimasi del tutto frastornato, ma d'improvviso provai una terribile emozione tanto che dovetti mettermi a sedere, anzi caddi di colpo su una sedia! Poi mi rialzai con un balzo per guardarmi intorno. Tornai a sedermi, sconvolto dallo stupore e dalla paura davanti a quella bottiglia di cristallo. La guardai con gli occhi sbarrati, cercando di indovinare.Le mani mi tremavano. Chi aveva bevuto l'acqua? Chi? Io; io, non c'erano dubbi...non potevo veramente essere stato che io. Allora, ero sonnambulo, vivevo senza rendermene conto quella doppia vita misteriosa che ci fa venire il dubbio che due esseri siano dentro di noi oppure che una presenza estranea, inconoscibile, e invisibile, animi ogni tanto, quando la nostra anima è in letargo, il nostro corpo che le ubbidisce come uno schiavo, come ubbidiva a noi, più che a noi. Ah! Chi riuscirà a capire la mia atroce angoscia? Chi potrà capire il turbamento d'un uomo sano di mente, ben desto e ragionevole che guarda spaventato una caraffa di cristallo, da dove -mentre lui dormiva- è sparita un po' d'acqua! Rimasi lì fino al giorno fatto, senza aver il coraggio di tornare a letto.

6 luglio. Sto diventando pazzo. Questa notte ha bevuto ancora tutta l'acqua della caraffa - o forse sono io a berla? Ma allora Lui è io...Sono io? Chi altri potrebbe essere? Chi? Dio! Sto impazzendo? Chi potrà salvarmi?

10 luglio. Sto facendo degli esperimenti sorprendenti. Sono sicuramente folle! Eppure... Il 6 luglio prima di coricarmi ho posto sul tavolino vino, latte, pane, acqua e fragole. Lui ha bevuto -io ho bevuto- tutta l'acqua e un po' di latte. Il vino, il pane, le fragole non sono stati toccati. Il 7 luglio ho ripetuto l'esperimento, con lo stesso risultato. l'8 luglio, ho tolto l'acqua e il latte. Nulla è stato toccato. E finalmente il 9 luglio ho rimesso sul tavolino l'acqua e il latte solamente, dopo aver messo attorno alle caraffe delle fasce di mussola bianca e dopo aver legato con dello spago i tappi. Poi mi sono stropicciato sulle labbra, sul mento e sulle mani della polvere di piombo e mi sono coricato. Un sonno profondo m'ha afferrato; il risveglio è stato atroce come al solito. Non m'ero mosso dal letto, nemmeno la biancheria recava tracce di piombo. Allora mi slanciai verso il tavolino. Le fasce che circondavano le due bottiglie erano immacolate. Slegai gli spaghi, palpitando di spavento. Non c'era più una goccia d'acqua, né di latte! Ah, Dio, Dio!.... Voglio partire subito per Parigi.

12 luglio. Avevo proprio perso la testa nei giorni scorsi. La fantasia esasperata aveva fatto di me il suo zimbello, a meno che io non sia davvero sonnambulo o che sia stato vittima d'uno di quei poteri, la cui esistenza è provata benchè non abbiano una spiegazione razionale sino ad oggi, che vengono chiamati col nome di suggestioni. In ogni caso, il mio turbamento era prossimo alla follia: una giornata a Parigi è stata sufficiente a rimettermi in sesto.
Ieri, dopo qualche commissione e qualche visita, che hanno rinfrancato il mio animo come un'aria fresca e vivificante, ho terminato la serata andando al Théatre-Francais. Davano una commedia di Alexandre Dumas figlio; e questo scrittore vivace e potente ha completato la mia guarigione. è vero, la solitudine è pericolosa per le intelligenze attive. Vicino a noi debbono esserci altri uomini veri che pensano e che parlano. Quando restiamo soli per un periodo di tempo  troppo lungo riempiamo il vuoto con dei fantasmi.
Sono rientrato all'albergo di buon umore, percorrendo i Boulevards. Mentre la folla mi passava vicino, pensavo con ironia ai miei terrori, alle mie supposizioni della settimana scorsa, quando ho creduto -sì, creduto- che un essere invisibile vivesse accanto a me. Com'è fragile la nostra mente, quando presto si sgomenta e smarrisce, appena siamo coinvolti in qualche fatto che non riusciamo a capire! Invece di trarre questa semplice conclusione: "Non capisco perchè mi sfugge la causa di questo fatto", immaginiamo subito spaventosi misteri e potenze sovrannaturali.

14 luglio. Festa della Repubblica. Ho passeggiato per strada. Petardi e bandiere mi rallegravano come un fanciullo, anche se è stupido essere allegri a una data fissa, per decreto governativo. Il popolo è un gregge imbecille, qualche volta stupidamente paziente, qualche volta ferocemente ribelle. Se gli si dice: "Divertiti", si diverte. Gli dicono: "Va' a combattere il nemico", e lui va a combattere. Gli dicono: "Vota per l'Imperatore" e lui vota così. Poco dopo gli dicono: "Vota per la Repubblica". E lui vota così. Anche coloro che lo influenzano sono idioti, con la sola differenza che non ubbidiscono a degli uomini, ma a dei principi, che non possono essere altro che stolidi, sterili e falsi proprio per il fatto che sono dei principi, e cioè idee ritenute certe e immutabili, in un mondo dove non si è sicuri di nulla, dato che la luce è un'illusione, il rumore è un'illusione.

16 luglio. Ieri ho veduto cose che m'han profondamente turbato. Ero a Cens da mia cugina, Madame Sablè. Suo marito è il comandante del 76° reggimento di stanza a Limoges. A casa sua c'erano anche due giovani donne, una delle quali ha sposato un medico, il dottor Parent, specialista in malattie nervose e che si occupa particolarmente di quelle manifestazioni straordinarie che derivano da esperimenti di ipnotismo e di suggestione. Ci ha raccontato con molti particolari i risultati prodigiosi ottenuti da alcuni luminari inglesi e dai medici della scuola di Nancy. Gli avvenimenti  che riferì mi sono sembrati talmente bizzarri da farmi dichiarare totalmente incredulo.
"Noi siamo sul punto", affermava, "di scoprire uno dei più importanti segreti della natura, voglio dire: uno dei più importanti segreti su questa terra, in quanto ce ne sono di altrettanto importanti lassù nel firmamento."  
Da quando l'uomo è capace di pensare, da quando sa esprimere e scrivere ciò che pensa, ha la sensazione di sfiorare continuamente un mistero impenetrabile dei suoi sensi rudimentali e imperfetti e allora cerca di supplire con lo sforzo dell'intelligenza all'impotenza dei suoi organi.
Quando l'intelligenza era ancora in uno stadio primitivo, quest'incubo dei fenomeni invisibili aveva assunto forma banalmente terrorizzanti. Da ciò sono nate le credenze popolari nel sovrannaturale, le leggende sugli spiriti erranti, sulle fate, gli gnomi, i fantasmi e direi persino la leggenda di Dio, perchè le nostre concezioni dell'artefice-creatore, quale che sia la religione di provenienza, sono tra le invenzioni più ovvie, stupide e inaccettabili uscite dalla mente spaurita dell'uomo. Niente risponde alla verità più di questa frase di Voltaire: "Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, ma l'uomo ha saputo ben ripagarlo".
Ma da poco più d'un secolo ci sono presentimenti di nuove concezioni. Mesmer e qualche altro ci hanno condotti su vie inattese e, da quattro o cinque anni specialmente, siamo arrivati a risultati sorprendenti. Mia cugina, anch'essa molto incredula, sorrideva. Allora il dottore Parent le disse: "Volete che tenti d'addormentarvi, Signora?". "Sì, vorrei provare".
Ella si sedette su una poltrona e il medico cominciò a fissarla. Mi sentivo turbato, il cuore mi batteva velocemente, avevo la gola chiusa. Vedevo le palpebre di Madame Sablè appesantirsi, la bocca contrarsi, il petto ansimare. Dopo dieci minuti, dormiva.
Il medico mi disse: "Mettetevi dietro di lei". E io mi sedetti dietro di lei. Allora il medico mise tra le mani di mia cugina un biglietto da visita, dicendole nello stesso tempo :"Questo è uno specchio: cosa vedete riflesso?"
Ella rispose: "Vedo mio cugino".
"Che sta facendo?"
"Si piega i baffi"
 "E adesso?"
"Ha tratto di tasca una fotografia"
"Di chi è la fotografia?"
"è la sua"
Era vero! E quella fotografia m'era stata consegnata in albergo lo stesso giorno.
"Com'è raffigurato nel ritratto?"
"è in piedi e tiene il cappello in mano"
Dunque, vedeva in quel cartoncino bianco come se avesse visto in uno specchio.
Le giovani signore, spaventate, dicevano: "Basta! Basta! Basta!"
Ma il medico ordinò ancora: "Domani vi alzerete alle otto; poi andrete a far visita a vostro cugino nel suo albergo e lo pregherete di prestarvi cinquemila franchi che vostro marito vi richiede e che pretenderà da voi al prossimo suo ritorno."
Poi la ridestò.
Mentre tornavo in albergo, ripensavo a quella strana seduta e fui assalito da qualche dubbio, non sulla assoluta e insospettabile buona fede di mia cugina, che dall'infanzia era per me come una sorella, ma su una possibile soperchieria da parte  del dottore. Forse aveva celato nella mano uno specchietto che mostrava alla giovane signora addormentata insieme al suo biglietto da visita? I prestidigitatori professionisti sono capaci di trucchi anche più singolari. Tornai dunque in albergo e andai a dormire. Stamattina, alle otto e mezza o giù di lì, fui svegliato dal mio cameriere che m'annunciò: "C'è Madame Sablè che chiede di parlare d'urgenza con il signore". Mi rivestii in fretta e la ricevetti. Ella sedette, molto agitata, abbassò gli occhi e, senza sollevare la veletta mi disse: "Caro cugino, ti devo chiedere un gran favore".
"Quale, mia cara cugina?"
 "Sono molto imbarazzata a dirlo, eppure devo farlo. Ho bisogno, ho assolutamente bisogno di cinquemila franchi".
"Com'è possibile? Proprio tu!"
"Sì, occorrono a me, o meglio a mio marito che m'ha dato l'incarico di trovarli."
Ero talmente stupito che balbettai nel rispondere. Mi chiedevo se ella non si fosse burlata di me insieme al dottor Parent, se tutto ciò non fosse un semplice scherzo preparato in anticipo e eseguito alla perfezione. Ma mentre la guardavo attentamente, i miei dubbi svanirono. Questo passo le aveva arrecato un tale dolore che ella tremava per l'angoscia, e capii che la sua gola era gonfia di singhiozzi. Io sapevo che era ricchissima, e allora soggiunsi: "Ma come? Tuo marito non ha cinquemila franchi di cui disporre? Via, rifletti; sei proprio sicura che ti ha incaricato di richiedermeli?"
Esitò qualche secondo, come se dovesse fare un grande sforzo per ricorrere alla memoria, poi mi rispose: "Sì... sì... ne sono certa".
"Ti ha scritto?"
Rimase perplessa per un po', mentre rifletteva. Io capivo lo sforzo fatto dalla sua mente sottoposta a una specie di tortura. Non sapeva. Sapeva solo che doveva ottenere da  me un prestito di cinquemila franchi per il marito. E perciò ebbe il coraggio di mentire: "Sì, mi ha scritto".
"Quando? Ieri non m'hai detto niente..."
"Ho ricevuto la lettera stamattina"
"Puoi farmela vedere?"
"No... No. C'erano delle frasi intime...troppo personali... l'ho...l'ho bruciata".
"Allora vuol dire che tuo marito fa dei debiti?"
Di nuovo ella esitò, poi mormorò:
"Non so"
All'improvviso dichiarai: "Il fatto è che in questo momento non posso disporre di cinquemila franchi, cara cugina"
Ella proruppe in un grido di dolore:
"Oh, ti prego...ti prego: trovali" 
Si accalorava, riuniva le mani come a pregarmi. Udivo che la sua voce cambiava continuamente di tono; piangeva e balbettava nello stesso tempo, torturata, dominata dall'ordine irresistibile che aveva ricevuto.
"Oh! Ti supplico, se sapessi come soffro...Mi occorrono in giornata"
Ebbi pietà di lei. "Te li darò tra poco, te lo giuro."
Esclamò: "Oh, grazie! Grazie! Quanto sei buono!"
Soggiunsi: "Ricordi quel che è successo iersera in casa tua?"
"Sì"
"Ricordi che il dottor Parent ti ha ipnotizzato?"
"Sì"
"Ebbene, è lui che t'ha dato l'ordine di venire stamattina da me a chiedermi cinquemila franchi in prestito, e in questo modo tu obbedisci a questa suggestione"
Sembrò riflettere per qualche secondo, poi rispose: "Ma se è mio marito che li chiede!"
Per un'ora intera cercai di convincerla, ma non ci riuscii. Appena fu andata via, mi precipitai dal medico. Stava per uscire e m'ascoltò sorridendo. Poi disse: "Adesso siete convinto?"
"Per forza!"
"Andiamo da vostra cugina"
Ella stava sonnecchiando su un divano, spossata dalla stanchezza. Il medico le prese il polso, la fissò per qualche attimo, con una mano alzata davanti ai suoi occhi che ella chiuse pian piano sotto lo sforzo insostenibile di quella potenza magnetica.
Quando fu addormentata:
"Vostro marito non ha più necessità di quei cinquemila franchi. Voi dunque dimenticherete che avete pregato vostro cugino di prestarveli. Se vi parlerà di questo, voi non capirete quel che vuol dire."
Poi la risvegliò. Trassi di tasca il portafogli: "Ecco, cara cugina, quel che m'hai chiesto stamane"
Ella fu così sorpresa che non osai insistere. Cercavo tuttavia di stimolare la sua memoria, ma mia cugina negò tutto con energia, pensò che mi stessi burlando di lei e fu lì lì per arrabbiarsi. Ecco! sono rientrato in albergo; non ho potuto far colazione, tanto quell'esperimento mi ha sconvolto.

19 luglio. Molte persone a cui ho raccontato quest'avvenimento m'hanno preso in giro. Non so più che cosa pensare. Il saggio dice: "Forse?"

21 luglio. Sono stato a pranzo a Bougival , poi ho passato la serata al ballo dei canottieri. è evidente che tutto dipende dal luogo e dall'ambiente. Credere al soprannaturale nell'isola della Grenouillère sarebbe il colmo della pazzia...ma in cima al monte San Michele? ...ma nelle Indie? Noi subiamo in maniera spaventosa l'influenza dell'ambiente. Farò ritorno a casa nella settimana entrante.

30 luglio. Eccomi di nuovo a casa mia, da ieri. Va tutto bene.

2 agosto. Niente di nuovo. Tempo magnifico. Passo le giornate a veder scorrere la Senna.

4 agosto. Litigi tra i domestici. Pretendono che qualcuno, di notte, si metta a rompere i bicchieri dentro i buffet. Il cameriere accusa la cuoca, che a sua volta dice che è colpevole la donna che viene a fare il bucato, la quale dice che è stato il giardiniere. Chi è il colpevole? Furbo chi lo scopre.

6 agosto. Questa volta non sono pazzo....ho visto...ho visto...ho visto! Non oso più aver dubbi, l'ho visto! Ho ancora freddo fino alle ossa....ho ancora paura fino alla  punta delle unghie...ho visto! Stavo passeggiando verso le due, in pieno sole, tra le mie aiuole di rose...nel viale dei rosai autunnali che cominciano a fiorire. Mentre mi fermavo a osservare  un "Gigante delle battaglie" che portava tre  fiori magnifici, io vidi, vidi chiaramente, vicinissimo a me lo stelo di una delle rose piegarsi, come se una mano invisibile l'avesse incurvata, poi spezzarsi come se quella mano l'avesse colta! Poi il fiore si sollevò, seguendo la curva che avrebbe descritto un braccio nell'atto di avvicinarlo all'altezza d'una bocca umana, e restò sospeso nell'aria trasparente, solo, immobile, una spaventosa macchia rossa appena a tre passi  dai miei occhi.
Fuori di me, mi slanciai per afferrare la rosa! Non trovai nulla. La rosa era scomparsa. Allora fui preso da una collera furiosa contro me stesso, perchè a un uomo dotato di ragione, a un uomo serio, non è consentito avere un'allucinazione di questo genere! Ma era proprio un'allucinazione? Mi volsi a cercare il gambo del fiore, e lo ritrovai sull'arbusto, spezzato di fresco, fra le altre due rose rimaste sul ramo. Allora rientrai in casa con l'animo sconvolto; perchè ormai io sono convinto, convinto come dell'alternarsi dei giorni e delle notti, convinto che c'è vicino a me un essere invisibile, che si nutre di latte e di acqua, che ha facoltà di toccare gli oggetti, prenderli e cambiarli di posto, un essere dotato dunque d'una natura materiale, benchè non percettibile dei nostri sensi, e che abita -come me- sotto il mio tetto...

7 agosto. Ho riposato tranquillamente. Lui ha bevuto l'acqua della mia caraffa, ma non ha disturbato il mio sonno. Comincio a chiedermi se sono pazzo. Passeggiando poc'anzi al sole, lungo la riva del fiume, sono stato colto da dubbi sul mio stato mentale: non più vaghi come sono stati sinora, ma precisi, assoluti. Ho visto dei pazzi; ne ho conosciuti alcuni che rimanevano lucidi, persino chiaroveggenti su molte cose della via, pieni d'intelligenza, fuorchè su un punto. Parlavano di qualsiasi argomento in modo chiaro, spontaneo, profondo, ma d'un tratto il pensiero, cozzando contro lo scoglio della loro follia, vi si infrangeva in frammenti, si sparpagliava e affondava in quell'oceano furioso e terrificante, pieno di onde scatenate, di nebbie, di burrasche, che si chiama "demenza".Certo, mi crederei pazzo, completamente pazzo, se non fossi cosciente, se non controllassi  perfettamente il mio stato, se non lo sondassi analizzandolo in piena lucidità di mente. Insomma sarei un allucinato che però ragiona. Nel mio cervello sarebbe avvenuto un perturbamento sconosciuto, uno di quei perturbamenti che oggi i fisiologi cercano di seguire e di conoscere meglio, e questo perturbamento avrebbe aperto il mio spirito, nell'ordine e nella logica delle mie idee una profonda fattura. Fenomeni di questo tipo avvengono nel sonno che ci conduce attraverso le fantasmagorie più inverosimili senza stupore da parte nostra, perchè l'apparato verificatore e il senso del controllo sono in stato d'assopimento, mentre la facoltà immaginativa veglia e lavora. Non potrebbe darsi che qualche piccolo, impercettibile tasto dell'apparato cerebrale sia paralizzato? Alcuni uomini, in seguito a qualche incidente, perdono la memoria dei nomi propri, o dei verbi o dei numeri, o soltanto delle date. Le localizzazioni di tutte le particelle del pensiero sono ormai dimostrate. Ora non ci sarebbe niente di strano se la mia facoltà di controllare la irrealtà di certe manifestazioni allucinatorie si fosse attualmente intorpidita dentro di me.
Riflettevo a tutte queste cose mentre percorrevo la riva della Senna. Il sole inondava di luce il fiume, spargeva deliziosi chiarori sulla terra, mi riempiva gli occhi di amore per la vita: per le rondini, la cui agilità è una gioia ai miei occhi, per le erbe della proda il cui fremito è una felicità alle mie orecchie. Ma un malessere inesplicabile mi invadeva a poco a poco. Mi sembrava che una forza occulta m'intorpidisse le membra, mi fermasse, mi vietasse di andare più avanti, mi richiamasse indietro. Provavo quel doloroso bisogno di rincasare che ci opprime quando abbiamo lasciato un infermo e ci assale il presentimento d'un aggravamento del suo male. Così, mio malgrado tornai indietro, sicuro che avrei trovato a casa una spiacevole notizia, una lettera o un telegramma. Non c'era niente, e fui più sorpreso e più inquieto che se avessi di nuovo avuto una visione fantastica.

8 agosto. Ieri ho passato una serata spaventosa. Lui non si manifesta più, ma io lo sento vicino a me, intento a spiarmi, a guardarmi. Penetra dentro me, mi domina; è più pericoloso, così nascosto, di quando segnala con fenomeni soprannaturali la sua presenza invisibile e costante. Eppure ho dormito.

9 agosto. Niente, ma ho paura.

10 agosto. Niente; che succederà domani?

11 agosto. Ancora niente; non posso più rimanere in casa con questo timore e questo pensiero penetrati nella mia anima: partirò.

12 agosto, alle dieci di sera. Durante tutta la giornata avrei voluto andarmene via: non ho potuto. Ho voluto compiere questo atto di libertà: così semplice, così facile -uscire e salire in carrozza
per andare a Rouen - non ho potuto. Perchè?

13 agosto. Quando si è colpiti da certe malattie, tutte le molle
dell'essere fisico sembrano spezzate, tutte le energie annientate, tutti i muscoli inefficienti; le ossa divenute flosce come la carne e la carne liquida come l'acqua. Io provo queste trasformazioni nel mio essere morale in modo strano e angosciante. Non ho più forza né coraggio, nessun dominio su me stesso e neanche  il potere di mettere in moto la volontà. Non posso più volere, ma qualcuno vuole al mio posto e io ubbidisco.

14 agosto. Sono perduto!  Qualcuno possiede la mia anima e la domina! Qualcuno comanda ogni mio atto, ogni mio pensiero. Io non conto più niente dentro di me, sono soltanto uno spettatore ridotto in schiavitù e terrorizzato da tutte le azioni che compio. Vorrei uscire. Non posso. Lui non vuole e io rimango, smarrito, tremante nella poltrona in cui m'ha obbligato a sedere. Vorrei soltanto alzarmi, sollevarmi per poter ancora credere che sono padrone di me. Non posso! Sono saldato a questa poltrona e questa poltrona aderisce al suolo in modo tale che nessuna forza potrebbe sollevarci. Poi, improvvisamente, bisogna, bisogna che vada in fondo al giardino per cogliere qualche fragola e mangiarla. E ci vado! Colgo le fragole e le mangio! Oh, mio Dio, mio Dio, mio Dio! Ma c'è un Dio? Se c'è mi liberi, mi porti in salvo, faccia qualcosa per me! Perdono! Pietà! Grazia! Salvatemi, Signore! Ah che sofferenza, che tortura! Che orrore!

15 agosto. Certo, ecco com'era posseduta e  dominata la mia povera cugina, quand'è venuta a chiedermi in prestito i cinquemila franchi. Subiva una volontà estranea, entrata in lei come una seconda anima, un'altra anima parassita e dominatrice. Il mondo sta forse per finire?
Ma chi è colui che mi domina, questo invisibile? Questo inconoscibile, questo errante d'una razza soprannaturale? Dunque gli Invisibili esistono! Allora, come mai dall'origine del mondo non si erano ancora manifestati in modo preciso come fanno adesso con me? Io non ho mai letto nulla che assomigli, anche lontanamente, a quel che avviene in casa mia. Oh,  se potessi lasciarla, andar via, scappare e non tornare mai, mai più! Sarei salvo, ma non posso farlo.

16 agosto. Oggi ho potuto sfuggirgli per due ore, come un prigioniero che per caso trova aperta la porta della sua cella. Ho sentito che improvvisamente ero libero e che Lui era lontano. Ho ordinato che attaccassero in fretta la carrozza e sono andato a Rouen. Quale gioia poter dire a un uomo che ti ubbidisce: "Andiamo a Rouen!".
Ho fatto fermare davanti alla biblioteca e ho pregato che mi prestassero il grande trattato del dottor Hermann Herestauss sulle presenze sconosciute del mondo antico e moderno. Poi, nel momento in cui stavo salendo nel mio coupé, avrei voluto dire "Alla stazione!", e invece ho gridato -non ho detto, ho proprio gridato, e con volume di voce tanto elevato che i passanti si sono voltati verso di me-: "A casa!" e sono caduto sconvolto dall'angoscia della carrozza. Mi aveva ritrovato e s'era di nuovo impossessato di me.

17 agosto. Ah, che notte, che notte! Eppure mi sembra che dovrei esser lieto. Ho letto sino all'una del mattino! Hermann Herestauss, dottore in filosofia e in teologia, ha scritto la storia e le manifestazioni di tutti gli esseri invisibili, che vanno errando attorno all'uomo o che l'uomo sogna. Descrive la loro origine, il loro territorio, la loro potenza. Ma nessuno d'essi assomiglia a colui che ha preso dimora dentro di me. è plausibile che l'uomo, da quando ha cominciato a pensare, abbia presentito e temuto la presenza d'un essere nuovo, più forte di lui, suo successore in questo mondo, e che, sentendolo vicino e non potendo prevedere la natura di questo padrone, abbia creato, nel suo terrore, tutto il popolo fantastico degli esseri occulti, fantasmi vaghi nati dalla paura.
Dunque, avendo letto sino al tocco, andai a sedermi alla finestra aperta per rinfrescare la mia fronte e il mio pensiero alla calma brezza notturna. Il tempo era bello, l'aria tiepida. In altri tempi come mi sarebbe piaciuto una notte simile! Non c'era luna. Le stelle scintillavano in fondo al cielo nero. Chi abita quei mondi? Quali forme, quali esseri viventi, quali animali, quali piante sono lassù? Gli abitato di questi universi lontani dotati della facoltà di pensiero che cosa conoscono più di noi? Che cosa vedono di sconosciuto a noi? Un giorno o l'altro, attraversando lo spazio, non apparirà sulla nostra terra uno di essi per conquistarla, come i Normanni in passato attraversavano il mare per soggiogare popolazioni più deboli?  Noi siamo così impotenti, così imbelli, così ignoranti, così piccoli su questo granello di fango che gira stemperato dentro una goccia d'acqua. Mi addormentai mentre andavo fantasticando così al fresco vento della sera.
Il mio assopimento durò circa quaranta minuti; quando, senza muovermi aprii gli occhi, risvegliato da non so quale sensazione confusa e strana, da principio non vidi nulla, poi, all'improvviso, mi parve che una pagina del libro rimasto aperto sul tavolo si fosse voltata da sola. Nessun alito di vento era entrato dalla finestra. Ne fui sorpreso e mi misi ad aspettare. Dopo quattro o cinque minuti vidi, vidi, sì vidi, con gli occhi miei, un'altra pagina sollevarsi e adagiarsi sulla precedente, come se un dito l'avesse sfogliata. La mia poltrona era vuota, sembrava vuota, ma capii che Lui era là, e che stava leggendo seduto al mio posto. Con un balzo furioso, con uno scatto da belva inferocita che sta per sbranare il suo domatore, attraversai la stanza per ghermirlo, per strozzarlo, per ucciderlo... ma la mia poltrona, prima che facessi in tempo ad arrivare, si rovesciò come se l'altro fosse fuggito davanti a me... la tavola traballò, cadde la lampada spegnendosi e la finestra si chiuse come se un malfattore sorpreso in flagrante si fosse lanciato fuori nella notte, prendendo a due mani i battenti. Dunque era fuggito, aveva avuto paura, paura di me, Lui? Allora... allora...domani...o dopo... o in un giorno qualsiasi potrò tenerlo sotto i miei pugni e schiacciarlo per terra! I cani non mordono forse, non azzannano alla gola i loro padroni?
18 agosto. Ho pensato per tutta la giornata. Oh, sì, gli ubbidirò, seguirò i suoi impulsi, farò quel che vuole, sarò umile, vile, sottomesso.è il più forte. Ma verrà un giorno che...

19 agosto. Io so, io so...io so tutto! Poco fa ho letto nella Rivista del Mondo Scientifico quel che riporto qui: "Una notizia molto curiosa ci viene trasmessa da Rio de Janeiro. Una follia, una epidemia di demenza, simile a quelle che travolgevano i popoli dell'Europa nel Medio Evo, imperversa attualmente nella provincia di San-Paulo. Gli abitanti impazziti abbandonano le case, disertano villaggi e terre, dicono di essere inseguiti, posseduti, dominati, come un umano bestiame, da esseri invisibili ancorchè tangibili, da una specie di vampiri che si nutrono della loro vita, mentre essi dormono. Inoltre bevono acqua e latte, senza toccare altro cibo, o così sembra. Il Professor don Pedro Henriquez, accompagnato da una folta schiera di medici e scienziati, è partito per la provincia di San-Paulo, con l'intento di studiare sul posto le origini e le manifestazioni di questa sorprendente forma di pazzia e per proporre all'Imperatore le misure che giudicherà più adatte per far recuperare la ragione a quelle popolazioni dementi."
Oh, io ricordo, ricordo benissimo lo stupendo tre alberi brasiliano che l'8 maggio scorso  passò sotto le mie finestre risalendo la Senna! Lo avevo trovato così bello, così bianco, così gaio! L'Essere era lì a bordo, proveniente da quei luoghi, dove aveva avuto origine la sua razza! E m'ha visto! Ha visto la mia casa altrettanto bianca e dalla nave è saltato a riva. Ah, mio Dio!
Ora io so, indovino. Il regno dell'uomo è finito.
è giunto Colui che fu uno dei primi terrori dei popoli primitivi. Colui che i sacerdoti inquieti esorcizzavano. Colui che gli stregoni evocavano nelle notti senza luna e senza mai vederlo apparire. Colui a cui furono attribuite tutte le forme mostruose o graziose degli gnomi, dei fantasmi, dei genii, delle fate, dei farfarelli dai presentimenti degli effimeri padroni del mondo. Dopo le grossolane concezioni del terrore antico, alcuni uomini più perspicaci, l'hanno preveduto in maniera più chiara. Mesmer lo ha intuito e molti medici, da una decina di anni in qua, hanno scoperto in modo inequivocabile la natura della sua potenza prima ancora che egli stesso la esercitasse. Hanno giocato con quest'arma dell'Iddio nuovo, il dominio d'una volontà misteriosa sull'anima  d'un uomo ridotto a schiavo. E questo fenomeno è stato da loro chiamato magnetismo, ipnotismo, suggestione...che so io? Li ho veduti divertirsi con quell'orribile potenza come fanciulli imprudenti! Sventura a noi! Sventura all'uomo! è giunto il....il...come si chiama?....il.... io ho l'impressione che mi chiami e che io non lo senta....il...sì....lo grida....ascolto....non posso....ripeti...Horla....ho udito... Horla....è lui.... Horla è venuto!         
Ah, l'avvoltoio ha mangiato la colomba, il lupo ha mangiato l'agnello, il leone ha divorato il bufalo dalle corna aguzze, l'uomo ha ucciso il leone con la freccia, con la spada, con la polvere pirica; ma Horla farà dell'uomo quello che noi abbiamo fatto del cavallo e del bue: la sua cosa, il suo servo e il suo cibo, con la sola potenza della sua volontà. Poveri noi!
Eppure qualche volta l'animale si ribella e uccide colui che lo ha domato...voglio anch'io...potrei.... ma è necessario conoscerlo, toccarlo, vederlo!  Gli scienziati dicono che l'occhio degli animali, diverso dal nostro, non distingue come il nostro... E il mio occhio non riesce a distinguere il nuovo venuto che mi opprime. Perchè? Oh, adesso ricordo le parole del monaco del monte San Michele: "Forse che vediamo la centomillesima parte di tutto ciò che esiste? Prendiamo il vento, la più potente delle forze della natura, capace di abbattere uomini e case, sradicare alberi, sollevare l'acqua del mare in ondate alte come montagne, distruggere scogliere, far naufragare grandi bastimenti, il vento che uccide, che fischia, che geme, che romba -l'avete mai veduto voi, potete vederlo? Eppure esiste". E pensavo anche: la mia vista è così debole, così imperfetta che non distingue neppure i corpi solidi quando sono trasparenti come il vetro!... Se un cristallo senza argentatura mi sbarra il passo, il mio occhio mi ci fa sbattere contro, come l'uccello entrato in una stanza si rompe la testa ai vetri della finestra. Tante cose oltre a ciò ingannano il mio occhio e lo sviano. Non c'è da stupirsi allora che non sappia percepire un corpo nuovo che la luce traversa.
Un essere nuovo! Perchè no? Doveva giungere sicuramente! Perchè noi saremo gli ultimi! Non riusciamo a percepirlo, come non lo hanno percepito tutti gli altri vissuti prima di noi? Il fatto è che la sua natura è più perfetta, il suo corpo più fine e più compiuto del nostro, che vive come una pianta e come una bestia, nutrendosi con gran fatica di aria, di erba e di carne, macchina animale soggetta alle malattie, alle deformazioni, alla putrefazione, bolsa, mal regolata, semplice e insieme complicata ingegnosamente imperfetta, opera grossolana e a un tempo delicata, abbozzo d'un essere che potrebbe diventare intelligente e magnifico.
Noi siamo pochi esemplari, così pochi nel mondo, dall'ostrica all'uomo. Perchè non uno di più, una volta compiuto il periodo che separa le successive apparizioni di tutte le specie diverse? Perchè non uno di più? Perchè non altre piante dai fiori immensi, smaglianti, e che spandono il loro profumo su interi paesi? Perchè non altri elementi diversi dal fuoco, l'aria, l'acqua e la terra? Sono quattro, infatti, soltanto quattro, questi genitori di tutte le creature! Che pena! Perchè non sono quaranta, quattrocento, quattromila? Tutto è limitato, meschino, miserabile! Avaramente dato, aridamente inventato, pesantemente creato! Ah, l'elefante, l'ippopotamo, quali simboli di grazia! Il cammello, quale eleganza!
Ma direte voi: e allora la farfalla, un fiore che vola! Io sogno una farfalla grande come cento universi riuniti, con ali di cui non posso nemmeno lontanamente descrivere forma, bellezza, colore e leggiadria di movimenti. Ma io lo vedo...va da una stella all'altra, rinfrescandole e profumandole col soffio armonioso e leggero della sua corsa!...E i popoli di lassù possono guardarla passare, estatici e rapiti.
Ma che cos'ho dunque? E Lui, lui, Horla, che mi ossessiona e mi fa avere queste allucinazioni! è in me; diventa la mia anima; lo ucciderò!

19 agosto. Lo ucciderò! L'ho veduto! Iersera mi sono seduto al tavolo; e ho fatto finta di scrivere con estrema attenzione. Sapevo che sarebbe venuto a gironzolarmi attorno, molto vicino, così vicino che forse potrei toccarlo, afferrarlo? E allora!... allora avrei la forza della disperazione; avrei mani, ginocchia, petto. fronte e denti per strangolarlo, schiacciarlo, morderlo, dilaniarlo. Mi misi in agguato con tutti gli organi tesi. Avevo acceso le lampade e otto candele sul caminetto, come se in tanto chiarore mi fosse possibile scoprirlo. Di fronte a me il letto, un vecchio letto di quercia con le colonnine tortili; a destra il caminetto; a sinistra la porta ben inchiavardata dopo averla lasciata aperta per molto tempo con lo scopo di attirarlo qui, dietro di me un alto armadio con specchi, che mi serve tutti i giorni per radermi, vestirmi e in cui son solito guardarmi, dalla testa ai piedi, ogni volta che ci passo davanti.
Dunque, facevo finta d'esser intento a scrivere per ingannarlo perchè mi stava spiando anche lui; e all'improvviso sentii, fui certo che stava leggendo da sopra la mia spalla, che era lì vicino e mi sfiorava l'orecchio. Mi alzai con le mani tese, voltandomi con una mossa tanto rapida che per poco non caddi. Ebbene? ....Ci si vedeva come in pieno giorno, e io non vidi più me stesso riflesso nello specchio!...Era vuoto, chiaro, profondo, invaso dalla luce! E la mia immagine non v'era riflessa...eppure stavo proprio di fronte allo specchio. Vedevo chiaramente il gran cristallo limpido e vuoto dall'alto alla base. E guardavo questa cosa con occhi smarriti; e non osavo più avanzarmi; non osavo fare il minimo movimento, pur sentendo benissimo che era lì, ma che mi sarebbe sfuggito ancora, lui, il cui corpo impercettibile aveva divorato il mio riflesso.
Che paura! Poi ecco che d'un tratto cominciai a vedermi dentro una nebbia, in fondo allo specchio, in una bruma come attraverso una falda acqua; e mi sembrava che quest'acqua fluisse da sinistra a destra, lentamente, rendendo più nitida la mia immagine, di secondo in secondo. Era come la fine d'un'eclissi. Ciò che mi nascondeva non pareva avere contorni nettamente delimitati, ma una sorta di opaca trasparenza che si schiariva a poco a poco. Potei infine vedermi completamente, così come faccio ogni giorno quando mi guardo allo specchio. Lo avevo veduto! Mi è rimasta addosso la paura di quel che avevo veduto. Ne rabbrividisco ancora.

20 agosto. Ucciderlo, ma come? Dato che non posso toccarlo? Col veleno? Ma mi vedrebbe mentre lo mescolo all'acqua; e poi i nostri veleni avranno effetto su un corpo invisibile? No...no....senza alcun dubbio....Allora? Allora?

21 agosto. Ho fatto venire un fabbro da Rouen e gli ho ordinato per la mia camera delle imposte di ferro, come quelle di certi appartamenti al pianterreno a Parigi, in difesa dai ladri. Il fabbro mi preparerà anche un uscio di ferro. Gli sarò sembrato un vigliacco, ma me ne infischio!....

10 settembre. Rouen, albergo Continental. è fatta...è fatta! Ma sarà davvero morto? Il mio animo è sconvolto da quello che ho veduto.
Ieri, dunque, dopo che il fabbro ebbe messo al loro posto le imposte e l'uscio di ferro, lasciai aperte finestre e porta benchè cominciasse a far freddo.
D'un tratto sentii che era arrivato e fui preso da una gioia folle. Mi sono alzato pian piano e ho camminato in qua e in là, abbastanza  a lungo perchè non potesse indovinare quel che avevo in mente, poi mi sono tolto gli stivaletti e ho infilato con noncuranza le mie pantofole; ho chiuso le imposte di ferro e, tornando indietro con molta calma, ho chiuso rapidamente l'uscio, dando un doppio giro di chiave. Tornato poi alla finestra l'ho fissata con un lucchetto e mi sono messo in tasca la chiave.
All'improvviso ho percepito che Lui si stava agitando vicino a me, che aveva paura a sua volta e mi ordinava di aprirgli. Sono stato sul punto di cedere; non ho ceduto, ma, addossatomi alla porta, l'ho schiusa appena di quel tanto che mi permettesse d'uscire a ritroso. Sono molto alto, la mia testa sfiorava l'architrave. Ero sicuro che così non poteva fuggire. L'ho chiuso nella stanza: solo, solo! Che gioia! Era in mio potere!  Allora ho disceso di corsa le scale, ho preso nel salotto, che è sotto la mia camera da letto, le mie due lampade e ne ho sparso il petrolio sul tappeto, sui mobili, dappertutto; poi ho appiccato il fuoco e sono scappato, dopo aver chiuso a doppia mandata il portone d'entrata.
Sono andato a nascondermi in fondo al giardino in una macchia di lauri. Che attesa lunga! Interminabile . Tutto era scuro, muto, immobile; non c'era un soffio d'aria, non una stella. Solo montagne di nuvole invisibili che pesavano sull'anima mia: così grevi, così grevi!
Guardavo la casa e aspettavo. Che lunga attesa. Cominciavo a pensare che il fuoco si fosse spento da solo o che qualcuno lo avesse spento, forse Lui, quando una delle finestre del pianterreno si schiantò sotto l'urto dell'incendio, e una fiamma, un'immensa fiamma rossa e gialla, lunga, molle, carezzevole, salì lungo il muro bianco e lo lambì sino al tetto come baciandolo. Un bagliore corse nei rami e nelle foglie degli alberi e anche un brivido di paura. Gli uccelli si ridestavano, un cane si mise a ululare; mi parve che fosse spuntato il giorno!
Presto si schiantarono altre due finestre e allora vidi che tutta la parte inferiore della mia casa era ormai uno spaventoso braciere. Ma un grido terribile, altissimo, lacerante, un grido di donna echeggiò nella notte e due abbaini s'aprirono.
Avevo dimenticato i miei domestici! Vidi i loro volti sconvolti e le braccia che s'agitavano!.... Allora, pazzo d'orrore, mi misi a correre in direzione del villaggio, urlando "Aiuto! Aiuto! Al fuoco! Al fuoco!".
Incontrai della gente che già correva e tornai indietro con loro per vedere. La casa, adesso, era un rogo orrendo, un rogo magnifico e mostruoso, che rischiarava tutta la terra, un rogo in cui stavano bruciando alcuni uomini e anche Lui, lui il mio prigioniero, l'Essere nuovo, il nuovo padrone, Horla!
Improvvisamente tutto il tetto fu inghiottito dai muri e un vulcano di fiamme sprizzò sino al cielo. Da tutte le finestre aperte sulla fornace vedevo il focolaio dell'incendio e pensavo che era lì dentro, in quel forno, morto.
Morto? Forse...il suo corpo, il corpo che la luce attraversava, poteva essere distrutto come lo sarebbero stati i nostri?
Se non fosse morto?....Forse il tempo soltanto ha presa sull'Essere Invisibile e Spaventoso. Perchè quel corpo trasparente, quel corpo inconoscibile, quel corpo che era puro spirito, se poi doveva temere i mali, le ferite, le infermità, la distruzione prematura?
La distruzione prematura? Tutto il terrore umano deriva da essa. Dopo l'uomo, ecco Horla.

Dopo colui che può morire ogni giorno, ogni ora e ogni minuto, per qualsiasi incidente, è venuto colui che deve morire soltanto al suo giorno prestabilito, alla sua ora e minuto, perchè è arrivato al limite estremo della sua esistenza!
No...no....non c'è dubbio, non c'è alcun dubbio...non è morto... Allora.....allora....sarà dunque necessario che io mi uccida.